DANIEL DERONDA – GEORGE ELIOT

George Eliot Daniel DerondaGeorge Eliot, Daniel Deronda (tit. orig.le Daniel Deronda), traduz. dall’inglese Sabina Terzani, pp. 950, Fazi Editore, 2018

L’incipit: “Era bella o no? E quale segreta forma o espressione conferiva al suo sguardo quella qualità dinamica? Nel brillare dei suoi occhi dominava il genio del bene o quello del male? Forse il secondo, altrimenti l’effetto non sarebbe stato di irrequietudine, bensì di tranquillo sortilegio.”

La casa editrice Fazi ha recentemente rieditato Daniel Deronda di George Eliot, pseudonimo di Mary Anne (Marian) Evans coniugata Cross (Arbury, 22 novembre 1819 –- Londra, 22 dicembre 1880).

Ambientato nell’epoca vittoriana, strutturato in otto Libri e settanta Capitoli, in quasi mille pagine il romanzo intreccia le storie di Daniel Deronda e Gwendolen Harleth.

Si tratta dell’ultimo romanzo della grande scrittrice britannica, una delle figure letterarie più importanti dell’epoca vittoriana, pubblicato nel 1876. Il suo ultimo romanzo, non so se il più bello, certamente il mio preferito. Certamente, ieri come oggi il più controverso e discusso. E vedremo perchè.

pallino

La trama di Daniel Deronda segue due filoni principali, due storie fino ad un certo punto parallele unite dal personaggio che dà il titolo al romanzo. Il racconto inizia con l’incontro di Daniel Deronda e Gwendolen Harleth in una città tedesca.

Daniel Deronda, protagonista ed eroe eponimo, da piccolo è stato affidato a un miliardario aristocratico e sa poco delle sue origini. E’ ricco, “giovane, bello e distinto”, generoso e di buoni sentimenti. Che sia figlio adottivo lo sappiamo fin dall’inizio: le sue vere origini le scopriremo però solo nell’ultima parte del libro.

Da questo punto di vista, Daniel Deronda è perfettamente inserito in quel filone inglese del “bastardo” l’identità reale del quale si scopre solo alla fine, come avviene per il Tom Jones di Henry Fielding, l’Oliver Twist di Dickens.

Gwendolen Harleth: una giovane donna molto bella, viziata, egoista (il primo Libro del romanzo è intitolato proprio La bambina viziata).

“´Gwendolen non avrà pace finchè il mondo non sarà ai suoi piedi’, diceva Miss Merry, la mite governante. Parole iperboliche che ormai hanno assunto il più moderato dei significati: chi non ha mai sentito parlare di persone qualsiasi che ricevono piccoli riconoscimenti e lusinghe nel loro ambiente limitato e rispettabile, e considerano di avere il mondo ai loro piedi? Ma non esistevano iperboli troppo spinte per indicare la nebulosa vastità che la povera Gwendolen immaginava per il suo futuro osservandolo dalle alture della sua giovanile autoesaltazione. Gli altri acconsentivano a farsi schiavi e lasciavano che la loro esistenza fosse sballottata come un vascello senza capitano nel mare in tempesta; Gwendolen invece non si sarebbe sacrificata a un essere meno degno di lei, ma avrebbe tratto il meglio dalle possibilità che la vita le offriva e, grazie alla sua intelligenza eccezionale, avrebbe padroneggiato ogni situazione”.

La narrazione inizia nel momento in cui Daniel e Gwendolen, che non si conoscono, s’incontrano una sera in un casinò in Germania. Lei viene presentata così: “La Nereide che indossava l’abito verde mare ornato d’argento e il cappello di velluto verde con una spilla d’argento a trattenere una piuma di un più tenue verde mare che ricadeva all’indietro sui capelli castano chiaro, era Gwendolen Harleth”. Lui la osserva giocare. Disapprova ma non riesce a staccare la sua attenzione da lei. “La silfide vinse, e con dita affusolate, avvolte in finissimi guanti grigio perla, sistemò le monete che erano state spinte verso di lei…”.

Daniel resta colpito dall’affascinante ma viziata Gwendolen, e quando lei, presa da una irragionevole furia continua a giocare alla roulette e perde tutto, lui la aiuta finanziariamente ma di nascosto, per autentico altruismo. Contemporaneamente arriva una lettera della madre che comunica a Gwendolen che la famiglia, a causa di investimenti finanziari sbagliati è caduta improvvisamente in disgrazia e Gwendolen deve tornare precipitosamente a casa, in Inghilterra.

A questo punto tutto ci induce a credere che siamo sprofondati in un grande, romantico, ottocentesco romanzo d’amore, che dopo centinaia di pagine di peripezie che già pregustiamo i due si ritroveranno e che alla fine l’amore trionferà. Ma non abbiamo fatto i conti con George Eliot, che non è una scrittrice qualunque nè tantomeno prevedibile. E George Eliot ha in serbo per noi ben altre sorprese.

Con il rientro di Gwendolen a casa, in Inghilterra, la trama si interrompe e ci sono due lunghi flashback separati.

Da una parte, uno che sviluppa la storia di Gwendolen Harleth la quale rifiutandosi di accettare un posto di governante dei figli di una agiata famiglia (che, assieme al lavoro di insegnante è considerata unica situazione lavorativa socialmente e moralmente accettabile per le ragazze dell’epoca) e pur di sfuggire alle ristrettezze economiche in cui adesso si ritrovano lei, la madre e le sorelle decide di intraprendere l’unica altra strada considerata possibile: quella del matrimonio. Accetta quindi di sposare Henleigh Grandcourt, un uomo ricco, taciturno e autoritario che chiede la sua mano poco dopo averla conosciuta e lo sposa pur essendo venuta a conoscenza della lunga relazione da lui avuta con Lydia Glasher, dalla quale ha avuto dei figli. Gwendolen mette da parte scrupoli morali e sensi di colpa, è sicura di sè, della sua arguzia e della sua bellezza; le adulazioni di tutti coloro che la circondano le rimandano un’immagine di sè di una donna al cui fascino sembra nessuno riesca a sottrarsi, e “a Gwendolen, leggiadra silfide di vent’anni, non bastava un semplice matrimonio: lei voleva dominare”. Pensa, Gwendolen, che potrà avere il completo controllo del marito, che potrà anche da sposata fare tutto quello che più le aggrada, di essere insomma in grado di gestire totalmente e a proprio vantaggio la nuova condizione che, in quanto moglie, secondo le leggi ed i costumi sociali dell’epoca dovrebbero privarla di quella libertà ed autonomia di azioni e di pensiero di cui ha sino a quel momento spensieratamente goduto. No, pensa, tutto questo a lei non succederà:

“La povera Gwendolen non temeva le forze incontrollabili che si scatenano nel matrimonio; lo considerava una questione organizzativa e amministrativa che lei avrebbe saputo gestire perfettamente”

Le cose, però, non andranno esattamente così…

Gwendolen Romola Garai BBC 2002

Gwendolen Harleth (Romola Garai)
nella miniserie televisiva BBC inglese del 2002

L’altro flashback riguarda Daniel Deronda. Il nostro eroe eponimo, tornato anche lui in Inghilterra, una sera viene per caso in soccorso, nelle acque del Tamigi, di una sconosciuta che sta per annegare. La ragazza è Mirah Lapidoth, una giovane donna ebrea e accade che Daniel, nei suoi tentativi di aiutarla a trovare la madre e il fratello di cui da anni non ha saputo più nulla si ritrova ad avvicinarsi e ad entrare sempre di più nella comunità ebraica e ad accostarsi al fermento della prima politica sionista.

Attraverso Mirah e suo fratello Mordecai Daniel Deronda scopre così la straordinaria complessità del popolo ebraico e l’odiosa persecuzione da cui è oppresso. A poco a poco si rende conto che tutto, nell’ebraismo, lo attira magneticamente e lo affascina, per ragioni che egli stesso giudica inspiegabili. La vera svolta del romanzo, però, si avrà solo molto più avanti.

Il racconto in flashback a questo punto finisce, e dopo tutti questi avvenimenti decisivi per i destini di Gwendolen e di Daniel (il ricco matrimonio di convenienza celebrato con Grandcourt per lei, l’incontro con gli ebrei Mirah e Mordecai Lapidoth per lui) le loro storie si ricongiungono e si torna alla narrazione principale.

DUE STORIE, DUE MONDI

Le due storie che ci sono state narrate separatamente ci hanno presentato due mondi: da una parte quello della upper class britannica di Gwendolen Harleth, dei suoi amici e parenti, di suo marito Grandcourt, delle ferree norme giuridiche e sociali che lo regolano e, dall’altra, il mondo dell’ebraismo di Mirah e Mordecai Lapidoth e della famiglia Cohen. Daniel — allevato come un perfetto gentiluomo inglese dell’aristocrazia ma che sempre di più si addentra negli ambienti dell’ebraismo — si trova, fino ad un certo punto del romanzo, in mezzo a questi due mondi come una sorta di mediatore, di ponte. Ma siamo ancora soltanto a metà del romanzo. La seconda parte della narrazione ci riserva molte sorprese.

Man mano che ci si avvicina alla fine del lungo percorso narrativo ci si rende sempre più conto che le storie narrate da Eliot e intrecciate affinché il lettore si appassioni alle vicende dei protagonisti non sono il vero scopo dell’autrice. Qui non c’è solo il piacere (e la grande abilità) del “narrare per narrare”. Le vicende di Gwendolen e Daniel, di Mirah e Mordecai, di Henleigh Grandcourt e della misteriosa Contessa Maria Alcharisi sono solo la cornice di un contesto il cui scopo è quello di far riflettere sulla condizione umana di chi si trova alla ricerca delle proprie origini e della propria autentica identità culturale.

Nel grande affresco allestito da George Eliot, la comunità ebraica verso cui si affaccia Deronda è contrapposta a quella aristocratica inglese in cui il vizio e l’inettitudine sono capisaldi della morale mentre altruismo, fratellanza e spirito libero vengono invece descritte come caratteristiche principali del popolo ebraico che è sgretolato e sparso lungo gli angoli della Terra. Deronda si renderà conto che la sua insoddisfazione verso la nobiltà di cui fa parte e l’ inspiegabile attrazione che su di lui sempre più esercita l’ebraismo derivano da origini che egli stesso ignora.

OTTOCENTESCO MA MODERNO. COSMOPOLITA E SPERIMENTALE. IRRIVERENTE ED URTICANTE

Daniel Deronda è, certo, un romanzo il cui impianto e gran parte dei contenuti sono tipicamente ottocenteschi. Eliot sa bene come tenere in sospeso a lungo e con maestria gli appassionati lettori, portandoli a spasso in una trama ricca di colpi di scena, ingannandoli con false aspettative, incrociando e aggrovigliando i destini, ammantando di ideali romantici gli eroi e le eroine del romanzo.

L’ultimo romanzo di Eliot presenta però anche caratteristiche particolari rispetto a tutta la sua precedente produzione narrativa ed è anche un romanzo caratterizzato da elementi sperimentali.

Poichè il tempo del racconto coincide più o meno con quello della pubblicazione, Daniel Deronda è di fatto il primo romanzo della Eliot ad essere ambientato nel suo tempo, il tardo Ottocento. Nel romanzo si accenna infatti, ad esempio, alla guerra di Secessione negli Stati Uniti (1861-1865), all’unità d’Italia (1970) ed all’unità tedesca (1871). Ciò che Eliot presenta/propone dunque ai suoi lettori è la concretezza della loro stessa attualità.

Novità anche per quanto riguarda lo spazio, che non è più limitato all’Inghilterra rurale come in Adam Bede, Il Mulino sulla Floss, Silas Marner oppure alla provincia inglese come in Middlemarch , che a mio parere rimane uno dei più feroci e lucidi ritratti della politica, dell’imperialismo, della discriminazione razziale e sessuale, della tolleranza religiosa e del pregiudizio.

I personaggi di Daniel Deronda viaggiano molto, spostandosi da una capitale all’altra. Li incontriamo a Francoforte, Praga, Vienna, Amburgo, San Pietroburgo, Genova, Trieste, Bayereuth, in Palestina ed anche a New York in cui uno dei personaggi ebrei del romanzo ha soggiornato prima di tornare nella vecchia Europa. Sono infatti i personaggi ebrei quelli che si spostano di più e che conferiscono una dimensione cosmopolita al romanzo.

Se a tutto questo si aggiunge che nel suo libro l’autrice affronta un tematica contemporanea assolutamente inusuale e cioè la posizione degli ebrei nella società britannica ed europea del tempo (ed abbiamo visto che questo tempo era l’attualità) si comprendono molte delle reazioni perplesse o addirittura sconcertate che la lettura di questo romanzo moderno e cosmopolita che trascina il lettore da Londra a Genova passando per le cittadine termali tedesche, di questo romanzo sperimentale che talvolta gioca con la cronologia presentando una inaspettata sintesi tra due storie parallele, due linee narrative — la storia inglese e la storia ebrea — che racconta il destino di due eroine radicalmente diverse, la bionda inglese Gwendolen e la bruna ebrea Mirah tra cui si muove Daniel Deronda produsse in molti degli stessi fedeli ed appassionati lettori (veri e propri fans) dell’autrice.

Satira sociale e ricerca morale, Daniel Deronda è una storia avvincente, con personaggi che è difficile dimenticare, un romanzo capace di affrontare diverse problematiche analizzate nel profondo, un romanzo che è (anche) storia di una redenzione e della scoperta della propria autentica identità.

“Se non immaginassero un’origine, gli uomini sarebbero privi di ogni possibilità di agire. Persino la Scienza, severa misuratrice, è costretta a immaginare un’unità da cui partire e deve scegliere un punto dell’incessante viaggio delle stelle, orientando le lancette del suo orologio siderale su uno Zero che sia origine del tempo.”

Così George Eliot scrive nell’epigrafe al Capitolo I iniziando la sua lunga narrazione…

ANTISEMITISMO E SIONISMO

Ciò che soprattutto sconcertò i primi lettori di Daniel Deronda, il nervo scoperto che Eliot toccava, il tema forse centrale affrontato nel romanzo e che rimane attuale e controverso ancora oggi è la posizione degli ebrei nella società britannica ed europea e le loro probabili prospettive.

Il grande scandalo suscitato dal romanzo al suo apparire fu dovuto, io credo, alla grande abilità con cui Eliot riesce a stanare ed a mettere alla berlina il pregiudizio antisemita che rileva nella società britannica. A molti lettori inglesi, appassionarsi ad una romantica storia d’amore per poi scoprire di nutrire forti pregiudizi nei confronti del popolo ebraico non dovette fare granchè piacere. Che cosa ci mostra infatti Daniel Deronda sulla situazione degli ebrei in Gran Bretagna alla fine del XIX secolo? Che erano impopolari, che soffrivano di facili pregiudizi, e questo anche mentre il Primo Ministro in carica era il nativo ebreo sefardita Benjamin Disraeli.

Eliot ci mostra quello che considera il tipico punto di vista sugli ebrei – dalle classi superiori (che si riferiscono a Mirah come una “piccola ebrea”), alle classi medie (la buona signora Meyrick annunciando alle figlie l’arrivo di Mirah, raccomandatale da Daniel dice: “Pare che sia un’ebrea, ma piuttosto colta, dice… Conosce l’italiano e la musica” e la stessa Mirah si presenta così: “Sono una straniera. Sono ebrea. Forse pensate che io sia cattiva´No, siamo sicure che sei buona’, disse di slancio Mab.´Non pensiamo male di te, povera cara.” ), alle classi lavoratrici (l’uomo del pub che chiede, “[Se] sono abbastanza intelligenti da battere mezzo mondo – perché non l’hanno fatto?”). Quando Catherine, giovane e intelligente ereditiera comunica ai genitori di voler sposare il suo insegnante di canto Klesmer, musicista e compositore di fama internazionale (“una felice combinazione di tedesco, slavo e semita, con un viso dai lineamenti imponenti, capelli castani ondulati alla moda degli artisti e occhi anch’essi castani dietro gli occhiali. Parlava un ottimo inglese” ), stimato da tutti, la madre comunque inorridisce: “Diventerai la favola del paese. Lo diranno tutti che devi essere stata per forza tu a fare la proposta a un uomo che veniva pagato per entrare in casa, che nessuno sa chi sia, uno zingaro, un ebreo, un granello di sabbia minuscolo”.
Di passaggi simili a questi è costellato tutto il romanzo.

Eppure, la stessa Eliot non appare immune da pregiudizi nei confronti di un certo tipo di ebrei, quelli ad esempio rappresentati dal capo della famiglia Cohen, un prestatore di pegni dal viso “florido e luccicante” mentre, di contro, il ritratto dell’innocente Mirah appare talmente santificato da assumere in molti punti del romanzo le stucchevoli sfumature del buon selvaggio, talmente infantile ed innocente da rasentare, in alcuni passaggi, l’insipido.

Di contro, in Mordecai, l’intellettuale visionario che entra in stretto contatto con Daniel, Eliot crea un personaggio complesso con lati sia simpatici che antipatici e rivela un fascino a volte schiacciante per le minuzie del giudaismo, le sue pratiche religiose, la cultura, e la sua letteratura.
Mordecai descrive e incarna l’ebreo errante, per sempre un estraneo in una terra straniera, mai a casa, “Di quale altra nazione si può dire sinceramente che la sua religione, la sua legge e la sua vita morale si sono unite come il flusso del sangue nel cuore per crescere insieme? Quale altro popolo ha mantenuto e allargato le proprie riserve spirituali nel momento stesso in cui veniva cacciato con odio feroce, come un incendio che distrugge un bosco e che fa fuggire le bestie dalle loro tane?”.

Il fatto che Daniel diventi discepolo di Mordecai e accetti di continuare il suo lavoro per cercare una patria per gli ebrei dopo la sua morte – un’idea presumibilmente altrettanto sconcertante per i lettori di Eliot come per la maggior parte dei personaggi gentili del libro – mostra anche un genuino impegno/interesse dell’autore. Di fatto, in Daniel Deronda Eliot ci fornisce una sorprendente, evocativa e potente raffigurazione ed anticipazione del sionismo.

Non è un caso che nel libro Sionisti cristiani in Europa, una antologia in cui Elia Boccara raccoglie una serie di letterati, ecclesiastici, filosofi, romanzieri, patrioti della vasta “area cristiana”, che attraverso gli scritti e le azioni, “dal Seicento alla nascita dello stato d’Israele”, non solo hanno preso le difese degli ebrei in contesti difficili, ma hanno anche in qualche modo preconizzato, e a volte promosso, la creazione di uno stato ebraico in Palestina, tra questi che potremmo chiamare “sionisti ad honorem” Boccara inserisce George Eliot e il suo Daniel Deronda in cui “ventun anni prima della pubblicazione di Der Judenstaat, di Hertzl, quarantuno prima della dichiarazione Balfour, settantadue anni prima della Dichiarazione di Indipendenza di Israele, Mary Hann Evans anticipa e predice l’avvenire.”

Tra pregiudizi, antisemitismo più o meno esplicito da una parte, religione, cabala e accenni di esoterismo dall’altro, il romanzo si colloca tra i più irriverenti della sua epoca e le reazioni del pubblico a tutto questo erano dunque abbastanza prevedibili. Certamente le aveva previste l’amante e convivente di Eliot, il filosofo e critico letterario George Henry Lewes che aveva sentenziato: “L’elemento ebraico mi sembra probabile che non soddisfi nessuno”.

Ed effettivamente, risultarono infastiditi anche molti lettori ebrei se è vero che, come ho letto, in un saggio del 1899 nel periodico Ha-Shilo’ah si richiedeva la cancellazione di tutte le sezioni gentili del libro, sostenendo che non avevano “quasi nulla a che fare con il tema principale e l’idea di base”.

D’altro canto, molti anni dopo, il critico letterario F.R. Leavis riteneva che il romanzo sarebbe stato perfetto senza la parte relativa al tema ebraico, con un nuovo titolo, Gwendolen Harleth centrato sull’amore di Gwendolen per Deronda.

Insomma, detto brutalmente: i gentili volevano far fuori tutta la parte ebraica del romanzo, gli ebrei volevano far fuori tutta la parte gentile.

Basta però leggere integralmente e senza tagli l’opera della Eliot per rendersi conto del fatto che una versione del romanzo privata dell’una o dell’altra parte perderebbe molto di senso e di credibilità, anche se in molti hanno provato a fare questa operazione.

FILM, ADATTAMENTI TEATRALI, SERIE TV

Dal romanzo che, affrontando antisemitismo e sionismo in maniera esplicita fu causa di risentimento per ebrei e non, al punto che il pubblico arrivò a chiedere una revisione del testo, sono stati tratti tre film e un adattamento per il teatro negli anni Sessanta con Vanessa Redgrave nella parte di Gwendolen Harleth.

L’esempio più noto di revisione del testo è l’adattamento di Daniel Deronda realizzato dalla BBC inglese per la serie televisa del 2002 nella quale il focus — a parte rapidissimi accenni alle conversazioni tra Daniel e Mordecai e una breve sequenza in cui si vede cantare Mirah — è tutto sulla supposta storia d’amore tra Daniel e Gwendolen. La miniserie è di alta qualità, come in genere le produzioni della BBC, lo spettatore che non conosca romanzo non può che rimanere soddisfatto della visione ma io credo che egualmente si possa avvertire che all’interno della storia uno sbilanciamento ci sia…

Daniel Deronda serie BBC

 

  • La scheda del libro >>
  • George Eliot su Wikipedia >>
  • La serie TV della BBC >>
  • ll trailer della serie BBC >>

 

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16 risposte a DANIEL DERONDA – GEORGE ELIOT

  1. wtitrading60minuti ha detto:

    Caspita Gabrilù sei un pericolo dal quale no ci si vuole allontanare!! Pochi giorni fa Il Pianista, adesso questo Daniel Deronda da mille pagine. Il Pianista ancora non l’ho iniziato perchè sono riuscito ad avere dalla biblioteca comunale il libro di Reif Larsen da cui hanno tratto il film, che mi ero stufato di tradurre dal francese, essendo esaurita l’edizione italiana. Daniel Deronda l’ho appena comperato da Amazon Kindle. Credo che fino a Natale non aprirò le email che proverranno dal tuo Blog. (E invece so che non resisterò, ahime).

    • gabrilu ha detto:

      wtrading60minuti
      il pericolo di cui parli è quello (delizioso, diciamoci la verità) che incombe su tutti coloro che amano leggere: avere una lista di libri da leggere che non si esaurisce mai e che si allunga sempre. Sapessi quanto è lunga la mia, di lista…
      Ciao, e grazie!

  2. andrearenyi ha detto:

    Cara Gabriella, con questo post hai superato te stessa, e non era facile. Di una ricchezza da capogiro

  3. EnzoRasi ha detto:

    La colpa ce l’ha certamente Ken Follet. Quando l’anno scorso ho visto questo libro della Eliot e lho preso in mano ho pensato – un altro mattone! Un’altra tragedia annunciata con migliaia di personaggi che dopo la decima pagina te li sei già scordati in parte, un altro libro che non finirò di leggere-
    Ma c’era la Eliot, un nome e una garanzia,c’era anche la asfissiante epoca vittoriana a dire il vero, c’era la curiosità ( mi coglie sempre ogni volta che entro in una libreria) e c’era il timore.
    Ho comprato il libro, l’ho sfogliato a casa e l’ho messo su uno scaffale. Ci voleva il momento giusto e quando è arrivato è stato un buon momento. Ho avuto qualche “smarrimento” davanti a certe lunghe disquisizioni teologiche filosofiche ed esistenziali non perchè non le capissi ma perchè in qualche modo mi impicciavano nello scorrere le pagine del libro. Ho anche pensato al fatto che la scrittrice preferì usare uno pseudonimo maschile invece del suo vero nome Mary Anne (Marian) Evans e al forte maschilismo in cui l’autrice dovette vivere.
    Non ho detto se mi è piaciuto? Mi è piaciuto ma ci ho messo del tempo per leggerlo, chi lo fece le prime volte lo lesse a pezzi ( usciva a puntate) e forse lo digerì meglio.
    Alla fine dell’800 la risposta dell’ambiente fu imbarazzata, la questione sionista esplosa con il romanzo mise in subbuglio le coscenze della buona società inglese del tempo e credo che il vero grande merito di questo libro sia proprio nell’aver acceso i riflettori su sionismo, antisemitismo, ipocrisia sociale e, lasciamelo dire, sulla redenzione esistenziale di uno dei protagonisti. Analisi finissima ( anche sulle dinamiche matrimoniali) e grande affresco storico e sociale di due persone che ricercano le proprie vere origini e identità culturali.
    Lo rileggerò ma non subito

    • gabrilu ha detto:

      Enzo Rasi
      … e che ti ha fatto di male il povero Ken Follett? 🙂 Io lo leggo molto volentieri, Ken Follett, in particolare avevo apprezzato assai, a suo tempo, I pilastri della terra, ma anche altri suoi libri. E’ un onesto ed abile artigiano, un bravo professionista e (cosa per nulla scontata quando parliamo di best seller) sempre molto documentato e mai banale.
      Non so voi, ma io ho bisogno anche di questo tipo di autori e di libri.
      In quanto a quel che dici di Daniel Deronda… si, capisco che le pagine e pagine dedicate alle disquisizioni teologiche, su cabala etc. possano effettivamente sfiancare un po’, ma nell’economia generale del romanzo sono comunque necessarie e se proprio annoiano le si possono anche leggere velocemente. Ma non sono un corpo estraneo, almeno, io la vedo così.
      Ciao e grazie!

      • EnzoRasi ha detto:

        Abbiamo due modi diversi di rapportarci con la scrittura evidentemente. Io voglio essere trafitto e preso, non voglio essere distratto. Se la scrittura riesce a farmi digerire filosofia e teologia e altro e li porta su un piano letterario suo proprio il libro mi piace altrimenti faccio un po’ di fatica. ma sono così da ragazzo. Ciao e grazie a te.

  4. Alessandra Di Pietro ha detto:

    complimenti per la bellissima recensione

  5. Ivana Daccò ha detto:

    George Eliot è stata una delle scrittrici che, con il suo Il mulino sulla Floss, ha segnato la mia vita di giovane lettrice, e poi di giovane adulta. L’ultima rilettura risale ad alcuni anni orsono – rimanendo, io, nel frattempo,resistente alla tentazione di una ulteriore rilettura e di una recensione. Mi ha sempre frenato il timore di proporre un libro che non tollererei non venisse amato – ma c’è molto della mia prima lettura, e del fascino per questa grande donna nella mia resistenza.
    Bellissima, e graditissima, questa tua recensione: ora ho un suo altro libro da leggere, cui dovrò dedicare il momento e il tempo giusti.

  6. Alessandra ha detto:

    Analisi “meravigliosa”, lucida e approfondita come sempre. George Eliot è una di quelle scrittrici che da tempo vorrei leggere ma che continuo a rimandare, chissà poi perché… Se mi mancava un incentivo in più, sei riuscita benissimo a darmelo.

    • gabrilu ha detto:

      Alessandra
      George Eliot è uno di quegli autori che va affrontato/a nel momento e con i tempi giusti.
      Prima o poi, vedrai, sarà lei a cercarti. Inutile forzare la mano, con le letture.
      Ciao! 🙂

  7. Barbara Tagliavini ha detto:

    Cara Gabriella,
    Ho un problema col mio iPhone e non riesco a pubblicare normalmente il mio commento. Spero che in questo modo ti raggiunga ugualmente.
    Solo poche righe per dirti che tutti, o quasi, i libri di cui scrivi finiscono nel mio carrello. Hai un modo così interessante, profondo, ma anche accattivante di parlare delle tue letture al quale io non riesco a resistere.
    Deronda è nel carrello (ma lo leggerò in originale), così come lo è Il Quartetto Rosendorf che ho tentato invano di acquistare in Italia, durante un recente breve soggiorno, alla Hoepli di Milano, alla Mondadori ecc… ma che è risultato introvabile al momento se non su previa ordinazione (mi son sentita persino dire: “Sig.na, ma è un libro vecchio ormai!”).
    E quindi mi toccherà arricchire qualche libreria online dove comunque ancora si trova.
    Basta, mi fermo. Le preannunciate poche righe sono diventate numerose e non voglio tediarti.
    Davvero voglio solo esprimere la mia ammirazione per la tua cultura, la tua mente e il tuo modo di scrivere di letteratura.
    Ti ho scoperta anni fa grazie al tuo prezioso sito su Marcel Proust (l’amore della mia vita) e da allora non ti ho più lasciata, sebbene io tenda ad essere una presenza silenziosa; ma sappi che hai in me una profonda estimatrice e ti sono grata perché mi insegni tanto.
    Ora vado… davvero stavolta. Il mio gatto mi reclama da vari minuti e ciò mi salva dal dilungarmi ulteriormente.
    Un abbraccio discreto ma sincero,
    Barbara Tagliavini

    • gabrilu ha detto:

      Cara Barbara Tagliavini che piacere ritrovarti qui! Ti avevo persa nell’etere… Mi fa molto piacere sapere che ogni tanto passi da queste parti, e ti prego, in futuro, di essere un po’ meno silente 🙂
      Per il resto… che posso dire se non ringraziarti di quello che mi hai scritto? E’ bello sapere che le mie divagazioni non rimangono soltanto mie ma che ci sono persone che possano anche trarne piacere e persino una qualche utilità.
      Ma andiamo sul pratico: non ho idea della situazione delle librerie. Ormai le frequento molto poco… Il quartetto Rosendorf è certamente reperibile su Amazon sia in cartaceo che in eBook (io ho comprato l’eBook).

      Daniel Deronda penso proprio possa piacerti, e fai stra-benissimo a leggerlo in originale inglese! Beata te che puoi e sei in grado di farlo!
      Mi piacerebbe conoscere poi il tuo parere su entrambi i romanzi, sempre che tu abbia voglia di farlo, se e quando li leggerai.
      Intanto, grazie di nuovo e spero di rileggerti presto. Rinnovo l’invito ad essere meno discreta e meno silente 🙂
      Ciao!

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