GWENDOLEN E LE ALTRE

 

Romola Garai Gwendolen Harleth

Gwendolen Harleth (Romola Garai) in Daniel Deronda
Miniserie BBC del 2002

 

Gwendolen Harleth di Daniel Deronda, Dorothea Brooke di Middlemarch, Maggie Tulliver di Il mulino sulla Floss… molti tratti delle eroine e dei maggiori romanzi di George Eliot li ritroviamo, a volte più a volte meno immediatamente riconoscibili, in altre eroine ed in altri grandi romanzi della letteratura occidentale a cavallo tra il XIX ed il XX secolo ed in particolare nell’opera di altri due grandi:
Henry James e Marcel Proust.

HENRY JAMES raggiunge livelli eccelsi di approfondimento ed analisi psicologica con i suoi romanzi in cui al centro pone quasi sempre il rapporto e l’impatto tra personaggi appartenenti a due mondi diversi per cultura, consuetudini e stili di vita, regole morali: il nuovo mondo del continente americano (più precisamente quello degli Stati Uniti d’America) e il vecchio mondo dell’Europa.

George Eliot ebbe una notevole influenza su Henry James.

Scrive Cólm Toíbín in un articolo del 2007 comparso su The New York Review of Books intitolato Creating The Portrait of a Lady che “uno spettro perseguitava Henry James: lo spettro di George Eliot”. La incontrò per la prima volta quando lui aveva ventisei anni rimanendone immensamente impressionato, interessato e affascinato.

In una lettera al padre descrisse così quest’incontro e la sua interlocutrice: “Aveva la fronte bassa, gli occhi di un grigio spento, il naso grande e pendulo, una bocca larga nella quale si intravedevano i denti storti, e il mento e la mascella ‘qui n’en finissent pas’… Eppure in questa vasta bruttezza risiede una bellezza potentissima che in pochi minuti rapisce e affascina la mente, cosicché, alla fine, ci si ritrova innamorati di lei, come è accaduto a me. Sì, consideratemi innamorato di questa grande intellettuale dalla faccia cavallina.”

James legge tutti i suoi libri, ne recensisce una decina. Quando appare Middlemarch ne scrive entusiasticamente da Roma alla sua amica Grace Norton in America. Per la verità, James non apprezza molto la lunga tradizione della narrativa inglese rappresentata soprattutto da Anthony Trollope e William Thackeray — ma anche da Fielding e Hardy — consistente nelle frequenti intromissioni della voce dell’autore (“authorial intrusions”) che interviene nella narrazione con commenti, chiose, precisazioni. Secondo James, questi interventi diretti dell’autore spezzano l’incanto della finzione narrativa, ed il fatto che anche Eliot nei suoi romanzi segua questa tradizione letteraria inglese lo disturba. Nonostante questo, però, James ammira immensamente l’intelligenza dell’autrice, dice di lei che “George Eliot appare unica tra i romanzieri inglesi. Fielding era didattico — l’autrice di Middlemarch è realmente filosofica” La sua recensione di Middlemarch del 1873 comincia così: “Middlemarch is at once one of the strongest and one of the weakest of English novels,”

L’influenza più evidente dell’opera di Eliot sugli scritti di Henry James la si coglie forse soprattutto nel celeberrimo Ritratto di signora, il cui progetto James aveva in mente da parecchio ma che rimaneva ancora nebuloso. Fu, a quanto pare, la lettura di Daniel Deronda che in qualche modo gli indicò la strada, lo aiutò a farlo uscire dall’impasse ed a spingerlo a mettersi seriamente al lavoro su quello che sarebbe diventato il suo romanzo più famoso.

“Solo dopo aver letto Daniel Deronda gli venne in mente qualcosa che non aveva mai pensato prima: le possibilità drammatiche di una donna vivace distrutte da un matrimonio asfissiante” afferma Cólm Toíbín in The Master, la bella biografia romanzata che lo scrittore irlandese ha dedicato ad Henry James (ne avevo parlato >>qui)

Nella prefazione a Ritratto di signora James rende esplicito omaggio a George Eliot, riconosce il carattere decisamente moderno di questa donna di lettere britannica. “Quando si leggono con attenzione i romanzi di George Eliot, dice James, le emozioni, l’intelligenza tormentata, la coscienza morale dei suoi eroi e delle sue eroine diventano la nostra personale avventura”.

Secondo James, grazie a George Eliot il romanzo vittoriano non è più il “mostro informe” che era ai suoi esordi. Contrariamente ai romanzi delle sorelle Bronte, le aspirazioni contrastate, frustrate delle protagoniste si sviluppano secondo lui nelle opere di George Eliot in una analisi intellettuale più profonda e raffinata, tenendo a distanza le emozioni e rivelando l’anatomia della psicologia umana.

Nelle circa 700 pagine di Ritratto di signora (1881) Henry James affronta un tema molto simile a quello del rapporto tra Gwendolen Harleth ed Henleigh Grandcourt.

Isabel Archer, indimenticabile protagonista del romanzo, è una bella, intelligente e brillante giovane donna che decide di lasciare l’America e di compiere un viaggio in Europa nel segno dell’indipendenza da ogni laccio e da ogni pastoia. Ma prima a Londra e poi a Roma, quell’indipendenza si trasformerà in virtù di scelte sbagliate — e soprattutto con la decisione di sposare Gilbert Osmond un americano che vive a Firenze che si rivelerà anche troppo presto arido, egoista, tirannico — in un nodo che finirà per soffocarla. Isabel troverà però una sorta di paradossale riscatto nell’abbracciare, se pure a costo di dolorose e a volte anche umilianti rinunce, il senso del dovere: Isabel Archer porterà fino in fondo il peso di una scelta che mai avrebbe dovuto fare e delle cui conseguenze ha piena coscienza di essere l’unica e sola responsabile.

Per quanto riguarda Ritratto di signora, i debiti di Henry James nei confronti di George Eliot saltano subito agli occhi del lettore.

“l’affascinante e contraddittoria Gwendolen di Daniel Deronda è senza dubbio una sorella maggiore di Isabel”, scrive Guido Fink nella sua Introduzione a Ritratto di signora edito dalla New Compton Editori.

Le analogie tra questo romanzo e Daniel Deronda sono molto evidenti in particolare nell’analisi dell’anatomia del disastro matrimoniale delle due coppie Gwendolen Harleth-Heileigh Grandcourt e Isabel Archer-Gilbert Osmond anche se all’inizio, nel romanzo di Eliot, Gwendolen Harleth sposa l’odioso Grandcourt per ottenere sicurezza economica mentre la Isabel Archer di Henry James, provvista di suo di una considerevole fortuna è la vittima di un Osmond avido e pigro del quale si è disgraziatamente innamorata.

Nikole Kidman Ritratto di signora

Isabel Archer (Nikole Kidman) e Gilbert Osmond (John Malkovich)
nel film Ritratto di signora (1996) diretto da Jane Campion

 

Così come nella storia di Isabel ci sono molti elementi in comune con quella di Gwendolen, così in Gilbert Osmond non è difficile individuare molti tratti comuni con Henleigh Grandcourt, il marito di Gwendolen…

Grancourt Hugh Bonneville

Henleigh Grandcourt (Hugh Bonneville)
nella miniserie Daniel Deronda BBC del 2002

 

Egoista e freddo — una freddezza che ingannevolmente all’inizio in qualche modo appare rassicurante alla giovane fidanzata vagamente convinta che riuscirà a stemperarla quando saranno sposati — Grandcourt è (proprio come lo sarà Osmond) divorato dalla noia, ha delle passioni intermittenti e come unica religione l’apparenza. Ma sotto l’elegante indifferenza si nasconde l’aspro desiderio di dominare colei che ha sposato per la sua bellezza e per l’immagine lusinghiera che lei gli rimanda di se stesso. Una gioia raddoppiata poichè si tratta di sottomettere una ribelle. Gwendolen ha trovato un marito il cui piacere crudele consiste nel far sentire a sua moglie che lui la tiene prigioniera, che è sua prigioniera. Esattamente come farà Osmond.

Entrambe le nostre due eroine quando, dopo il matrimonio si renderanno conto del tragico errore da loro commesso sposando (se pur con motivazioni e partendo da presupposti diversi) un uomo che si diverte ad esercitare su di loro una ferrea tirannia psicologica si rendono conto di essere le uniche responsabili della loro scelta sbagliata e fanno tutto il possibile per non far trapelare all’esterno la loro infelicità mantenendo agli occhi del mondo l’apparenza di far parte di una coppia perfetta. Gwendolen ed Isabel di fatto diventano però entrambe, dopo il matrimonio, solo un “ritratto” di signora, un simulacro. Dietro la “rap-presentazione” c’è ormai, in realtà, solo un essere umano che si consuma nella sofferenza.

Sono proprio queste analogie e differenze tra le due eroine a spiegare l’ambivalenza, l’attrazione-repulsione di James nei confronti del romanzo della Eliot, ambivalenza che egli aveva espresso in un articolo comparso sulla rivista Atlantic Monthly nel 1876. E’ utile accennarne perchè in esso, James non si era dichiarato esplicitamente a favore o contro Daniel Deronda. Per parlare di questo romanzo della Eliot era ricorso ad un singolare (e secondo me molto significativo) espediente retorico/stilistico: allestisce infatti una conversazione tra una ragazza entusiasta del romanzo ed un’altra il cui giudizio è molto meno favorevole. La conversazione (un vero e proprio contraddittorio) tra le due ragazze è “arbitrata” da un terzo, un giovane uomo che molti commentatori hanno inteso come l’Alter ego dello stesso James. Non è facile affrancarsi dall’influenza di una grande romanziera che ha in qualche modo già percorso una strada che si è ancora solo iniziato ad esplorare…

RTP telefilm France 2

À la recherche du temps perdu
telefilm francese diretto da Nina Companeez (2011)

 

MARCEL PROUST amava molto la letteratura inglese.

Alla fine dell’Ottocento, la letteratura inglese occupava in Francia un posto non trascurabile. Il mercato del libro venne infatti invaso a partire dal 1850 da ondate successive di romanzi inglesi soprattutto grazie alla collana “Bibliothèque des meilleurs romans étrangers” della casa editrice Hachette. Accomunata a Charles Dickens o a Thomas Hardy, George Eliot è un autore sempre più evocato. La sua opera narrativa viene spesso analizzata nelle riviste letterarie, è punto di riferimento per molti autori francesi, in particolare per Marcel Proust, che (al pari di Henry James) è molto sensibile alla grande finezza psicologica di cui George Eliot dà prova nella sua opera narrativa.

Nella vasta schiera degli autori anglosassoni letti da Proust, George Eliot occupa un posto di primo piano. Quella che, negli anni della maturità, egli ricordava ancora come “le culte de mon adolescence” (lettera a Jacques Rivière del febbraio 1920) e per la quale confermava un interesse mai sopito, fu la scrittrice più amata e più importante per il perfezionamento della sua tecnica romanzesca. In effetti, George Eliot rimase un punto di riferimento costante durante tutto l’arco della vita di Proust come dimostrano le citazioni rintracciabili nelle opere e nel ricchissimo epistolario.

In una lettera del 1910 al suo amico Robert de Billy, ad esempio, scrive

“E’ curioso che in tutti i generi più differenti, da George Eliot ad Hardy, da Stevenson a Emerson non c’è una letteratura che abbia su di me un potere comparabile alla letteratura inglese ed americana. La Germania, l’Italia, spesso la Francia mi lasciano indifferente. Ma due pagine de ‘Il Mulino sulla Floss’ mi fanno piangere.”

(in Robert de Billy, Marcel Proust Lettres et Conversations, Paris, Editions des Portiques, 1930.

Citato in  Costanza Pasquali “Proust, Primoli, la moda. Otto lettere inedite di Proust e tre saggi”. La traduzione dal francese della citazione è mia)

L’influenza dei romanzi di George Eliot si rivela evidente — soprattutto negli scritti giovanili — sia a livello tematico che a livello formale e strutturale. Studiosi di Proust hanno analizzato le sue tecniche narrative e quelle di George Eliot ed hanno mostrato come si possano rilevare importanti analogie tra l’opera di Proust e quella di Eliot in particolare con Il mulino sulla Floss e Middlemarch.

Nella Recherche compaiono, è vero, solo tre e molto brevi riferimenti (allusioni, più che veri e propri riferimenti) a George Eliot.

Due di questi compaiono in À l’ombre des jeunes filles en fleurs. In uno si accenna al fatto che Andrée sta traducendo un romanzo di George Eliot; nel secondo (e per giunta tra parentesi) che Bergotte, molto sciovinista nei suoi gusti letterari, non apprezza — al pari di Ruskin — l’autore di Il Mulino sulla Floss: “[Bergotte] (rimaneva del resto molto esclusivamente del suo paese, detestava Tolstoj, George Eliot, Ibsen e Dostoevskij)”

La terza ed ultima allusione ad Eliot la si trova ne La prigioniera, e viene fatta in un momento in cui il Narratore si trova tra il sonno e la veglia: “Del resto, anche nella limpida follia che precede quei sonni più pesanti, se frammenti di saggezza galleggiano luminosi, se i nomi di Taine, di George Eliot non vi sono ignorati, resta nondimeno al mondo della veglia la superiorità di poter essere ogni mattina continuato, mentre non si può farlo ogni sera con il sogno.”

Poche citazioni e riferimenti diretti, dunque, nella stesura definitiva della Recherche ma l’importanza di George Eliot nella creazione letteraria di Proust è stata più volte sollevata dalla critica. Inoltre, Proust fa a più riprese esplicitamente riferimento ad Eliot nella presentazione delle sue traduzioni di Ruskin sia nella prefazione a La Bible d’Amiens che nelle note a piè di pagina di Sésame et les Lys.

Gli studiosi di Proust che hanno avuto modo di occuparsi a fondo di tutti i paratesti di Alla Ricerca del tempo perduto concordano nel rilevare che lo scrittore Proust è stato influenzato ed ispirato da George Eliot, i cui romanzi si intravedono in filigrana nella trama testuale della Recherche.

I manoscritti proustiani, le bozze, le “paperolles” custodite dalla Bibliothèque nationale de France contengono molti accenni e riferimenti a George Eliot, fogli volanti in cui Proust ha scarabocchiato a matita appunti di lettura su Adam Bede e Silas Marner.

RTP film Ruiz

Le Temps retrouvé
film franco italo portoghese, regia Raoul Ruiz (1999)

pallino

George Eliot, Henry James, Marcel Proust. Ancora una volta penso a quanto scrive Milan Kundera in quel per me preziosissimo saggio che è L’arte del romanzo:

“Lo spirito del romanzo è lo spirito di continuità: ogni opera è la risposta alle opere che l’hanno preceduta, ogni opera contiene tutta l’esperienza anteriore del romanzo. Ma lo spirito del nostro tempo è concentrato sull’attualità, che è così espansiva, così ampia, da escludere il passato dal nostro orizzonte e ridurre il tempo al solo attimo presente. Preso in questo sistema, il romanzo non è più opera (cosa destinata a durare, a congiungere il passato all’avvenire), ma un’avvenire di attualità come tanti altri, un gesto senza domani.”

Ecco, io non voglio “escludere il passato dal nostro orizzonte e ridurre il tempo al solo attimo presente”, non voglio che un’opera letteraria (stiamo parlando di questo) si riduca ad essere “un gesto senza domani”.

pallino

Su NSP

  • Il post su Ritratto di signora di Henry James >>
  • Il post su Daniel Deronda di George Eliot >>
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13 risposte a GWENDOLEN E LE ALTRE

  1. Ivana Daccò ha detto:

    Bello! E molto utile alla lettura

    • gabrilu ha detto:

      Grazie Ivana, e siccome so di avere a che fare con una lettrice di George Eliot di provata fede 🙂 mi piacerebbe molto conoscere poi le tue impressioni su Daniel Deronda
      Ciao!

      • Ivana Daccò ha detto:

        Perché no! Sarebbe una buona idea, da estendere, confrontare letture dei libri che amiamo. E George Eliot meriterebbe che se ne parlasse, e la si leggese, un po’ di più.
        Dammi un po’ di tempo. 😉

  2. dragoval ha detto:

    L’importanza di questo tuo post non risiede soltanto (soltanto!) nei contenuti, dato che, dipanando il filo rosso che lega George Eliot (nientemeno che ) a James e Proust si ripercorre praticamente quasi per intero la produzione letteraria occidentale del secondo Ottocento; questa volta l’aspetto cuciale, mi sembra, risiede nella dichiarazione di intenti, di un rifiuto- con Kundera- di una letteratura che non si ponga in un dialogo diacronico con le opere passate e con quelle che verranno. E’ questo, mi sembra, il motivo dell’ insipienza e dell’ irrilevanza di molta della produzione narrativa di oggi, schiacciata sul presente e dunque, per definizione, (sempre più) rapidamente transeunte, destinata a durare nella memoria individuale e collettiva molto meno del tempo necessario alla sua composizione.
    Grazie per avercene donato, o restituito, la consapevolezza.

    • gabrilu ha detto:

      dragoval come sempre, i tuoi commenti contribuiscono e di molto ad allargare il campo, cosa che mi piace molto accada 1°) perché un post per quanto chilometrico non può *mai* essere esaustivo e dire *tutto* e soprattutto perché esprime un solo punto di vista, e cioè quello di chi l’ha scritto 2°) perché nel caso particolare hai centrato uno degli aspetti della “forma romanzo” (chiamiamola così anche se adesso questo formula non appare più monolitica come poteva essere fino più o meno al secolo scorso) che sempre di più mi sta a cuore, che Kundera esprime a mio parere benissimo e che tu hai sintetizzato in modo eccellente
      ciaociao 🙂

  3. EnzoRasi ha detto:

    Se fosse stata ( ma credo lo sia) una lectio magistralis sulla letteratura occidentale e europea a cavallo tra 800 e 900, l’avrei considerata persino troppo breve. Però in genere una conferenza di questo tipo ha sempre in coda discussioni importanti che allungano il tempo.
    Concordo con Dragoval, è la conclusione del tuo escursus la parte fondamentale di ciò che hai scritto, sull’essenza del concetto di romanzo e sulla sua valenza storica nel legare le stagioni diverse le une alle altre. Su questo particolare aspetto si potrebbe discutere a lungo e sarebbe dialogo importante e fecondo, probabilmente pieno di contraddizioni e “scontri” di opinione.
    Sul fatto, a mio parere incontrovertibile, che la letteratura odierna non abbia un nerbo così forte da superare il tempo e scada troppo spesso in una cronnaca banale potremmo aprire un dibattito qui da te; potremmo uscire dall’ambito ristretto di un blog di “libri” e passare a quello molto più vitale dei ” lettori”. Immediatamente dopo si aprirebbe lo scenario sugli scrittori presenti sul web
    ( ahimè) o dei presunti tali perche scrivi solo se hai letto, produci letteratura se ne hai mastìcata abbastanza. E’ lecito quindi riflettere sul pericolo che pascendosi di scarsa letteratura, accettando ristoranti dalle mille portate tutte fondamentalmente di scarsa qualità ma sparluccicanti si finisca poi per scrivere allo stesso modo? Siamo diventati tutti più transeunti del dovuto? Temo di sì.
    Ottimo lavoro signora.

  4. gabrilu ha detto:

    Enzo Rasi
    lungi da me l’idea di ammannire (o anche tentare di ammannire) una qualsivoglia lectio magistralis! Che gli Dei dell’Olimpo mi fulminino e mi salvino da questo tipo di tentazione…
    No, i miei post sono solo divagazioni a briglia sciolta… en plein air su testi che mi interessano e mi fanno riflettere. Ed ho utilizzato non a caso la parola “testo” perché non di soli libri mi interesso ma divagazioni analoghe possono capitarmi anche con un film, una serie TV, un’opera lirica… o a proposito di un dipinto (anche se per il linguaggio delle arti figurative, che pure mi piacciono molto, non mi sento padrona abbastanza da avventurarmi a discettare e le mie considerazioni le tengo pudicamente per me ;-).

    Tutto questo anche per dire che NonSoloProust non è necessariamente “un blog di libri”, anzi, a dire il vero io stessa non so bene cosa sia. L’unica cosa che so con certezza è che non ha etichette, non ha uno schema cui sia io che voi sentirci in dovere di attenerci; le digressioni e le divagazioni sono possibili perché, come dicevo più sopra a dragoval contribuiscono ad allargare il campo ed a prendere in considerazione aspetti e punti di vista diversi. Mi verrebbe da citare Steve Jobs e il suo “think different”, per dire… 🙂

    Quindi se volete aprire dibattiti su lettori, la lettura o quant’altro può scaturire da un qualunque mio post fatelo pure, abbiamo solo da guadagnarci, e non è nemmeno detto che io debba per forza intervenire e dire a tutti i costi la mia. Spesso è anche più utile ascoltare/leggere quello che dicono/scrivono gli altri.

    Tornando alla questione della lectio magistralis (quanto mi hai fatto ridere, con ‘sta cosa! 🙂 ): non ho proprio intenzione di enunciare teorie sul romanzo o comunque teorie di alcun genere. Non possiedo gli strumenti concettuali adeguati e comunque in genere diffido abbastanza delle teorie che troppo spesso tendono ad ingabbiare.
    Forse vi divertirebbe conoscere com’è nato questo post, che come molto spesso mi succede non è stato scritto da me ma che di fatto … si è scritto da solo.
    Ciao e grazie! 🙂

  5. Geneviève LAMBERT ha detto:

    Gentile Gabriela,
    A lei lettrice di George Eliot e autrice di questo bell’articolo, potrebbe interessare un libro appena uscito di questo lato delle Alpi : Mona Ozouf, L’Autre George : A la rencontre de George Eliot, Gallimard, 2018.
    Grazie per il suo lavoro e cordiali saluti.

  6. dragoval ha detto:

    L’immagine di copertina del romanzo, la bella Gwendolen che impugna l’arco rapida e sicura, mi dava una sensazione di dejà-vu che non ruscivo a spiegarmi. Poi, ecco che d’improvviso ho ricordato:
    May Welland stava appunto uscendo dalla tenda. Nel suo abito bianco, con un nastro verde pallido intorno alla vita e una ghirlanda di edera sul cappello, aveva lo stesso distacco da dea Diana come quando aveva fatto il suo ingresso nella sala da ballo dei Beaufort la sera del suo fidanzamento. Nel frattempo sembrava che i suoi occhi non fossero stati attraversati da nessun pensiero e che il suo cuore non fosse stato raggiunto da alcuna passione ; e il marito, anche se sapeva che lei era in grado di pensare e di avere dei sentimenti, tornò a stupirsi del modo in cui la conoscenza della vita neanche la sfiorasse.
    Impugnava arco e freccia e, prendendo posto sul segno tracciato in gesso sul tappeto erboso, sollevò l’arco all’altezza della spalla e prese la mira.L’atteggiamento era di una tale grazia classica che un mormorio di approvazione accolse la sua comparsa e Archer avvertì il calore del possesso, che così spesso lo ingannava facendogli provare effimeri momenti di benessere .[…]«Perbacco», Archer udì dire da Lawrence Lefferts, «nessuno tiene l’arco come lei»; e Beaufort ribatté: «Sì, ma questo è l’unico tipo di bersaglio che mai colpirà.» Archer provò un moto di rabbia irrazionale. Lo sprezzante omaggio reso dal suo ospite alla «piacevolezza» di May era proprio quello che un marito si sarebbe augurato di udire nei con-fronti della propria moglie. Il fatto che un uomo poco raffinato la trovasse priva di attrattive era semplicemente un’ulterioreprova delle doti di lei; eppure quelle parole gli diedero un fremito appena percettibile nel cuore. E se la «piacevolezza», portata alle estreme conseguenze, fosse soltanto un dato negativo, un sipario calato per nascondere il vuoto? Non appena guardò May, che si rianimava e riacquistava la calma grazie al tiro finale con cui aveva centrato il bersaglio, lui ebbe la sensazione di non aver mai sollevato fino a quel momento quel sipario
    (Edith Wharton, L’età dell’innocenza ).
    Anche May Welland, dunque, è soltanto un ritratto di signora , però felicemente conseziente: se Gwendolen e Isabel sono personaggi compiuti, profondi, perché attraverso percorsi diversi hanno esperito la cognizione del dolore , lei non rivela alcuna umanità dietro il suo aspetto grazioso,ma solo aridità e cinismo, gazie a cui non esiterà a stroncare la rivale Ellen Olenska con la sua sottile, innocente perfidia.
    Nel romanzo della Wharton i rapporti di forza delle dinamiche coniugali appaiono quindi rovesciati: qui è il marito, Newland Archer, a soffrire per la tensione tra l’amore romantico e le costrizioni delle apparenze, mentre May si rivela invece al tempo stesso profondamente vacua e abile calcolatrice; ma certamente l’autrice, devota allieva di Henry James, avrà letto l’opera di George Eliot, a cui la scena sopra citata appare un evidente omaggio, anche perché May Welland riesce inopinatamente a realizzare quello stesso sogno di dominio e di controllo sul marito (o meglio sulla stabilità della propria posizione sociale) che si rivelerà invece vano, frustrato e frustrante in Gwendolen Harleth.

    • gabrilu ha detto:

      Dragoval
      Sono molto d’accordo con l’analisi e l’accostamento che tu fai tra i romanzi di Eliot, James e Wharton. Non mi soffermo quindi su questo tranne che per ringraziarti del contributo che allarga ancora di più il campo ed ancora una volta mostra (qualora ce ne fosse bisogno) quante connessioni ci possono essere tra testi narrativi in apparenza molto distanti tra loro.

      Approfitto invece del tuo commento per centrarmi (il verbo non è scelto a caso 😉 su un aspetto particolare che mi ha parecchio intrigata ed al quale non avevo potuto accennare nel post, già smisuratamente lungo. Mi riferisco alla questione del tiro con l’arco, che potrebbe apparire un dettaglio marginale ma che in realtà secondo me non lo è affatto.

      Il dipinto riprodotto sulla copertina dell’edizione italiana è un olio su tela del 1872 del pittore vittoriano William Powell Frith (1819-1909). Si tratta di The Fair Toxophiles. Il dipinto si trova al Royal Albert Memorial Museum.
      Interessante notare che anche l’edizione francese Gallimard di Daniel Deronda ha in copertina lo stesso dipinto…Stessa cosa per parecchie edizioni inglesi e per la locandina della serie TV BBC…

      Il tiro con l’arco era infatti una delle pochissime attività atletiche cui le donne della media ed alta borghesia vittoriana potevano partecipare senza mettere in pericolo la propria rispettabilità. Era un’attività molto popolare e la stessa Regina Vittoria si dedicava al tiro con l’arco con grande passione.

      tiro con l'arco

      Partecipare a eventi e competizioni con il tiro con l’arco era tra l’altro considerato anche un’ottima opportunità per le ragazze da marito di frequentare uomini senza la presenza di uno chaperon, e cioè di una di quelle signore possibilmente anziane (e spesso mortalmente noiose) che accompagnava le ragazze di buona famiglia nelle loro sortite in società…

      Non è perciò strano, a me pare, che il tiro con l’arco sia presente nel romanzo della inglesissima e vittorianissima Eliot ed in quello dell’americana Wharton che peraltro, come giustamente dici tu, doveva certamente conoscere Daniel Deronda. L’età dell’innocenza, del 1920, è certo ambientato negli Stati Uniti, ma l’alta borghesia di cui fanno parte sia May Welland che Newland Archer ha per riferimento, come modelli di comportamento, quelli dell’aristocrazia e della upper class inglese (mentre diffida e guarda con sospetto usi e costumi francesi, in genere considerati disdicevoli ed immorali, come dovrà sperimentare sulla propria pelle la povera Madame Olenska…).
      Il tiro al bersaglio ha poi, a mio parere, nelle due storie narrate da Eliot e Wharton, una grande valenza simbolica. Entrambe le donne (May da una parte e Gwendolen dall’altra) hanno un obiettivo preciso, “mirano ad un bersaglio”: prendere e mantenere il possesso di un uomo, riuscire a controllarlo. May, con la sua finta innocenza e con la sua scaltra grande capacità di utilizzare a proprio favore tutte le ferree regole sociali che dominano nel suo ambiente ci riesce; Gwendolen vince la gara di tiro con l’arco ma sbaglia clamorosamente la mira e fallisce drammaticamente il bersaglio nella propria vita affettiva.
      Nel romanzo della Eliot la giornata della gara di tiro con l’arco è fondamentale, per lo svolgimento della storia di Gwendolen. E’ una giornata cruciale, rappresenta una vera e propria svolta, una giornata in cui si decide il destino non solo di Gwendolen ma anche di altri personaggi (anche se, per il momento, essi non ne sono pienamente consapevoli e ignorano le conseguenze di una serie di azioni e di reazioni che tra loro avvengono proprio quel giorno).
      Mi fermo qui, l’ho fatta già anche troppo lunga, ma era solo per sottolineare un altro dettaglio secondo me ricco di significati.
      ciaociao 🙂

  7. dragoval ha detto:

    Ed io, a mia volta, per timore di annoiare te ed altri eventuali lettori mi ero astenuta dalla lenzuolata sul significato archetipico delle fanciulle-Artemide, libere, indipendenti e sicure prima che il matrimonio vinca la loro renitenza al necessario assoggettamento alle regole sociali (i.e., al sostanziale patronato maschile). La simbologia è anche troppo esplicita; ma non sapevo niente dell’importanza sociale del tiro con l’arco, argomento, anche per me (a maggior ragione!) estremamente intrigante, se può trasformare anche la compassatissima Queen Victoria in una sorta di regina…..delle Amazzoni 🙂
    Un saluto a te e grazie come sempre

    • gabrilu ha detto:

      Dragoval
      Allora. Io parlo per me e mi dico: e se cominciassi a fregarmene alla grande di robe del tipo “ho paura di annoiare eventuali lettori”, “ho paura di trattare temi e parlare di libri che forse non interessano ad alcuno” e invece… facessi un po’ quello che mi pare? In altre parole: chi vuole frequentare questo blog lo può fare, chi non vuole frequentarlo non lo frequenta. Chi vuole leggere legge, chi si annoia ha ampie scelte alternative. L’Internet italiano è stracolmo di eccellenti blog letterari e non solo.

      Lo spazio commenti è libero, non ho mai messo vincoli di autorizzazione o altro. Mai avvertita (finora, che del doman, come è noto, non v’è certezza) la necessità di moderare alcunchè. Chi vuole intervenire può farlo, chi vuole leggere e stare zitto lo faccia. Liberi tutti.

      … E allora perchè caspita dovremmo auto-limitarci e non scrivere quello che ci viene da scrivere seguendo gli stimoli che ci vengono dai post e/o dai commenti?

      L’unico limite è lo spazio dato da WordPress (che, per quel che mi risulta, è molto, molto ampio e generoso) e dai soliti ed ovvi limiti di buona convivenza e civiltà che — me fortunata — su NSP non sono mai stati non dico varcati ma nemmeno sfiorati.
      E dunque, cara Dragoval, se ci va di scrivere, scriviamo, e se non ci va di farlo, non lo facciamo.
      E questo vale per tutti coloro che si trovano a passare da questo blog.
      Buone Feste a tutte e a tutti.

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