SALVARSI – LILIANA PICCIOTTO

Liliana Picciotto Salvarsi
Liliana Picciotto Salvarsi. Gli ebrei d’Italia sfuggiti alla Shoah 1943-1945. Una ricerca del Centro di documentazione ebraica contemporanea, pp. 570, Einaudi Storia, 2017

“Gli ebrei presenti, alla fine di settembre del 1943, nell’Italia occupata, erano 38.994, di cui 33.452 italiani e 5.542 stranieri. Di tutti costoro, quelli identificati, arrestati e deportati (morti e sopravvissuti) oppure uccisi in Italia prima della loro deportazione, sono stati 7.172. Rimasero perciò non catturati e sfuggiti alla Shoah 31.822 ebrei, tra italiani e stranieri, oggetto di questa ricerca… Gli scampati rimasti in patria furono cioè più dell’81 per cento”.

Il volume è il risultato di un progetto di ricerca dedicato alla “Memoria della salvezza”, è il tentativo di rispondere ad una serie di domande e di spiegare attraverso quali percorsi, per il tramite di chi, con il concorso di quali fattori “un alto numero di ebrei d’Italia si sia potuto salvare durante il biennio 1943-45, mentre l’occupante nazista e il suo alleato fascista misero in pratica ogni sforzo possibile per opprimerli e non lasciare loro alcun margine di scampo”

pallino

Questo volume presenta i risultati di nove anni di lavoro di ricerca realizzato nell’ambito del CDEC da Liliana Picciotto (studiosa, autrice di numerose opere, responsabile delle ricerche storiche del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano) e dalle sue collaboratrici Chiara Ferrarotti, Luciana Laudi e Gloria Pescarolo su come un’alta percentuale di cittadini ebrei abbia potuto salvarsi. Nell’ambito del CDEC Liliana Picciotto oltre venti anni fa aveva sviluppato la sua precedente indagine non sui salvati, ma sui sommersi, sugli oltre 7000 ebrei residenti nella nostra penisola che furono deportati, in massima parte senza ritorno, o che perirono in Italia per mano dei persecutori nazisti e dei loro alleati italiani. Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall’Italia. 1943-1945 (Mursia, Milano 1991 e 2001 ed ora anche in linea: www.nomidellashoah.it).

Al contrario di quanto già descritto in quel libro e in numerosi studi dedicati alla Shoah in Italia, si parla dunque, in Salvarsi, di quello che Liliana Picciotto chiama “rovescio della medaglia”.

I risultati di questa ricerca sono il frutto di un lavoro che definire ciclopico ed enciclopedico non è esagerato: 700 interviste ad anziani raccolte in tutta Italia, analisi di decine di migliaia di documenti d’archivio e libri di memorie, da cui sono stati tratti dati conservati su database interrogabili. Sarebbe impossibile riassumere qui tutti i contenuti del volume. Il libro è da leggere tutto, io mi limiterò ad accennare alla struttura del libro, ad alcuni aspetti che hanno caratterizzato la ricerca, ad alcuni risultati che personalmente mi hanno particolarmente colpita e/o sorpresa.

°°°° La prima parte del volume, denominata “La ricerca”, presenta la metodologia progettata dal CDEC a partire dal 2007.

°°°°La seconda parte, denominata “La storia”, è dedicata alla ricostruzione del contesto.

Alcune date cruciali: fondamentale per il destino degli ebrei italiani fu lo speciale censimento nazionale degli ebrei disposto dal Ministero dell’Interno tramite la sua Direzione generale per la demografia e la razza (Demorazza) che fu svolto il 22 agosto 1938 e nei giorni seguenti nel quale gli ebrei vennero individuati, contati e schedati in previsione dell’emanazione delle leggi antiebraiche (denominate “razziali” dal governo fascista). Gli ebrei furono definiti tali secondo l’inedito criterio della razza e risultarono essere 58 412. Per moltissimi ebrei questo censimento si rivelò poi tragicamente fatale.

L’emanazione del complesso legislativo antiebraico denominato ´Provvedimenti per la difesa della razza italiana’ (le cosiddette e famigerate Leggi Razziali), le cui prime battute furono, il 5 settembre 1938, il Regio decreto legge sull’espulsione degli ebrei dalla scuola e, il 7 settembre, il Regio decreto legge sull’espulsione degli ebrei stranieri dal suolo italiano, e che stabiliva principi stringenti per la definizione della “razza” di ognuno.

Altre date fatali, dopo la deposizione di Mussolini il 25 luglio del 1943, l’annuncio dell’armistizio segreto sottoscritto il 3 settembre tra le potenze alleate e l’Italia, l’occupazione tedesca l’8 settembre 1943.

°°°°La terza parte, “I numeri”, è dedicata alla rappresentazione grafica e numerica della popolazione ebraica in Italia al tempo della Shoah, ai fenomeni che si sono avuti relativamente alla salvezza, ai numerosi esempi che si possono fare per i differenti casi. Non sono pagine aride, tutt’altro: consentono di visualizzare con un colpo d’occhio la complessità e le tante variabili della situazione.

°°°°La quarta parte, denominata “Le persone”, è dedicata a testimoni diretti che raccontano in prima persona le loro vicende. I percorsi che sono stati ricostruiti dalla ricerca del CDEC hanno riguardato 10.599 casi, circa un terzo quindi del numero effettivo dei “salvi”. Di queste oltre diecimila storie sono riportate, nel volume, quarantotto storie: ventitré di ebrei salvatisi grazie al soccorso esterno, venticinque di ebrei salvatisi da sé, cioè di circostanze dove, autonomamente, cittadini ebrei trovarono il modo per salvare sè stessi e la propria famiglia. Ci sono anche i racconti di due Giusti tra le Nazioni che raccontano la loro storia.

°°°°Conclude il volume un’ accurata bibliografia sui numerosi libri di memorie e di ricostruzioni storiche pubblicati dal dopoguerra a oggi.

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Lessico e terminologia: Salvi o salvati? Soccorritori o salvatori?

“Quale può essere la designazione lessicale migliore per definire gli ebrei trovatisi vivi dopo la fine del conflitto: sopravvissuti, salvati, superstiti (survivors, all’americana), scampati? Scegliamo la definizione ´salvi’ perchè aggettivo sostantivato che racchiude in sè tanto il concetto di salvato per opera di una persona terza, quanto quello di salvo perchè autosalvatosi. Per salvi, si intende quegli ebrei che si ritrovarono, alla fine del secondo conflitto mondiale, vivi, non deportati e risiedenti su suolo italiano.

Per l’insieme dei soccorritori, abbiamo abbandonato la definizione sviante di ´salvatori’ (in inglese rescuers) perchè contiene la nozione di persona che, con il suo esclusivo e determinante intervento, ha procurato la salvezza di un’altra persona. Questo volume dimostra al contrario che pochissimi furono i salvatori tout court, la maggioranza delle persone ha eseguito un frammento di opera, non tutta l’opera, agendo consapevolmente o inconsapevolmente “in rete”. Le azioni morali messe in campo sono responsabilità, solidarietà, generosità, fraternità, compassione, carità, declinate nei più diversi modi. La parola per definire chi ha agito in questo modo è, a nostro avviso, ´soccorritore’ “

Liliana Picciotto attribuisce molta importanza alla distinzione tra “salvi” e “salvati” ed al percorso di auto salvezza, perchè spesso viene detto che per ogni ebreo salvato c’è stato un salvatore che lo ha aiutato. Secondo l’autrice, il quaranta per cento dei salvi non avrebbe potuto salvarsi senza un aiuto esterno, mentre il venti per cento ha avuto la prontezza di spirito e l’immaginazione sufficiente per predisporsi autonomamente la via della salvezza, e un trenta per cento ha avuto un’esperienza mista.

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Le domande a cui il volume di Liliana Picciotto si propone di rispondere, le questioni storiografiche che emergono dal tema sono davvero molte. Provo ad elencare le principali. Già la sola lettura di queste fa intuire la complessità e l’interesse che possono suscitare le risposte.

Innanzitutto, come mai un così gran numero di scampati rispetto ad altri paesi occupati dai nazisti, come ad esempio la Francia, l’Olanda, la Grecia?
Qual’era la definizione giuridica di “ebreo”, definizione in base alla quale veniva deciso il destino di un essere umano?
Come si sono salvati questi ebrei? Autonomamente o grazie all’aiuto di altri? Fuggendo dall’Italia o restandovi nascosti, in clandestinità?
Quali conoscenze avevano del pericolo a cui erano sottoposti? Che cosa sapevano gli ebrei in Italia della Shoah che infuriava già, in tutta l’Europa sotto influenza nazista, tanto che il 30 giugno 1943 il Reich (Germania, Austria e Protettorato di Boemia e Moravia) era già stato proclamato Judenrein, privo di ebrei? E che cosa ne sapeva la gente comune?
Come maturò, tra i perseguitati e tra i loro soccorritori, la cognizione che con l’8 settembre del 1943 si fosse collettivamente superata una soglia fatale, oltre la quale tutto sarebbe precipitato? Chi dimostrò di avere colto qual era la sfida del momento rivelò anche di avere intuito il disegno degli eventi.
Quale fu il destino dei figli di matrimonio misto? Quale il destino del coniuge ebreo in un matrimonio misto? E ancora, quale fu il destino degli ebrei battezzati?
Quale fu il rapporto tra l’aiuto prestato agli ebrei e quello prestato ad altri gruppi in pericolo, come i militari che non aderirono a Salò, gli antifascisti, i partigiani?
Quale fu il rapporto con la Resistenza?
Quale fu il rapporto con la Chiesa?
Da chi dovevano guardarsi gli ebrei, solo dai tedeschi occupanti o anche dai militi della Repubblica Sociale considerato il ruolo fondamentale che i fascisti di Salò ebbero nella persecuzione, a partire dalle norme contro gli ebrei del 30 novembre 1943 fino alla gestione degli arresti e all’organizzazione di una fitta rete di campi di concentramento, destinati a raccogliere gli ebrei in attesa di consegnarli ai nazisti per la deportazione?
Quali furono le motivazioni che spinsero tante persone ad aiutare gli ebrei? E’ possibile individuare una tipologia ed una gerarchia di motivazioni?
Che tipo di rischi correvano i soccorritori, considerando che, a differenza che in Polonia, e a differenza dell’aiuto dato ai partigiani, in Occidente il solo soccorso agli ebrei non era punito? Quali erano — dalla parte dei perseguitati e dalla parte dei soccorritori — i rischi reali ed i rischi percepiti?
E ancora: c’era differenza tra il soccorso agli ebrei e il soccorso ad altre parti sociali, ugualmente bisognose di passare nella clandestinità o di varcare il confine italo-svizzero (renitenti alla leva, soldati dell’esercito alleato evasi, antifascisti)? Qual era il rischio reale per un normale cittadino che desse soccorso agli ebrei? Può questo soccorso definirsi come resistenza civile? E che cosa accomuna la resistenza civile e la resistenza armata? In quale modo il fatto di essere perseguitati non singolarmente, ma per famiglie intere, ha influito sulla scelta delle modalità di fuga o di passaggio in clandestinità?

Molte altre domande e risposte emergono poi dalla ricostruzione e dal racconto dei percorsi dei salvi.

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Gli ebrei italiani non ebbero subito piena consapevolezza del pericolo che incombeva su di loro. I segnali premonitori dell’inferno che si sarebbe scatenato con la retata a Roma il 16 ottobre 1943 mostrano ad esempio che tali segnali non vennero colti, considerato che le possibilità di eclissarsi prima che quest’inferno venisse scatenato c’erano state ma non vennero sfruttate. La vera svolta si ebbe dopo il crollo istituzionale e dopo l’ufficializzazione dell’armistizio con gli Alleati. Solo allora gli ebrei compresero che non si trattava più, per loro, di cercare di attenuare gli effetti delle norme di esclusione, depauperamento, stigmatizzazione e marginalizzazione volute dal regime fascista con le Leggi Razziali ma di fuggire, rendersi letteralmente invisibili perchè in gioco a questo punto c’era la vita. La propria e quella dei familiari.

Nel libro vengono sfatati parecchi luoghi comuni. Uno di questi è l’idea che il fascismo italiano fosse una sola cosa con il nazismo di Adolf Hitler. La condotta dei persecutori era caratterizzata dalla eterogeneità. Le normative nei confronti degli ebrei, ad esempio, differivano. Mentre gli italiani procedevano all’arresto di tutti quanti fossero considerati ebrei in basi alle leggi razziali emanate nel 1938 non facendo eccezione per i coniugi di matrimoni misti, i tedeschi facevano riferimento alla loro legislazione in materia, che discriminava temporaneamente invece coloro che, in quanto ebrei, erano spostati con non ebrei. D’altro canto, gli italiani salvaguardavano i malati gravi e gli ultrasettantenni, mentre i tedeschi si comportavano in maniera opposta. Tutto questo disorientava le vittime, che non sempre riuscivano a capire in quale categoria si trovavano collocati e non erano dunque in grado di prevenire, immaginare quale sarebbe stato il comportamento delle autorità.

Salvarsi significò per gli ebrei nel biennio 1943-1945 una storia di fughe precipitose, di continui spostamenti, di affannosa ricerca di documenti falsi e di tessere annonarie. Un nomadismo continuo, inteso nel senso piú lato del termine: fuggire, lasciare la casa, cambiare identità e residenza.

Aiutare, soccorrere. Nel periodo 1938-43 precedente alla Shoah il numero delle persone che mostrarono solidarietà verso la pubblica umiliazione degli ebrei e il loro bando dalla società fu incredibilmente basso, pochi i gesti di solidarietà privati… E questo, nonostante il fatto che rispetto alla Germania, in Italia la pressione poliziesca sulla popolazione era meno accentuata: “non si può certo dire che il popolo italiano, a causa del terrore, non avesse alternative nei propri comportamenti se non obbedire.”

“I simpatizzanti verso gli ebrei, nel periodo 1938-43, erano avvolti dal sospetto sociale e rischiavano richiami da parte delle autorità. Quando però, nel periodo 1943-45, non si trattò più di mettere in campo senso di giustizia, ma generosità umana, le azioni in soccorso degli ebrei si moltiplicarono.”

C’è da notare però che “gli ebrei erano una insignificante minoranza rispetto agli altri “ricercati” e soccorrerli era meno rischioso che non proteggere soldati dell’esercito nemico o militari italiani, considerati disertori”

Davvero molto interessante, dal mio punto di vista, è quanto emerge rispetto al comportamento del mondo cattolico, al soccorso prestato agli ebrei in pericolo di vita tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945. A questo proposito voglio citare testualmente alcuni passaggi del libro:

“Non ci sembra storiograficamente fondata la questione di un eventuale intervento, orale o scritto, di papa Pio XII in favore del salvataggio degli ebrei in Europa, in Italia, o a Roma. Non se n’è trovata traccia e, d’altronde, per essere efficace, avrebbe dovuto essere pubblico e rivolto a tutti i cattolici”

“Non si può non sottolineare come, ufficialmente, degni di attenzione per la Santa Sede fossero, durante l’arco temporale della persecuzione, solo e soltanto i cattolici non ariani, cioè gli ebrei battezzati.”

“Nei documenti della Santa Sede relativi alla persecuzione antiebraica si legge spesso l’espressione «cattolici non-ariani»: è la definizione che la Chiesa dava degli ebrei convertiti al cattolicesimo”

“Scindiamo dunque la questione tra un eventuale intervento politico del papa a capo di una nazione neutrale avente una sua diplomazia e regole proprie, e il principio fondante della carità, cui tutti i cristiani sono chiamati a ottemperare.”

In questo quadro generale, nell’opera di accoglienza ai perseguitati l’iniziativa fu presa da gerarchie ecclesiastiche intermedie che agivano in favore di perseguitati di ogni genere, facendo capire ai superiori quello che stava succedendo, ma non coinvolgendoli. “La parola d’ordine era che il Vaticano dovesse rimanere “neutrale” nel quadro della guerra in corso, anche di fronte alle vittime del nazismo.”

Viene sottolineato che niente fu imposto e niente fu proibito dall’alto: rispetto alla politica di accoglienza le case religiose furono lasciate libere: potevano ospitare o meno i bisognosi, appartenenti a varie categorie. L’atteggiamento della Chiesa fu quello di una “carità indistinta” che “sottolinea inoltre come la mancanza di presa d’atto della specifica persecuzione contro gli ebrei non indusse a un particolare dispositivo di salvataggio nei loro confronti.”

Piú i gruppi erano ristretti, meno davano nell’occhio, aumentando cosí la possibilità di salvezza. Le famiglie numerose si spezzarono e una parte percorreva una via di salvezza, una seconda ne percorreva un’altra. La decomposizione delle famiglie significava anche che qualcuno scampava, qualcuno rimaneva travolto dalla Shoah. L’importante era non essere stati registrati come ebrei dal capofamiglia al momento del censimento ordinato dal governo nell’estate del 1938, censimento-schedatura.

Importanza di quella che nel libro viene chiamata “geografia della salvezza”.

“Per comprendere i meccanismi di salvezza, occorre analizzare i singoli contesti locali, che potevano essere più o meno carichi di pericolo: trovarsi a Trieste o a Fiume, in piena Zona di operazione litorale adriatico, dove spadroneggiava la polizia di sicurezza tedesca autonomamente, significava meno possibilità di salvezza che nelle regioni che si affacciavano sull’Adriatico centrale; Assisi era una città-ospedale per militari tedeschi e la polizia di sicurezza non vi mise mai piede. Nella provincia di Chieti in Abruzzo, che nell’ottobre del 1943 era diventata zona di guerra per l’organizzazione della linea difensiva Montecassino-Pescara, prevalevano militari tedeschi della Wehrmacht o della Feldgendarmerie e il peggio che potesse capitare era di incontrarli. Dato che non era loro compito arrestare e deportare ebrei, fermavano e consegnavano gente indesiderata alla polizia italiana che, a sua volta, consegnava alla polizia tedesca.”

Roma e la sua specificità: la città aveva la piú alta concentrazione di case religiose e conventi al mondo e, d’altra parte, aveva anche la piú alta concentrazione di cittadini ebrei d’Italia, quasi 12 000 persone. Questi due elementi combinati fecero sí che gli ebrei a Roma, piú che in qualsiasi parte d’Italia, siano ricorsi alla protezione del mondo ecclesiastico, fermandosi nella loro città d’origine.

Quali erano le possibili vie di fuga? Quali i possibili rifugi? Fuggire in Svizzera, oltrepassare le linee del fuoco a Sud della Penisola per raggiungere le zone già liberate dagli Alleati. Rifugiarsi presso il mondo rurale. Trovare rifugio presso istituti religiosi o presso ricoveri procurati da religiosi. Nel libro viene sottolineato più volte come l’ospitalità da parte degli istituti religiosi e dei parroci fu ampia e generosa.Trovare rifugio presso strutture ospedaliere come finti ammalati. Gli ospedali, le case di cura, le cliniche erano luoghi adatti per salvare ebrei registrati come pazienti da ricoverare, anche se fintamente malati. Gli occupanti tedeschi e i loro alleati italiani però, per portare a termine il loro obiettivo, spesso non si fermarono davanti alle porte degli ospedali e si macchiarono di terribili crimini portando via anche ammalati gravissimi.

L’ “Adozione da famiglia a famiglia”:“In mezzo a rischi di delazioni, a penuria di cibo, ai pochi metri quadrati di certe abitazioni, generose famiglie ne accolsero altre in pericolo. Fu un atteggiamento trasversale che riguardò sia la povera gente con scarsi mezzi, sia i borghesi benestanti. È questo un risultato sorprendente della nostra indagine, che indica una predisposizione all’altruismo privato da parte di intere famiglie, anche se con presenza di minori in casa. Si può ben definire questo fenomeno “adozione da famiglia a famiglia”.

I soccorritori furono non solo “i Giusti” riconosciuti dallo Yad Vashem (The World Holocaust Remembrance Center), ma i tanti che si opposero alla dittatura:

“soccorritori non ebrei sono i generosi che hanno aperto le proprie case, procurato documenti falsi, prestato denaro, accompagnato alla frontiera italo-svizzera, spalancato canoniche e cancelli di conventi. In numerosi casi i loro nomi non sono stati identificati perché nelle testimonianze sono stati definiti genericamente come “il figlio del farmacista”, “il prete della canonica”, “la cameriera dell’albergo”, “il signor Giuseppe” e altre vaghe menzioni. I soccorritori rimasti non identificati sono 2795, inclusi nei 6609 di cui sopra.

Per ogni famiglia salvata, non ci fu, solitamente, un solo soccorritore, ma una filiera ricavata dalle relazioni personali o da incontri casuali, a volte perfino da ambienti sconosciuti pronti ad aiutare.

Non ci furono soltanto le reti, per cosí dire, spontanee, ma efficaci reti consapevoli, attivate appositamente per soccorrere i civili ricercati per ragioni politiche, o i soldati che avevano smesso la divisa e non volevano arruolarsi nelle file fasciste, o i prigionieri di guerra alleati fuggiti dai campi di concentramento. Gli ebrei, bisognosi di aiuto, ricoveri, denari, vestiario, cibo, documenti falsi, tessere annonarie, entrarono a far parte della comunità dei bisognosi e la protezione fu estesa anche a loro.”

Molto genericamente, le motivazioni dei soccorritori, i possibili moventi dell’atteggiamento altruistico dei soccorritori furono:

“sentimenti umanitari puri e semplici, esercitati anche in mancanza di conoscenza diretta tra il soccorritore e il soccorso; – solidarietà amicale; – solidarietà parentale; – carità cristiana, declinata sia da laici cattolici sia da ecclesiastici; – consapevolezza politica che indusse a considerare gli ebrei come facenti parte dello proprio orizzonte di perseguitati dal fascismo

Il fenomeno del soccorso è trasversale rispetto alla composizione della società: dal piccolo impiegato al contadino, dall’appartenente a grandi famiglie aristocratiche ai portinai, dai medici agli ecclesiastici, ci siamo trovati di fronte a episodi di generosità indistinta.”

Non fu tanto questione di “buon cuore”, come la vulgata, prevalsa nel dopoguerra e durata a lungo. In linea generale, rileva Picciotto, per i soccorritori si trattava non di salvare gli ebrei come tali ma in quanto parte di un mondo che stava per essere sopraffatto. Ciò comportava sia una manifestazione di resistenza civile che di disobbedienza morale. La quale si materializzò attraverso un comportamento solidale, spontaneo e collettivo allo stesso tempo. Affinché tutto ciò potesse avvenire occorreva un mutamento di disposizione d’animo nei confronti del regime, fatto che si compì dall’8 settembre 1943 in poi. In buona sostanza, un ripetuto esercizio di «moralità privata di grande impatto sociale».

pallino

Nel corso della presentazione del libro avvenuta il 24 ottobre 2017 al Memoriale della Shoah di Milano Liliana Picciotto ha detto: “Finalmente ho potuto convivere con storie finite bene e parlare non solo con le vittime, ma anche con quelli che si sono salvati”, riferendosi ad altri suoi lavori sulla Shoah, fra cui il già citato Il libro della Memoria

Salvarsi è un libro sulla Shoah, ma focalizzato non sulla morte ma sulla vita.

Nonostante contenga molte tabelle, grafici, numeri, statistiche, Salvarsi non è un libro arido, una lettura noiosa, tutt’altro. La lettura è scorrevolissima, i racconti dei testimoni avvincenti, le riflessioni che il testo suscita davvero molte. La “memoria del bene” di cui parla questo libro ne fa un testo di grande umanità, un libro che a mio parere dovrebbe essere fatto conoscere soprattutto ai giovani, fatto leggere (tutto o almeno in alcune sue parti cruciali) nelle scuole. Perchè è certo fondamentale avere e mantenere la “memoria del male” (e non dobbiamo smettere mai di farlo) ma altrettanto fondamentale è trasmettere ai giovani il messaggio che viene fuori dai risultati di questa ricerca: che anche nelle ore più buie della storia, possono esistere la bontà, la compassione, la volontà di andare in soccorso dei perseguitati. Anche a costo, molto spesso, di andare incontro a grossi rischi personali. Salvarsi trasmette insomma, almeno a mio modo di vedere, un messaggio di speranza. Trasmette anche il senso di cosa significa “memoria” che, come dice Liliana Picciotto, è anche conoscenza della storia, perchè la memoria senza la storia non esiste.

Scrive Noemi Di Segni, Presidente dell’ Unione delle comunità ebraiche italiane (UCEI):

“Accanto all’imperativo della Memoria, e ai molti progetti di diffusione della conoscenza di quanto drammaticamente avvenuto in Italia durante gli anni delle persecuzioni e delle deportazioni, da molti decenni il lavoro che l’ebraismo italiano conduce sulla Shoah si compone anche della cosiddetta ‘memoria del bene’, del ricordo di coloro che si prodigarono per aiutare i propri concittadini ebrei.”

Liliana Picciotto

Liliana Picciotto

=== La scheda del libro >>

=== Sito ufficiale di Liliana Picciotto >>

=== Liliana Picciotto su Wikipedia >>

=== Sito del CDEC – Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea >>

=== Un articolo su GARIWO-La Foresta dei Giusti nel quale Liliana Picciotto parla della ricerca da lei guidata per conto del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) a partire dal 2007 >>

=== Un video in cui Liliana Picciotto presenta Salvarsi all’Università di Ferrara

=== 16 ottobre 1943, il giorno della razzia degli ebrei romani. Su RaiPlay, la storia di Antonio Polacco, che si salvò grazie alla prontezza dello zio e a una rete di salvatori. E’ una delle vicende raccontate nel libro Salvarsi dedicato a chi sfuggì alle deportazioni naziste >>

=== I Giusti d’Italia. La ricerca a cura di Liliana Picciotto (CDEC) sui Giusti tra le Nazioni italiani >>

 

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8 risposte a SALVARSI – LILIANA PICCIOTTO

  1. Come dici tu, in effetti, insistere sul fatto che esiste la possibilità di perseguire il bene è un grande monito, uno sprone a riflettere nelle situazioni che ci si possono presentare, più che mai nell’attualità.

  2. EnzoRasi ha detto:

    Argomento non vasto, vastissimo.
    Non ci si deve abbandonare al senso di impotenza di fronte a tale vastità: credo che vi sia spazio mentale ed emotivo sufficiente per analizzare questi argomenti in una prospettiva atta ad evitare il ripetersi di momenti sciagurati simili. L’argomento brucia e incendia ancora e non potrebbe essere diversamente, un tentativo pervicace di eliminare un’intera etnia, un pensiero unico aleggia te su un intero continente. La vittoria preparata per una sola razza, la migliore….Oggi ci stiamo avvicinando al medesimo problema? Credo che leggere un libro simile aiuti ad una riflessione non scontata.
    Le leggi razziali del 38 furono una scimmiottatura di quelle tedesche, io credo che esse non avessero nessuna radice comportamentale e sociale tra gli italiani di quel periodo ( nemmeno in quelli oggi); gli ebrei erano ovunque profondamente integrati nella società Italiana a qualsiasi livello. Le leggi razziali furono uno volgarissimo corpo incluso nella legislazione .
    Ma i danni non possiamo certo liquidarli in due righe, qualunque italiano, soprattutto se di destra, non può escludere dalla sua coscienza la Shoah come fatto in sé carico di storia sangue e sacrifici. Nessuno può eludere la sua coscienza, ognuno deve affrontare la storia da vari angoli e da varie letture e, in questo caso, un post come il tuo è un grande stimolo. Se ti rifaccio i complimenti ti spiace?

  3. gabrilu ha detto:

    Enzo Rasi
    prego, prego, accomodati pure 🙂 più complimenti mi fai, più io mi gonfio come una tacchina e fo’ la ruota (oddio, non so se le tacchine femmine fanno la ruota, ma chi se ne importa, in questo momento mi fa comodo pensare che la facciano).

    … Vabbè, e cercando di parlare seriamente: questa volta davvero anche io, come Liliana Picciotto, ho voluto parlare, in tema di Shoah, di qualcosa di positivo, del suo “lato chiaro” . Dell’altro lato, del “lato oscuro” io per prima mi ritrovo spesso a parlare in questo blog. Anche troppo spesso, immagino pensino molti di coloro che passano da queste parti.
    Tutto qua.
    Ciaociao

  4. Renza ha detto:

    Bello, gabrilu, veramente bello. Anzi, belli. Il libro, importante anche perchè aiuta a non fermarsi alle impressioni e a non assolutizzare esperienze o conoscenze relative e la tua riflessione sulla importanza della conoscenza della bontà. Visto che non ti spiace ricevere i complimenti, te li faccio- e tanti- pure io. Ciao!

  5. Jonuzza ha detto:

    Ricordo il libro di Alexander Stille “Uno su mille” una appassionante ricostruzione della storia di cinque famiglie ebree nel contesto del fascismo

    • gabrilu ha detto:

      Jonuzza grazie, ogni segnalazione, evidenziazione, considerazione è qui sempre bene accetta.
      Il libro di Alexander Stille Uno su mille. Quattro famiglie ebraiche durante il fascismo, Mondadori, Milano 1991 viene effettivamente citato più volte in Salvarsi e ovviamente indicato poi anche nell’elenco delle fonti bibliografiche
      Ciao! 🙂

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