LA STRADA VERSO EST – PHILIPPE SANDS

La strada verso est
Philippe Sands, La strada verso est (tit. orig.le East West Street. On the Origins of Genocide and Crimes against Humanity), traduzione Isabella C. Blum, pp. 448, Ugo Guanda Editore, 2017

Il titolo fa riferimento ad una citazione tratta dal libro di Joseph Roth Ebrei erranti del 1927 che Philippe Sands pone come epigrafe del suo libro: “La piccola città è situata al centro di una pianura… Comincia con piccole capanne e con piccole capanne finisce. Le case succedono alle capanne. E da qui partono le strade. Una corre da sud a nord, l’altra da est a ovest.”

La strada di cui parla Roth è quella di una cittadina nei pressi della città nella quale nel libro di Sands si intrecciano le origini e le vite dei protagonisti in quel complesso multietnico che all’inizio del Novecento era la Galizia, provincia dell’Impero austroungarico e nella quale lo stesso Roth era nato ed aveva trascorso infanzia e adolescenza.

Mentre però la strada che percorrono gli ebrei orientali del libro di Roth è quella delle grandi migrazioni verso ovest, la strada che percorre Philippe Sands è quella che dall’occidente (l’Inghilterra) va verso l’est di luoghi che oggi fanno parte dell’Ucraina.

Tutto ha inizio, in questo avvincente libro  di Sands, da un invito e da una città. E tutto converge a Norimberga.

Tutto comincia con un invito giunto a Sands nel 2010 per tenere una conferenza sui crimini di massa e sul processo di Norimberga a L’viv, in Ucraina.

Niente di eccezionale in questo, quando si è un giurista di diritto internazionale di fama come lo è Philippe Sands. Specializzato nella difesa dei diritti dell’uomo, questo avvocato franco-britannico con studio a Londra ha lavorato presso la Corte internazionale di giustizia (il Tribunale internazionale dell’Aia) e la Corte di giustizia dell’Unione uropea (CGUE), è stato coinvolto nel procedimento riguardante l’estradizione di Pinochet e nei procedimenti riguardanti tutte le ferite aperte di questi ultimi decenni, dalla ex Jugoslavia ai massacri del Ruanda, dalle torture nel carcere di Guantanamo all’Irak, dalla Libia alla Cecenia al Congo esperienze queste che lo hanno spinto a scrivere parecchi libri come Lawless World del 2006 o Torture made in USA del 2009 (entrambi, da quel che mi risulta, non tradotti in italiano).

“un invito inaspettato che avevo ricevuto […] Veniva dalla facoltà di giurisprudenza dell’Università di L’viv, come si chiama oggi, ed era un invito a tenere una conferenza a proposito del mio lavoro sui crimini contro l’umanità e il genocidio. Mi chiedevano di parlare dei casi a cui mi ero interessato e del mio lavoro accademico sul processo di Norimberga e sulle sue conseguenze nel mondo moderno”

La città: oggi si chiama L’viv, ma non è sempre stato così.

Questa città portava il nome di Lemberg sotto l’impero austro ungarico, Lwów quando venne incorporata alla Polonia dopo la Prima Guerra mondiale, Lvov sotto l’occupazione sovietica all’inizio della Seconda Guerra mondiale per ridiventare Lemberg sotto l’occupazione tedesca per diventare ad oggi una città ucraina con il nome di L’viv.

“Lemberg, L’viv, L’vov e Lwów è […] lo stesso posto che, dal 1914 al 1945 passò di mano non meno di otto volte. Il nome della città è cambiato, come pure la composizione e la nazionalità dei suoi abitanti […] La scelta di come chiamarla in questo libro era problematica, e così ho deciso di adottare di volta in volta il nome usato da chi la controllava all’epoca dei fatti descritti. […] L’Italia non ne ebbe mai il controllo, altrimenti con ogni probabilità il suo nome sarebbe stato Leopoli, la Città dei Leoni.”

Per rappresentare questi “passaggi di mano” e cambiamenti di nome, Sands utilizza la bella immagine di una panchina di un parco cittadino in cui un giorno si era trovato a sostare e a riflettere:

“la panchina di un parco, un bel cimelio art nouveau del periodo austro-ungarico. Da lì, splendido punto di osservazione sulla storia della città in mutamento, guardavo scorrere il mondo. Nel 1914, la panchina si trovava nello Stadt Park, il parco cittadino, proprio di fronte al grandioso Landtagsgebäude, il Parlamento di Galizia, nella provincia più orientale dell’Impero austro-ungarico. Dieci anni dopo, senza essersi mossa, la panchina si trovava in un paese diverso, in Polonia, a Park Kościuszki. Il Parlamento si era dissolto, ma non il suo edificio, divenuto sede dell’università intitolata a Jan Kazimierz. Nell’estate del 1941, quando il Governatorato Generale di Hans Frank prese il controllo della città, la panchina venne germanizzata; adesso si trovava nel Jesuitengarten, di fronte a un ex edificio universitario ormai spogliato della sua identità polacca.”

Quando riceve l’invito, ecco la prima “coincidenza”: Philippe Sands scopre che questa città di L’viv non è altro che la Lemberg di cui è originario il nonno materno, Leon Buchholz.

Leon_Emil_ Buchholz_1913

Leon Buchholz (a sinistra) e il fratello Emil
Lemberg, 1913
Archivio Philippe Sands

Leon Buchholz_1923

Leon Buchholz, foto sul passaporto polacco, 1923.
Archivio Philippe Sands

Per scappare dai pogrom, Leon era fuggito prima a Vienna e poi, dopo l’arrivo dei nazisti in Austria, a Parigi lasciando a Lemberg molti familiari tra cui la madre e la sorella ma, come la maggior parte degli scampati alla Shoah, non ha mai raccontato nulla della sua storia prima del suo arrivo in Francia. Questo basta a spingere Philippe Sands a voler approfittare del viaggio in Ucraina per saperne di più sulle sue origini.

Le sorprese però non sono ancora finite, perchè Sands scopre anche — lui, avvocato molto impegnato nel diritto internazionale — che all’università di L’viv hanno anche studiato, hanno avuto docenti comuni pur senza mai incontrarsi, i due grandi giuristi che elaborarono i due concetti giuridici su cui venne costruita l’accusa al processo di Norimberga (il concetto di “genocidio” e quello di “crimini contro l’umanità”), processo in cui i due giuristi ebbero un ruolo determinante segnando così per sempre il diritto internazionale: Raphael Lempkin e Hersch Lauterpacht.

“Molte altre coincidenze sarebbero passate sulla mia scrivania, ma questa è senz’altro quella che mi ha colpito più a fondo. […] che due uomini che più di chiunque altro si erano adoperati per creare il moderno sistema giuridico internazionale avessero radici nello stesso luogo”

Hersch Lauterpacht

“Il singolo essere umano […]
è l’unità fondamentale di tutto il diritto.”

HERSCH LAUTERPACHT, The Law of Nations, the Law of Nature, and the Rights of Man, 1943

Raphael Lempkin

“Gli attacchi contro i gruppi nazionali, religiosi ed etnici devono essere considerati crimini internazionali.”
RAPHAEL LEMKIN, Axis Rule in Occupied Europe, 1944

Come resistere a queste “coincidenze” che sembrano proprio un richiamo del destino? Sands interroga anche sè stesso sul senso di alcune sue scelte di vita: “Perché avevo scelto la via della legge? E perché proprio in un campo che pareva connesso a una storia familiare mai raccontata? «A tormentarci non sono i morti, ma i vuoti lasciati dentro di noi dai segreti degli altri» scrisse lo psicoanalista Nicolas Abraham a proposito della relazione di un nipote con suo nonno. L’invito ricevuto da L’viv era un’occasione per esplorare quei vuoti tormentosi”

Governatorato Polonia 1943

La ricerca

Comincia così, per Sands, una ricerca che durerà sei anni e che partendo dal desiderio/bisogno di colmare un vuoto nella storia della famiglia lo spinge, allo stesso tempo, a ripercorrere i retroscena storici, politici, giuridici, filosofici del processo che rinnovò il diritto internazionale e pose le basi del movimento per i diritti umani.

Quella sete di conoscenze lo porta così indietro nel tempo, tra archivi, testimonianze, foto custodite per decenni in una città che ha cambiato pelle “rimanendo un calice di bile dove identità e origini sono questioni complesse”.

Una ricerca sul destino di quattro uomini nella cittadina di Lemberg prima e durante la Seconda Guerra mondiale. Quattro uomini, perchè ai tre ebrei Leon Buchholz, nonno dell’autore, i due giuristi Hersch Lauterpacht e Raphael Lemkin si aggiunge un altro giurista, la sinistra figura di Hans Frank, negli anni ’20 avvocato di fiducia  di Hitler, diventato poi Ministro,   che mise le sue grandi capacità giuridiche al servizio dell’Olocausto. Gauleiter (Governatore generale) di Polonia, è proprio  a Lemberg che Frank tiene il discorso in cui annuncia la “Soluzione Finale” che condanna allo sterminio milioni di ebrei. Tra questi, ci sono i familiari di Leon Bucholz, di Hernsch Lauterpacht e di Raphael Lemkin che per anni ignoreranno la sorte dei loro congiunti.

Alla ricostruzione dei destini delle famiglie Buchholz, Lempkin, Lauterpacht si aggiunge quindi il ritratto di colui che è stato definito “il macellaio della Polonia”, il Gauleiter della Polonia il cui figlio Niklas Frank è diventato amico di Philippe Sands (“Niklas mi piacque subito: un uomo generoso, con un buon senso dell’umorismo e una lingua tagliente.”) che ha scritto un libro in cui regola i conti con suo padre “Per molti anni giornalista della rivista Stern, nel 1987 Niklas aveva pubblicato Der Vater, un attacco inesorabile e impietoso contro suo padre, infrangendo il tabù che imponeva ai figli dei capi nazisti di onorare i propri genitori (e di non farsi prendere la mano nel vuotare il sacco.”)

Sands s’immerge così nella storia della città, ferita, dilaniata, sconvolta dalle guerre e nella scoperta di una comunanza di vita (e di destino) tra la famiglia di suo nonno Buchholz e le famiglie di Lempkin e di Lauterpacht nonostante il fatto che tra di loro non si conoscessero direttamente nè si fossero mai frequentati fino ad arrivare al processo di Norimberga, in cui tutti i fili narrativi e le storie individuali e familiari conducono, il luogo nel quale convergono tutte le storie.

pallino

Norimberga.

Norimberga è il luogo ed il momento in cui tutti i personaggi (i vivi e i morti) si ritrovano, in cui i nodi vengono sciolti, in cui i buchi nella conoscenza delle storie individuali e familiari vengono finalmente (e dolorosamente) colmati. Norimberga è un momento cruciale: perchè a Norimberga si scoprono i particolari della tragica fine che hanno fatto i familiari di nonno Buchholz, di Lempkin e di Lauterpacht (i genitori, un fratello, una sorella e i loro figli) che erano rimasti nella Polonia nazista governata da Hans Frank; a Norimberga Hans Frank — che quelle deportazioni e quelle morti ha provocato con i suoi ordini — siede tra gli imputati del processo e viene condannato a morte.

Hans Frank Norimberga

A Norimberga arriva al suo culmine l’acceso dibattito che tra gli esperti mondiali di diritto internazionale da tempo divampava sui due concetti di “crimini contro l’umanità” e di “genocidio”. Dibattito, detto per inciso, tuttora di grande attualità… A Norimberga la dimensione affettiva, individuale e familiare del racconto di Sands e la dimensione teorico-giuridica del dibattito sui nuovi concetti di “crimini contro l’umanità” e “genocidio” che abbiamo visto intrecciarsi nel corso di tutto il libro alla fine convergono.

Norimberga, dove nel 1935 si era svolto il 7° raduno del Partito Nazionalsocialista ed erano state promulgate le famigerate Leggi di Norimberga, città in cui si celebra la nemesi del Nazismo viene connotata dunque, nel libro, come il luogo dell’inizio e della condanna di quella “soluzione finale della questione ebraica” la cui definizione risale al verbale della conferenza di Wannsee del gennaio 1942 redatto da Adolf Eichmann, imputato nel celebre processo del 1961 a Gerusalemme di cui La banalità del male di Hannah Arendt resta il resoconto più lucido.

La descrizione delle ipotesi, di tutte le fasi di progettazione e di concretizzazione di quelle ipotesi e della realizzazione infine di un tribunale internazionale con l’infinità di problemi che tutto questo comportava è avvincente: quali e quanti capi d’accusa formulare? In quale luogo celebrare il processo? Formazione del Tribunale (fu militare e composto da otto giudici, due per ciascuna delle quattro nazioni vincitrici). Quali procedure adottare? Quelle del processo americano, di quello inglese, di quello francese? E come suddividere i ruoli tra le varie potenze alleate? A chi affidare l’accusa? Ai giudici o ai Pubblici Ministeri? E come suddividere i capi d’accusa tra i Pubblici Ministeri?

Tanti problemi giuridici, teorici, procedurali, insomma, ma anche tanti problemi organizzativi e logistici, politici, diplomatici da affrontare e risolvere tra le quattro potenze alleate — USA, Gran Bretagna, Unione Sovietica e Francia. Un processo di questo genere non aveva precedenti cui fare riferimento, era il primo della storia.

Il resoconto dettagliato del processo di Norimberga è estremamente coinvolgente (certo, la lettura di molti passaggi, come la testimonianza di Samuel Rajzman — uno dei pochissimi scampati da Treblinka — è durissima da sostenere…).

La scena era tutta maschile: giudici, imputati, pubblici ministeri. Oltre a qualche giornalista e scrittrice (l’americana Martha Gellhorn, l’inglese Rebecca West…), le sole donne erano le stenografe e le interpreti. Appassionante la descrizione ed il report degli interventi del Procuratore capo Robert Jackson (USA): “Robert Jackson fu invitato ad aprire il procedimento per l’accusa. Nell’ora che seguì, Jackson pronunciò parole che lo resero famoso in tutto il mondo”, del Procuratore capo Shawcross (Gran Bretagna) o del viceprocuratore generale Maxwell Fyfe, molto intrigante (ed anche un po’ inquietante) la figura e la particolare posizione del giudice sovietico Nikitčenko (“un inflessibile avvocato militare dall’espressione arcigna, che un tempo aveva servito come giudice nei processi farsa di Stalin”)

Nel 2014 Sands mette piede nell’aula 600 del palazzo di giustizia di Norimberga: non è solo, con lui c’è Niklas, il figlio di Hans Frank che ai tempi del processo era ancora un bambino. Quella visita è per entrambi la conferma di un percorso, la ricerca di un senso a un lungo cammino che travalica i protagonisti coinvolti. “Sono contrario alla pena di morte – disse senza tradire emozioni Niklas – tranne che per mio padre”.

Non aggiungo nient’altro sui contenuti del libro, ho già detto sin troppo. E’ un libro che non può essere raccontato ma deve essere letto.

pallino

“Crimini contro l’umanità” e/o “genocidio”?

Lauterpacht il pragmatico, Lemkin l’idealista. Uno credeva nella protezione degli individui e l’altro in quella dei gruppi.

Entrambi, sottolinea Sands, erano ottimisti circa il potere del diritto di fare del bene e proteggere le persone, ed entrambi ritenevano che fosse necessario cambiare il diritto vigente per realizzare quell’obiettivo.

Erano d’accordo sul valore di ogni singola vita umana e sull’importanza di essere parte di una comunità. Erano invece su posizioni assai distanti circa il modo più efficace per ottenere la protezione di quei valori.

Lauterpacht, che ha introdotto la nozione di crimini contro l’umanità, riteneva che occorresse concentrarsi sull’individuo, reputando pericolosi tutti i tentativi di
assicurare una protezione ai gruppi.

Lemkin, che per primo ha elaborato il reato di genocidio, riteneva al contrario che fosse necessario punire anche gli atti diretti contro individui non in quanto tali, ma in quanto membri di gruppi nazionali o etnici, finalizzati allo sterminio dei gruppi medesimi.

Racconta Sands che al termine della conferenza da lui tenuta all’università di L’viv seguirono domande del pubblico. Uno dei presenti gli chiese quale fosse la differenza tra crimini contro l’umanità e genocidio. E Sands:

” ´Immaginate l’uccisione di centomila persone appartenenti allo stesso gruppo’ spiegai. ´Ebrei o polacchi della città di L’viv. Per Lauterpacht, se l’uccisione di individui fa parte di un piano sistematico, allora è un crimine contro l’umanità. Per Lemkin, il punto cruciale è invece il genocidio, cioè l’uccisione di molti con l’intenzione di distruggere il gruppo di appartenenza. Oggi, per un pubblico ministero, tracciare la differenza tra i due crimini significa anzitutto stabilirne l’intenzione: perchè si possa definire genocidio, occorre dimostrare che l’atto di uccidere è stato motivato dall’intenzione di distruggere il gruppo, mentre per i crimini contro l’umanità non è necessario.’ Spiegai che dimostrare l’intenzione di distruggere un gruppo, in parte o nella sua interezza, è spaventosamente difficile, perchè chi è coinvolto in questo genere di strage tende a non lasciare utili scartoffie dietro di sè. La differenza è importante? chiese qualcun altro. Ha importanza se la legge cerca di proteggerti perchè sei un individuo o per via del gruppo di cui fai parte? Questa domanda aleggiava nell’aula e da allora non mi ha più lasciato.”

Lauterpacht era contrario all’introduzione, nel diritto, dell’idea di identità di gruppo: sia per le vittime, sia per gli autori dei crimini. Perché?

Secondo Lauterpacht, “enfatizzare troppo il fatto che uccidere un intero popolo sia un crimine potrebbe indebolire la convinzione che sia già un crimine uccidere un solo individuo”.

Due posizioni inconciliabili? Ci vengono in aiuto le ultime frasi del volume, nelle quali la riflessione teorica si intreccia all’esperienza personale accumulata dall’autore nel corso della sua lunga ricerca e di quella delle generazioni passate:

“Siamo arrivati” disse a bassa voce Lyudmyla. Qui c’erano gli stagni, due grandi cave di sabbia riempite di una distesa di acqua scura e fango e canne che ondeggiavano al vento, un sito segnalato da un’unica pietra bianca, eretta non dalla città per esprimere lutto o rimorso, ma come atto privato di commemorazione. Lì ci sedemmo, sull’erba, guardando il sole sprofondare nell’acqua scura e immobile, che riempiva le fenditure della terra. Nelle profondità, da più di mezzo secolo, giacciono i resti delle tremilacinquecento persone delle quali Gerszon Taffet, ormai da tempo dimenticato, scrisse nell’ estate del 1946, ciascuno un individuo, tutti insieme un gruppo. Tra le ossa che giacevano lì sotto erano mescolati lo zio di Leon, Leibus, lo zio di Lauterpacht, David: essi riposano l’uno accanto all’altro qui, perché a ciascuno di loro capitò di essere membri del gruppo sbagliato.
Il sole riscaldava l’acqua; gli alberi mi sollevarono verso l’alto, al di sopra delle canne, verso un cielo color indaco. Allora, per un breve momento, capii”

pallino

E’ sorprendente, nel leggere La strada verso Est constatare quanto un giurista di livello internazionale della statura di un Philippe Sands riesca ad essere, al tempo stesso, un narratore tanto eccellente. Non solo il primo capitolo, quello in cui racconta la sua ricerca della storia di suo nonno si legge come un romanzo di suspence, ma tutto il libro con i capitoli dedicati agli altri personaggi (Lautrepacht, Lemkin, Frank) e quelli dedicati alla preparazione ed alla realizzazione del Processo di Norimberga (con l’infinità di problematiche politiche e giuridiche che tale evento poneva alle quattro potenze Alleate) si legge con grande emozione e con il fiato sospeso. Almeno, questo è quanto è accaduto a me.

La strada verso est ci parla di uno straordinario percorso in cui storia, memoria, biografie, ricerca di radici e di contesti di riferimento si intrecciano continuamente formando una grande e complesso affresco in cui, sullo sfondo costituito dalla distruzione della presenza ebraica nella regione della Galizia si delinea un segmento drammatico della storia del Novecento attraverso un itinerario che è allo stesso tempo familiare, giudiziario, intellettuale.

Libro nel quale la dimensione intima e autobiografica costituisce una sorta di basso continuo della narrazione e allo stesso tempo libro che è un vero e proprio saggio di storia e di vera e propria filosofia del diritto che si sviluppa attorno alla evoluzione dei concetti di “genocidio” e di “crimine contro l’umanità”. L’interesse di Sands tiene insieme questioni e riflessioni accademiche e volontà di esplorare e chiarire i “buchi neri” esistenti nel passato della propria famiglia e soprattutto penetrare il silenzio che avvolge la persecuzione subita da suo nonno, Leon Buchholz.

Lo stile di scrittura rispecchia perfettamente questi due aspetti: Sands passa continuamente e con grande scorrevolezza dalla lingua degli atti giudiziari e del diritto alla lingua degli affetti, a pagine decisamente saggistiche (mai noiose o astruse, tengo molto a precisare) a pagine molto introspettive e vibranti, ed è in queste pagine che l’avvocato Sands abbandona la lingua degli atti giudiziari e del diritto per adottare quella degli affetti, lasciando che il suo stringente saggismo ceda il passo a una prosa introspettiva e vibrante di nostalgia.

La strada verso Est, tra rievocazione e memoir, è un’opera ibrida che non è possibile incasellare come saggio o come romanzo. Philippe Sands transcende i generi in una testimonianza straordinaria fatta di ricerca storica e meditazioni sul potere della memoria. Il libro è una sorta di saga familiare raccontata a ritroso mescolata a considerazioni che potremmo chiamare di archeologia giuridica.

Opera brillante, utilissima ed illuminante perchè intrecciando la propria storia personale alla storia collettiva della Shoah ed all’evoluzione del diritto riesce — a mio modo di vedere — a focalizzare l’attenzione del largo pubblico su due fondamentali concetti del diritto internazionale probabilmente non molto noti ai non iniziati.

Per esempio: certo io conoscevo, come immagino la maggior parte di noi, i termini “genocidio” e “crimine contro l’umanità” ma ignoravo totalmente la genesi di queste due espressioni e la vita dei loro autori, Raphael Lemkin ed Hersch Lauterpacht.

Tutto, in questo libro, risulta stimolante. Dalle storie individuali alla storia dei due concetti giuridici alla descrizione della vita quotidiana nella Polonia occupata, alle discussioni, i dibattiti che sui conflitti di dottrina si svolgono nei corridoi del Tribunale di Norimberga… Philippe Sands ci rende partecipi delle tensioni di un’Europa dilaniata dal totalitarismo, ci rende partecipi di storie semplici, a volte fortunate, spesso tragiche, ricostruisce la storia di tre famiglie i cui ricordi e personaggi sembrano perduti nelle più nere convulsioni della storia .

Il tutto, esposto con uno stile fluido, vivo, appassionante.

Un cenno infine ad alcuni utilissimi strumenti contenuti nel volume: un indice estremamente dettagliato, un amplissimo apparato di note, un puntiglioso elenco di tutte le fonti, un indice dei nomi l’indicazione delle fonti delle illustrazioni e, nell’Epilogo, pagine che riferiscono degli effetti scaturiti, nell’ambito del diritto internazionale, della sentenza di Norimberga e dei successivi sviluppi riguardanti l’applicazione dei concetti di Genocidio e di Crimini contro l’umanità.

La strada verso est ha ottenuto il British Book Awards come “migliore libro dell’anno 2017” nella categoria “non fiction – libro di narrativa dell’anno”

Philippe Sands

 

La scheda del libro >>

Philippe Sands su Wikipedia >>

Philippe Sands presenta il suo libro

 

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12 risposte a LA STRADA VERSO EST – PHILIPPE SANDS

  1. paolo ha detto:

    Carissima Gabrilu, grazie per la preziosa recensione del libro che proposi alla tua lettura non molto tempo fa. Purtroppo questi approfondimenti sono oggi quanto mai utili per cimprendere quanta strada si è dovuta percorrere per garantire oltre alla giusta punizione dei colpevoli, il riconoscimenti degli organismi internazionali oggi ben affermati solo grazie allo stoico impegno dei due personaggi descritti nel libro di Sands.
    Il testo si snoda quasi come un giallo, sicuramente pieno di sorprese!
    La storia maestra di vita è sempre meno studiata, anzi sempre più spesso cancellata!
    E’ colpevolmente, scientificamente, annullato il pericolo rappresentato dai totalitarismi, di conseguenza corriamo il grave rischio di tornare drammaticamente indietro, ripetendo gli stessi errori d’allora.
    Ora sto leggendo “Salvarsi” di Liliana Picciotto che avevo preso a dicembre dello scorso anno e colpevolmente trascurato!
    Grazie come sempre
    Paolo e Andrea, mio figlio che mi consigliò “La strada verso est”.
    Forse siamo la prima generazione che impara dai figli? Speriamo!

  2. gabrilu ha detto:

    Caro Paolo, ricordo bene la tua segnalazione, che avevi inserito in un commento al mio post su 1947 di Elizabeth Asbrink… Avevo adocchiato il libro di Sands quest’estate in una libreria francese (l’edizione francese ha la stessa immagine di copertina ma il titolo è Retour à Lemberg), l’avevo sfogliato ed avevo resistito alla tentazione di comprarlo. Poi, tornata nel BelPaese, il tuo suggerimento mi ha definitivamente convinta.
    Dici che questi approfondimenti sono utili, io certo lo spero, ma in questo periodo, che mi vede non granché ottimista, mi chiedo se servano davvero… A volte penso che non ci sia peggior sordo di chi non vuole sentire, che non ci sia peggior analfabeta di chi, pur essendo in grado di leggere, non legge…O se lo fa, indirizza le sue scelte non certo su questo genere di libri…
    Stai leggendo Salvarsi, dici. Mi farebbe molto piacere, poi, conoscere le tue impressioni. Sempre ovviamente che tu abbia voglia di comunicarcele.
    Complimenti a tuo figlio per il suggerimento ed a te che il suo suggerimento hai seguito.
    Ciao ed alla prossima!

  3. francescarighi59 ha detto:

    Buonasera Gabrilu’ di Lemkin e del suo lungo tormento per giungere al riconoscimento del crimine di genocidio scrive E. Ansbrink nel libro 1947 che su tuo suggerimento ho letto e anche regalato.
    Sempre molto interessanti i tuoi suggerimenti letterari. Sono i soli che prendo sul serio
    In questi tempi bui

    • gabrilu ha detto:

      cara Francesca, sono contenta che tu stia apprezzando il libro della Asbrink, e grazie per la fiducia, che spero di non deludere. Come dico sempre, parlo su NonSoloProust di alcuni (non di tutti) i libri che leggo per i motivi più vari e che per i motivi più vari ho apprezzato particolarmente.
      Ciao!

  4. Ivana Daccò ha detto:

    Grazie davvero per questa segnalazione e per la bellissima, efficace recensione. Un libro sicuramente da leggere e da far leggere. Mai come ora, e comunque sempre.

    • gabrilu ha detto:

      Ivana Daccò libro molto denso, questo, molto più denso di quanto io sia riuscita a trasmettere. Mi ha fatto riflettere molto su tante questioni. Tra queste, ne cito solo una (vale per me, ovviamente ma chissà, può darsi possa valere anche per altri): tutto il dibattito sull’accettare o meno come principio giuridico nel diritto internazionale il concetto di “genocidio” a me ha fatto riflettere parecchio su una questione quanto mai attuale, e cioè il dibattito che da più parti si va sviluppando sul concetto di “femminicidio”. Abbiamo bisogno di un principio giuridico che riguardi specificatamente gli omicidi di donne? Lascio apertissimo l’interrogativo…
      Ciao e grazie

  5. wtitrading60minuti ha detto:

    Dopo aver letto questi bellissimi commenti mi resta solo da dire “caspita Gabrilu che fortuna avere scoperto il tuo blog anni fa”.

  6. EnzoRasi ha detto:

    È vero, scrivi di letteratura e di lettura, ma non solo: spesso queste tue pagine diventano un volano per altri mondi e altri contesti ( storia, società… Metafisica). Peccato che questo tipo di blog siano sempre un po’ defilati e di nicchia. Leggerò il libro.
    https://enzorasiyahooit.blogspot.com/2018/01/la-memoria-e-loblio-originali.html

    • gabrilu ha detto:

      Enzo Rasi se le mie pagine possono avere — come dici — l’effetto di un volano (e se ciò fosse ne sarei davvero lieta) è probabilmente perchè la lettura di un libro, per me (di qualunque tipo di libro) non è mai fine a se stessa, e più il libro mi sembra valido, più mi fa riflettere più mi spinge a collegamenti con altri libri, con altri temi, con altre situazioni… (con la metafisica, però, mi pare un tantino esagerato… io e la metafisica non abbiamo un gran bel rapporto, devo ammettere… 🙂 )
      Grazie per aver messo il link al tuo post che ho letto con attenzione e molto interesse. Condivido parecchio di quanto scrivi, anche se non tutto, in particolare sono molto perplessa su quanto scrivi a proposito di quello che chiamerei una sorta di “catena generazionale della colpa”. Non posso farla tanto lunga, qui ed ora, dunque mi limito a citare un passaggio di Hannah Arendt che mi è tornato in mente leggendo il tuo post che sicuramente stimola molte riflessioni…:

      “solo per metafora si può dire che uno si sente colpevole di ciò che ha fatto suo padre o il suo popolo. (Dal punto di vista morale, sentirsi colpevoli quando non si è fatto nulla di male non è meno errato che sentirsi liberi da ogni colpa quando si è fatto del male.)
      (Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, traduz. dall’americano di Paolo Bernardini, Feltrinelli)
      Ciao e grazie!

      • EnzoRasi ha detto:

        Il concetto del ” male” della Arendt non ha forse una componente metafisica?
        Comprendo i tuoi dubbi sulla eredità trasmessa di certe colpe ma il mio pensiero era legato a dinamiche storiche precise allora e oggi, queste dinamiche sono più facilmente visibili per chi i libri li legge come te. È il volano di cui parlo, l’antidoto per evitare certe mostruosità, l’alibi tolto per non dire non sapevo. Questa è la mia opinione. Quanto al link del mio post avevo molte remore a inviartelo perché non volevo dare l’impressione sgradevole di un commento lasciato solo a fini di audience cosa di cui non mi frega nulla. Ma quel post secondo me era centrato proprio su quello trattato da te. Quindi ho eseguito. Ciao

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