MONITI ALL’EUROPA – THOMAS MANN

 

Thomas Mann 1943

Thomas Mann durante il suo esilio negli Stati Uniti, nel 1943

“ci sono ore, momenti della vita collettiva […] in cui l’artista non può procedere secondo il suo impulso interiore, perchè più immediate preoccupazioni imposte dalla vita scacciano il pensiero dell’arte; in cui la crisi tormentosa della collettività sconvolge anche lui in modo che quell’appassionato gioco dello sprofondarsi nell’eternamente umano, che si chiama arte, assume davvero l’impronta temporale del lussuoso e dell’ozioso e diventa una impossibilità psichica”

(da Un appello alla ragione, discorso tenuto da Thomas Mann a Berlino il 17 Ottobre 1930)

Mondadori ha ripubblicato, settant’anni dopo la prima edizione del gennaio 1947 (collana ‘Orientamenti’) e arricchita da una importante introduzione di Giorgio Napolitano la raccolta di saggi di contenuto etico-politico che in quella prima edizione era stata curata da Lavinia Mazzucchetti, valorosa germanista e traduttrice — esclusa nel ventennio mussoliniano dall’insegnamento universitario perchè antifascista — ed alla quale Arnoldo Mondadori aveva affidato l’incarico di curare l’Opera Omnia del grande scrittore tedesco. Fu Lavinia Mazzucchetti a voler dare alla raccolta il titolo Moniti all’Europa.

Scelta importante, quella di ripubblicare questi testi oggi, perchè — come rileva già Napolitano — alcuni temi di fondo appaiono ancora e di nuovo, oggi, particolarmente rilevanti e di grande attualità.

Il volume raccoglie dunque i testi etici e politici scritti da Thomas Mann tra il 1922 e il 1945 e si apre con il grande discorso berlinese Della repubblica tedesca pronunciato il 15 ottobre 1922 nella Sala Beethoven a Berlino in occasione del sessantesimo compleanno di Gerhart Hauptmann, alla presenza del festeggiato (Premio Nobel per la letteratura 1912) e di Friedrich Ebert primo Presidente della giovane Repubblica di Weimar.

Con questo discorso di grande importanza politica Thomas Mann — scriveva la Mazzucchetti — deliberatamente e solennemente aderiva al tentativo repubblicano della nuova Germania weimariana.

Fanno seguito i vari manifesti e moniti pubblici dei primi cinque anni del regime hitleriano (Ein Appell an die Vernunft l’Appello alla ragione, discorso berlinese del 1930, e quelli di reazione agli eventi dell’autunno 1938 e all’accordo di Monaco con l’apparente vittoria diplomatica di Hitler), appelli al quale sciaguratamente il mondo rimase indifferente e che più tardi, alla vigilia dello scoppio della guerra vennero da Mann raccolti e pubblicati in Svizzera con il titolo: Achtung, Europa! (Attenzione, Europa!)

“In ogni umanesimo c’è un elemento di debolezza che va congiunto col suo disprezzo del fanatismo, con la sua tolleranza e col suo amore del dubbio, insomma con la sua naturale bontà, e che in certe circostanze può diventargli fatale. Ciò che oggi sarebbe necessario è un umanesimo militante, un umanesimo che scopra la propria virilità e si saturi della convinzione che il principio della libertà, della tolleranza e del dubbio non deve lasciarsi sfruttare e sorpassare da un fanatismo che è senza vergogna e senza dubbi. Se l’umanesimo europeo è diventato incapace di una gagliarda rinascita delle sue idee; se non è più in grado di rendere la propria anima consapevole di se stessa in una pugnace alacrità di vita, andrà in rovina e ci sarà una Europa, il cui nome non sarà più che un’espressione storica e da cui sarebbe meglio rifugiarsi nella neutralità fuori del tempo.”

Nel volume troviamo, accanto ad altri testi, anche il gruppo dei radiomessaggi che durante la guerra, dal 1940 al 1942, Mann attraverso la BBC inviava dagli Stati Uniti al popolo tedesco per indurlo (purtroppo invano) a una sia pur tardiva svolta

“Ascoltatori tedeschi! Vi parla uno scrittore tedesco, la cui opera e la cui persona sono proscritte dai vostri potentati, e i cui libri, anche se trattano del più tedesco dei Tedeschi, di Goethe per esempio, non possono più rivolgersi nella propria lingua che a popoli stranieri e liberi, mentre per voi debbono rimanere muti e sconosciuti. L’opera mia ritornerà a voi un giorno, lo so, anche se io personalmente non potrò più tornare. Ma fin che vivrò, e anche come cittadino del Nuovo Mondo, sarò un Tedesco che soffre della sorte della Germania e di tutto quello che essa da sette anni moralmente e fisicamente ha causato al mondo, per la volontà di violenti criminali. L’incrollabile convinzione che ciò non può finir bene mi ha ripetutamente indotto in questi anni a dare pubblici avvertimenti, alcuni dei quali, credo, sono arrivati fino a voi. Nella guerra attuale non c’è più possibilità per la parola scritta di sfondare il baluardo che la tirannia ha eretto intorno. Perciò colgo volentieri l’occasione, che le autorità inglesi mi offrono, d’informarvi di tanto in tanto di quello che vedo qui, in America, nel grande e libero Paese in cui ho trovato asilo.”

 

Thomas Mann 1943

Thomas Mann a Los Angeles nel 1943
durante le trasmissioni radiofoniche rivolte ai tedeschi

Ci sono poi i pochi ma essenziali documenti del dopoguerra: chiudono la raccolta due fondamentali saggi del 1945: il discorso — lucidissimo e inesorabile — La Germania e i tedeschi nel quale Mann analizza l’inestricabile groviglio di bene e di male della natura tedesca e Perchè non ritorno in Germania (Warum ich nicht nach Deutschland zurückgehe), lettera aperta allo scrittore Walter von Molo, presidente nell’era hitleriana della Deutsche Akademie, che nel settembre del 1945 aveva lanciato sulla stampa tedesca un appello a Thomas Mann per invitarlo a rientrare nel suo Paese.

“Si possono forse cancellare dalla lavagna questi dodici anni, con tutto ciò che hanno portato, quasi non fossero mai esistiti? Fu ben difficile, fu ben angosciosa nel 1933 la scossa che mi fece perdere la fida base dell’esistenza, casa e Paese, libri, ricordi e patrimonio, mentre in patria si succedevano le manifestazioni meschine, le defezioni e i rifiuti. Non dimenticherò mai più la campagna analfabeta e brutale organizzata a Monaco dalla radio e dalla stampa contro il mio saggio su Wagner, campagna che mi fece comprendere che ogni via di ritorno mi era preclusa; non dimenticherò mai più il mio sforzo per trovare le parole, i miei tentativi di scrivere, di rispondere, di spiegare, quelle che Renè Schickele, uno dei molti amici perduti, per dare un nome ai miei monologhi soffocati, definì: ´lettere nella notte’. Fu ben difficile ciò che seguì poi: la vita randagia di terra in terra, le complicazioni di passaporto, l’esistenza nei vari alberghi, mentre all’orecchio echeggiavano le vergognose notizie provenienti ogni giorno dal Paese ormai perduto e inselvatichito, ormai fattosi estraneo. Tutto questo, Loro che hanno giurato fedeltà al ´carismatico Führer’ (orrenda, orrenda questa cultura ubriaca!), Loro che hanno coltivato le lettere al seguito di Goebbels, non l’hanno sofferto. Io non dimentico che Loro più tardi hanno subito ben più aspre prove alle quali io sfuggii; ma una cosa almeno Loro non conobbero: lo spasimo dell’esilio, lo sradicamento, il terrore nervoso dei senzapatria.”

La portata e il valore di tutti questi scritti del “cosmopolita germanico” Thomas Mann vanno molto al di la della specificità del periodo nazista o della tragedia del conflitto mondiale: essi meritano di essere letti e meditati oggi non meno di ieri, qui in Italia, in Europa e anche al di là dell’Oceano…

“Il segreto del linguaggio è grande; la responsabilità per esso e per la sua purezza è di carattere simbolico e spirituale, non ha soltanto un significato artistico, ma morale e generale, è la responsabilità in se stessa, E’ semplicemente la responsabilità umana, la responsabilità anche per il proprio popolo, affinchè la sua immagine si mantenga pura al cospetto dell’umanità; nel linguaggio si riflette l’unità della vita umana, la totalità del problema umano, che non permette a nessuno, oggi meno che mai, di separare il mondo spirituale-artistico dal mondo politico-sociale e di isolarsi di fronte a questo nella nobile sfera ´culturale’; quella vera totalità, che è l’umanità stessa e contro la quale commetterebbe un grave crimine chi, la politica, lo Stato, cercasse di ´totalizzare’ una parte della vita umana.”

Questo scrive Thomas Mann nel 1936 rispondendo al Preside della Facoltà di Filosofia di Bonn, il quale aveva seccamente comunicato che Mann, cui nel 1918 era stato conferito il titolo di dottore honoris causa, in seguito alla perdita della cittadinanza tedesca, veniva anche privato della dignità accademica.

Il volume non è solo un importante documento storico, ci parla anche dell’oggi, ci mette in guardia dalle folate irrazionali in cui tornano — in tutta Europa — parole d’ordine semplificate, violente, nutrite del dispregio dell’altro. Che cosa di più attuale, ad esempio, di quello che Mann scrive a proposito della pericolosità della semplificazione e della manipolazione attraverso la propaganda?:

“Oggi ci si è convinti che è più importante e anche più facile dominare le masse, perfezionando sempre più l’arte grossolana di giocare sulla loro psicologia: dunque introducendo al posto dell’educazione la propaganda. […] la violenza è uno spirito straordinariamente semplificatore” (in Attenzione, Europa!)

pallino

Nel denso saggio introduttivo agli scritti manniani, Giorgio Napolitano tiene a dare testimonianza del suo debito intellettuale verso Thomas Mann “per le creazioni narrative che ne hanno fatto l’autore a me più caro da decenni, e insieme per la profonda riflessione, che ha attraversato tutta la sua opera e ha portato l’impronta drammatica del suo tempo, sul rapporto tra politica, cultura e democrazia.”

Napolitano si sofferma su ciascuno degli scritti contenuti nel volume, e sintetizza — con parole che voglio riportare perchè personalmente le considero di grande attualità e pertinenza rispetto alla fase politica che nel nostro Paese stiamo oggi attraversando — il retaggio che secondo lui ci ha trasmesso Mann: “Non può esserci politica, nella pienezza del suo significato e della sua efficacia, in assenza di serie basi e validi strumenti culturali. E non può esserci cultura che concorra in modo decisivo, come sempre dovrebbe, al bene comune e al progresso civile, che non abbracci ´la totalità del fatto umano, dell’umanesimo, che necessariamente include anche l’elemento politico”.

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Qualche personale considerazione a margine.

Leggendo questi scritti politici di Thomas Mann non mi è stato possibile non pensare agli scritti politici del figlio Klaus Mann (ne ho parlato qui) ed a quelli del fratello Heinrich Mann, in particolare a quel suo romanzo Il suddito che mostra (come scrivevo già anni fa) la straordinaria, stupefacente preveggenza di Heinrich Mann che scrisse questo romanzo nel 1914, quando ancora persino la Repubblica di Weimar era di là da venire…In seguito Heinrich Mann sarà sicuramente la guida intellettuale degli scrittori emigrati, il più duro oppositore della Germania di Hitler fin dall’inizio.

Il figlio Klaus e il fratello Heinrich compresero sicuramente prima di Thomas il pericolo rappresentato dall’avanzare del nazionalsocialismo, furono loro (assieme alla figlia Erika) ad insistere in tutti i modi perchè il restio Thomas e la moglie Katia lasciassero la Germania prima che fosse troppo tardi. Ancora nel 1936, dopo essersi rifugiato in Svizzera con la famiglia, dopo la confisca della sua casa di Monaco, Thomas, al contrario del fratello Heinrich e del figlio Klaus, non aveva fino a quel momento espresso in modo netto e definitivo la sua condanna del nazismo. Questo gli veniva chiesto da più parti: dal mondo intellettuale, dall’opinione pubblica internazionale, dai figli Klaus ed Erika, che lo tempesta di lettere per spingerlo a prendere pubblicamente posizione e che per questo arriva persino a litigare con il “Mago”. E così, Thomas Mann prende la decisione di esporsi scrivendo una lettera (non contenuta in questo volume) alla Neue Zürcher Zeitung nella quale è finalmente chiaro e non fraintendibile il suo totale rifiuto dell’ “attuale regime tedesco”, da cui “non potrà venire nulla di buono“; il rifiuto dei potenti, “che da tre anni esitano chiedendosi se devono o no negarmi davanti a tutti la mia germanità“.

Il Thomas Mann degli scritti raccolti in questo volume è un uomo molto diverso dall’autore di quelle ambigue e conservatrici Considerazioni di un impolitico, a tratti anche illiberali e antidemocratiche che Mann sembra ritrattare in particolare in La Germania e i tedeschi, in cui Mann, dicendo di sentirsi a suo agio in America sembra cogliere la bellezza dell’universalismo, del cosmopolitismo, della mescolanza che mostra l’angustia dei sovranismi, delle barriere nazionalistiche, dei deliri identitari e dei trionfalismi germano-centrici.

Insomma, come scrive Claudio Magris in un bellissimo articolo comparso sul Corriere della Sera “Pure Thomas Mann ha sentito di dover brandire la spada nella lotta politica, anche se la spada che sapeva maneggiare era la penna; lo ha fatto, ricorda Massimo Cacciari, controvoglia, costretto dai devastanti disastri dell’epoca che, dopo la fine dello sciagurato massacro della Prima guerra mondiale, vedeva germogliare e proliferare dovunque violenza, odio nazionale, sete di vendetta, razzismo, ideologie barbariche e totalitarie d’ogni genere, germi di quella che sarebbe presto stata la Seconda guerra mondiale, abominio dell’umanità e in particolare della Germania nazista. Mann è costretto a scoprire che la politica non è una sofisticazione intellettualistica e ideologica, astrattamente lontana dalla vita, bensì è la vita stessa e la sua tutela. “,

E Massimo Cacciari: “In Mann, che è trascinato nell’agone politico dalla guerra, che è costretto alla politica dalle tragedie dell’epoca, parla quella che per lui è la fondamentale tradizione, l’eredità del pensiero tedesco, la cui catastrofe coinciderebbe con la rovina della stessa Germania”

Libro molto stimolante, questo Moniti all’Europa, che invita — come si diceva — non soltanto a riflettere sull’oggi ma che riporta alla mente il travaglio di tanti che, sentendosi profondamente tedeschi, amando la cultura tedesca e il loro Paese e trovandosi nelle situazioni le più diverse arrivarono ad augurarsi, per la salvezza della loro patria, la totale sconfitta della Germania ed, alla fine, a gioire della resa incondizionata richiesta e imposta dagli Alleati al regime di Hitler. Solo qualche nome: i Mann (migrazione esterna), Hans Fallada (la cosiddetta “migrazione interna”), ufficiali della Wermacht come Ernst Jünger… e tanti altri. Ma qui si aprirebbe un altro capitolo, ed io ho divagato già anche troppo.

Thomas Mann Moniti all'Europa

Thomas Mann, Moniti all’Europa, a cura di Lavinia Mazzucchetti, traduzione di Cristina Baseggio e Lavinia Mazzucchetti, Introduzione di Giorgio Napolitano, pp. 378, Mondadori, 2017

pallino

*** Le traduzioni dei saggi contenuti nel volume sono di Cristina Baseggio a eccezione degli ultimi due, La Germania e i Tedeschi e Perchè non ritorno in Germania, che si devono invece a Lavinia Mazzucchetti.

*** La scheda del libro >>

*** Europa, attenta i populismi ti devasteranno di Giorgio Napolitano >>

*** La svolta di Thomas Mann sulla scia di Eschilo, un articolo di Claudio Magris, Corriere della Sera del 7 dicembre 2017 >>

*** Considerazioni di un politico. Quando Thomas Mann non salvò la democrazia, articolo di Massimo Cacciari su la Repubblica del 13 novembre 2017 >>

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11 risposte a MONITI ALL’EUROPA – THOMAS MANN

  1. Ivana Daccò ha detto:

    Sai, ciò che rende la paura – e non trovo eccessivo usare questo vocabolo – dei giorni che stiamo vivendo, in Italia, in Europa, nel mondo, difficile da fronteggiare, sentendosi adeguatamente armati contro di essa, è proprio il pensare quanto le parole di Thomas Mann, e non solo, siano rimaste lettera morta, al tempo, in una Germania che non poteva dirsi popolo incolto; lettera morta all’ascolto e alla mente di gerarchi nazisti che, per la maggior parte, a differenza delle voci che ripetono, oggi, uno scempio per molti versi analogo, sapevano bene ciò che facevano “introducendo al posto dell’educazione la propaganda”, sapevano bene come la violenza sia “uno spirito straordinariamente semplificatore”. perfetto per ottundere le cocienze e ridurre gli uomini a servi senza identità.
    Erano uomini che, mentre ordinavano e organizzavano falò dei libri nelle piazze, tenevano sicuramente con sé, con cura, i loro libri, nelle loro case.
    Quegli uomini non hanno avuto la giustifiazione dell’incultura, se pure volessimo riconoscere tale giustificazione al “popolo” (qualunque cosa la parola voglia dire, in questo uso che ne faccio, improprio e un po’ bestiale),
    Pure, la parola, il pensiero, educati, restano sicuramente l’arma formidabie. Quantomeno, la sola disponibile.
    Cerco, non trovo, quell’altra dimensione umana capace di fermare l’orrore. La intravedo, mi chiedo come, su quale terreno, possa crescere.
    Senza disperare. Certo. Oggi il mondo è diverso. Maggiormente connesso. Giungono voci resistenti. L’arma della va usata.
    Ancora una volta ti ringrazio di questi tuoi contributi.
    . .

    • gabrilu ha detto:

      Ivana Daccò Infatti, legger libri, ascoltare buona musica, esser sensibili alla poesia, alle arti figurative non garantisce alcunché o, come diciamo qui in Sicilia “il resto di niente”. Spero di tornar prima o poi su questo tema, che è da parecchio che mi frulla in testa.
      La parola come una spada, scrive il per me sempre grandissimo Magris che sa ancora una volta trovare le parole più efficaci. Come poi questa spada venga usata, se per difesa o per offesa, è responsabilità individuale. Ché bisognerebbe recuperarlo, finalmente, questo concetto della responsabilità individuale…
      Ciao, sempre un piacere leggerti

  2. Geneviève LAMBERT ha detto:

    La lettura di questo bell ‘articolo mi rammenta un altro libro su questo tema.
    Si tratta di Bert e il Mago di Fabrizio Pasanisi, Nutrimenti editore, 2013.
    Un’eccellente recensione si legge sul sito Fabrizio Pasanisi, Bert e il Mago | germanistica.net
    Grazie Gabriella

    • gabrilu ha detto:

      Geneviève Lambert
      Non conoscevo questo libro che, dalla recensione su germanistica.net mi è sembrato molto interessante. In particolare questo mettere di fronte Thomas Mann e Bertold Brecht (“il borghese” e “il rivoluzionario”, come scrive l’autrice della recensione) dichiarando ed ammettendo (confessando?) io però, già da subito, di non esser mai stata granché brechtiana e di esser dunque molto prevenuta perché le mie simpatie e la mia empatia sono pregiudizialmente tutte a favore di Thomas Mann…
      Davvero una segnalazione interessante, grazie! Ho messo il libro nella “wish list” e lo leggerò sicuramente, anche se non so quando… 🙂

  3. melchisedec ha detto:

    Grazie mille per la segnalazione!

  4. Giorgio ha detto:

    La citazione dall’introduzione di Napolitano mi ricorda questa parafrasi da un celebre motto di Kant: la politica senza cultura è cieca, la cultura senza politica è vuota.
    E’ desunta a margine di un brano contenuto nell’ultimo testo, “Peripezie italiane di politica e cultura”, del libro “L’italiano” di Giulio Bollati (più precisamente, astrae il distico laddove Bollati scrive del boom economico).
    Credo che sintetizzi abbastanza bene il sapore (sapore: non sapere) amaro che si prova sentendo di vivere in un periodo, o in un momento, cieco e vuoto (amaro, contrario a dolce: mi viene in mente l’esergo da Talleyrand in “Prima della rivoluzione”, anche declinandone il senso a “prima della responsabile” la vita adulta: se ora, per quel che accade intorno, è il tempo della responsabilità… ciascuno, non me ne voglia, si scelga l’apodosi; e concludo tra parentesi).

  5. gabrilu ha detto:

    Giorgio
    … “la politica senza cultura è cieca, la cultura senza politica è vuota” la trovo perfetta, un’idea con la quale mi sento di concordare pienamente.
    Grazie per questo articolato commento e, se mi si permette un po’ di frivolezza, devo ammettere che nel leggere il termine “apodosi” non so perché (mento sapendo di mentire: in realtà lo so bene, il perchè) mi sono balzati davanti immediatamente, agli occhi della mente (che fa pure rima) i volti di alcuni personaggi dei “piani alti” delle italiche Istituzioni e mi sono chiesta se sarebbero in condizione di capire il senso della questione.
    Spero ci si rilegga presto 🙂

  6. Jonuzza ha detto:

    La grandezza di Mann è tale da risultare spesso ostica, purtroppo. Questo tuo post è bellissimo e interessantissimo, conosco bene questi scritti da lettrice adoratrice del grande Thomas.

    • gabrilu ha detto:

      Jonuzza
      La sua scrittura può risultare ostica a chi non è (più?) abituato ad un “passo” lento, lungo e articolato, per chi non ha pazienza. Oggi purtroppo a me pare siano sempre di più le persone che questa voglia e pazienza non ce l’abbiano.
      Gli scritti di Mann contenuti in questo volume: alcuni li conoscevo letti altrove in ordine sparso, di altri avevo sentito parlare ma non mi erano mai capitati per le mani. Questo volume ha il grosso pregio di riunirli e consentire uno sguardo panoramico e sistematico anche sull’evoluzione del pensiero politico di Mann e sul suo atteggiamento nei confronti della Germania

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