SERRA CON CICLAMINI – REBECCA WEST

Serra con ciclamini Rebecca West

Rebecca West, Serra con ciclamini. Il processo di Norimberga e la rinascita economica della Germania (tit. orig. Greenhouse with Cyclamens I, Greenhouse with Cyclamens II, Greenhouse with Cyclamens III, da A Train of Powder), pp.160, traduz. di Masolino d’Amico, Editore Skira, Collana StorieSkira, 2015

Ho “scoperto” questo libro perchè alcuni stralci dei testi in esso contenuti li ho trovati più volte citati da Philippe Sands nel suo importante libro La strada verso Est del quale ho avuto modo di parlare >>qui.

Ancora una volta, come molto spesso mi succede, non sono io che ho scelto la mia lettura, è il libro che ha scelto me. Ho constatato molto spesso che le migliori letture sono state quelle che ho fatto perchè ho seguito la traccia di una minuscola nota a piè di pagina di un altro libro, un’indicazione bibliografica e/o la citazione di un autore o di un’autrice che ho già avuto modo di apprezzare…

pallino

La casa editrice Eliot ha pubblicato qualche anno fa per la prima volta in italiano i tre testi che tra il 1946 e il 1954 vennero commissionati da tre diverse testate giornalistiche (The New Yorker, The Evening Standard e The Daily Telegraph) alla giornalista e romanziera britannica Cicily Isabel Fairfield (1892-1983), meglio conosciuta con lo pseudonimo di Rebecca West.

Rebecca West era un’intellettuale molto nota impegnata nella difesa dei principi liberali, era molto conosciuta per i suoi reportages giornalistici, i suoi romanzi e per i suoi saggi tra cui il famoso libro di viaggio Black Lamb and Grey Falcon (pubblicato in Italia con il titolo La Bosnia e l’Erzegovina: viaggio in Iugoslavia) del 1941. Nel 1947 il Time l’acclamò con enfasi come “migliore scrittrice al mondo”. A proposito: proprio in questo periodo la casa editrice Fazi sta procedendo con grande successo alla ripubblicazione di una delle sue opere narrative più importanti ed amate, la “trilogia degli Aubrey”.

Il volume di cui mi occupo io oggi contiene tre testi diversi, scritti a distanza di qualche anno l’uno dall’altro ma che hanno un filo conduttore comune: la Germania del dopoguerra dal processo di Norimberga agli anni della rinascita economica.

I tre testi sono Serra con ciclamini I – 1946 in cui la West fa il resoconto del processo di Norimberga che essa seguì in veste di cronista, Serra con ciclamini II – 1949 e Serra con ciclamini III – 1954 che contengono le sue considerazioni su quanto accadde negli anni che videro la rinascita economica della Germania. I tre reportages vennero in seguito raccolti nel volume dal titolo A Train of Powder pubblicato nel 1955.

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IL PROCESSO
Rebecca West seguì dunque come cronista quel processo che vide alla sbarra i più importanti gerarchi del regime di Hitler. Un processo di grande rilevanza storica, senza precedenti, che ci si immagina (almeno, io immaginavo) essere stato avvincente ed emozionante dal primo fino all’ultimo giorno della sua lunga durata. L’esperienza del processo di Norimberga fu caratterizzata invece, scrive l’autrice sin dalle prime righe del suo resoconto e lo ripete più volte per tutta la sua narrazione, da noia e sentimento di solitudine: “simbolo di Norimberga era uno sbadiglio […] Per coloro che si trovavano lì, tutti senza eccezione, questo era un luogo di sacrificio, di noia, di maldicapo, di nostalgia di casa”. E ancora: “l’aula era una roccaforte di noia. Ogni persona entro il suo raggio era in preda a un tedio estremo”

Nel suo reportage West non trascura nulla: dalle strutture della città andate distrutte alle eccezionali (ma non prive di falle) misure di sicurezza del tribunale; non viene tralasciato alcun dettaglio, molti sono i singoli e significativi episodi accaduti durante lo svolgimento del processo che vengono riportati. West descrive e discute le motivazioni dell’Occidente (alcune comuni, altre molto diverse per i vari Paesi Alleati) per la celebrazione di questo processo, le contraddizioni e ambivalenze. Una fra tutte, quella per cui molti sostenevano che se si perseguivano i capi nazisti con accuse di complotto per commettere crimini contro la pace e le regole della guerra e dell’umanità, non poteva essere giusto avere sullo scranno un giudice sovietico, poichè l’Unione Sovietica si era resa rea di questi stessi crimini con la sua pubblica violenza contro la Finlandia, la Polonia e le Province Baltiche. “E veramente qui ci furono spesso occasioni di vergogna”, chiosa l’autrice.

West fornisce un ritratto e descrive con grande vividezza le caratteristiche dei componenti la Corte internazionale, gli avvocati difensori ed i Pubblici Ministeri. Quando, ad esempio, parla del giorno della sentenza, in cui ciascuno dei giudici lesse una parte del giudizio, ecco come descrive il giudice sovietico e la reazione alle sue parole:

“quando toccò al russo ci fu la tentazione di non impostare gli auricolari per consentire il giusto passaggio alla versione inglese, perchè la lingua russa scorreva come un fiume dalle ferme, carnose labbra di questo uomo forte: un fiume di vita, un fiume di genio, di un genio inesauribile e imprevedibile. Ascoltare l’oratoria slava è sentire che Aksakov e Dostoevskij e il vescovo Petar Njegos si erano trovati con metà del loro lavoro già fatta dalla lingua che usavano. Ben presto però il desiderio di sapere che cosa questi dicesse si dimostrò irresistibile. Venne fuori che il russo stava leggendo la parte del giudizio che condannava i tedeschi per le loro deportazioni: per aver tolto uomini e donne dalle loro case e averli mandati in campi lontani a lavorare come schiavi in condizioni di grave disagio, spesso senza poter comunicare con le loro famiglie. Qui c’era una certa ironia, e un certo ammonimento.”

Gli imputati ci vengono presentati subito, ad apertura del processo e non posso fare a meno di riportare alcuni stralci delle pagine in cui la penna arguta e sagace della giornalista fotografò quegli uomini che avevano tenuto in scacco il mondo fino a poco tempo prima.

“le loro personalità erano talmente ridimensionate che era difficile ricordare chi era chi, anche dopo essere stati seduti a guardarli per giorni e quelli che spiccavano si definivano più per stranezza che per carattere”

“Göring aveva ancora gesti imperiali, ma erano così volgari da far pensare che non avesse mai occupato una qualche posizione di rilievo […] benchè su di lui si fossero lette notizie sorprendenti per anni, sorprendeva ancora. Era talmente morbido. A volte indossava una divisa delle Forze Aeree Tedesche, e a volte un abito chiaro da spiaggia nel peggior gusto faceto, ed entrambi gli stavano larghi, dandogli un’aria di donna incinta. Aveva capelli spessi, castani, giovani, la pelle ruvida e chiara di un attore che per decenni ha usato tinte grasse, e le rughe straordinariamente profonde del drogato. Sommato, il tutto diventava qualcosa come la testa di un fantoccio da ventriloquo. Sembrava infinitamente corrotto, e si comportava ingenuamente”.

“Hess era notevole, perché era così evidentemente pazzo che sembrava una vergogna processarlo”.

“Shacht era altrettanto notevole, perché era così lontano dalla follia, così completamente ordinario il suo io in queste circostanze straordinarie”.

“Streicher era commiserevole, perché responsabile dei suoi peccati era chiaramente la comunità, e non lui. Era un vecchio sporcaccione del tipo che molesta nei parchi, e una Germania sana lo avrebbe ricoverato molto tempo prima. “.

Baldur von Schirach, capo della gioventù nazista, “stupiva perché sembrava una donna, in un modo così comune tra quegli uomini che assomigliano alle donne. Era come se lì sedesse una linda e scialba governante, non graziosa, ma senza mai un capello fuori posto, di quelle che quando ci sono visite si fanno silenziosamente da parte: come sarebbe potuta essere Jane Eyre.”.

Seduti dietro il banco degli imputati dell’aula del Palazzo di Giustizia di Norimberga, città tedesca — simbolo insieme a Berlino e a Monaco del regime nazista — in cui si stava celebrando il processo più importante della storia dell’umanità (20 novembre 1945 – 1º ottobre 1946), gli ex gerarchi

“rinunciando allo sforzo di essere se stessi, si univano in una trama comune che semplicemente ribadiva la dichiarazione di non colpevolezza”.

Processo di Norimberga

Il materiale offerto a chi legge è davvero tanto, ma alcuni punti in particolare hanno catturato la mia attenzione.

Il tempo, ad esempio, che viene percepito e vissuto con uno stato d’animo completamente opposto dagli imputati e da tutte le altre persone coinvolte a diverso titolo nel processo.
Per gli imputati, che non si illudevano circa l’esito del procedimento, dominava “il desiderio di arrestare il tempo. Pregavano tutti con i loro nervi ipertesi: “Che questo processo non finisca mai, che continui per sempre e in eterno, senza fine” .
Per tutti gli altri presenti nel Palazzo di Giustizia il tempo scorreva invece sin troppo lentamente… “gli otto giudici sugli scranni, che chiaramente trascinavano i procedimenti oltre la soglia della loro coscienza per pura forza di volontà; gli avvocati e i segretari che sedevano afflosciati sui loro sedili ai tavoli nel pozzo dell’aula; gli interpreti che cinguettavano infelicemente nella loro scatola di vetro come uccelli in gabbia tenuti svegli da una luce forte, alimentando i microfoni con versioni francesi e russe e inglesi dei procedimenti a beneficio degli auricolari degli spettatori; le guardie ritte con le braccia che stringevano dietro la schiena le loro mazze bianche, tutte immobili e dure come metallo tranne le facce di fanciulli, che erano gonfie dalla noia. Tutta questa gente voleva lasciare Norimberga con la stessa urgenza con cui un paziente sotto il trapano vuole alzarsi e lasciare la poltrona del dentista”

Nel giorno della sentenza viene imposto il divieto assoluto di fotografare: “Impiccare uomini simili poteva essere giusto. Ma non poteva essere giusto fotografarli mentre veniva loro detto che sarebbero stati impiccati. Perché quando la società deve colpire un uomo, deve colpirlo il meno possibile, e deve preservare quanto può del suo orgoglio, per evitare che in quella società si diffondano quegli stessi sentimenti che spingono gli uomini a fare le cose per cui vengono impiccati.”

Rebecca West esplora la natura del crimine e della punizione, si interroga sull’innocenza e la colpa, sull’assoluzione e sul perdono. La West seguì tutte le fasi del processo, e nota le forti differenze di reazioni, giudizi, analisi esistenti tra chi, tra i corrispondenti, aveva avuto modo di seguire tutto il processo e chi invece aveva assistito solo all’inizio ed alla fine, differenze che inevitabilmente emergevano poi dai resconti che questi ultimi inviavano alle loro testate. Il divieto di fotografare nel giorno della sentenza, ad esempio, venne vissuto in modo completamente diverso da chi aveva avuto davanti agli occhi gli imputati giorno dopo giorno per un intero anno e da chi li aveva visti solo nella fase finale del procedimento…
Il processo durò circa un anno. Non poteva andare diversamente, considerata la complessità della sua realizzazione, la enorme mole dei documenti da esaminare, la quantità dei testimoni da ascoltare, la lentezza determinata anche dalla necessità di tradurre in più lingue testimonianze e documentazione. Ma, riflette la West, questa lunghezza dell’arco di tempo che intercorre dal momento dell’esposizione delle accuse al momento della sentenza nasconde anche un’insidia: l’imputato diventa un individuo in qualche modo familiare a giudici e pubblici ministeri e questo può rendere via via più difficile la sentenza finale: “Se un processo per omicidio dura troppo, viene fuori qualcosa di più dell’omicidio. Nell’assassino viene fuori l’uomo; pensare di distruggerlo diventa orribile.”
Nel caso di persone imputate di eccidi di massa, crimini contro l’umanità, genocidio, questa insidia non è da sottovalutare, perchè West non ha dubbi su “quanto fosse necessario per il mondo intero castigare i capi nazisti; nel nostro sistema si sarebbe spalancata una voragine se fosse stato possibile a dei farabutti commettere un considerevole numero di abietti crimini nel loro stesso paese e in altri, e poi sottrarsi al castigo perché avevano distrutto tutto, perfino i tribunali. La civiltà non sarebbe più stata considerata praticabile se il dottor Frank, governatore della Polonia, non fosse stato punito per avere infranto le leggi polacche solo perché aveva assassinato la Polonia e il cadavere non era in grado di perseguirlo”

Il servizio reso alla storia dal processo di Norimberga fu immenso. Molte migliaia di documenti da archivi nemici furono allegati all’accusa, e proprio perché poterono essere contestati dalla difesa, la loro autenticità fu garantita; e i testimoni li annotarono e dovettero dimostrare le loro annotazioni al controinterrogatorio. Con le sue falle, i molti compromessi necessari per la partecipazione di potenze alleate tanto diverse, il processo tradì anche però — nonostante i suoi artefici lo avessero progettato nel miglior modo che i tempi consentissero — secondo la West, almeno in parte, le speranze che aveva suscitato: “Condotto da funzionari malati dalla stanchezza lasciata da una grande guerra, frequentato solo da una manciata di spettatori, inadeguatamente coperto dalla stampa, costantemente frainteso, fu un evento informe, una composizione difettosa, che non impresse nessuna immagine chiara sull’animo delle persone che avrebbe dovuto raggiungere. Fu uno di quegli eventi che non diventano un’esperienza.”

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SERRA CON CICLAMINI
La Norimberga del 1946 era una città desolata, colpita dai bombardamenti alleati, non si poteva acquistare nulla se non al mercato dell’usato, tranne le cibarie. Non era possibile acquistare nemmeno generi di primaria necessità come scarpe, pentole, coperte, sedie o tavolini e la sola via percorribile era quella aerea. Eppure, in questa Norimberga ridotta ai minimi termini, Rebecca West vede spuntare i primi segnali di vita.

Lei e gli altri giornalisti corrispondenti delle varie testate erano alloggiati in una villa un paio di miglia fuori città ex abitazione di un fabbricante di matite. Quella villa ( “una sorta di casa stregata”) e quel manipolo di corrispondenti “diventavano nel loro esilio malinconico come tanti fantasmi”, ma all’interno del giardino di quello Schloss c’era una serra in cui regnava un perfetto lindore, piena di piante, ciascuna delle quali aveva quell’aspetto semplice e integrato, “segno che il giardiniere che l’aveva coltivata capiva molte cose e non si stancava mai di applicare la sua saggezza”. Tra i tanti fiori presenti, i ciclamini, i cui fiori sono spesso paragonati a farfalle visto che i loro petali sono come le loro ali.
La serra era curata con ordine e pulizia maniacale da un anziano giardiniere con una gamba sola; coltivava con amore e dedizione le piante tra le quali i ciclamini ed era aiutato da una bambina di dodici anni. “Sembrava incredibile che quella serra fosse stata tenuta in uso durante la guerra a sfida delle regole e dei regolamenti di Hitler, e che adesso stesse sfidando le regole e i regolamenti degli alleati, poiché questi non potevano desiderare che combustibile e forza lavoro tedeschi fossero adibiti a far crescere fiori”.

In questa serra e nel suo giardiniere Rebecca West “vede” un intero popolo ricostruire il proprio orgoglio e la propria identità, pronto a ripartire e a riscattare se stesso dagli orrori perpetrati a milioni di vittime innocenti nel corso di una guerra perduta. L’inizio di una nuova vita.
Per Rebecca West quell’uomo con una gamba sola e la bambina dodicenne, quella serra, rappresentano il simbolo della ripresa economica della Germania nonostante le pesanti costrizioni imposte dai paesi vincitori, i conflitti interni fra gli alleati e i dieci milioni di esuli che si erano riversati sulle sue terre. L’uomo era stato giardiniere allo Schloss prima della guerra e aveva perso la gamba sul fronte russo e alla fine di maggio aveva tanti ciclamini in fiore tanto da addolorarsi che il processo non continuasse fino a Natale così da avere un discreto numero di ciclamini da vendere.

“Non voleva fuggire dalla sua serra, voleva fuggire dentro di essa, voleva evadere nel suo lavoro manuale, perché lui e quelli come lui avevano dimostrato un’eccezionale incapacità di rendere gradevole il resto dell’esistenza”.

I ciclamini, il vecchio giardiniere, l’ossessione di coltivare sempre più ciclamini viene assunta da West come metafora e parabola della rinascita della Germania.

“L’uomo con una gamba sola che coltivava enormi ciclamini nella serra a Norimberga stava diventando una figura da incubo. La serra sembrava avviata a coprire in breve tempo l’intero paese, cambiando la propria forma per produrre cose diverse dai fiori: tessuti, prodotti chimici, automobili, navi, acciaio. Ma il volto di quell’uomo non era cambiato. Lui non aveva altra preoccupazione che coltivare sempre più ciclamini, ciclamini di qualità sempre migliore. Era indifferente a tutto tranne che alla propria operosità, come se questa fosse stata una droga che istupidisce; e i suoi compagni vivevano la stessa ossessione. Ma inevitabilmente la loro operosità avrebbe creato una situazione nella quale avrebbero dovuto interessarsi a molte altre cose, perché la loro produttività avrebbe generato ricchezza, che avrebbe generato potere, al quale avrebbero dovuto dare indirizzo e forma.”

Tornano in mente le parole di Hannah Arendt che nel suo Ritorno in Germania del 1950 aveva scritto a proposito dell’ossessione dei tedeschi di “essere continuamente occupati”, della loro “brama di essere sempre affaccendati con qualcosa per tutto il giorno” e della loro laboriosità come arma principale nella difesa dalla realtà…

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RITORNO IN GERMANIA

La West tornò altre due volte in Germania, tra il 1949 e il 1954, descrivendo le ramificazioni sociali e politiche di un mondo che si stava riprendendo dalle divisioni della guerra, assistendo e descrivendo la veloce ripresa economica della Nazione nonostante le pesanti costrizioni imposte dai Paesi vincitori della II Guerra Mondiale, i conflitti interni fra gli Alleati e i dieci milioni di esuli che si erano riversati sulle sue terre.

Al termine del suo reportage sul processo di Norimberga Rebecca West aveva annotato, nel 1946: “In tutto il mondo la gente era malata di impazienza perché era legata alla macchina che si stava esaurendo e voleva essere tra gli operatori della macchina che si stava scaldando. Quello che era troppo vecchio era esasperante e quello che era troppo nuovo non lo era di meno”.

Berlino, “la più libera e meno confinata tra le capitali” le appare una prigione: “Tutti a Berlino erano prigionieri. Nessuno era libero, nemmeno coloro che dicevano di essere i secondini. I berlinesi erano prigionieri perché erano stati vinti. Gli alleati erano prigionieri perché erano i vincitori. Gli americani non potevano andarsene perché l’Unione Sovietica non prendesse il loro ritiro come un’ammissione della loro volontà di cedere loro tutto il mondo per restarsene a casa in pace; e a un equivoco simile sarebbe ben potuta seguire una Terza Guerra Mondiale. Gli inglesi non potevano lasciare Berlino perché gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica non prendessero la loro ritirata per un’ammissione di essere un popolo in bancarotta e senza più potere: equivoco che anch’esso avrebbe potuto accelerare lo scoppio di una Terza Guerra Mondiale. I francesi non potevano lasciare Berlino perché il mondo non traesse le sue conclusioni dallo stato di schiavitù in cui erano caduti nel 1940, e li considerasse privi di potere. Anche i russi erano prigionieri; il loro era il più profondo grado di cattività. Non potevano lasciare Berlino senza abbandonare quella che allora era la sola idea russa: occupare qualsiasi paese in cui potevano mandare l’Armata Rossa a cooperare col locale partito comunista, per quanto la popolazione potesse detestarli, e quindi imporre uno Stato di polizia col quale indurre in tali paesi una parvenza di soddisfazione che avrebbe reso difficile alle democrazie occidentali trovare sostegno morale se avessero tentato di scacciarli. I russi dovevano pertanto rimanere a Berlino

Una delle cose più interessanti (e per certi versi anche ancora e di nuovo molto attuali) degli scritti del 1949 e del 1954 è, a mio parere, l’attenzione e le riflessioni che la West dedica alla grande questione dell’enorme numero di persone che si erano riversate ed erano presenti in Germania negli anni dell’immediato dopoguerra come profughi, espulsi e rifugiati.

Gli anni del dopoguerra videro l’Europa teatro di un enorme fenomeno di spostamento di grandi masse di persone, un continente in cui molti tornano senza ritrovare ciò che hanno dovuto lasciare mentre altri vagano attraverso il continente evitando di tornare nel luogo da cui provengono…

Certo, secondo la West, la colpa della presenza dei profughi ricadeva in primo luogo sui tedeschi, perché la maggior parte di costoro erano stati portati dai nazisti come schiavi operai; ma poi erano rimasti in Germania perché non erano comunisti, e ” Mr Churchill e i presidenti Roosevelt e Truman avevano imposto il comunismo ai loro paesi senza consultarne gli abitanti. Poi c’erano gli espulsi, la cui presenza era totalmente dovuta agli alleati. Erano i gruppi di origine tedesca nei paesi dell’Europa orientale che la Conferenza di Potsdam aveva deciso di rimuovere dai luoghi dove i loro antenati vivevano da secoli e spedirli in Germania. C’erano poi i rifugiati dalla Zona Orientale della Germania, in fuga dall’inefficienza russa. A queste categorie appartenevano circa dieci milioni di persone. Molti dei rifugiati erano emigrati.”. Le potenze Alleate quindi hanno, secondo Rebecca West, una grande “colpa morale” per il destino dei profughi, dei rifugiati e degli espulsi.

Le considerazioni che la West fa sulla questione riecheggiano e sono molto in sintonia con quelle che Dan Stone espone in La liberazione dei campi. La fine della Shoah e le sue eredità, libro del quale ho parlato >>qui

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Serra con ciclamini. Il processo di Norimberga e la ripresa economica della Germania è dichiaratamente un reportage. Sarebbe tuttavia davvero riduttivo relegare questi testi alla semplice dimensione giornalistica: con la sua narrazione secca, sarcastica, asciutta, Rebecca West fa non solo una rilettura del passato fondamentale per capire la Germania di oggi ma di un reportage (il primo, in particolare, quello in cui parla del processo di Norimberga) un testo che ha i toni e le cadenze di un romanzo e si avvicina molto alla grande letteratura. La prima parte del volume mi è apparsa la più interessante perchè al lettore non si propone un semplice, effimero resoconto giornalistico ma una vera e propria ricostruzione — ricca di personaggi ed episodi paradossali — del clima drammaticamente conflittuale e tormentato, sotto il profilo psicologico e morale, prevalente nel Paese dilaniato dalle distruzioni della guerra e in quella storica Aula di Corte di Giustizia.

La raccolta A Train of Powder riscosse un enorme successo di critica e di pubblico, il Time e altre importanti testate internazionali ne parlarono a lungo e lo recensirono entusiasticamente e, letto oggi a più di settant’anni di distanza mantiene ancora tutta la sua validità letteraria e gli interrogativi che pone sono ancora oggi attualissimi. Una lettura che ho trovato avvincente come un romanzo, da cui era difficile staccarmi.

Di questo libro il grande giornalista e storico americano William Shirer autore, tra l’altro, del bellissimo Diario di Berlino 1934-1947 e della Storia del III Reich scrisse: “Rebecca West…has raised journalism to a high art, breathing into it a depth, a poetry, a subtlety, and an understanding and compassion for human beings and their endless follies and tragedies that give it a legitimate place in contemporary literature.”

Rebecca West

La scheda del libro >>

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