L’ULTIMA PORTA SULLA NOTTE

 

George Steiner Il castello di Barbablu

“La cultura occidentale è come il Castello di Barbablù”, dice George Steiner.

Nel mio post di chiusura dell’anno 2018 con cui facevo una sorta di bilancio dei libri di cui avevo parlato scrivevo che prevedevo di rileggere di più e che sempre più sentivo l’esigenza di selezionare meglio le nuove letture cercando di non disperdermi tra mille rivoli ma seguendo percorsi precisi per approfondire aree tematiche che mi interessano particolarmente e per conoscere meglio determinati autori che mi stanno a cuore.

Così effettivamente sto procedendo, e se in questi primi mesi del 2019 non ho scritto molto sul blog ciò è dovuto non certo al fatto che abbia letto poco (tutt’altro, ho letto davvero parecchio) ma perchè

1) non sono sicurissima che le tematiche che più mi appassionano in questa fase della mia vita di lettrice possano risultare interessanti anche per coloro che frequentano NonSoloProust
2) perchè il materiale che ho accumulato, gli stimoli di riflessione sono così tanti che metterli in ordine anche solo mentalmente, per non parlare poi di scriverne richiede capacità ed energie di cui non sempre penso di disporre.

Parlo, in particolare, di tutto un filone di libri (saggistica, storia, biografie, memoriali…) che riguardano direttamente la Seconda Guerra mondiale, la Shoah e gli anni dell’immediato dopoguerra in Europa. Tematiche che più cerco di approfondire più si rivelano sterminate e rivelatrici della mia profonda ignoranza. Una vera e propria discesa nel Maelström e mi chiedo: riuscirò anche io, come quel marinaio di Poe, a trovare qualcosa di solido cui aggrapparmi per sfuggire al gorgo che rischia di risucchiarmi? Riuscirò a giungere ad una riva?

Maelstrom-Clarke

Una rappresentazione artistica di Harry Clarke del 1919 per
Una discesa nel Maelström di Edgar Allan Poe

(Fonte)

Ogni libro che chiudo mi presenta innumerevoli altre porte chiuse che sento il bisogno di spalancare, ogni “scoperta” che faccio su quel periodo storico mi pone decine e decine di altri interrogativi, ogni lacuna che mi sembra di aver colmato mi pone di fronte altre piste da percorrere e sentieri che si biforcano come nel labirintico giardino di Borges…

Allora   ricorro, ancora una volta, a George Steiner ed al suo Nel Castello di Barbablù.

pallino

Il Castello di Barbablù è una fiaba del 1600 contenuta nei Racconti di Mamma Oca di Charles Perrault che agli inizi del 900 il musicista ungherese Béla Bartòk, ispirandosi al testo reinterpretato dal poeta (anch’egli ungherese) Bèla Balàzs, trasformò in una splendida opera lirica.

L’opera di Bartòk rappresenta per il critico letterario, filosofo e comparatista George Steiner schema e metafora della cultura occidentale del Novecento, e per questo ne fece l’ emblema di un suo libro dal titolo, appunto, Nel castello di Barbablù.

La favola racconta la storia di Giuditta, ultima moglie di Barbablù alla quale il marito consegna le chiavi della sua casa dandole il permesso di aprire tutte le porte tranne una. Quell’ultima porta segreta, che Giuditta andrà ad aprire nonostante l’esplicito divieto del marito, le svelerà l’orrore che vi era nascosto. Nella fiaba di Perrault il pavimento coperto di sangue e appesi alle pareti i cadaveri di tutte le precedenti mogli di Barbablù, morte scannate. Nell’opera di Bartòk in cui il testo di Perrault è stato rivisitato da Balàzs, Giuditta trova una forma diversa di orrore: aprendo la settima porta vede sfilare davanti a sé le tre precedenti mogli di Barbablù, vive ma silenziose. Sono le mogli del mattino, del mezzogiorno e della sera, spiega l’uomo, e Giuditta, la più bella, che egli ha incontrato di notte, sarà la donna della notte. Incontrata di notte, ora alla notte dovrà appartenere per sempre. Inutilmente ella chiede pietà, il suo destino è segnato. Barbablù la ricopre di gioielli meravigliosi e la avvolge in un pesantissimo manto stellato; quindi Giuditta, piegando la testa sotto il peso di quella cappa resa pesantissima dai gioielli è costretta a seguire le tre compagne sinché la settima porta non si chiude alle sue spalle. Barbablù rimane solo, mentre tutto svanisce nel buio totale e le tenebre tornano a invadere il suo castello.

Nella 3° Conferenza dal titolo Una post-cultura Steiner evoca un’altra porta citando come diagnosi chiave della cultura “la lucida analisi di Dante dei versi del canto X dell’Inferno:

“Però comprender puoi che tutta morta

fia nostra conoscenza da quel punto

che del futuro fia chiusa la porta”

pallino

Questo libro di Steiner, un volumetto di poco più di un centinaio di pagine ma densissimo di contenuti, pubblicato per la prima volta nel 1971 e che io posseggo ancora nella vecchia edizione SE che avevo acquistato a Venezia nel 1991 è uno di quelli che rileggo più spesso. Quell’edizione è da tempo scomparsa dalla circolazione, ma il volume di Steiner è stato, per fortuna, ripubblicato da Garzanti nel 2011.

L’assunto centrale di quest’opera straordinaria che contiene quattro Conferenze in memoria di T. S. Eliot è, per dirla con l’autore, un tentativo di ridefinizione della cultura a partire dalle Notes toward the Definition of Culture (pubblicate in italiano con il titolo Appunti per una definizione della cultura) dello stesso Eliot, scritte nel lontano 1948. Steiner definisce la nostra epoca come il tempo della “post cultura”, e ne dipana le motivazioni attraverso un complesso di analisi dettagliate sui processi che ci hanno portato “…al nostro attuale senso di smarrimento, di disordine, di regresso verso la violenza e l’ottusità morale; la nostra impressione sempre desta di una sostanziale assenza di valori nelle arti e nei comportamenti individuali e sociali…”

Steiner centra la sua indagine sul ruolo che la cultura ha svolto nell’evoluzione umana dalla Rivoluzione francese ai giorni nostri, analizza l’insopprimibile tendenza alla barbarie dell’uomo occidentale tanto quanto la sua costante volontà di ricerca e di sviluppo intellettuale. Nel far questo pone una serie di interrogativi sul compito che la cultura dovrebbe assolvere dopo le tragedie della prima metà del Novecento — in particolare quella dell’Olocausto — che sono, anche dopo quarant’anni, quanto mai attuali e ineludibili.

pallino

Quanto più approfondisco la conoscenza di quello che è stato chiamato “il secolo breve”, tanto più mi rendo conto di quanto abbia ragione Steiner quando scrive queste parole tratte dalla 2° Conferenza intitolata non a caso come il capolavoro di Rimbaud Una stagione all’inferno:

“A me sembra irresponsabile qualunque teoria della cultura, qualunque analisi della nostra situazione attuale che non ponga al centro della riflessione i metodi del terrore che con la guerra, la fame e il massacro deliberato causarono in Europa e in Russia tra l’inizio della prima guerra mondiale e la fine della seconda, la morte di circa settanta milioni di esseri umani.

Ma c’ è un secondo rischio. Non solo il materiale sull’argomento è vasto e sfugge all’analisi: esso esercita anche un fascino sottile e perverso. Concentrando uno sguardo eccessivamente fisso sull’oggetto d’orrore, ne subiamo un’inesplicabile fascinazione. In qualche strano modo l’orrore richiama, lusinga, produce nei mezzi limitati dell’osservatore una spuria risonanza […] Chiunque, per quanto moralmente integro, dedichi tempo e risorse immaginative a questi nodi oscuri, dubito che possa, o debba, allontanarsene intatto. Eppure i nodi oscuri sono al centro; eluderli significa eludere qualsiasi possibilità di seria indagine sul potenziale umano.”

 

Steiner Nel castello di Barbablu

George Steiner, Nel castello di Barbablù. Note per la ridefinizione della cultura. Conferenze in memoria di T. S. Eliot 1970, traduz. Isabella Farinelli, pp.130, Garzanti Libri, 2011

*** La scheda del libro >>

*** Il testo integrale della fiaba di Perrault >>

*** L’opera integrale Il castello di Barbablù di Bartòk nel  video  dell’allestimento  con la London Philarmonic Orchestra diretta da Georg Solti, Sylvia Sass (soprano), Kolos Kováts (baritono), regia video  Miklós  Szninetár. Sottotitoli in italiano.

 

*** Approfondimento sull’opera di Bèla Bartòk >>

Informazioni su gabrilu

https://nonsoloproust.wordpress.com
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19 risposte a L’ULTIMA PORTA SULLA NOTTE

  1. Ti prego continua a scrivere questi post!! Non conoscevo l’opera di Steiner ma ora la sento più familiare. Stasera, in tutta tranquillità, voglio anche sentire l’opera di Bartok. Anche a me piace approfondire certi temi o periodi. La Seconda guerra mondiale è u n tema attorno al quale ho letto molto, quindi capisco benissimo quanto dici. Grazie, e buona giornata

    • gabrilu ha detto:

      ilmestieredileggereblog
      Grazie a te… quello che mi dici mi incoraggia parecchio… a volte mi sembra di essere un po’, come dire, strana 🙂
      Mi fa molto piacere sapere che certi miei interessi che qualcuno magari definirebbe “di nicchia” sono condivisi da più persone di quanto io creda. NSP è pieno di (piacevoli) sorprese!
      Hai poi avuto occasione di guardare il video di Bartòk? E’ un musicista che amo molto in tutte le sue composizioni, sia quelle solo strumentali che quelle vocali, e Il Castello di Barbablù lo frequento da molti anni, da molto prima di leggere il libro di Steiner (figurati, l’avevo comprato la prima volta ancora in vinile!) che a dire il vero, pur conoscendo ed apprezzando molto già Steiner, avevo comprato anche perchè interessata dal titolo e dal suo accostamento all’opera del grande ungherese.
      Ciao!

  2. Winckelmann ha detto:

    Edizione SE acquistata nel 1991 a Venezia… libreria Toletta, scommetto quello che vuoi. Seconda guerra mondiale, dintorni e contorni sono ormai da anni anche un mio argomento. Ho appena finito “La guerra tedesca” di Stargardt, secondo me bellissimo. Continua così, ti prego!

    • gabrilu ha detto:

      Perbacco, Winckelmann ma certo che l’avevo comprato alla mitica libreria Toletta (e dove, altrimenti? 🙂 ), una delle mie mete fisse tutte le volte che capitavo a Venezia. Ora è parecchio che non salgo: la Toletta esiste ancora? resiste? Spero proprio di sì…
      Il libro di Stargardt l’avevo adocchiato ma non l’avevo. Adesso, spronata dal tuo giudizio così positivo, l’ho scaricato in ebook e collocato in lista d’attesa. Una lista d’attesa per la verità molto, forse anche troppo affollata. Stargardt ha scritto anche un altro libro che deve essere molto interessante, Witness of war: Children’s lives Under the Nazis, che però purtroppo a me risulta non essere stato tradotto e pubblicato in Italia… Lo conosci? Su Amazon si trova in italiano in versione CD audio, ma non ho chiaro di che si tratti.
      Stargardt fa parte di questo a mio parere interessantissimo filone di giovani storici inglesi o di lingua inglese che stanno sfornando una serie di libri sulla 2WW e sul dopoguerra veramente notevoli. Per me una bella e utilissima scoperta.
      Ciao!
      P.S. Sono stata piuttosto latitante anche nei riguardi del tuo blog, ultimamente, ma recupererò presto il tempo perduto. Il tuo blog è una fonte di grande goduria, per me, e lo sai.
      Ri-ciao 🙂

      • Winckelmann ha detto:

        La Toletta esiste ancora, un piccolo scoglio a cui aggrapparsi in questa città che sta colando a picco.
        Il libro di Stargard mi è piaciuto moltissimo per questo utilizzo così intelligente di fonti un tempo snobbate dalla storiografia: diari, lettere, esperienze di “gente comune” che vengono riportate e contestualizzate nel quadro generale fornendo prospettive e punti di vista assolutamente inediti e interessantissimi. Secondo me un gran bel libro, grazie per la dritta dell’altro che non conoscevo e che cercherò.
        Il mio blog è sempre lì, anche io ho diradato gli interventi perché gli anni passano e la vita è complicata ma materiale ce n’è tanto e la collezione continua a crescere. Quando hai voglia ci si rivede anche lì.

  3. Renza ha detto:

    Gabrilu, parlo per me, ma ho la presunzione di parlare a nome di molti. Il tuo proposito di aprire le porte, certe porte, è una ricchezza per tutti. Naturalmente, non potremo leggere tutti i libri che segnali, ma li annotiamo, ci meditiamo sopra, approfondiamo dentro di noi. Io sono alle ultime pagine di un romanzo ( testimonianza? documento?) a cui non sarei mai arrivata se non ne avessi letto qui Tutto per nulla di Walter Kempowski. Lo commenterò poi, in breve, ma per ora ti posso dire che mi ha turbato profondamente , mi ha catturato, ha aperto ” portoncini” inquietanti.
    Aprire porte fino a perdersi è un rischio, certo. Ma fatti non foste a vivere come bruti e quel che segue e dunque in fondo la vita è una lotta continua tra conoscere e ignorare. Noi che ti leggiamo abbiamo scelto di conoscere ( tanto Barbablu esiste anche se lo si ignora…), e di misurarci con la sofferenza dell’ orrore. Siamo con te. Grazie!

    P.S. Annotato il testo sulla guerra tedesca e la libreria Toletta, un fiore nella bruttura in cui ci è dato di vivere…

    • gabrilu ha detto:

      Renza grazie, sei sempre così gentile e generosa…
      Ovviamente sai bene che mi hai messo una curiosità sfrenata accennando al misterioso romanzo che [ti] ha turbata profondamente” aprendo “portoncini inquietanti”…
      Non credere di potertela cavare così: non vediamo l’ora di sapere di che romanzo si tratta e leggere il tuo commento in proposito 🙂 🙂 🙂
      Ciao e a presto!

  4. Renza ha detto:

    Gabrilu, mi sono accorta di aver creato un equivoco… Il ” misterioso” romanzo è ” Tutto per nulla”, la mia frase non era chiara… Ciao!

  5. EnzoRasi ha detto:

    Che il tuo sia un blog di nicchia è persino banale dirlo. Che sia un modo intellettualmente elevato di affrontare il cartaceo è talmente palese. Ben venga un luogo come il tuo signora Alu’, penso che l’elitario non sia sempre e comunque un difetto.
    Il problema semmai si pone nell’ambito interlocutorio ma è argomento lungo, imbarazzante, per certi versi pleonastico. Io per esempio leggo da tempo senza lasciare un commento ma riflettendo a lungo e cercando i libri di cui discuti.

    • gabrilu ha detto:

      Enzo Rasi per quanto riguarda il punto “interlocuzione” credo di capire quello che intendi, e se ho capito bene sono d’accordo con te. E’ sempre complicato discutere veramente utilizzando lo spazio dei commenti, è un problema che avverto anche io quando mi trovo su un blog altrui. Credo anche che parecchi di noi in qualche modo si autolimitino temendo di essere lunghi e/o invasivi. Per quanto mi riguarda, ho detto e ripeto che qui l’unico limite è quello eventualmente posto da WordPress, che però da quel che mi risulta è molto generoso negli spazi che ci elargisce. Tutto ciò detto e precisato, ovvio poi che ciascuno è giusto faccia come crede e come si sente. Non è necessario commentare a tutti i costi, io già dico grazie anche solo per il fatto che qualcuno mi legge! Ciaociao!

  6. dragoval ha detto:

    La conoscenza è di per sé trasgressione >/em>, ovvero la scelta- e la capacità- di varcare una soglia . Ad essa nei miti di ogni tempo è legato un divieto la cui infrazione provoca conseguenze terribili; custodi ne sono soltanto i sacerdoti, gli eletti in rapporto con il Divino, la cui opera di mediazione avrebbe titolo a proteggere- i.e. a separare- gli uomini dal contatto con il Male. Ma il Male, invece, va conosciuto, meditato, metabolizzato – e quindi categoricamente respinto- da ognuno in maniera autonoma, il che costituisce una responsabilità civile e morale ineludibile. Contribuire a ricordare <em che questo è stato è un indubbio merito, poiché costituisce l’unica possibilità che abbiamo di poterlo ri-conoscere quando si manifesta- e magari chissà, di riuscire a contrastarlo o quantomeno di non diventarne complici.

    • gabrilu ha detto:

      certo, dragoval, sono d’accordo. La conoscenza, qualsiasi tipo di conoscenza è sempre un “andar oltre la soglia”. Il punto (o quanto meno uno dei punti) che Steiner mi sembra porre nel passaggio che ho riportato e che io ritengo meritevole di riflessione è se e quanto la frequentazione anche solo culturale (libri, film etc.) non possa provocare da un lato assuefazione (mettiamola così) o, dall’altro, una sorta di — a mio modo di vedere — pericolosa e malsana ossessione.
      A questo proposito mi torna per esempio in mente Daniel Mendelsohn, autore di quel bellissimo Gli scomparsi di cui avevo scritto anni fa qui il quale più volte ripete, nel corso del suo libro, che non intende essere ossessionato dalla Shoah, che dopo Gli scomparsi non intende dedicare altri libri alla Shoah ed infatti nei dieci anni successivi non se ne è occupato più, per quel che mi risulta, i suoi libri successivi sono stati di tutt’altro genere e argomento. Non mi sento di dargli torto.
      Insomma, il tema sui rischi che una insistita frequentazione del Male finisca per contaminare non mi pare banale. Il Male deve essere conosciuto, certo, ma questo particolarissimo oggetto della conoscenza deve essere, a mio modo di vedere, “maneggiato con cura”. Con molta cura.
      In ogni caso, i miei sono solo interrogativi, non certo asserzioni. Il dibattito continua a rimanere aperto…

  7. Rosella ha detto:

    Grazie. Ho pensato che questo chiedersi il perchè di quanto accaduto in passato sarebbe utile per comprendere il presente. Intanto la banalità del male continua a batterci sul tempo. E siamo immersi anche oggi in quel gorgo infinito. Ci rimangono le oasi come questo blog.

    • gabrilu ha detto:

      Cara Rosella, che bello rileggerti, dopo tanto tempo! Sentir dire (o meglio, leggere) che il mio blog è un’ “oasi” mi fa uno stranissimo effetto, ti assicuro. Io che scrivo non sempre ma quasi sempre di robe tragiche, di catastrofi, di morti, di genocidi vari e assortiti… si, mi fa davvero uno strano effetto…
      E mi lascia senza parole.
      Ciao, grazie e spero di rileggerti ancora!

  8. Rosella Pastore ha detto:

    Cara Gabrilu, non è detto che le oasi, anche le più verdeggianti e lussureggianti, non nascondano tragedie e catastrofi. Mi è venuto in mente un bellissimo racconto di Dino Buzzati, Dolce Notte, in cui la voce narrante ammira lo spettacolo notturno di un bellissimo giardino, ma poi immagina le immani battaglie per la sopravvivenza che si svolgono nel buio del suddetto. Ma leggerti è veramente un’occasione di stimolo rigenerante per i miei neuroni affaticati dal viaggio nel deserto morale e culturale di questi nostri tempi.
    Ciao e grazie a te.

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