NEMICI. UNA STORIA D’AMORE – ISAAC BASHEVIS SINGER

Isaac Bashevis Singer, Nemici. Una storia d’amore (tit. orig. yiddish Sonim, di Geshichte fun a Liebe, versione inglese Enemies, A Love Story), traduz. dalla versione inglese di Marina Morpurgo, pp. 257, Adelphi, 2018

“Herman pensò al detto yddish secondo il quale dieci nemici non riescono ad infliggere a un uomo il danno che egli è in grado di infliggere a se stesso. Eppure sapeva di non agire da solo; c’era sempre il suo nemico occulto, il suo demone avversario. Invece di distruggerlo rapidamente, il suo nemico continuava a inventare per lui torture nuove e sconcertanti”

Nella New York dei primi anni Cinquanta del secolo scorso si intrecciano le storie di quattro persone — un uomo e tre donne — giunte in America profughe dalla Polonia: Herman Broder, Jadwiga, Masha e Tatiana.

Jadwiga è la contadina polacca che prestava servizio nella casa della famiglia di Herman come domestica ma che all’avanzare dell’invasione nazista lo ha salvato nascondendolo per tre lunghi terribili anni in un granaio portandogli cibo, vestiario, accudendolo in ogni modo. A rischio della vita, perchè in Polonia, a differenza che in altri Paesi pure sotto l’occupazione nazista, i polacchi ariani che aiutavano ebrei venivano puniti con la morte. Non solo venivano uccisi loro, ma anche le loro famiglie e la rappresaglia colpiva il più delle volte l’intero villaggio in cui si trovavano, che veniva incendiato e raso al suolo. Riconoscente, alla fine della guerra e dopo aver peregrinato assieme a lei come milioni di altri profughi nell’Europa post bellica Herman l’ha portata con sé in America, a New York, e l’ha sposata. A New York la situazione della coppia si capovolge: in America, è Jadwiga a dipendere totalmente da Herman. La gigantesca metropoli confonde la contadina polacca, Jadwiga parla solo polacco, non sa una parola di inglese, non conosce nemmeno l’yiddish (la lingua madre dell’ebreo Herman). Le sue giornate trascorrono prendendosi cura della casa — che mantiene pulita e in un ordine impeccabile — e di Herman in totale adorazione del marito, al punto tale da abbracciare l’ebraismo e cercare di imparare l’yiddish. Vorrebbe anche andare a lavorare in una fabbrica per contribuire e non pesare economicamente sul marito ma spostarsi, a New York, significa prendere la sotterranea, e lei ne ha paura. E poi come fare, non essendo in grado di comunicare con nessuno?

Herman provvede a tutto, non le fa mancare nulla. E’ riconoscente ed affettuoso, ma è ossessionato dai ricordi, vive sempre in attesa di catastrofi e immagina continuamente e ovunque nazisti che lo spiano, lo inseguono, lo minacciano. Ha costruito la sua nuova esistenza su bugie e relazioni amorose complicandosi irrimediabilmente e sempre più la vita, attribuendo a quel Dio che ha abbandonato il genere umano ma soprattutto gli ebrei tutte le difficoltà e le complicazioni che egli stesso si va giorno dopo giorno creando con le sue bugie e i suoi intrighi.

Con la moglie egli finge di essere un commesso viaggiatore che vende libri, mentre in realtà lavora a New York come ghost writer per un rabbino corrotto.

I viaggi sono una scusa per assentarsi da casa: Herman ha infatti anche un’amante, la bella e giovane Masha. Sopravvissuta assieme alla madre ai campi di sterminio, Masha è per Herman il desiderio, la passione al di là di ogni considerazione di buon senso e razionalità. Come tutti i sopravvissuti, come lo stesso Herman, anche Masha è perseguitata da incubi notturni, dal ricordo delle atrocità mentre la madre passa le giornate a leggere tutto quello che può trovare sui giornali yiddish di resoconti e memorie di coloro che hanno vissuto le atroci esperienze dei campi di sterminio a cui lei stessa e la figlia sono riuscite a sopravvivere. Irrequieta, bellissima, con un modo di parlare e di comportarsi sempre sopra le righe, Masha è decisa a vivere nel presente; non dorme mai, è contraddittoria, capricciosa, imprevedibile, Herman non può fare a meno di lei anche a costo di distruggere se stesso e chi gli sta attorno.

…E c’è Tatiana, la prima moglie di Herman che, creduta morta nella Shoah assieme ai loro due figli è invece fortunosamente riuscita a sopravvivere e dopo infinite traversie (dopo il lager nazista Tatiana è finita in URSS dove ha sperimentato anche i famigerati “campi di lavoro” di Stalin) è infine riuscita anche lei, come Herman e all’insaputa di Herman a varcare l’oceano e a giungere a New York. Tatiana è l’intelligenza, la razionalità, il buon senso. La morte dei figli trucidati dai nazisti, la lunga separazione da Herman, i mille orrori che ha subito ed a cui ha assistito prima di approdare finalmente in America hanno tracciato in lei una linea di netta demarcazione: è convinta che per potere andare avanti è necessario mettere un punto fermo ad un passato familiare che considera ormai morto e sepolto. Cerca Herman, lo trova con l’aiuto di due zii pii ebrei ultraortodossi ma mette subito in chiaro che non intende invadere la sua nuova vita con Jadwiga; la propria esistenza e quella di lui non potranno mai più essere quelle di prima. Le terribili esperienze nei campi nazisti e stalinisti l’hanno resa come morta. “Io sono morta” è una frase che pronuncia spesso. Di fatto, Tatiana è l’unica delle tre donne che riesce a far ragionare (almeno fino ad un certo punto) Herman, l’unica a non cercare di esorcizzare i ricordi e forse proprio per questo a non essere torturata (al contrario di Herman, di Masha e della madre di Masha) da ossessionanti incubi notturni dei campi di concentramento, del terrore della cattura. Tatiana è l’unica che si sforza di non opprimere gli altri con i propri fantasmi.

Tutti i personaggi di Nemici e non solo i quattro principali sono ebrei sopravvissuti al genocidio o alla morte per aver aiutato un ebreo.

La tormentata storia di tutti questi personaggi dal drammatico passato e con un presente tormentato si sviluppa — magnificamente raccontata — in una New York brulicante e tumultuosa, in cui per trovarsi o allontanarsi è necessario percorrere lunghissimi tratti di metropolitana e Singer ci descrive la varia umanità dei passeggeri, pendolari assonnati che masticano gomme e bevono dalle lattine, ci fa vivere l’atmosfera pesante che si respira nelle carrozze, il caldo umido o il gelo invernale dei sottopassaggi e delle rampe. L’ambiente con cui si relazionano Herman, Masha, Jadwiga e Tatiana è però interamente costituito dal microcosmo degli ebrei di New York: immigrati della prima ora, sopravvissuti all’Olocausto, rabbini pii e caritatevoli e rabbini corrotti e faccendieri, speculatori e piccoli bottegai, chassidim ortodossi ed ebrei sopravvissuti ai campi che non credono più nel loro Dio e nelle Sacre Scritture. In questo mondo ebraico in cui molti dei suoi componenti hanno di fatto perduto la fede e la cui identità ebraica si va sfilacciando…è all’unica ariana, alla “gentile”, alla “goy” Jadwiga che giunta in America abbraccia la religione ebraica che Isaac Bashevis Singer affida il ruolo di diventare di fatto la custode di quei rituali della cultura ebraica che Herman, Masha e Tatiana dopo la Shoah rigettano sentendosi traditi dal loro Dio.

pallino

La storia d’amore di cui parla il titolo è certo avvincente, ma quanto illuminante e interessante a me è sembrata la rappresentazione di questo composito e straordinariamente variegato mondo ebraico newyorkese dell’immediato “post-Olocausto”! Ossessionati da nemici inesistenti che sono solo fantasmi da loro stessi prodotti, in realtà unici nemici di se stessi, incapaci di ricomporsi nella serenità, i personaggi di questa storia di amori soccombono all’insostenibile peso dei ricordi di un passato sempre presente, mai superato.

Quella di Singer è una narrazione allo stesso tempo visionaria e plastica che si adatta perfettamente a raccontare la Shoah negli effetti profondi e devastanti che essa ha avuto nella maggior parte dei sopravvissuti, effetti destinati a durare anche molto oltre la loro morte.

“Gli uccelli avevano annunciato il nuovo giorno come se si fosse trattato del mattino dopo la creazione del mondo. Brezze tiepide portavano i profumi dei boschi e gli odori dei cibi cucinati negli alberghi. Parve a Herman di avere udito il verso di una gallina o di un’anatra. In qualche posto, in quella splendida mattinata estiva, pollame veniva sgozzato; Treblinka era dappertutto”

“La baia era illuminata dal sole e piena di imbarcazioni, molte delle quali appena rientrate da puntate in mare aperto, all’alba. Pesci che poche ore prima avevano nuotato nell’acqua giacevano adesso sui ponti delle barche con gli occhi vitrei, la bocca lacerata, le squame insanguinate. I pescatori, ricchi dilettanti, li stavano pesando e si vantavano delle loro prede. Tutte le volte in cui Herman aveva assistito al massacro di un animale o di un pesce, era sempre stato assalito dalla stessa riflessione: nel loro comportamento con le creature viventi, tutti gli uomini dimostravano di essere nazisti. La presuntuosità con la quale l’uomo faceva con le altre specie quel che gli piaceva era una esemplificazione delle teorie razziste più estremistiche, il principio secondo il quale la forza è diritto.”

Nel leggere le storie di Herman, di Masha e di sua madre Shifrah Puah ritrovavo, nelle pagine di questo grande narratore, lo strazio delle testimonianze di tanti ebrei che, liberati dai campi, non erano riusciti a superare la tragedia e a rifarsi una nuova vita, le testimonianze riportate nel libro La liberazione dei campi di Dan Stone, libro di cui ho parlato >>qui

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Isaac Singer aveva raggiunto il fratello maggiore Israel negli Stati Uniti fin dal 1935 e aveva seguito la scomparsa del mondo e della cultura in cui i due fratelli erano nati e cresciuti dall’altra parte dell’Atlantico attraverso le notizie riportate dai giornali e dalle lettere disperate che giungevano agli ebrei d’America dai familiari rimasti intrappolati in Europa. Non poteva perciò raccontare quella immensa tragedia come testimone diretto; raccontò invece l’esperienza di quanti a quella tragedia erano riusciti a sopravvivere ed erano giunti in America.

Non era la prima volta che Singer trattava questo tema: già nel 1957 infatti aveva pubblicato un altro romanzo, Ombre sull’Hudson, in cui racconta la storia di un gruppo di ricchi ebrei polacchi rifugiatisi a New York dopo la seconda guerra mondiale e poco prima della nascita di Israele, sopravvissuti all’Olocausto il cui ricordo è per loro ancora troppo recente per non influire sui comportamenti e le coscienze.

Isaac Singer li comprendeva, quei profughi e quei sopravvissuti perchè in fondo, anche lui si sentiva in qualche modo un sopravvissuto: il suo mondo era stato spazzato via dalla furia nazista. La sua stessa madre ed un fratello minore, rimasti in Europa, erano stati travolti dalla Shoah.

Tutti i personaggi di Nemici, arrivati in America con il terribile peso delle persecuzioni subite, dei ghetti, dei campi di sterminio nazisti o dei gulag stalinisti e dopo le peregrinazioni in un’Europa devastata e la permanenza nei campi profughi in Germania cercano ciascuno a suo modo di curare o anestetizzare le proprie ferite o almeno riuscire a conviverci. Ciascuno di essi rappresenta una variabile dell’autodistruzione e/o della ricerca di possibili e diverse vie di rinascita.

Potente e protagonista anche la religione con l’osservanza o il rifiuto delle sue festività e dei suoi rituali, con tutte le contraddizioni di un mondo ebraico che viene raccontato anche con i lati oscuri in genere poco conosciuti.

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Claudio Magris ha più volte espresso l’opinione secondo la quale il meglio dell’opera di Isaac Bashevis Singer starebbe nei suoi splendidi racconti ma questo Nemici. Una storia d’amore è per me allo stesso elevato livello de La famiglia Moskat, il suo romanzo più famoso ed amato. La famiglia Moskat parla di una famiglia, di un mondo che sta per essere spazzato via, “di un mondo che non c’è più” (per citare il libro di memorie di Israel Joshua Singer, il fratello maggiore di Isaac). Nemici ci parla del mondo dei sopravvissuti, del dopo apocalisse. Un mondo in cui il concetto stesso di famiglia è stato completamente stravolto, i vecchi legami familiari sono stati brutalmente recisi ed in cui costruirne di nuovi è drammaticamente difficile.

Nemici. Una storia d’amore venne scritto e pubblicato in yiddish per la prima volta a puntate nel 1966 su The Jewish Daily Forward (titolo originale era Sonim, di Geshichte fun a Liebe). Venne in seguito (come quasi tutte opere di Isaac Singer) tradotto e pubblicato in volume in inglese nel 1972 con il titolo Enemies, a Love Story. In Italia il romanzo comparve per la prima volta nel 1972 per i tipi della casa editrice Longanesi con la traduzione di Bruno Fonzi e successivamente da altre case editrici: Mondadori (1983), TEA (1996), Corbaccio (2001).

Viene riproposto adesso da Adelphi nell’eccellente nuova traduzione di Marina Morpurgo.

Dal romanzo è stato tratto nel 1989 anche un film diretto dal regista Paul Mazursky interpretato da Ron Silver (Herman Broder), Angelica Houston (Tatiana), Lena Olin (Masha), Malgorzata Zajaczkowska (Jadwiga).

Isaac Bashevis Singer

 

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15 risposte a NEMICI. UNA STORIA D’AMORE – ISAAC BASHEVIS SINGER

  1. Vito Saponaro ha detto:

    Grazie Gabrilu, non si può fare a meno di correre a procurarsi il libro! (ed anche Ombre sull’Hudson)

    • gabrilu ha detto:

      Vito Saponaro eh, ho visto che purtroppo Ombre sull’Hudson pare sia scomparso dalla circolazione, speriamo che Adelphi o qualche altra casa editrice si decida a riproporlo. Io ce l’ho perchè lo comperai ai tempi, quando venne pubblicato. Il Singer “americano” è molto interessante, anche tra i racconti ce ne sono parecchi ambientati a New York e in particolare a Coney Island, dove in Nemici abitano Herman e Jadwiga e dove lo stesso Isaac Singer visse per molti anni.

  2. sofus ha detto:

    Grazie Gabrilù, è sempre un piacere e una grande utilità  leggere i suoi post.Un caro saluto,NanniInviato da smartphone Samsung Galaxy.

  3. Winckelmann ha detto:

    Ma guarda, ho proprio appena (oggi pomeriggio) finito di leggere “Keyla la rossa” di Singer, che anche se ambientato nel 1911-12 mi pare contenere alcuni temi in comune con questo. Metto in lista, grazie!

    • gabrilu ha detto:

      Winckelmann anche Keyla la rossa è un romanzo particolarissimo e molto interessante. A proposito: saprai certamente che si basa su una storia realmente accaduta, il personaggio di Keyla è ispirato alle vicende di una giovane donna veramente esistita, così come tutta la faccenda dell’organizzazione ebraica che reclutava con l’inganno giovani donne ebree dell’Europa dell’Est illudendole con il mito di un Eldorado americano per poi scaraventarle nei bordelli del Sud America…Isaac Singer e anche suo fratello Israel non esitavano a rappresentare nei loro libri anche i “lati oscuri” del popolo ebraico…

  4. Francesca Righi ha detto:

    Buonasera Gabrilu’ conobbi da molto giovane prima Isaac di Israel Singer e cominciai proprio da “ nemici una storia d’amore” fu tratto un film con Lena Olin mi sembra all’inizio degli anni ‘80
    Ora sono assai impegnata nella lettura a di” nel castello di Barbablu “ che non avrei conosciuto se non ne avessi scritto tu

    • gabrilu ha detto:

      Francesca Righi si, Il castello di Barbablu è parecchio impegnativo, non è vero? A me fanno ridere quelli che valutano la pesantezza di un libro dal numero di pagine… ci sono tomoni di 800 e passa pagine che si leggono in un fiat e ci sono libriccini di un centinaio di pagine che impegnano a fondo le nostre celluline grige. Le mie celluline grige il libretto di Steiner le ha impegnate assai 🙂
      Ciao e grazie!

  5. Francesca Righi ha detto:

    Ho letto dopo del film

  6. Alessandra ha detto:

    Splendida analisi, approfondita e ricca di dettagli. Sei riuscita a restituire con estrema chiarezza l’immagine di questi ebrei immigrati in America, scampati all’olocausto, che tentano di esorcizzare i ricordi, di ripudiare la fede e di rifarsi una vita, nonostante gli incubi notturni e tutte le difficoltà del caso. Mi piacerebbe riprenderlo, questo autore, magari ricalcando il tuo percorso di lettura (La famiglia Moskat e, in seconda battuta, Nemici), ma attendo di avvertire il momento giusto, ossia la famosa “chiamata”, com’è giusto che sia. Nel frattempo continuo a godermi i tuoi articoli.

    • gabrilu ha detto:

      Alessandra e fai benissimo, ad aspettare che siano loro, i libri a chiamarti 🙂
      Si, leggere in sequenza cronologica La famiglia Moskat e Nemici credo offra uno strumento in più per cogliere lo sguardo di Isaac Singer sul mondo degli ebrei dell’Europa orientale prima e dopo l’apocalisse. Tieni presente anche i Racconti che, ha stra-ragione Magris, sono splendidi. Vabbè, ma io sono molto di parte, considero i fratelli Singer narratori straordinari e non mi stanco di leggerli e rileggerli…

  7. Jonuzza ha detto:

    Sai cosa mi capita? Che dopo aver letto tanto e tanto nell’ambito dello Sterminio, non riesco più a leggerne, devo egoisticamente tutelare me stessa …. forse. Il libro l’ho sentito letto “Ad alta voce” su Radio 3.

    • gabrilu ha detto:

      Jonuzza come ho già detto altrove, ti capisco eccome. C’è un limite oltre il quale ci si rende conto che sarebbe saggio iniziare, come dici giustamente tu, “a tutelarsi”. Io cerco di farlo alternando con letture completamente diverse.
      In quanto a Nemici l’ho ascoltato anche io letto “Ad alta voce”. Le letture/interpretazioni di quella trasmissione sono eccellenti, ma a mio parere esagerano con gli stacchi musicali. Non per la qualità delle musiche scelte (belle e sempre pertinenti) ma gli stacchi sono sempre troppo lunghi, tanto lunghi che a volte si rischia, quando riprendono con la lettura, di avere perso il filo e può succedere di chiedersi: “ma a che punto eravamo arrivati?” 🙂
      A me è successo più volte. Preferisco, a dire il vero, gli audiolibri di Audible, in cui la lettura avviene senza stacchi musicali. I cataloghi però — a parte i Grandi Classici narrativi, sono ovviamente diversi, quindi razzolo e gironzolo un po’ dappertutto.

  8. Renza ha detto:

    Adesso, dopo aver divorato, quasi con ingordigia, la tua recensione di Nemici, una storia d’ amore e aver constatato come racconti vicende che, in genere, mi catturano e mi inchiodano alle pagine; adesso, dicevo, mi piacerebbe di sapere perchè, quando l’ ho letto dopo la sua prima traduzione ( si parla di altri tempi!), non mi era piaciuto… Domanda che faccio a me medesima ( alla maniera di Catarella) e che ovviamente non può avere alcuna risposta ma solo un’ azione concreta; rileggere il romanzo e cospargersi il capo di cenere… Buona Pasqua, gabrilu a te a tutti i lettori .

    • gabrilu ha detto:

      Renza, sai meglio di me che la percezione, l’impatto con un’opera narrativa non può mai rimanere la stessa, quando si riprende in mano un libro dopo tanti anni. Siamo cambiati noi, nel frattempo abbiamo accumulato altre letture, il nostro mondo interiore si è modificato…
      Probabilmente se anche io avessi letto Nemici tanti anni fa non mi avrebbe fatto la stessa impressione che mi ha fatto oggi, magari chissà avrei sì apprezzato la scrittura ma il romanzo nel suo complesso non mi avrebbe colpita come è successo oggi. Questo romanzo mi sarebbe piaciuto altrettanto se prima non avessi letto tanto Singer (e mi riferisco non solo ad Isaac ma anche a Israel Joshua e alla sorella Esther), se non avessi nel frattempo letto alcuni libri di storia, se non avessi letto la maggior parte dei libri di Joseph Roth e quelli di Magris a proposito degli Ostjuden, gli ebrei dell’Europa orientale? Credo proprio di no.
      Beh, se per caso ti capita di riprendere in mano Nemici sarei — come puoi immaginare — molto curiosa di sapere l’effetto che ti fa oggi…
      Ciao!

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