IL CONTINENTE SELVAGGIO – KEITH LOWE

Keith Lowe
Keith Lowe, Il continente selvaggio. L’Europa alla fine della seconda guerra mondiale (tit. orig. le Savage Continent. Europe in the Aftermath of World War II), traduz. Michele Sampaolo, pp. 518, Editori Laterza, 2014

Pubblicato per la prima volta in lingua inglese in Gran Bretagna nel 2012, Il continente selvaggio. L’Europa alla fine della seconda guerra mondiale descrive ciò che avvenne in Europa negli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda Guerra mondiale e precisamente nell’arco di tempo che va dal 1944 al 1949-50.

Libro importante, perchè se c’è un periodo della storia d’Europa del Ventesimo secolo che generalmente viene trattato con molta superficialità se non addirittura ignorato è proprio questo, l’immediato dopoguerra in cui sembra che la Cortina di Ferro spunti improvvisamente non si sa bene come e perchè e in cui l’Europa sembra piombare da un giorno all’altro in quella Guerra Fredda che durerà più di quarant’anni.

In realtà, gli anni che seguirono alla fine ufficiale della 2WW non ne furono, di fatto, che il proseguimento. Il conflitto non si fermò in quei giorni di Maggio del 1945 con la morte di Hitler e la resa incondizionata della Germania. Il conflitto è proseguito con innumerevoli guerre locali (guerre civili, guerre di classe, guerre di “pulizia etnica” che avevano radici e che si intrecciarono già nel corso della guerra mondiale, alimentandolo ed essendone a loro volta alimentate.

pallino

Il libro, colossale ed impressionante affresco delle condizioni europee tra il 1944 e il 1950 è diviso in quattro parti.

La prima (L’eredità della guerra), descrive la distruzione fisica e morale, il paesaggio di un continente devastato dalla scomparsa di popoli interi, dalla fame, caraterizzato da spostamenti forzosi e violenti di milioni di persone. Uno scenario apocalittico e di caos totale, città rase al suolo, infrastrutture inesistenti.

Digressione: leggendo questo capitolo mi sono tornate in mente le parole pronunziate da Winston Churchill nel suo celebre e molto discusso discorso Let Europe Arise! tenuto all’Università di Zurigo il 19 settembre del 1946:

“qual è la condizione in cui è stata ridotta l’Europa? Certo, alcuni piccoli Stati si sono ripresi veramente bene, ma in vaste regioni grandi masse tremanti di esseri umani tormentati, affamati, angosciati e confusi, guardano atterriti le rovine delle loro grandi città e delle loro case e scrutano il buio orizzonte nel timore di veder sorgere nuovi pericoli, una nuova tirannia o un nuovo terrore. Tra i vincitori, domina una babele di voci; tra i vinti il cupo silenzio della disperazione. A tutto questo sono arrivati gli europei, riuniti in così antichi Stati e Nazioni; a tutto questo sono arrivati i popoli germanici, sbranandosi a vicenda e spargendo rovina.”

Tutta l’Europa, scrive Keith Lowe, era un continente senza legge nè ordine, un “continente selvaggio” in cui il sangue continuò a scorrere per mesi se non — in alcuni casi — anche per anni. La brutalità senza precedenti con cui era stata condotta la guerra scatenò una volontà di vendetta che attraversò l’Europa intera e le cui forme e modalità di attuazione troviamo descritte nella seconda parte del libro.

La seconda parte (Vendetta) del libro colma un vero e proprio vuoto storiografico, finora prevalentemente oggetto solo di pamphlet partigiani e superficiali.

Il perchè di questa reticenza è facilmente comprensibile: parlare delle vendette scatenatesi immediatamente dopo la fine della guerra significa affrontare temi molto “scomodi” e spinosi. Keith Lowe prende la questione di petto e in questa seconda parte del libro descrive dettagliatamente la sorte dei prigionieri di guerra tedeschi, lo sfruttamento schiavistico delle minoranze tedesche in Polonia e Cecoslovacchia, le epurazioni nei confronti dei collaborazionisti. A vendicarsi di qualcuno o di qualcosa sono sia i vincitori che i vinti ed ogni singolo aspetto di questa vendetta viene indagato da Lowe con scrupoloso rigore e senza far sconti ad alcuno. Vengono puntualmente citate testimonianze e fonti d’archivio (il volume è corredato da una sterminata bibliografia ed un massiccio apparato di Note), si documenta la violenza degli ex internati ebrei e dei deportati nei confronti dei propri carcerieri e della popolazione tedesca più in generale, si parla della vendetta su donne colpevoli di avere “fraternizzato” con gli occupanti e viene esplorato a fondo un aspetto particolarmente odioso e che io, ad esempio, ignoravo totalmente: l’ostracismo ed il trattamento che — in particolare nella civilissima Norvegia — venne riservato ai bambini frutto di quelle unioni. Trascrivo alcuni passaggi del libro perchè questo particolare aspetto del dopoguerra mi ha particolarmente colpita per non dire orripilata…

C’era la diffusa credenza in Norvegia, come in altri paesi, che la donna che si lasciava sedurre da un soldato tedesco era probabilmente debole di mente. Così pure, il tedesco che si prendeva come moglie una donna così, mentalmente debole, doveva essere a sua volta debole di mente. Con questa logica circolare, si arrivò all’inevitabile conclusione che quasi sicuramente i loro figli dovevano presentare le stesse deficienze. […] Molti figli della guerra furono quindi etichettati come ritardati mentali senza nessunissima prova, e alcuni di loro, soprattutto quelli provenienti dai vecchi orfanotrofi guidati da tedeschi, furono condannati a passare il resto della vita in istituti. Secondo un medico che seguì un gruppo di questi soggetti nel corso degli anni Ottanta, se essi fossero stati trattati allo stesso modo degli altri orfani «non tedeschi», probabilmente avrebbero potuto vivere vite perfettamente normali […] Gli effetti devastanti che un simile rifiuto generalizzato ebbe su questi bambini sono venuti alla luce solo di recente […] I figli della guerra in Norvegia sarebbero rimasti reietti per anni e anni. […] le esperienze dei figli della guerra norvegesi sono abbastanza rappresentative delle esperienze di quelli di tutta l’Europa occidentale. I bambini con padri tedeschi erano minacciati, presi in giro ed evitati ovunque fossero nati. A volte erano colpiti fisicamente, ma più spesso l’offesa era verbale: con nomignoli spregiativi come bébés boches, tyskerunger o moeffenkinder. I figli della guerra di ogni paese raccontano di essere stati derisi dagli altri bambini, dagli insegnanti, dai vicini e a volte dai membri della loro stessa famiglia. Erano spesso ignorati nelle classi della scuola, ed evitati nelle loro comunità.

Nella terza parte (Pulizia etnica) Lowe mostra come la pulizia etnica non fu esclusiva prerogativa del nazismo: caduto il regime nazista, morto Hitler, crollata la Germania delle svastiche, della Gestapo e delle SS, delle Einsatzgruppen, “gli ebrei di tutte le nazionalità dovevano scoprire che la fine del dominio tedesco non significava la fine della persecuzione. Tutt’altro. Nonostante tutto quello che gli ebrei avevano sofferto, in molte zone l’antisemitismo sarebbe aumentato dopo la guerra. La violenza contro gli ebrei si sarebbe riaffacciata dappertutto, anche in luoghi che non erano mai stati occupati, come la Gran Bretagna. In alcune parti d’Europa questa violenza sarebbe stata finale e definitiva: il compito di ripulire per sempre le loro comunità dagli ebrei, che nemmeno i nazisti erano riusciti a fare, sarebbe stato portato a termine dalla popolazione locale.”

La pulizia etnica venne poi proseguita da polacchi, cechi, magiari, romeni. Anzichè spostare i confini per cercare di adattarli alle persone che vivevano nella regione, i governi d’Europa decisero ora di spostare le persone per adattarle ai confini…“I cham albanesi furono espulsi dalla Grecia; i rumeni furono espulsi dall’Ucraina; gli italiani furono espulsi dalla Iugoslavia. Un quarto di milione di finlandesi furono costretti a lasciare la Carelia occidentale quando l’area fu ceduta all’Unione Sovietica alla fine della guerra. Ancora nel 1950 la Bulgaria cominciò a espellere circa 140.000 turchi e zingari attraverso il confine con la Turchia. E la lista continua”. Il risultato fu quello che Loewe definisce “un paesaggio epurato”.
L’Europa centro-orientale fu trasformata in qualcosa di radicalmente diverso da quel caleidoscopio etnico e religioso che era sempre stata: “Scomparvero i vecchi miscugli imperiali in cui ebrei, tedeschi, magiari, slavi e decine di altre razze e nazionalità si intrecciavano con matrimoni, litigavano e si fronteggiavano come meglio potevano. Al loro posto c’era ora una serie di Stati-nazione monoculturali, le cui popolazioni erano più o meno etnicamente omogenei. L’Europa orientale era stata epurata in maniera massiccia”

Ed infine La quarta e ultima parte (Guerra civile): in essa viene mostrato come la fine della guerra fu anche l’occasione, per i comunisti, per fare del suo esito il trampolino di lancio per realizzare la rivoluzione in tutta Europa, azione contrassegnata però da notevoli differenze: in Italia e Francia i dirigenti comunisti scelsero la strada democratica e parlamentare, mentre nei Paesi occupati dall’Armata Rossa era già stato avviato da tempo e nel corso stesso della guerra una formidabile macchina organizzativa avente come scopo l’assoggettamento al potere comunista. Processo che produsse la tremenda guerra civile greca e l’eroica resistenza opposta per oltre un lustro dalle forze partigiane in Ucraina e nei Paesi Baltici.
Questo processo di assoggettamento imposto dall’URSS di Stalin culminò infine nella realizzazione di quella che Winston Churchill aveva chiamato — nel suo discorso tenuto a Fulton, Missouri nel 1946 — “la Cortina di Ferro”, come ci ricorda Anne Applebaum nel suo bel libro La cortina di ferro. La disfatta dell’Europa dell’Est 1944-1956 del quale avevo parlato >>qui

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Credo possano essere sufficienti anche i pochi accenni che ho fatto ad alcuni dei temi affrontati — con il supporto di una attenta e agghiacciante documentazione che ha richiesto all’autore più di cinque anni di ricerche — per rendersi conto di quanto poco la gente comune come me ed al di fuori della cerchia degli storici specialisti sappia in realtà di ciò che avvenne in Europa dopo il crollo della Germania nazista e la vittoria delle forze Alleate.

Si parla e si scrive moltissimo della e sulla Seconda Guerra mondiale. Si è parlato e si è scritto invece pochissimo degli anni immediatamente successivi. Se e quando lo si è fatto, ciò è avvenuto soprattutto per tradurre in cifre le perdite subite dalle varie forze in campo e ci si è comportati come se la fine della guerra avesse sancito il ritorno alla normalità attraverso un semplice “passaggio di mano” del potere. Così non è stato, ma da qualche tempo parecchi giovani storici in gran parte inglesi stanno cominciando a narrare e a documentare la situazione con libri che cercano di illuminare quella sorta di “zona oscura” costituita dall’immediato dopoguerra. Questo, ad esempio, ha fatto Dan Stone nel suo La liberazione dei campi. La fine della Shoah e le sue eredità (ne ho parlato >>qui) in cui per la prima volta viene fatta luce sul destino spesso molto tragico di coloro che erano riusciti a sopravvivere ai campi di sterminio nazisti e che erano stati “liberati” dalle truppe alleate, sfatando in questo modo uno dei tanti miti secondo cui con l’apertura dei cancelli dei campi tutti i sopravvissuti sarebbero vissuti poi felici e contenti…Questo ha fatto la giornalista svedese Elisabeth Åsbrink con il suo 1947.

Ma torniamo a Il continente selvaggio. Obiettivo certo non facile, quello che si è posto Lowe con questo libro: fornire una dettagliata rappresentazione dell’insieme dei conflitti più o meno locali che hanno incendiato il nostro continente a partire dalla disfatta tedesca ed italiana del 1944 e tentare di far luce sull’ampiezza dei massacri, delle deportazioni ed altre misure discriminatorie inflitte ai combattenti ed alle popolazioni da parte di praticamente tutte le forze in campo, e tutto questo fino agli anni ’50, e in qualche caso con prolungamenti addirittura fino al 2000. Per raggiungere questo obiettivo sono stati analizzati in maniera critica migliaia di dati, valutate le fonti e la loro attendibilità.

Al di là però delle qualità di scrupoloso ricercatore, Keith Lowe dimostra a mio parere anche quelle di suggestivo narratore. Egli ha infatti saputo esporre il risultato delle sue ricerche in modo coerente, ha saputo farne una narrazione coinvolgente che mantiene sempre desta l’attenzione di chi legge riuscendo ad evitare i principali rischi cui va incontro un autore che affronta questo tipo di argomenti. Perchè diciamoci la verità: il continuo evocare e descrivere atrocità che si ripetono da un paese all’altro o da una comunità all’altra possono facilmente provocare assuefazione, scoraggiamento o addirittura noia, rischi qui evitati grazie ad una costante attenzione alla prospettiva storica e politica e ad una narrazione sempre condotta con uno stile brillante, coinvolgente e molto poco accademico.

pallino

Questo libro sfata implacabilmente non solo il comodo mito di un’Europa che con la caduta del III Reich si era sbarazzata del Male ma mostra anche come le memorie di guerra siano costruite in gran parte su miti di unità nazionale.

Riconoscere l’esistenza del carattere parallelo di tante guerre locali incastonate nella Seconda Guerra mondiale implica pesanti e scomode conseguenze. Mostra, innanzitutto, la fragilità e l’inconsistenza di tanti miti, come per esempio quello di considerare la 2WW molto semplicisticamente come la battaglia del Bene contro il Male. Modificare, intaccare questo mito vuol dire anche modificare la percezione che abbiamo di noi stessi. Non solo ci costringe a modificare certe nostre idee sui Buoni ed i Cattivi ma, a torto o a ragione, fornisce anche ai “cattivi” una occasione di acquisire una sorta di riabilitazione. I gruppi neofascisti hanno sempre cercato di giustificare l’azione dei loro predecessori durante la guerra, e poi la loro, sostenendo che si trattava di combattere “il peggiore dei mali”, e cioè il comunismo internazionale e dopo l’implosione dell’Unione Sovietica negli anni ’90 i loro argomenti hanno guadagnato terreno.

Il riconoscimento di queste “guerre parallele” rimette radicalmente in discussione la nostra idea di ciò che fu la Seconda Guerra mondiale, perchè se si ammette che la guerra internazionale contro la Germania non fu che una ramificazione di un conflitto più generale, allora non c’è dubbio che la sconfitta del Reich non può aver necessariamente posto fine ai combattimenti.

Lowe tende forse, nel suo libro, a privilegiare il passato; forse non attribuisce la giusta rilevanza a segnali che, per quanto ancora deboli, ponevano le premesse per un avvenire migliore come ad esempio l’azione di uomini politici che cercavano di porre le basi per una solidarietà tra i Paesi europei, o al processo di decolonizzazione che nel libro non è minimamente ricordato; tuttavia, il racconto dell’intervento britannico in Grecia mostra la grande difficoltà di questa antica superpotenza ad imporsi senza l’aiuto dell’America…

Sono alcuni dei limiti rilevati  e delle critiche che da parte degli storici sono state rivolte al lavoro di Lowe.

Nonostante questo però, il libro sembra a me non solo molto utile ed importante perchè, come ho già detto, viene a colmare una grossa lacuna nella abbondantissima letteratura ormai esistente sulla Seconda Guerra mondiale ma anche perchè ci aiuta a comprendere da dove veniamo, a comprendere come quanti dei rancori più o meno sotterranei continuino anche oggi a modellare certi orientamenti politici qua e là in una Europa nella quale la stessa esistenza dell’istituzione dell’Unione Europea è oggi al centro di dibattiti, critiche, spinte spesso anche molto contraddittorie al cambiamento.

Avvincente e commovente, mai banale e sempre documentatissimo, provocante e provocatorio perchè in esso vengono affrontati aspetti del dopoguerra europeo sino ad ora molto poco esplorati se non addirittura rimossi, l’affresco di un intero continente fisicamente e moralmente brutalizzato e per molti aspetti abbrutito che emerge da questo libro non può lasciare indifferenti.

pallino

Keith Lowe, inglese, è un narratore e uno storico non accademico; ha infatti studiato Letteratura Inglese all’Università di Manchester e prima di dedicarsi a ricerche storiche ha pubblicato anche opere squisitamente narrative. Il suo primo approccio con la storia contemporanea è avvenuto nel 2007 con la pubblicazione di Inferno: The Devastation of Hamburg, 1943 (che non mi risulta però essere stato ancora tradotto e pubblicato in italiano) in cui ha descritto il bombardamento di Amburgo da parte delle forze aeree alleate inglesi e americane nel 1943 che distrusse la maggior parte della città tedesca ed in cui trovarono la morte circa 40.000 civili.

“Quando parliamo della 2WW di che cosa in realtà stiamo parlando? Che cosa commemoriamo e che cosa teniamo sullo sfondo? Perchè siamo così ossessionati dalla 2WW?”

 

*** Keith Lowe >>
*** La scheda del libro >>
*** Winston Churchill, Il discorso di Zurigo nel quale auspica la nascita degli Stati Uniti d’Europa, 19 Settembre 1946

  • Testo integrale in formato .pdf (in italiano) >>
  • Su YouTube, Churchill  pronuncia il discorso (sottotitoli in inglese) >>

 

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Informazioni su gabrilu

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12 risposte a IL CONTINENTE SELVAGGIO – KEITH LOWE

  1. andreacpt ha detto:

    Sempre piacevoli e ben documentate le sue recensioni, ogni volta uno spunto alla lettura. Grazie

  2. Rosella ha detto:

    Abito a Trieste da 33 anni ormai. E venendo qui ho conosciuto aspetti importanti di questo conflitto continuo fra popoli. La storia di Trieste e dell’Istria nel dopoguerra è paradigmatica di questo continente selvaggio. Trieste ospita la Risiera, che fu l’unico campo di concentramento e deportazione in territorio italiano, e ancor oggi il ricordo delle foibe e dell’esodo degli istriani è fonte di controversie dolorose. E gli inglesi ne furono testimoni diretti. Ma le radici dei conflitti risalgono a tempi ben più remoti. C’è inoltre un cordone ombellicale fortissimo che lega la seconda guerra mondiale alla prima.
    Grazie Gabrilù. Leggerti è sempre uno stimolo. Credo di avertelo già detto. So cosa acquisterò la prossima volta che andrò in libreria

    • gabrilu ha detto:

      Rosella Trieste! Una città, una realtà, una storia alla quale sono da sempre interessata per mille motivi e che cerco, per quanto posso, di seguire anche se mi trovo collocata all’altra punta dell’italico stivale. Le cronache d’attualità che di Trieste in questo periodo mi vengono trasmesse attraverso i media confesso che per molti versi mi inquietano, ma è l’Italia tutta che — dal mio punto di vista, ovviamente — non gode attualmente di ottima salute…
      Sulla risiera di San Sabba (ma non solo) ti segnalo sul blog “Costellazioni letterarie” questo bellissimo post di Dragoval dal titolo
      “La risiera dell’infamia. Dasa Srndic e Claudio Magris”
      https://costellazioniletterarie.wordpress.com/2018/01/24/3961/
      Ciao, grazie e a rileggerci!

      • Rosella ha detto:

        Ti ringrazio della segnalazione. Anche io sono molto inquieta. E delusa. E non solo da Trieste.
        A volte le parole non bastano. Neanche quelle scritte sulle pietre di inciampo. Un colpo al cuore mi è venuto quando lo scorso ottobre, in occasione della Barcolana, la regata popolare triestina, con la città piena di turisti, ho visto che avevano allestito un punto di ristorazione nella centralissima piazza Cavana, coprendo con panche e tavolini le pietre di inciampo, in cui già normalmente non inciampa quasi nessuno. Tanto per fare un esempio.
        Bellissimo il post di Dragoval.
        Grazie a te!

  3. Alessandra ha detto:

    Mi unisco al commento più sopra. Grazie per l’interessante segnalazione… ma grazie, soprattutto, per averne parlato in modo così esauriente. Tra le tante cose, trovo apprezzabile la scelta dell’autore di scandagliare un periodo di cui si parla poco o non si parla affatto, e nondimeno lo sforzo di rendere il tutto anche appetibile, coinvolgente per il lettore. Trattando di argomenti storici, frutto di studi lunghi e approfonditi, il rischio è infatti quello di appesantire il testo, di renderlo ostico o barboso. Ma pare non sia appunto questo il caso.

    • gabrilu ha detto:

      Alessandra se, come dici, “ne parl[o] in modo così esauriente” è semplicemente perchè questi post su questo genere di libri servono soprattutto a me, per mettere un po’ d’ordine nei miei pensieri, per fissare passaggi che mi hanno particolarmente colpita. Come dicevo più sopra, mi fa sempre poi molto piacere se queste mie elucubrazioni risultano interessanti anche per altri 🙂
      Quanto al rischio, per gli autori che trattano questo tipo di argomenti di risultare pesanti, ostici e barbosi, è un rischio che in particolare inglesi e francesi (soprattutto i primi) sanno evitare splendidamente. Molti accademici nostrani avrebbero molto da imparare da loro, in quanto a leggibilità e scorrevolezza. Questo è un tema al quale sono molto affezionata, diciamo che è un mio vero e proprio “pallino” e ne parlerei a lungo ma lasciamo perdere 🙂
      Ciao e grazie sempre! 🙂
      P.S. Ho in corso di lettura un altro tomone di 800 pagine circa sempre di storia, densissimo ma leggibilissimo e… guarda caso, guarda che coincidenza…l’autore è un inglese… 🙂 🙂 🙂

  4. Ivana Daccò ha detto:

    Ancora una volta, ti ringrazio. Già ordinato il libro.

  5. Jonuzza ha detto:

    terribile….non avrò il coraggio di leggerlo, sono diventata una “vigliacca storica”

    • gabrilu ha detto:

      Che dire, Jonuzza… il libro effettivamente non è — come si suol dire — una passeggiata (per i contenuti, non per il modo in cui vengono esposti). Ti capisco. Anche io, pur molto interessata alla storia europea del Secolo Breve cerco di intercalare testi di questo genere con altre letture, libri di tutt’altro genere. Sono convinta che questo è un libro molto utile anche per capire l’Europa di oggi, ma so anche che richiede un impegno soprattutto emotivo non da poco, quindi ciascuno fa come si sente di fare. Ciao, grazie ed alla prossima, spero 🙂

  6. Geneviève LAMBERT ha detto:

    Gentile Gabrilu,
    A lei che ha letto e apprezzato il libro di Philippe Sands potrebbe interessare questo articolo/libro.
    Come sempre complimenti per il suo lavoro.
    Cordiali saluti.
    PS A tutti/tutte che leggono il francese raccomando il sito “En attendant Nadeau”

    Nuremberg et la question raciale aux États-Unis
    par Sonia Combe15 juin 2019
    On sait que les États-Unis ont joué un rôle essentiel dans la conception et la mise en œuvre du procès de Nuremberg. Il est également connu que ce procès fut plus tard utilisé en Amérique dans le combat judiciaire pour les droits civiques et contre la guerre au Vietnam. On ignore en revanche le plus souvent les contraintes sous lesquelles il s’est déroulé afin d’éviter précisément un tel usage. Dans un ouvrage extrêmement sérieux, l’historien du droit et sociologue Guillaume Mouralis nous fait pénétrer dans « les coulisses et la machinerie de Nuremberg » pour exposer ces contraintes.
    Guillaume Mouralis, Le moment Nuremberg. Le procès international, les lawyers et la question raciale. Presses de Sciences Po, 264 p., 23 €
    On doit déjà à Guillaume Mouralis une étude sans équivalent (et sans concession) sur les contorsions juridiques de l’Allemagne de l’Ouest dans sa gestion pénale du passé communiste est-allemand [1]. C’est à des contorsions juridiques bien antérieures qu’il s’est intéressé cette fois, celles du Tribunal militaire international (TMI) devant lequel ont comparu, entre le 21 novembre 1945 et le 1er octobre 1946, à Nuremberg, vingt et un responsables nazis de premier plan et sept organisations criminelles. Un procès d’une nature inédite dont l’auteur n’entend pas faire le récit événementiel largement connu et documenté, mais dont il veut discuter la position dans l’histoire sociale des idées, avant d’aborder ses répercussions dans les pratiques juridiques internationales. Un « moment », car il s’agit d’un événement judiciaire qui déborde, comme on le verra, le procès proprement dit.

    Le procès de Nuremberg fut certes un moment d’innovation, pas seulement juridique en ce sens qu’il correspondit à l’exercice d’une justice expérimentale, mais également technique puisqu’il recourut à l’image fixe et animée ou encore à une armada de traducteurs travaillant en simultané, ce qui ne fut pas sans poser de problèmes et explique que, parfois, le choix des juges et lawyers [2] se soit fait en fonction de leurs compétences linguistiques, principalement la connaissance de l’allemand. Un procès également soumis à des contraintes fortes, d’abord diplomatiques et politiques dès lors que la guerre froide se dessinait à l’horizon ; des contraintes sociales et professionnelles aussi, mais surtout ce que Guillaume Mouralis va s’efforcer de mettre en lumière, des contraintes culturelles et raciales.

    Guillaume Mouralis, Le moment Nuremberg. Le procès international, les lawyers et la question raciale
    Guillaume Mouralis, Le moment Nuremberg. Le procès international, les lawyers et la question raciale

    À ces dernières, lors du procès, les grands médias nationaux sont peu attentifs quoique la presse afro-américaine qui relatait l’événement, ici largement mise à contribution, ait souligné les enjeux raciaux du nouvel ordre international promu par la puissance américaine. Comment pourtant ne pas saisir ce qui est à l’œuvre dans la déclaration, le 25 juillet 1945, soit trois mois avant l’ouverture du procès, de Robert H. Jackson, procureur général des États-Unis et chargé par le président Truman de préparer le procès : « La manière dont l’Allemagne traite ses habitants ou dont tout autre pays traite ses habitants n’est pas plus notre affaire que ce n’est celle d’un autre gouvernement de s’interposer dans nos problèmes » ? Rétrospectivement, cela saute aux yeux. Le message est sans ambiguïté : la répression des crimes commis pour des raisons raciales par le Troisième Reich ne devait en aucun cas servir à remettre en question l’ordre racial qui prévalait au même moment aux États-Unis. C’est cette contrainte, disséquée par Guillaume Mouralis, qui est à l’origine de la définition « corsetée » du crime contre l’humanité adoptée en 1945 et qui est le point fort de son étude. Non que des auteurs américains ne l’aient pas relevée auparavant, ils sont d’ailleurs largement cités, mais parce que, sans doute grâce à sa position d’extériorité, Mouralis a un regard comparatif plus large – un peu à la manière, d’ailleurs, du documentaire filmique, sur le même sujet mais avec une autre approche, de Marcel Ophuls, The Memory of Justice (1976), auquel il est fait plusieurs fois référence. Les deux derniers chapitres du livre montrent l’usage qui a pu non sans mal être fait de Nuremberg par les mobilisations afro-américaines, puis par les militants contre la guerre au Vietnam, et ce en dépit de toutes les précautions de ses acteurs américains.

    Certes, les Américains n’étaient pas les seuls à empêcher que Nuremberg empiétât sur leur souveraineté et leur territoire national. Les Soviétiques n’étaient pas en reste. (Pour l’heure, les puissances coloniales étaient encore épargnées.) Le procureur Roman Rudenko avait pour tâche peu aisée de taire autant le pacte germano-soviétique d’août 1939 que le massacre des officiers polonais à Katyn que l’URSS s’évertuait à attribuer à la Wehrmacht. (Un des traducteurs soviétiques à Nuremberg devait raconter plus tard dans ses mémoires combien il lui était difficile de ne pas faire le rapprochement entre les conditions de détention dans les camps de concentration nazis et ce qu’il savait de celles du goulag.) De son côté, le procureur américain, Robert Jackson, essayait de limiter le nombre de juristes juifs pour ne pas donner l’impression que Nuremberg était une « entreprise juive ».

    Le plus important pour lui cependant n’était pas là. Le paradoxe, peu thématisé dans la littérature sur le sujet, relevait de ce que Guillaume Mouralis nomme « l’impensé de la question raciale aux États-Unis ». Ces juristes américains qui sanctionnaient à Nuremberg le racisme légal institué par le régime national-socialiste étaient-ils aveugles au racisme qui subsistait en toute légalité dans leur pays ? Les lois Jim Crow, qui imposaient une stricte ségrégation raciale, notamment dans les États du Sud, restèrent en vigueur jusqu’à l’adoption par le Congrès, en 1965, du Voting Right Act, un an après le Civil Right Act. Quant aux lois prohibant les relations sexuelles interraciales, à l’instar de ce que fit le régime nazi qui interdisait les relations entre Juifs et non-Juifs, elles perdurèrent jusqu’en 1967… Il s’agissait donc pour les juges et les experts de concilier justice internationale et conception « domestique » de la souveraineté, quitte à – ou précisément pour cette raison – « neutraliser » les crimes racistes.

    Guillaume Mouralis, Le moment Nuremberg. Le procès international, les lawyers et la question raciale
    Procès de Nuremberg (4 décembre 1945)

    Nombre des crimes nazis ne correspondaient pas à la définition stricte des « crimes de guerre ». Pendant le conflit, les juristes des pays alliés avaient parlé d’« atrocités » parfois suivies du complément « pour des motifs religieux » ou encore « raciaux », avant que soit finalement stabilisée la notion de « crime contre l’humanité ». Tandis que les juristes américains des États du Sud évitaient de parler de « lois et crimes racistes », les avocats allemands de la défense, quant à eux, ne se privèrent pas, à l’occasion, de comparer les lois nazies aux lois du Sud, écrites ou non, contre les Noirs. Ils insistèrent à l’audience, preuves à l’appui, sur le fait que ces lois avaient servi de modèle à celles du IIIe Reich. L’avocat Robert Servatius, qui allait plus tard devenir célèbre pour sa défense d’Adolf Eichmann à Jérusalem en 1961, s’appuya pour cela sur l’ouvrage de l’eugéniste et pseudo-anthropologue Madison Grant, The Passing of the Great Race (1916) [3].

    Contrainte révélée quoique contournée dans l’élaboration du droit de Nuremberg, la question raciale a-t-elle bénéficié d’un changement de regard à l’issue des procès des criminels nazis ? Elle n’a pas fondamentalement modifié la position du juge Jackson qui continua à défendre en privé la poll tax, l’un des obstacles majeurs pour les Noirs à l’exercice de leur droit de vote et qui ne fut déclarée anticonstitutionnelle par la Cour suprême qu’en 1966. Mais Nuremberg constituera une ressource militante pour les activistes engagés dans la lutte pour les droits civiques. Cependant, lorsque William Patterson, Paul Robeson et le Civil Right Congress rendirent public en 1951 un document intitulé « Nous accusons l’État de génocide » et lorsqu’une pétition fut adressée aux Nations unies pour obtenir réparation d’un crime « du gouvernement des États-Unis contre le peuple noir », l’inventeur du mot « génocide », qu’il avait fini par faire accepter à Nuremberg, Raphael Lemkin, s’y opposa. S’il aborda, dans son histoire internationale du génocide (qui resta à l’état de manuscrit), le génocide des Indiens d’Amérique, dans le cas des Noirs Lemkin retint pour seul critère celui de « meurtre de masse ». Guillaume Mouralis tente d’expliquer son attitude par sa marginalité dans la société américaine. Récent émigré qui affronta le mépris teinté d’antisémitisme des élites patriciennes conservatrices, Lemkin serait resté inconditionnellement attaché à « sa » cause. Peut-on lui attribuer pour autant, comme à Hannah Arendt, un manque d’empathie pour la cause afro-américaine, en raison du partage chez ces intellectuels exilés « des principes de vision et de division du monde social propres aux élites de la côte Est » ? C’est la thèse de l’auteur. On pourrait revoir cette hypothèse à la lumière d’une appréhension du passé esclavagiste que partageaient à ce moment-là de nombreux antiracistes qu’on ne saurait soupçonner d’indifférence. Le juriste d’origine juive-polonaise Lemkin avait d’ailleurs été immédiatement sensible à la question raciale. Il avait ainsi noté dans ses mémoires (restés à l’état de manuscrit) que, à la vue des toilettes ségréguées dans les gares lors d’un voyage en Virginie en 1942, la comparaison de la situation des Noirs aux États-Unis avec celle des Juifs en Pologne lui était spontanément venue à l’esprit [4].

    Le grand succès de l’usage militant de Nuremberg aura finalement été la création dans les années 1960 du tribunal Sartre-Russell, largement inspiré du Tribunal militaire international. Créé en 1963, ce tribunal entendait enquêter sur les crimes de guerre américains au Vietnam et juger leurs auteurs sur la base du droit international défini au lendemain du second conflit mondial. Outre les philosophes Bertrand Russell et Jean-Paul Sartre, s’y trouvaient le dramaturge Peter Weiss, le juriste italien Lelio Basso, des avocats français tels que Gisèle Halimi et Yves Jouffa, ainsi que l’écrivain afro-américain James Baldwin. Quelle qu’ait été la portée – seulement symbolique par la force des choses – de ce tribunal, il remit en cause la « neutralisation » par les grandes puissances de celui de Nuremberg et justifia ses reprises militantes : « À cet égard, conclut Guillaume Mouralis, le Tribunal Russell prolonge les pétitions afro-américaines en approfondissant le travail d’appropriation subversive du droit et de la forme du procès international ».

    Pour autant, Le moment Nuremberg rompt avec la vulgate qui ferait du procès des criminels nazis le point de départ d’une histoire linéaire conduisant « de Nuremberg à La Haye ». Ce fut presque l’inverse. De même Nuremberg apparait-il désormais comme déconnecté du développement parallèle des droits de l’homme. En fin de compte, sa postérité résiderait bien davantage dans son usage militant que dans son prolongement institutionnel.

    Il est impossible d’achever ce compte rendu sans exprimer un regret : une telle recherche, destinée à acquérir le statut d’ouvrage de référence, aurait mérité un index.

    Guillaume Mouralis, Une épuration allemande. La RDA en procès 1949-2004 (Fayard, 2008).
    Par « lawyers », il faut entendre les conseillers juridiques qui entourèrent les juges à Nuremberg. L’ouvrage comprend une étude prosopographique fort éclairante de tous les acteurs du procès.
    Guillaume Mouralis cite notamment le tout récent ouvrage de James Q. Whitman, Hitler’s American Model. The United States and the Making of Nazi Race Law, Princeton University Press, 2017.
    Une chose a sans doute échappé au correcteur ou à la correctrice, à moins que ce soit de son fait. Tout au long de l’ouvrage, le mot « juif » lorsqu’il s’agit d’un substantif est écrit avec une minuscule. Ainsi, vous avez dans la même phrase (p. 144) les « Noirs », avec une majuscule et les « juifs » avec une minuscule. Il s’agit pourtant de deux substantifs.

    • gabrilu ha detto:

      Geneviève Lambert grazie come sempre per le preziose segnalazioni. Non conoscevo questo libro di Guillaume Mouralis, ho letto l’articolo con la recensione e mi è sembrato molto interessante, così sono andata su Amazon ed ho trovato l’ebook, che ho inserito nella mia (lunghissima) lista dei libri da leggere. E’ una tesi, quella di Mouralis, che sicuramente merita di essere approfondita nel dettaglio.
      Certo il processo di Norimberga non è stato perfetto, che fosse intriso di politica e sottoposto ad una infinità di vincoli derivanti dalla diversità e dal diverso ruolo che le nazioni alleate avevano svolto durante la guerra è indubbio; che gli stessi “attori” principali (giudici, avvocati…) anche se perfettamente in buona fede e pur volendo svolgere il proprio ruolo il più correttamente possibile (voglio darlo per scontato, questo) risentissero inevitabilmente della loro appartenenza a questa o quell’altra realtà geopolitica è innegabile, ed il problema è stato affrontato anche più volte da Sands nel suo libro. Rimane il fatto che, detto in due parole e in modo fin troppo semplicistico… meglio Norimberga che niente. Almeno, a mio parere.
      Il libro di Mouralis mi interessa perché da quel che ho capito analizza nel dettaglio proprio quelle figure dei protagonisti di Norimberga che si trovavano dalla parte degli accusatori e dei giudicanti e quello della clamorosa contraddizione che all’interno degli USA esisteva a proposito dello spinoso e delicatissimo tema del razzismo, della segregazione, della ghettizzazione (non degli ebrei, nel loro caso, ma dei neri d’America).
      Lo leggerò sicuramente. Non so quando, ma lo leggerò.

      Ho sfogliato anche il blog “En attendente Nadeau” (https://www.en-attendant-nadeau.fr/) e oltre a quest’articolo sul libro di Mouralis e Norimberga ne ho trovato anche altri molto interessanti. E’ sicuramente un blog da tenere d’occhio, grazie anche per quest’altra segnalazione.
      A rileggerci presto, spero e come sempre… mi saluti Parigi 🙂

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