LA GUERRA TEDESCA – NICHOLAS STARGARDT

Stargardt La guerra tedesca
Nicholas Stargardt, La guerra tedesca. Una nazione sotto le armi 1939-1945 (tit. orig.le The German War), traduz. Filippo Verzotto, pp. 832, Neri Pozza

Nel 1939 i tedeschi, ancora traumatizzati dalla sconfitta e dal ricordo del 1918 non volevano affatto una nuova guerra. Nonostante ciò, la loro cieca determinazione fece sì che i combattimenti durassero fino al 1945.

Com’è stato possibile che il popolo tedesco, uno dei popoli più colti d’Europa abbia potuto aderire in massa — fino al disastro finale — all’impresa nazista?

Com’è stato possibile che siano caduti nella stragrande maggioranza nella trappola della propaganda orchestrata da Goebbels e dell’ideologia della razza di Rosenberg che confondessero una guerra intenzionale e brutale di conquista coloniale con una guerra alla quale erano stati costretti per difendere la patria dalle macchinazioni degli Alleati e dall’aggressione polacca? Perchè è a questo che ha creduto la maggior parte dei tedeschi. Com’era possibile che vedessero in se stessi dei patrioti provocati, attaccati, accerchiati anzichè dei guerrieri che si battevano per la “razza superiore” di Hitler?

Alla fine del 1941 i nazisti si rendevano ormai conto che non avrebbero potuto vincere la guerra. Tuttavia, la Seconda Guerra mondiale sarebbe durata ancora circa tre anni e mezzo. Com’è stato possibile che i tedeschi abbiano potuto resistere per così tanto tempo ai bombardamenti, malgrado le privazioni e le sconfitte? Si rendevano conto di stare combattendo una guerra genocida? In che misura credevano alle menzogne di un regime che li stava portando alla loro stessa rovina?

Ne La guerra tedesca l’inglese Nicholas Stargardt cerca di rispondere a queste domande e lo fa raccontando per la prima volta la Seconda Guerra mondiale così come l’hanno vissuta i tedeschi. Raccontando la guerra senza il minimo compiacimento dalla prospettiva di coloro che l’hanno combattuta sul fronte avversario — soldati, insegnanti, casalinghe; nazisti, cattolici ed ebrei, a Berlino come nelle campagne, Stargardt getta una nuova luce sulle credenze, le speranze e le paure di un popolo che si è impegnato in una guerra brutale e che si è battuto sino alla fine con incredibile tenacia.

Opera ambiziosa e di rara ricchezza, La guerra tedesca è a mio parere uno dei libri più interessanti ed importanti degli ultimi anni sul nazismo, la Shoah ma anche sulla loro eredità.

pallino

Nicholas Stargardt, nato nel 1962 in Australia, figlio di un’australiana e di un ebreo scampato alla deportazione grazie alla fuga dalla Germania, professore al King’s College di Cambridge ha realizzato un superbo lavoro sulla vita di tutti coloro — tedeschi, polacchi, russi, francesi, ucraini, ungheresi — che si sono trovati tra il 1939 ed il 1945 nel gigantesco tritatutto della Seconda Guerra mondiale. In questo libro la Storia non viene raccontata soltanto dal punto di vista degli alti gerarchi del III° Reich ma da quello delle persone comuni e, più di tanti altri testi, tratta in maniera molto chiara delle origini e dello svolgimento della guerra.

Mostra che, nonostante la maggioranza dei tedeschi non desiderasse affatto il coinvolgimento in un’altra guerra, l’abilissima e diabolica opera di propaganda orchestrata da Goebbels e dai vertici del Reich fecero sì che il popolo tedesco desse il proprio sostegno all’ avvio di un conflitto che, spacciato come imposto dalle potenze occidentali, un “complotto degli istigatori alla guerra giudaico-anglosassoni e dei detentori del potere ugualmente ebrei della centrale bolscevica moscovita” era destinato a cancellare l’onta, l’ingiustizia del Trattato di Versailles del 1919.

Sono molte le scoperte e le conferme importanti che emergono man mano che si avanza nella lettura di questo libro.

Ampio spazio è dedicato ad esempio al comportamento delle varie gerarchie ecclesiastiche sia protestanti che cattoliche di cui viene descritto nel dettaglio (sempre citando nomi e cognomi e puntigliosamente indicando le fonti) di come esse abbiano protestato molto flebilmente anche contro le misure prese nei confronti dei disabili, delle persone handicappate (l’Eu-Aktion, a seguito del quale furono uccisi circa cinquemila bambini, o il programma T4, nome in codice che indicava il piano per sopprimere circa settantamila pazienti adulti ritenuti “lebensunwert”, indegni di vivere, “inutili esistenze zavorra”, nutzlose Ballastexistenzen…). Se è vero infatti che ci furono alcuni Vescovi protestanti che si opposero vivamente e pubblicamente alla messa a morte organizzata dei malati di mente o degli “inutili”, di fatto nessuno mise davvero in discussione la fedeltà al regime. Quando la Francia sconfitta si arrese il vescovo Meiser, rivolgendosi al convegno dei pastori protestanti bavaresi dichiarò: “Il caldo fiato della storia ci colpisce in volto. Quasi ci mancano i criteri di misura della grandezza degli eventi mondiali presenti […], dal fondamento dell’essere sta sorgendo un nuovo mondo. Il nostro popolo tedesco sta nel punto mediano di questo evento. È il centro della forza da cui si diffonde su tutto il globo terrestre una nuova volontà trasformatrice”

Quando, con l’Operazione Barbarossa la Germania attaccò l’Unione Sovietica, il Vescovo di Münster “emanò una possente lettera pastorale, sostenendo la guerra contro il «bolscevismo giudaico». Citando direttamente Hitler, von Galen insisteva che la guerra era di natura difensiva e spiegava: «Da oltre due secoli a questa parte i detentori del potere giudeo-bolscevichi di Mosca si sono adoperati di mettere a fuoco non solo la Germania, ma l’intera Europa».

E per quel che riguarda la questione principale di questo periodo, la questione degli ebrei?

Cosa sapevano i tedeschi delle persecuzioni e dello sterminio degli ebrei? Su questo, Nicholas Stargardt è chiarissimo. Il libro mostra infatti come i tedeschi già dal 1942 fossero a conoscenza, almeno nelle grandi linee, di come venivano trattati gli ebrei in particolare in Polonia ed in Ucraina.

“Incapaci di sopportare la vista dei bambini che venivano uccisi, alcuni dei soldati si allontanarono, ma tornarono in tempo per veder sparare agli uomini polacchi giunti con un secondo autobus. Paul Roschinski, un sottufficiale, notò come alcuni spettatori si avvicinassero così tanto alla fossa da avere l’uniforme cosparsa di «carne, cervella e sabbia» che da essa schizzavano fuori. Molti dei soldati che furono testimoni di tali eventi in tutta la Polonia fecero rullini su rullini di fotografie, che spedirono a casa perché venissero sviluppate e stampate. In tal modo, prima di essere restituita ai «turisti delle esecuzioni» in Polonia, per le mani di genitori, mogli e commessi dei laboratori fotografici passò una completa documentazione visiva. Nella maggior parte delle località la Wehrmacht cooperava con la polizia e le SS, talvolta prestando il personale per i plotoni d’esecuzione”

Nel complesso dunque, anche se non conoscevano l’ampiezza e i dettagli delle persecuzioni e dei massacri, i tedeschi sapevano, sapevano al punto che molti di loro pensavano che i massicci bombardamenti delle loro città fossero rappresaglie “per quello che abbiamo fatto agli ebrei”, mentre i dirigenti nazisti continuavano a cercare di far passare i bombardamenti come opera del giudaismo internazionale, causa prima della guerra.
E’ choccante constatare come coloro che sono soltanto testimoni, se pure appaiono — soprattutto all’inizio — sconvolti ed orripilati, non mettono mai davvero in discussione il motivo, “il perchè” di questi massacri, tanto si trovano essi stessi sempre più coinvolti, implicati nella logica criminale ed in buona sostanza autodistruttiva del nazismo.
Molti soldati del fronte dell’Est furono testimoni delle esecuzioni di massa compiute sì dalle Einsatzgruppen ma anche molto ben assecondate e supportate dalla Wermacht.

Dal libro emerge chiaramente e senza possibilità di dubbio, infatti, come le atrocità ed i massacri consumati soprattutto e in larghissima scala sul fronte Orientale non fossero affatto frutto esclusivamente dell’ignobile comportamento delle SS e di un manipolo di nazisti fanatici, intransigenti e sadici: già dagli anni Novanta del secolo scorso documentazioni fotografiche e numerosi materiali hanno messo radicalmente in discussione la vulgata della comoda tesi di una Wermacht “buona” a fronte delle “cattive” SS…In una pagina del suo diario, il 22 novembre del 1943 il capitano August Topperwien ad esempio annotava: “Stiamo sterminando non solo ebrei che combattono contro di noi, vogliamo letteralmente sterminare questo popolo in quanto tale!”

“nella Wehrmacht vi erano molti «turisti delle esecuzioni», che non facevano altro che fare foto alle impiccagioni di ebrei e partigiani. Hermann Gieschen, riservista della polizia, nella vita civile commerciante di Brema, si rese conto che il suo battaglione avrebbe dovuto affrontare un compito difficile, immaginando che sarebbe stato ´un po’ come in Polonia’. A Riga riuscì ad acquistare un proiettore, poichè nutriva una speranza: ´La mia pellicola’, quello che avrebbe girato nel periodo in cui il suo battaglione sarebbe stato in servizio in Lituania e Russia, ´sarà in seguito un documento e altamente interessante per i nostri figli. Se anche non ci sono riprese del primo fronte, sono però riprese interessantissime della guerra contro la Russia. Tanto basta e troverà molto interesse’. Il 7 agosto 1941, parlando delle azioni compiute dalla sua unità, scrisse alla moglie Hanna: ´Qui si fucilano tutti gli ebrei. Queste operazioni sono in corso dappertutto. Ieri notte sono stati fucilati centocinquanta ebrei del posto, uomini, donne e bambini, fatti fuori tutti. Gli ebrei vengono sterminati completamente’. Subito aggiunse: ´Cara H, non pensarci, così dev’essere. E non raccontare nulla a R., più avanti!’ Non dire nulla al figlio di simili ´imprese’ divenne un ritornello caratteristico delle lettere successive”

I tedeschi — la maggior parte dei tedeschi “gente comune” — diventarono dunque a poco a poco ben consapevoli di stare combattendo una guerra mirata al genocidio. Questo pare ormai molto difficilmente confutabile.

Asta beni ebraici ad Hanau

Tedeschi che fanno offerte per beni ebraici messi all’asta ad Hanau
Foto tratta dal libro

Ma che effetti ebbe questa consapevolezza? In che maniera la guerra influì sul loro modo di vedere il genocidio? E quanto la consapevolezza del genocidio influì sul loro modo di vivere una guerra che ormai in gran parte sapevano perduta? Dal 1943 in poi la popolazione tedesca temette sempre di più che non avrebbe potuto sottrarsi alle conseguenze di una spietata guerra razziale, sempre di più un senso di colpa collettivo spingeva — paradossalmente? — alla mobilitazione generale di tutto il popolo tedesco.

Arruolamento Milizia Militare 1944

Arruolamento nella milizia militare degli uomini dai 16 ai 60 anni, ottobre 1944.
DPA/PICTURE ALLIANCE/LEEMAGE

La novità dell’opera di Stargardt non consiste nella forma, che è improntata a grande classicismo, perchè la sua è una narrazione lineare e cronologica che va dall’inizio alla fine della guerra.

Il vasto affresco di circa 800 pagine sulle due diverse fasi della guerra e sullo stato d’animo della popolazione viene tracciato dallo storico britannico attraverso la corrispondenza epistolare e le testimonianze di una ventina di persone. Tra di loro incontriamo nazisti convinti e della prima ora, giovani soldati romantici e appassionati della poesia di Hölderlin e dei libri di Ernst Jünger, seguiamo ciò che accade ad una giornalista nazista convinta, una maestra ebrea, un commerciante o cristiani contrari al nazional-socialismo ma che non si sottraggono al loro dovere patriottico come quell’ insegnante cattolico che si chiama Wilm Hosenfeld e che altri non è se non quel Capitano della Wermacht che salvò la vita al pianista ebreo polacco Wladislaw Szpilman e che per questo nel 2008 venne riconosciuto dallo Yad Vashem “Giusto tra le Nazioni” (ne avevo parlato >>qui.)

Wilm e Helmut Rosenfeld

Padri e figli: Wilm e Helmut Rosenfeld
Foto tratta dal libro

Altri appartengono alla media borghesia colta (giornalisti e insegnanti) e tra loro incontriamo alcuni veri intellettuali come il veterano di guerra lo scrittore Heinrich Böll, il filologo Viktor Klemperer del quale vengono utilizzati diari e lettere ed al quale si dovrà, in seguito, la celebre opera conosciuta con il titolo di LTI (Lingua Tertii Imperii) , formidabile e fondamentale trattato sulla lingua del III° Reich e sua moglie Eva, pianista.

Ci sono le donne. Le fidanzate e le mogli che combattono e resistono sul “fronte interno” e quelle, molto numerose, che abbandonata la cucina e la cura della casa si trasformano in combattenti sul “fronte esterno” operando così una vera e propria svolta culturale e del costume tedesco.

Così, seguendo le storie di tutte queste persone che, appartenenti a classi sociali diverse e di ideologie politiche diverse e che, scaraventate nella tormenta attraversano i sei anni della guerra, Stargardt è riuscito a tracciare il ritratto di una intera società che alla fine di un lungo percorso fatto di grande coraggio, tenacia ed innumerevoli ignominie e vigliaccherie approda ad una fine catastrofica e terribilmente inquietante.

Non è possibile entrare nei dettagli di questo libro molto ricco, lo si può fare solo per grandi linee e cercando di enucleare alcuni grandi temi. Su uno di questi in particolare voglio soffermarmi, perchè a mio parere ha avuto davvero un ruolo determinante nel plasmare il sentire comune e gli atteggiamenti assunti dalla gran parte del popolo tedesco nel corso di tutti e sei quei tragici anni: la propaganda.

La propaganda nazista dell’epoca non è mai riducibile esclusivamente ai discorsi ed ai proclami dei suoi capi. La propaganda nazista passa dal teatro, dalla musica, dal cinema e Goebbels è il gran maestro, il grande direttore di questa formidabile orchestrazione. La radio ha un ruolo fondamentale: il programma radiofonico domenicale «Voce del fronte» (Stimme der Front) esortò i civili a dimostrarsi all’altezza degli uomini che li difendevano, venne curato molto anche l’intrattenimento leggero: una delle prime ingiunzioni rivolte da Goebbels ai dirigenti radiofonici, ancora nel 1933, era stata: «Prima regola: Non diventare noiosi. A questo do la precedenza su tutto il resto. Niente tedio, non mettete in bella mostra le vostre convinzioni […]. E non pensate che si possa rendere il servizio migliore al governo nazionale facendo risuonare sera dopo sera fragorose marce militari». […] Il primo ottobre 1939 fu lanciato un nuovo programma radiofonico di prima serata, «Concerto a richiesta per la Wehrmacht» (Wunschkonzert für die Wehrmacht), che si impose rapidamente come il programma per antonomasia.”. Il programma aveva «risvegliato in migliaia di persone l’esperienza della comunità nazionale».

Zarah Leander 1942

Zarah Leander canta “Davon geht die Welt nicht unter (“Non è la fine del mondo”) in
“Die Große Liebe (“Un grande amore”, 1942)

Foto tratta dal libro

Certo impressiona il fatto che, anche nel pieno della guerra, nelle grandi città tedesche e tra gli incessanti bombardamenti, le sale dei teatri e dei cinema fossero sempre piene. Il primo lungometraggio della guerra intitolato “Concerto a richiesta” (Wunschkonzert) mostra un pilota che deve lasciare la fidanzata per raggiungere in Spagna la Legione Condor (quella che bombardò Guernica) e che finirà per ritrovarla grazie ad un messaggio trasmesso per radio. Il film venne visto da ben venticinque milioni di spettatori…

pallino

La guerra tedesca è un’opera costruita attraverso diari, lettere scambiate tra i soldati e le loro famiglie tra genitori e figli, fratelli e sorelle, ai fidanzati ed alle fidanzate. Le lettere erano, è vero, severamente controllate sia dalla censura tedesca che da quella sovietica ma, almeno dalla parte tedesca, il più delle volte venivano, alla fine, consegnate ai loro destinatari tranne che nella primavera del 1945 quando ormai, in Germania, tutto ormai sprofondava nella catastrofe finale. Altra fonte importante i rapporti di sorveglianza della popolazione stilati dall’ SD (Sicherhetsdienst, il servizio segreto delle SS).

Sono voci mai ascoltate prima, quelle di questi tedeschi comuni i quali — adolescenti, ferrovieri, casalinghe; nazisti, cattolici ed ebrei, a Berlino come sul fronte Orientale — raccontano la storia della Germania come ancora non era stato mai fatto. Mescolando abilmente la grande e la piccola storia, La guerra tedesca ci fa penetrare nell’intimità di un popolo in armi, un popolo fortemente determinato a battersi verso e contro tutti per una causa perduta, e tutto questo senza alcuna enfasi o lirismo, al contrario: le riflessioni sono lucidissime e il tono rimane sempre calmo e pacato.

Trovo La guerra tedesca un libro imprescindibile che permette di analizzare e comprendere il percorso — divenuto sempre più mostruoso con il passare del tempo e con il procedere della guerra — di tutto un popolo, il declino e la disfatta di una intera nazione, la Germania dell’epoca, considerata il Paese più sviluppato, più educato, più colto.

Frutto di un decennale lavoro condotto su una sterminata massa di materiali, il lavoro di Stargardt che, come scrive nella Prefazione “rappresenta il coronamento di un periodo di poco più di vent’anni durante i quali ho tentato di comprendere l’esperienza di coloro che vissero in Germania e sotto l’occupazione tedesca durante la Seconda guerra mondiale”, quest’opera offre a mio parere uno dei più importanti contributi sulla Germania nazista.

Non a caso è stato accolto dal grande storico inglese considerato uno dei massimi esperti al mondo di Hitler e del Nazismo Ian Kershaw come un vero e proprio evento e lo ha definito “A terrific book. Nicholas Stargardt brilliantly explores diaries, letters and other previously untapped sources to provide more vivid and nuanced insight than ever before achieved into the motivation of ordinary Germans fighting the most horrific war of all time”

Ricca la bibliografia e decine sono le immagini e foto dell’epoca provenienti da archivi vari e in particolare dagli archivi delle famiglie delle persone le cui vicende durante la guerra compaiono nel libro.

Ho letto questo libro di Stargardt seguendo l’indicazione di Winckelmann che qui su NSP ne aveva detto gran bene nello spazio commenti di uno dei miei post. Voglio davvero ringraziarlo per l’ottimo consiglio. Tengo sempre conto dei vostri suggerimenti, che fino ad oggi si sono dimostrati sempre preziosi. Grazie! 🙂

QUALCHE CONSIDERAZIONE A MARGINE

Tra le tante letture cui mi sento di accostare questo libro di Stargardt ve ne sono in particolare due. Un autore tedesco (Klaus Mann) e un autore americano (William Sheridan Allen)

*** Gli interrogativi posti da Stargardt a fondamento del suo libro sono gli stessi che si poneva Klaus Mann in alcuni scritti del 1944-1945 contenuti nel volume edito in Francia che raccoglie una antologia dei suoi scritti politici e che si intitola Contre la barbarie. 1925-1948 di cui ho parlato >>qui.

In particolare, lo scritto cui faccio riferimento adesso è stato pubblicato prima in inglese con il titolo Time To Surrender: Blind Loyalty. Corwadice Make German Fight On sul quotidiano dell’esercito americano The Stars and Stripes, Roma, 29 marzo 1945.

Ne riporto solo i primi paragrafi (la traduzione dalla traduzione francese è mia):

“I tedeschi sanno che stanno perdendo la guerra, ma continuano a battersi: Nessuno sa per quanto tempo ancora continueranno una guerra autodistruttiva che da molto tempo non ha più alcun senso. In ogni caso, l’accanimento della loro resistenza attuale — che è votata alla sconfitta e per la quale pagano un prezzo spaventoso — è uno dei fatti più straordinari e più stupefacenti della storia mondiale. Perchè i tedeschi non abbandonano la partita?”

Nell’articolo, Mann prova a dar(si) alcune risposte, e il testo meriterebbe d’esser riportato e letto per intero. Purtroppo, però, ancora oggi di Klaus Mann si trovano in italiano solo le sue opere narrative (e nemmeno tutte) mentre l’editoria italiana continua a ignorare i suoi scritti politici che, come ho scritto altrove, mostrano una lucidità ed una lungimiranza di sicuro maggiori di quella del padre Thomas e dello stesso zio Heinrich.

*** Un altro libro cui mi sento ancora una volta di rimandare è Come si diventa nazisti dello storico americano William Sheridan Allen: trovo che i due testi di Stargardt e di Allen  si integrino e si completino tra loro molto bene e insieme diano una serie di eccellenti possibili risposte all’interrogativo: “come è stato possibile?”. Del libro di Allen avevo parlato >>qui

*** Sul tema “la guerra vista/vissuta dai tedeschi” ho in corso ed in programma altre letture. Ne parlerò, probabilmente, anche se sono consapevole del fatto che le letture dalle quali sono presa in questo periodo non sono certo granchè popolari…

Nicholas Stargardt

Nicholas Stargardt

La scheda del libro >>

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13 risposte a LA GUERRA TEDESCA – NICHOLAS STARGARDT

  1. Giacinta ha detto:

    La propaganda è un fattore fondamentale, dunque; ovviamente c’è necessità per chi ricorra a questa pratica persuasoria di conoscere certe dinamiche che sovrintendono al comportamento umano e che, in definitiva, sono alquanto banali, quanto i contenuti della propaganda stessa. È necessario dare alla gente un aggressore, vero o presunto che sia, e soprattutto scaricarla da ogni senso di colpa. Il tuo post non è inattuale perché le dinamiche comportamentali e i modi della persuasione sono sempre gli stessi. Grazie per questa interessante lettura.

    • gabrilu ha detto:

      Giacinta che piacere rivederti da queste parti!
      Il libro di Stargardt è densissimo, impossibile sintetizzare. La cosa che più mi ha affascinata di questo lavoro è che Stargardt, procedendo in modo rigorosamente lineare e cronologico dall’inizio al termine della guerra ci fa davvero vedere passo dopo passo il lento e micidiale coinvolgimento e lo sprofondare della stragrande parte della popolazione tedesca in questo girone infernale. Una delle cose di cui non ho parlato nel post ma che mi ha colpita maggiormente è assistere al lento ma inesorabile processo di assuefazione agli orrori di cui molti furono testimoni e molti complici attivi. All’inizio la gente inorridisce, si sconvolge… ma poi… poi si abitua, diventa indifferente allo spettacolo dei massacri, delle fosse comuni, non ci fa più caso, diventa voyeur (quegli stralci di lettere sui “turisti dei massacri” sono micidiali) o addirittura passa all’azione in prima persona. Questo processo che Stargardt è bravissimo a illustrare pagina dopo pagina è davvero sconvolgente.

      Propaganda: non mi stancherò mai di dire e ripetere che il libro di Viktor Klemperer (LTI, Lingua Tertii Imperii) è un libro fondamentale, che tutti dovrebbero leggere e che dovrebbe essere studiato nelle scuole, perché di un’attualità straordinaria e insegnerebbe ad un sacco di gente a decodificare messaggi che ci vengono diretti ogni giorno attraverso media, social e tutti gli strumenti di comunicazione disponibili.
      Grazie per il tuo commento 🙂

  2. Renza ha detto:

    Non sono popolari, cara gabrilu, nel senso di ” populiste”, poichè l’ orientamento è parlare di ciò che non si conosce e preferibilmente di blaterare. I tuoi post che presentano testi rigorosi di ” storia”- quella fatta di ricerchi faticose in archivio, di ” sudate carte”- sono una gran ricchezza.
    Sarà pur vero che la storia non insegna ad evitare gli errori ma almeno a riconoscere i fenomeni sì.
    Sono tempi in cui la storia è diventata cenerentola, a volte soppiantata dalla memoria, dimenticando che la seconda, senza la prima, rischia di essere pura emozione.
    Ho letto con piacere anche il tuo resoconto di viaggio, che, congiunto con le recensione dei testi di storia ” vera”, traccia una mappa necessaria i cui punti cardinali sono : vedere con i propri occhi i luoghi ( in barba ad ogni esaltazione del virtuale); approfondire- senza stancarsi- i temi di cui ci si sta occupando con la lettura degli storici che hanno dedicato tempo e studio alla ricerca. Non credere mai di sapere abbastanza. E’ la storia, bellezza !😉.
    Dunque, ben tornata tra di noi! 😊.

    • gabrilu ha detto:

      Renza
      Mi piace questa distinzione tra popolari e populisti (spero proprio di non risultare populista! 🙂
      Sullo studio della storia (soprattutto nella scuola) stendiamo un velo pietoso, è un argomento che davvero mi fa imbufalire…D’altra parte, più si alimenta l’ignoranza, più la gente (quel “popolo” di cui certi personaggi si riempiono la bocca) è manipolabile. Niente di nuovo sotto il sole, purtroppo.
      Il mio blitz su “les plages du débarquement”: si, per me è stata davvero un’esperienza emozionante, molto al di sopra delle mie già alte aspettative. Quando sono tornata ho riguardato alcuni film e serie TV che sull’argomento considero capolavori e che conoscevo già benissimo e… ho visto tutto con occhi completamente diversi.
      E insomma sono qua. Si va avanti…
      Ciao, grazie sempre e a rileggerci!

  3. ellebert ha detto:

    Comprerò e leggerò sicuramente “La guerra tedesca”, dato che recentemente mi sono occupato della “guerra italiana” (anche l’Italia ha aderito in massa ad un’impresa simile a quella nazista…); me ne sono occupato osservandola da un punto di vista del tutto particolare: quello delle lettere che mio padre scrisse a mia madre dalle Isole ioniche occupate dall’Italia, negli anni di guerra 1942 e 1943 (la corrispondenza epistolare cessò bruscamente l’8 settembre, quando la “guerra italiana” entrò in conflitto con la “guerra tedesca”, venendone schiantata).
    Non ho alcun ricordo diretto di mio padre, che venne richiamato alle armi quando io avevo circa un anno, ma l’immagine che di lui mi è stata trasmessa è quella di un uomo buono, socievole, allegro, molto legato alla famiglia (sia a quella in senso stretto, sia a quella allargata delle sue sorelle, dei suoi cognati, dei suoi nipoti), laborioso ed onesto. Le numerose lettere che ho recentemente letto in modo organico non smentiscono questa immagine, ma la completano con aspetti inquietanti. Inquietanti oggi, ma forse del tutto normali per chi era bambino quando il fascismo andò al potere ed in quel regime era cresciuto.
    In una delle lettere esprime la speranza di poter tornare ad abbracciare la sua famiglia, ma si dichiara fiero di dare il suo contributo “alla difesa della Patria in armi”. Presumo fosse sincero e che ripetesse in buona fede uno slogan propagandistico, senza rendersi conto che in realtà stava partecipando all’occupazione manu militari di un’isola greca, assegnata all’Italia come bottino di guerra, dopo una guerra di aggressione intrapresa dall’Italia nei confronti della Grecia (guerra che sarebbe stata persa rovinosamente se non fosse intervenuto all’ultimo momento in soccorso dell’Italia l’alleato tedesco).
    E ancora: seguiva con grande interesse i progressi miei e di mia sorella sui quali mia madre puntualmente lo ragguagliava, ma nell’esprimerle la sua gratitudine per l’impegno che lei profondeva nell’educazione dei “suoi” figli, precisava che non vedeva l’ora di tornare per completare quell’azione educativa, scrivendole pressappoco: “tu sei troppo buona, e sei donna; io insegnerò loro ad odiare il nemico”…
    E potrei continuare ad esporre altri particolari che testimoniano in modo inequivocabile gli effetti di vent’anni di propaganda fascista su una persona normale e di buon cuore.
    Quanto alla consapevolezza ed alla condivisione da parte della massa degli italiani delle persecuzioni razziali, ricordo che a Mantova, la città nella quale sono nato e cresciuto, c’era una fiorente comunità ebraica (una parte considerevole della quale si collocava nelle classi agiate dei professionisti, dei commercianti e dei proprietari terrieri) perfettamente inserita nella vita cittadina: quando nel 1938 vennero emanate in Italia le leggi razziali (e che si trattasse di iniziativa autonoma, liberamente assunta in forza di antiche e radicate convinzioni antiebraiche di Mussolini, e non già di un prezzo che si era stati costretti a pagare per il sostegno alle politiche dell’alleato nazista, è documentato in “Mussolini contro gli ebrei”, di Michele Sarfatti, S. Zamorani ed, Torino 2017), ci fu certamente chi a titolo personale se ne dispiacque, ma nessuna voce si levò contro un provvedimento così crudele che colpiva, tra l’altro, anche bambini, che da un giorno all’altro vennero esclusi dalle scuole.
    Per concludere, leggerò certamente il libro di Stargardt, ma prego di considerare anche, in parallelo, il tema della guerra “vista/vissuta dagli italiani”. C’è qualche lettura da consigliare?

    • gabrilu ha detto:

      ellebert grazie davvero della testimonianza personale… Quello che racconti di tuo padre conferma in pieno, a mio parere, sia alcuni assunti del libro di Stargardt (la potenza della propaganda e di tutto un sistema di comunicazione nel plasmare il sentire comune di tanta gente e nell’indirizzare un intero popolo portando persone “normali” a condividere un certo tipo di posizioni ed idee) sia alcuni passaggi di quel romanzo di Heinz Rein “Berlino ultimo atto” di cui avevo parlato qui
      https://nonsoloproust.wordpress.com/2017/05/15/berlino-ultimo-atto-heinz-rein/

      Il fatto che sia nel libro dell’inglese Stargardt che in quello del tedesco Rein si parli di tedeschi e non di italiani a me sembra ininfluente, in questo caso e su questo tema.
      Certo per noi è anche troppo facile, con il senno di poi, fare un certo tipo di analisi ed anche azzardare giudizi. Per quanti libri possiamo leggere, per quanti film possiamo vedere non potremo mai, io credo, metterci veramente nei panni di coloro che per anni ed anni hanno vissuto respirando a pieni polmoni un certo tipo di aria, considerando il mondo in cui vivevano l’unico mondo possibile e dunque forse anche il migliore.
      Come fa dire Rein a un anziano militante antinazista che fa parte della resistenza ad un giovane tenente della Wehrmacht :

      “contro queste “verità” decretate dallo stato e dal partito non c’è stato nulla, né un’opinione diversa né tanto meno un’obiezione, per la sua generazione, tenente, le implicazioni di questa idea sono state a priori fuori discussione. Una generazione, la sua, che è stata rigorosamente ammaestrata e allineata, e lo si è potuto fare con inaudita perseveranza, dal momento che vi si è reso impossibile qualsiasi altro modo di pensare, recludendovi fuori da tutte le filosofie, le correnti intellettuali e le aspirazioni politiche che non corressero in parallelo col nazismo o non potessero venire uniformate ad esso. Non le è mai stato chiaro tutto ciò?».
      Il tenente storce il volto in un amaro sorriso. «Chiaro… Ah, sembrava tutto così chiaro, così inequivocabile, ci si colmava di entusiasmo […].”

      Nel libro di Rein si parla di nazismo, è vero, ma credo che il passo possa riguardare anche il fascismo italiano che per linea guida aveva il mussoliniano motto che tanto aveva affascinato Hitler “niente contro lo Stato, niente senza lo Stato, tutto con lo Stato”

      Capitolo “ebrei”. Conosco i libri di Sarfatti, non solo quello da te citato ma anche “La Shoah in Italia” e “Gli ebrei nell’Italia fascista”. Però esiste (e ne ho parlato qui nel blog https://nonsoloproust.wordpress.com/2018/10/23/salvarsi-liliana-picciotto/) anche il bel libro sui risultati della ricerca del Centro di documentazione ebraica contemporanea, ricerca coordinata da Liliana Picciotto intitolato “Salvarsi, Gli ebrei d’Italia sfuggiti alla Shoah 1943-1945” che documenta che in Italia fu ben l’81% la percentuale degli ebrei che riuscirono a salvarsi grazie anche (non solo ma anche) alla grande quantità di aiuto disinteressato di moltissimi italiani non ebrei. E’ un libro che per molti versi riscalda il cuore…
      Particolare non secondario: questo libro me lo aveva indicato e consigliato una mia amica ebrea di Roma la cui famiglia è stata vittima del famigerato rastrellamento nel ghetto romano. Alcuni membri della famiglia vennero deportati ad Auschwitz, altri riuscirono a sfuggire al rastrellamento ed salvarsi proprio grazie all’aiuto di amici romani non ebrei…

      Capisci bene che gli spunti di riflessione cui si presta questo tuo intervento sono davvero tanti e non è certo possibile svilupparli tutti.
      Sul tema “la guerra vista/vissuta dagli italiani”. Non sono un’esperta, ma ho la robusta impressione (che credo ahimè non infondata) che in Italia si sia ancora molto indietro rispetto a Germania e Francia a fare seriamente i conti con quel passato. In Italia si tende ancora abbastanza, a me pare, a cercare di nascondere la polvere sotto il tappeto.

      Vedremo…

      Ciao e grazie di nuovo 🙂

  4. Rasi ha detto:

    Sei tornata alla grande, c’è un intervallo piuttosto lungo tra i tuoi post ma se il risultato è questo ben vengano. Tra l’altro. Sono estremamente innteressanti anxhe i commenti degli intervenuti: quale abissale distanza dal chiasso becero e inconcludente cui assistiamo normalmente sul web e altrove.

  5. EnzoRasi ha detto:

    Ho riletto l’articolo ma credo che quanto hai scritto meriti anche una terza rilettura e nuovi commenti. E’ argomento troppo importante e oggi diventa imprescindibile per motivi che a me paiono palesi. Per tutta la vita ho lottato contro il concetto della “propaganda” non riuscendo mai a credere fino in fondo che essa da sola, per quanto ben costruita, fosse in grado di influire a fondo su azioni e comportamenti generali come una guerra o una società. Devo ricredermi? Eppure sembra che l’atteggiamento del popolo tedesco sia andato esattamente in quella direzione, erano i tempi? La tecnologia oggi dovrebbe offrire un panorama di voci anche molto discordanti tra loro, dovrebbe dare la possibilità di avere almeno qualche dubbio su certi assiomi. Io credo sia così ma credo anche che si debba assolutamente uscire dal muro contro muro delle ideologie, dallo scontato con cui accudiamo le nostre piccole certezze. Ci fu la Shoah ma ci furono i Gulag, c’è Guantanamo ma c’è anche il Califfato in Siria. C’è la Corea del Nord e la Cina. La grande letteratura europea non ha profuso la stessa energia intellettuale verso questi argomenti. Perchè?
    Forse i milioni di morti ebrei erano più degni dei morti Curdi?
    Tu hai scritto un testo nitido, esso incontra ovunque il mio consenso, non ci sono cadute ne ossequi pelosi a certo trend che oggi ci assediano da tutte le parti: il fascismo e il nazismo non torneranno, essi sotto forma diversa come gestione dei popoli e delle loro vita slegati da qualsiasi forma di umanità e conoscenza storica sono già presenti. Il web è pieno di fascisti di sinistra e di nazisti variamente colorati pronti a dichiarare la necessità di una eugenetica mentale per chiunque non sia in linea col loro pensiero. L’unica cosa su cui non concordo è l’affermazione che l’Italia sia indietro rispetto alla autocoscienza degli orrori commessi rispetto a Francia e Germania, Io credo sia al contrario.
    Non so se questo discorso ti suoni ostile Signora Alù, spero di no. Hai un modo di presentare le cose alto e nobile, serio, se così non fosse non avrei mai commentato qui per rispetto ai morti e ai vivi che non sanno o fan finta di non sapere.

    • Luciano Bertinelli ha detto:

      Forse bisognerebbe intendersi sul termine “propaganda”. Conosco solo superficialmente la situazione della Germania nazista (ho da poco comprato il libro di Stargardt, ma è ancora tra i “da leggere”) ma abbastanza quella dell’Italia sotto il fascismo: non solo i giornali, la radio, i cinegiornali ed ogni forma di produzione artistica erano controllati dal regime, ma anche e soprattutto la scuola; per non parlare dell’azione di sostegno al fascismo da parte della Chiesa. Credo che la situazione tedesca non fosse dissimile: tutti i regimi totalitari si assomigliano. Salvo rare eccezioni gli Italiani non vedevano altra realtà che quella rappresentata dal regime: non c’era altro. Niente a che vedere con la “propaganda” del c.d regime berlusconiano, che pure controllava buona parte delle reti televisive ed alcune giornali, ma c’era comunque spazio anche per le voci dissonanti delle opposizioni. Torno quindi a quanto dicevo all’inizio: c’è propaganda e propaganda…

  6. EnzoRasi ha detto:

    @Luciano- non mi convince. Nel libro di cui parla la signora Alu’ si dice chiaramente che da un certo punto in poi il popolo tedesco era perfettamente consapevole del genocidio perpetrato nei confronti di una,parte della sua popolazione: fotografie e lettere , una documentazione non eludibile. I tedeschi sapevano! Devo anche dire che l’affermazione secondo la quale i tedeschi fossero il popolo più colto e civile d’Europa mi lascia interdetto: più colto e civile di noi, dei francesi, degli inglesi? Io non lo credo affatto. Semmai interroghiamoci sul significato della parola e della valenza del termine popolo colto; la cultura, persino quella di base, difficilmente è patrimonio generalizzato di un’intera popolazione basta guardare la nostra situazione odierna.
    Gli italiani poi sapevano? Nel 43 – 44 sapevano? Ubiquitariamente da nord a sud? Dal 43 in poi l’Italia era spezzata in due e i miei mi giurarono di aver appreso della Shoah solo a bocce ferme nel 45. Credo che da Napoli in giù fosse una condizione comune.

    • Luciano Bertinelli ha detto:

      Temo che il discorso si stia spostando su altri temi: non credo si tratti di quello che i nostri genitori sapevano o non sapevano (certamente non ignoravano le guerre di aggressione alla Francia ed alla Grecia, tanto per citarne due; e certo non ignoravano le leggi razziali, che se pure non determinavano l’eliminazione fisica della popolazione ebraica, certamente la condannavano alla morte civile). Di propaganda totalitaria/totalizzante si parlava, e dei suoi effetti sul “popolo”, colto o bue che sia… Penso comunque che faremmo bene a leggere il libro su La guerra tedesca.

      • EnzoRasi ha detto:

        @ Luciano – Penso che il confine tra alcuni discorsi sia molto esile Luciano e sia facile sconfinare nell’uno e nell’altro. Se il popolo è bue tutto questo discorso è inutile. Se una parte di esso non lo è e sa e nonostante tutto fa ciò significa che ha una cultura mefitica ( io non credo la si possa definire cultura). Chi ha detto che il libro proposto da Gabriella Alù sia poco importante? io di certo no. Penso anche altro ma non voglio innescare polemiche in casa d’altri. Ciao

  7. gabrilu ha detto:

    Enzo Rasi, Luciano Bertinelli
    mi rivolgo ad entrambi perché avendo letto con molta attenzione la vostra discussione e considerata la mole delle questioni che avete posto (che bella, questa cosa!) mi riuscirebbe davvero difficile interloquire con ciascuno separatamente.
    Ed anche così, non potrò certo sviluppare ed entrare nel merito di tutto ciò di cui finora avete parlato.
    Cercherò quindi di sintetizzare al massimo accennando solo ad alcuni punti

    ** la vostra discussione si è finora centrata su ciò di cui ho scritto io su questo libro di Stargardt. Il che va benissimo e mi onora ma… per discutere davvero di un libro bisogna, come alla fine dite giustamente voi stessi… leggere il libro.
    Un post o una recensione, una “riflessione su” non possono mai essere esaustivi. Ciascuno di noi, quando legge, viene colpito o privilegia più o meno consapevolmente questo o quell’altro aspetto di un testo che lo ha toccato/interessato di più. E’ normale.

    ** La “Propaganda”. Io ho centrato molto , è vero, la mia attenzione sul tema “Propaganda” e su questo si è, probabilmente di conseguenza, centrata la vostra discussione. Ribadisco che il tema “Propaganda” (uso un termine che nel caso di quello che è stato un vero e proprio lavaggio del cervello operato dal nazismo e dal fascismo è riduttivo ma l’ho usato e continuo ad usarlo solo per semplificare) è uno dei temi più importanti tra quelli sviluppati da Stargardt ma non è il più importante in assoluto (come forse io ho indotto a credere), i temi sono veramente tanti.

    ** La consapevolezza, la conoscenza da parte della gente comune dei termini concreti, reali, effettivi della persecuzione nei confronti degli ebrei (ma non solo: ricordiamoci Rom, omosessuali, zingari), della sua portata, della sua pianificazione e realizzazione.
    Qui le differenze tra Germania nazista e Italia fascista sono davvero molto profonde, è necessario a mio parere trattare le due situazioni separatamente (ed è già complicato così) altrimenti si rischiano sovrapposizioni e fraintendimenti pericolosi. Teniamo anche conto del particolare per nulla trascurabile che la situazione italiana era già di suo molto diversa tra Nord e Sud (ancora una volta semplifico e banalizzo, ma sono certa che ci capiamo) e, dopo il ‘43, dopo che con l’Operazione Husky e lo sbarco in Sicilia in mezza Italia la guerra con i tedeschi era finita mentre nel resto del Paese si sviluppava più violenta che mai,una vera e propria frattura tra Nord e Sud di cui ancora oggi si avvertono gli effetti.
    E anche questi punti (come e quanto erano consapevoli, quanto sapevano etc., quanto ignari, indifferenti o complici?) figuriamoci se posso svilupparli qui ed ora. Credo proprio, però, che avremo modo di tornarci nuovamente, magari anche attraverso altri testi, altre letture

    E poi… e poi niente, per oggi mi fermo qui.
    Spero proprio che ci si possa rileggere dopo che avrete letto il libro di Stargardt e parlare non più o non soltanto di quello che ne ho scritto io ma di quello che ha scritto lui 🙂

    ** L’intervallo lungo tra i miei post (Enzo Rasi)
    si, è vero, e questo in particolare negli ultimi tempi, in cui sono stata piuttosto latitante. I motivi sono tanti: la vita cosiddetta reale che ogni tanto pretende un tempo ed una presenza che mi distoglie da altre cose (per esempio il blog), il tipo di letture alle quali, come ho già detto, da un po’ di tempo a questa parte soprattutto mi dedico e che non sono sempre sicurissima possano interessare anche altri, la mia … pigrizia, infine 🙂 Eh, si, c’è di mezzo anche la mia pigrizia

    Per fortuna che poi ci sono commenti che mi danno una bella frustata e mi spronano a rimettermi al lavoro.
    Grazie!

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