IL VELENO DELLA LTI

 

Victor Klemperer LTI

“Le parole possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l’effetto tossico”

A proposito di cosa sia stata la “propaganda” e/o il “lavaggio del cervello” operato sulle masse in particolare sotto regimi dittatoriali come nazismo e fascismo e della discussione che a seguito del mio post sul libro dello storico inglese Nicholas Stardgardt La guerra tedesca si è sviluppata nello spazio commenti, propongo oggi, come ulteriore spunto di riflessione uno stralcio da un testo cui tengo molto: Victor Klemperer “LTI, la lingua del Terzo Reich”, ove LTI sta per Lingua Tertii Imperii. Klemperer si occupa e scrive nel suo libro delle tecniche utilizzate dal regime nazista, ma con l’occasione io vorrei ricordare anche un altro libro che considero fondamentale, e cioè quel La mente prigioniera del poeta, romanziere, saggista, traduttore, lituano di cultura polacca, Premio Nobel per la letteratura 1980 Czeslaw Milosz di cui avevo parlato >>qui centrato soprattutto sui sistemi utilizzati dai regimi stalinisti dell’Europa dell’Est.

Questo Taccuino di un filologo (sottotitolo di LTI, La lingua del Terzo Reich) di Klemperer uscì in Italia per la casa editrice Giuntina nel 1998 ; pubblicato in Germania nel ’46, divenne presto un classico. L’autore — cugino del più noto Otto Klemperer, uno dei più grandi direttori d’orchestra della sua generazione — era un professore ebreo di Filologia all’Università di Dresda, nato nel 1881, esperto di letteratura francese, laureato con una tesi su Montesquieu, allievo di Karl Vossler e collega di Erich Auerbach: privato dal nazismo della cattedra e dei suoi libri, trasferito in una “casa degli ebrei”, spedito in fabbrica con la stella gialla cucita sul petto, si salvò solo grazie al fatto di essere sposato con una tedesca “ariana”.

Prolifico e instancabile diarista, di Klemperer ho parlato tempo fa a proposito del Diario da lui tenuto nel 1945, l’anno del suicidio di Hitler e della fine della guerra con la resa incondizionata della Germania. Brani tratti dai Diari e dalle lettere di Klemperer sono stati utilizzati anche da Nicholas Stargardt in La guerra tedesca.

Come ho già detto in altre occasioni e vado continuamente ripetendo, considero il testo di Klemperer sulla lingua del III Reich non solo fondamentale  ma anche uno strumento di eccezionale attualità perché consente di decodificare e spiegare le modalità comunicative e propagandistiche utilizzate ancora oggi da molti esponenti della politica attuale. L’analisi di eventi e dinamiche del passato dovrebbero (almeno dal mio punto di vista) non rimanere fine a se stesse ma dovrebbero poter servire “anche” a comprendere meglio il nostro presente. Un testo che dovrebbe essere studiato nelle scuole.

Il brano che segue è tratto dalla Prefazione, cap. LTI, in cui Klemperer spiega perché ha sentito il bisogno di “rendere evidente il veleno della LTI e mettere in guardia da esso”. Spero possa costituire uno stimolo a leggerlo tutto, il libro.

“Qual era il mezzo di propaganda più efficace del sistema hitleriano? Erano i monologhi di Hitler e di Goebbels, le loro esternazioni su questo o su quell’oggetto, le loro istigazioni contro l’ebraismo o il bolscevismo? Certamente no, perché molto non veniva compreso dalle masse, annoiate d’altra parte dalle eterne ripetizioni. Quante volte, finché potevo frequentare le trattorie (non portavo ancora la stella) e più tardi in fabbrica durante la sorveglianza antiaerea, quando gli ariani e gli ebrei stavano in locali separati e in quello ariano c’era la radio (oltre al riscaldamento e al cibo), quante volte ho sentito sbattere sul tavolo le carte da gioco e chiacchierare ad alta voce sul razionamento del tabacco o della carne oppure su qualche film durante i prolissi discorsi del Führer o di uno dei suoi paladini; però il giorno dopo i giornali affermavano che il popolo intero aveva prestato ascolto.
No, l’effetto maggiore non era provocato dai discorsi e neppure da articoli, volantini, manifesti e bandiere, da nulla che potesse essere percepito da un pensiero o da un sentimento consapevoli. Invece il nazismo si insinuava nella carne e nel sangue della folla attraverso le singole parole, le locuzioni, la forma delle frasi ripetute milioni di volte, imposte a forza alla massa e da questa accettate meccanicamente e inconsciamente. Di solito si attribuisce un significato puramente estetico e per così dire “innocuo” al distico di Schiller: “La lingua colta che crea e pensa per te”. Un verso riuscito in una “lingua colta” non è una prova sufficiente della capacità poetica del suo autore; non è poi tanto difficile, usando una lingua estremamente colta, atteggiarsi a poeta e pensatore.

Ma la lingua non si limita a creare e pensare per me, dirige anche il mio sentire, indirizza tutto il mio essere spirituale quanto più naturalmente, più inconsciamente mi abbandono a lei. E se la lingua colta è formata di elementi tossici o è stata resa portatrice di tali elementi? Le parole possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l’effetto tossico. Se per un tempo sufficientemente lungo al posto di eroico e virtuoso si dice “fanatico”, alla fine si crederà veramente che un fanatico sia un eroe pieno di virtù e che non possa esserci un eroe senza fanatismo.

Rendere evidente il veleno della LTI e mettere in guardia da esso credo sia qualcosa di più che pura e semplice pedanteria. Quando un ebreo ortodosso ritiene che una stoviglia sia diventata impura, la purifica sotterrandola. Bisognerebbe seppellire in una fossa comune molte parole dell’uso linguistico nazista, per lungo tempo, alcune per sempre.”

Victor KLEMPERER, “LTI. La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo”, titolo originale “LTI. Notizbuch eines Philologen”, traduz. Paola Buscaglione Candela, Prefazione Michele Ranchetti, pp. 355, ed. Giuntina, 1999

Victor Klemperer >>

  • La scheda del libro >>

In rete si trova moltissimo materiale su questo testo fondamentale. Ho scelto e propongo adesso qui solo due ottime recensioni:

Su NSP, il post sul Diario 1945 di Victor Klemperer >>

Informazioni su gabrilu

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7 risposte a IL VELENO DELLA LTI

  1. L’uso strumentale, a fini propangandistici, della lingua è davvero un tema interessante perché è talmente pervasivo che ormai non ci facciamo neanche più caso.

    • gabrilu ha detto:

      ilmestieredileggereblog
      Infatti. Ed è proprio da quel “talmente pervasivo che ormai non ci facciamo più caso” che Klemperer cerca di metterci in guardia.

  2. Luciano Bertinelli ha detto:

    Ho trovato molto opportuno il richiamo a “La lingua del Terzo Reich”: grazie. Segnalo, ad integrazione, anche un breve scritto di Antonio Piscitelli su LTI: questo il link
    http://antoniopiscitelli.it/data/uploads/articoli/lti.pdf

    • gabrilu ha detto:

      Luciano Bertinelli
      Grazie del link. Ho letto con attenzione il documento, che mi sembra eccellente, non solo perché esamina e illustra in modo sintetico ma molto efficace i passaggi essenziali del pensiero di Klemperer ma li collega al nostro tempo presente, alla sua esperienza personale, collega le riflessioni di K. sulla LTI a quello che potremmo, forzando magari un poco, chiamare una sorta di “neolingua della Rete” (posta elettronica, social network etc. (anche se per la verità, personalmente questa è la parte dello scritto che mi convince meno, ma ok) insomma utilizza il testo di K. proprio nella maniera in cui io credo possa e debba venire utilizzato.
      Molto interessante la parte dedicata al Cap Sion di LTI in cui K. riflette sul ruolo e il pensiero di Theodor Hertzl etc. e sul sionismo in generale, riflessioni che avrebbero causato la non-accoglienza del libro in Israele, su cui però non mi soffermo perché apriremmo un altro enorme ambito di riflessione. Di carne al fuoco ce n’è già parecchia…
      Ciao e ancora grazie!

  3. Ivana Daccò ha detto:

    “Invece il nazismo si insinuava nella carne e nel sangue della folla attraverso le singole parole, le locuzioni, la forma delle frasi ripetute milioni di volte, imposte a forza alla massa e da questa accettate meccanicamente e inconsciamente”.

    • gabrilu ha detto:

      Ivana Daccò
      Appunto. E, nella nostra attualità, i cartelli segnaletici, i segnali verbali di “warning!” non mi pare manchino…
      Mi succede a volte, quando mi trovo a segnalare e consigliare la lettura di LTI di vedere davanti a me facce un po’ perplesse o, se lo segnalo in rete, di ricevere reazioni — come dire — esitanti e poco convinte; temo che, per chi non conosce l’autore, la sua storia, almeno parte dei suoi diari, quel sottotitolo Taccuino di un filologo intimorisca un po’ chi, non avendo dimestichezza con questa disciplina, teme di trovarsi ad avere a che fare con un linguaggio tecnico e astruso, noioso e di difficile comprensione.
      Nulla di tutto questo. Io non sono certo una filologa, eppure il libro di Klemperer prima l’ho divorato, poi l’ho letto più lentamente, chiosato e annotato. E fa parte di quel numero di libri che non viene mai riposto una volta e per tutte sullo scaffale. Chiudo prendendo a prestito parole tratte dal .pdf di Antonio Piscitelli segnalato qui sopra da Luciano Bertinelli. Dice infatti Piscitelli, a proposito del libro di Klemperer:

      ”Occorre leggerlo per capire. Non tanto perché è opera di un filologo che scrive con cognizione di causa, ma perché la riflessione, pur non tradendo mai il rigore intellettuale, si fa umana e colloquiale, prossima alla sensibilità e competenza di un lettore poco esperto. Sicché dovremmo leggerlo tutti questo libro”

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