UNA STANZA PER DUE. JOHN STEINBECK E ROBERT CAPA

 

Robert Capa John Steinbeck Mosca 1947

Mosca, Settembre 1947. Robert Capa fotografa John Steinbeck in uno specchio.
Foto Robert Capa

(Fonte)

Nel 1947 John Steinbeck (futuro Premio Nobel per la Letteratura nel 1962) fece assieme a Robert Capa, il fotografo ungherese fondatore dell’Agenzia Magnum, considerato oggi il più grande fotoreporter della Seconda Guerra mondiale e divenuto vera e propria leggenda come “il fotografo delle cinque guerre” (guerra civile spagnola (1936-1939), seconda guerra sino-giapponese (1938), la seconda guerra mondiale (1941-1945), la guerra arabo-israeliana (1948), la prima guerra d’Indocina (1954)), un viaggio di circa quattro mesi in URSS, già in piena Guerra Fredda.

Lo scopo era fornire un resoconto onesto e privo di ideologie sulla vita quotidiana di un Paese, lontanissimo dalla cultura degli Stati Uniti, che degli Stati Uniti era stato, fino a poco tempo prima, l’alleato più forte nella Seconda guerra mondiale appena conclusa.

John Steinbeck Robert Capa

1947. John Steinbeck e Robert Capa all’aeroporto di Stoccolma prendono il volo in partenza per Mosca
(Photo courtesy of LIFE Picture Service. © Collection Capa/Magnum Photos.)

Di quel viaggio parla Diario russo, il libro di Steinbeck con le foto di Capa, uscito di recente per i tipi della Bompiani. Un libro molto bello e importante in cui il testo di Steinbeck e le fotografie di Capa ci raccontano scene di vita quotidiana alle quali i due hanno assistito in una Mosca nel pieno dei preparativi per la celebrazione dell’ l’ottocentesimo anniversario della sua fondazione, nell’Ucraina di Kiev e delle fattorie, in una Stalingrado in macerie (“La ferrovia correva parallela alla strada e vi scorgemmo carcasse bruciate e vagoni crivellati e sfasciati durante la guerra. Per chilometri e chilometri l’intera zona intorno a Stalingrado era disseminata di residuati di guerra: carri armati e semicingolati distrutti dalle fiamme, aerei per il trasporto delle truppe, pezzi d’artiglieria arrugginiti”) ma che lentamente va riprendendosi dalla lunga, terribile battaglia che segnò un decisivo punto di svolta per le sorti della guerra e a Kiblisi, nella Georgia (“il popolo magnifico della Georgia”…).

Pagine che documentano un viaggio straordinario e costituiscono un documento storico unico di un’epoca. Un libro la cui lettura mi sento di consigliare vivamente.

Di questo libro si può parlare partendo da varie angolazioni. Io però voglio fare oggi, qui, una scelta precisa, una scelta di leggerezza: voglio seguire un solo e particolare filo della trama di questo testo centrandomi soprattutto sul rapporto tra i due protagonisti così come viene fuori dalle notazioni di volta in volta ironiche ed affettuose tracciate dallo scrittore e dal fotografo. Una scelta riduttiva ed arbitraria, da parte mia, certo, ma consapevole e che spero possa interessare ed anche (perchè no?) divertire chi avrà voglia di scoprire, così come l’ho scoperto io, un ritratto davvero insolito e gustoso di questi due grandi personaggi.

Capa e Steinbeck avevano partecipato assieme allo sbarco degli Alleati in Sicilia al seguito dell’Operazione Husky e avevano poi seguito l’esercito anglo americano lungo la penisola italiana fino alla liberazione di Roma. Si conoscevano bene, avevano condiviso l’esperienza di una parte della guerra. Steinbeck ne aveva poi scritto in quel C’era una volta una guerra del quale avevo parlato >>qui, e le fotografie di Capa sono diventate famosissime.

I due avevano dunque fatto sì, insieme, la dura esperienza della guerra ma… non avevano mai fatto l’esperienza di… condividere una stanza d’albergo. A Mosca, viene loro assegnata dai funzionari sovietici una stanza al secondo piano dell’Hotel Savoy. L’Hotel Savoy era, con il famoso Hotel Metropol, un albergo in cui venivano mandati gli stranieri ai quali non era nemmeno permesso scegliere il tipo di stanza che li avrebbe ospitati.

Ora però lascio la parola ai due

JOHN STEINBECK DICE DI CAPA…

UNA GALLINA COI SUOI PULCINI

“Erano parecchi anni che non veniva realizzato un servizio fotografico americano sull’Unione Sovietica, così che Capa si provvide del miglior equipaggiamento fotografico, tutto in doppio, nell’eventualità che qualche sua parte dovesse andare perduta. Prese la Contax e la Rolleiflex che aveva usato durante la guerra, naturalmente, ma anche i duplicati. Prese tanti duplicati, e tanta di quella pellicola e tanto di quel magnesio, che dovette pagare alla compagnia aerea transoceanica circa trecento dollari di spese extra per il peso supplementare.”

[…]

“Avremmo dovuto passare la notte a Helsinki. Capa, disposti i dieci colli del suo bagaglio in bell’ordine, chiocciava loro intorno come una gallina coi suoi pulcini. Provvide a farli chiudere a chiave in una stanza. Ingiunse più e più volte ai funzionari dell’aeroporto di montare la guardia. E non ebbe più un istante di pace per tutto il tempo che restò lontano dai suoi colli. Di solito allegro e spensierato, Capa diviene un tiranno e un peso ogni qual volta siano in ballo le sue macchine fotografiche.”

 

CON UNA SOLA STANZA DA BAGNO

Robert Capa

Non so dove e quando sia stata scattata questa foto di Robert Capa che, dentro la vasca da bagno, legge un libro di Simenon. So però, come dicevo prima, che a Mosca Steinbeck e Capa alloggiano in una stanza dell’ Hotel Savoy. Ed ecco cosa Steinbeck scrive di Capa “offrendo” dice lui, sornione “questa informazione come pubblico servigio”

“Fu qui che scoprii un lato odioso nella natura di Capa, e ritengo semplicemente doveroso dirlo, nel caso qualche giovane donna dovesse mai prestare orecchio a una sua proposta di matrimonio. Nella stanza da bagno è un ingordo che prende tutto per sè, ed è un ingordo piuttosto strano. Il suo metodo funziona così: si leva dal letto, scompare nel bagno e riempie d’ acqua la vasca. Si distende poi nella vasca e legge finchè non gli viene sonno, dopo di che si addormenta. Tutto ciò può durare ogni mattina due o tre ore, e si capisce facilmente come la stanza da bagno possa restare neutralizzata per più seri scopi dalla sua presenza in quel posto. Offro questa informazione su Robert Capa come un pubblico servigio. Con due stanze da bagno, Capa sarebbe un compagno delizioso, intelligente e gradevolissimo. Con una sola stanza da bagno è un vero…”

 

TRE DIFFICILI DOMANDE

“Capa di mattina si sveglia lentamente e dolcemente, come una farfalla che esca dalla crisalide. Per quasi un’ora dopo essersi svegliato sta seduto sul letto con faccia attonita, né sveglio né addormentato. La mia preoccupazione era quella di impedirgli di prendere un libro o un giornale quando andava in bagno, altrimenti ci sarebbe rimasto senza dubbio almeno un’ora.
Cominciai a preparare per lui, ogni mattina, tre difficili domande, di sociologia, di storia, di filosofia o di biologia, che dovevano scuotergli la mente e fargli capire che il giorno era arrivato.
Il primo giorno del mio esperimento gli feci le seguenti domande: Quale tragico greco prese parte alla battaglia di Salamina? Quante zampe ha un insetto? E, infine, qual è il nome del papa che aveva raccolto e ordinato i canti gregoriani? Capa balzò dal letto con un’espressione di dolore sul viso e sedette per un istante davanti alla finestra: poi si precipitò in bagno con una copia di un giornale russo che non era in grado di leggere. Per un’ora e mezzo non si fece più vedere.
Ogni mattina per due o tre settimane, preparai domande per lui; non diede mai alcuna risposta, ma continuava a brontolare tutto il giorno e si lamentava amaramente di non poter dormire, pensando alle domande del mattino seguente.

Ma nonostante queste sue affermazioni non c’era alcun fatto a dimostrare che non poteva dormire. Proclamò che lo spavento causatogli dalle mie domande lo aveva spinto intellettualmente indietro di quarant’anni, o perlomeno di dieci.”

IN CONDIZIONE DI AFFRONTARE IL MONDO

“Quando guardò i negativi […] cominciò a lamentarsi. Avrei dovuto aspettarmelo. Non andavano bene, niente andava bene. Questa era troppo sgranata, quest’altra era stata lasciata troppo a lungo nell’acido, quell’altra ancora, invece, troppo poco. Era furioso e, visto che prima ero stato perfido con lui, cercai di rassicurarlo che erano le migliori fotografie del mondo, ma non mi diede retta. Allora mi presi cura di tutto il suo equipaggiamento non fotografico: riempii il suo accendisigari, caricai la sua penna stilografica, feci la punta alle sue matite.

Capa ha una curiosa particolarità. E’ uno che compra un accendino e, quando finisce il combustibile, lo mette da parte e non lo tocca più. Fa lo stesso con le stilografiche. Se non c’è più inchiostro, non si cura di ricaricarle. Le matite le usa finchè non si spuntano, perchè allora anche quelle finiscono in un angolo, e ne compra delle altre. Mai che ne temperi una. Così provvidi io a mettere benzina e pietrine nei suoi accendini, a fare la punta alle sue matite e a ricaricargli le penne, mettendolo nuovamente in condizione di affrontare il mondo.

CI SI PUO’ DECAPITARE DA SOLI?

Pochi giorni prima di lasciare l’Unione Sovietica per tornare in America, i funzionari sovietici del ministero degli Esteri si fanno consegnare da Capa tutte le pellicole: devono essere sviluppate ed esaminate tutte una per una da loro prima che i due possano lasciare il paese. I negativi sono più di tremila. Capa passa la giornata in preda all’angoscia, passeggiando “avanti e indietro come una chioccia che abbia perduto i suoi pulcini”.

“Giurò che non avrebbe lasciato il paese senza le sue fotografie. Avrebbe annullato la prenotazione. Non avrebbe accettato di farsi spedire le pellicole dopo la sua partenza. Grugnì e passeggiò avanti e indietro. Si lavò due o tre volte la testa e dimenticò di farsi il bagno. Avrebbe potuto partorire un figlio, con solo la metà di quei lamenti e di quel dolore. I miei appunti non mi furono invece richiesti, ma anche se li avessero esaminati nessuno sarebbe riuscito a leggerli. Decifrarli era difficile persino per me.
[…]
“Capa per metà del tempo si riprometteva di organizzare la controrivoluzione, se fosse capitato qualcosa alle sue pellicole, e per l’altra metà meditava il suicidio. Si chiedeva se fosse possibile decapitarsi da soli sulla piattaforma delle esecuzioni nella piazza Rossa”

 

ROBERT CAPA DICE DI STEINBECK…

E adesso, dopo aver visto cosa dice Steinbeck di Capa, leggiamo il capitoletto Un legittimo lamento scritto da Robert Capa 🙂

UN LEGITTIMO LAMENTO

di Robert Capa

Non sono per niente contento. Dieci anni fa, quando cominciai a guadagnarmi la vita vendendo fotografie di gente bombardata dagli aeroplani con la svastica, vidi alcuni piccoli aeroplani con la stella rossa abbattere quelli con la svastica. Accadde a Madrid, durante la guerra civile, e la cosa mi rese molto felice. Decisi che desideravo vedere e conoscere il luogo da dove provenivano questi aeroplani e questi piloti. Desideravo visitare e fotografare l’Unione Sovietica. Volli tentare l’esperimento. Allora feci la mia prima richiesta. Durante questi ultimi dieci anni, però, i miei amici russi furono spesso irritanti e impossibili, ma quando la situazione divenne seria, finirono dalla mia parte. E allora feci molte altre richieste. Non ebbi alcuna risposta.

L’estate scorsa i russi finirono col diventare particolarmente invisi da questa parte e c’era il rischio che si cominciasse a sparare. Dischi volanti e bombe atomiche sono davvero poco fotogenici, così decisi di fare l’ultima richiesta prima che fosse troppo tardi. Questa volta trovai un certo appoggio da parte di un uomo di grande fama, e abbastanza comprensivo per quanto riguardava i miei desideri. Il suo nome è John Steinbeck, e il suo modo di propiziare il nostro viaggio è stato davvero originale. Per prima cosa tentò di fare capire ai russi che era un grande errore ritenere lui un pilastro del proletariato mondiale, in quanto avrebbe potuto essere meglio definito come un tipico rappresentante del decadimento dell’Occidente, un decadimento profondo quanto le acque sulla costa della California. Inoltre disse di avere intenzione di scrivere solo la verità, e quando gli chiesero gentilmente che cosa fosse la verità, rispose:

“Non lo so.”

Dopo questo promettente inizio, è accaduto che, saltando giù da una finestra, si sia rotto un ginocchio.

È una cosa di qualche mese fa. Ora è notte tarda e io sono seduto nel centro di una stanza d’albergo estremamente cupa, circondato da centonovanta milioni di russi, quattro macchine fotografiche, poche dozzine di pellicole impressionate e molte di più non ancora impressionate, uno Steinbeck che dorme, e io non sono per niente contento. I centonovanta milioni di russi sono contro di me. Non ci sono scontri all’angolo delle strade, né casi di libero amore che facciano scandalo, non hanno un aspetto che salti all’occhio, ma sono gente onesta, dabbene e dedita al lavoro; e per un fotografo sono un cibo che non sa di niente. Del resto pare che amino quel loro modo di vivere e odino farsi fotografare. Le mie quattro macchine fotografiche, abituate a guerre e a rivoluzioni, sono deluse e tutte le volte che faccio uno scatto c’è qualcosa che va storto. Per di più mi ritrovo con tre Steinbeck invece di uno.

I giorni non passano mai, e le mattinate cominciano con il primo Steinbeck. Quando mi sveglio apro piano piano gli occhi e lo vedo seduto davanti al tavolo. Il suo grande quaderno di appunti è aperto e lui finge di lavorare. In realtà, sta solo aspettando e sorveglia i miei movimenti: è terribilmente affamato. Ma lo Steinbeck diurno è un uomo molto timido, assolutamente incapace di alzare il telefono e di fare il minimo tentativo per articolare una conversazione con le cameriere russe. Così mi alzo, prendo il telefono e ordino la colazione in inglese, francese e russo. Questo lo tira su di morale e lo rende più spigliato. Assume l’espressione di un filosofo di villaggio e dice:

“Ho alcune domande per te questa mattina.” Naturalmente ha passato le tre ore di fame pensando alle cose più disparate, dalle abitudini a tavola degli antichi greci alla vita sessuale dei pesci. Io mi comporto da buon americano: anche se potrei rispondere a queste domande in modo semplice e chiaro, esigo l’osservanza dei miei diritti civili, rifiuto di rispondere e passo le questioni alla corte suprema. Lui non si dà facilmente per vinto. Comincia a vantarsi della sua cultura universale, cerca di provocarmi tirando in ballo l’istruzione, e mi tocca andare in esilio. Mi rifugio nel bagno, luogo che detesto. Sono costretto a rimanere nella vasca da bagno rivestita di carta vetrata e riempita d’acqua fredda finché non arriva la colazione. A volte bisogna aspettare molto. Dopo colazione ho bisogno di aiuto. Arriva Chmarskij. Non ci sono fasi diverse per quanto riguarda la sua personalità, una fase del mattino e una fase della sera: è sempre perfido.

Per tutto il giorno devo lottare con i centonovanta milioni che non vogliono farsi fotografare, con il signor Chmarskij che snobba la fotografia e con quell’immacolato verginone di Steinbeck, che a tutte le domande poste dalla popolazione russa, curiosa ed estatica, risponde con un amichevole grugnito:

“Non lo so.”

Dopo questa memorabile dichiarazione è esausto. Si chiude come un’ostrica, e sul suo faccione alla Cyrano sgorgano grosse gocce di sudore. Così, invece di fotografare, devo tradurre lo strano silenzio del signor Steinbeck in frasi comprensibili anche se evasive, e in qualche modo finiamo la giornata, ci sbarazziamo di Chmarskij e torniamo a casa.

Dopo questi giochi mentali, debutta lo Steinbeck della sera. In questa nuova fase è capace di alzare il telefono e pronunciare parole come “vodka” o “birra” in modo comprensibile anche per il meno sveglio dei camerieri. E, dopo avere ingollato una certa quantità di carburante, diventa un brillante conversatore, in possesso di opinioni ben definite su qualsiasi argomento. Tutto questo continua fino a quando non troviamo un po’ di americani che abbiano mogli simpatiche, sigarette e bevande delle nostre parti e che non ce le neghino. Da questo momento Steinbeck può essere descritto come un personaggio piuttosto allegro. Se nella compagnia c’è qualche ragazza carina è sempre pronto a difendermi e sceglie subito un posto tra me e lei. Allora diventa ciarliero con le altre persone e, se per caso io tento di salvare l’innocente fanciulla invitandola a ballare, non c’è gamba rotta che lo freni dal precedermi.

Dopo mezzanotte la sua innocenza si accoppia alla forza. E lo dimostra con un solo dito, chiedendo a qualche marito sprovveduto se sappia che cosa sia la lotta con le dita. I due siedono a un tavolo l’uno di fronte all’altro, appoggiano saldamente i gomiti sulla tovaglia e intrecciano i due medi. Dopo un istante di sforzi il signor Steinbeck, generalmente, piega il braccio del marito sul tavolo, scusandosi con grazia. Qualche volta, a tarda notte, vuol provare questo gioco con tutti. Una volta perfino con un certo russo che per tutti, tranne che per lui, era un generale.

Poi, dopo un discreto lavoro di persuasione da parte mia e una lunga dissertazione sulla dignità, torniamo a casa. Sono le tre del mattino. Lo Steinbeck serale si tramuta in notturno. Sta sdraiato sul letto reggendo saldamente un grosso volume di versi di duemila anni fa, intitolato Il cavaliere dalla pelle di leopardo. La sua faccia è rilassata, la sua bocca aperta, e quest’uomo dalla voce fievole si mette a russare senza moderazione né inibizioni.

Fortunatamente ho preso in prestito un libro giallo da Ed Gilmore, perché sapevo che non sarei riuscito a dormire e avrei dovuto leggere fino al mattino.
Ora vi lascio, gentili lettori americani, e assicuro i lettori russi che ogni cosa che il signor Chmarskij scriverà sulla “Pravda” è assolutamente vera.

FINE DEL LAMENTO

John Steinbeck, Diario russo. Con le fotografie di Robert Capa (tit. orig.le A Russian Journal), traduz. di Giorgio Monicelli, Introduz. di Luigi Sampietro, pp. 292 Bompiani

John Steinbeck Robert Capa Diario russo

 

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12 risposte a UNA STANZA PER DUE. JOHN STEINBECK E ROBERT CAPA

  1. Amfortas ha detto:

    Molto interessante cara Gabrilu. Il tuo articolo ha avuto due conseguenze immediate. La prima è stata quella di ricordarmi quanto grande fosse Capa, un fotografo che è una specie di dio per noi fotografanti (appunto, come ci sono scrittori e scriventi, allo stesso modo ci sono fotografi e fotografanti) . La seconda è che la mia lista leporelliana di regali che devo farmi è aumentata di una unità. Ciao! 😀

    • gabrilu ha detto:

      Amfortas
      Capa è anche un mio mito, un grandissimo. Avevo visto le sue fotografie del viaggio in Russia con Steinbeck in una mostra a lui dedicata l’anno scorso qui a Palermo, avrei voluto subito il libro ma non era ancora disponibile, in italiano. Appena è stato pubblicato, l’ho preso immediatamente.
      Di Capa mi piace ricordare sempre due frasi. Una la riferisce Steinbeck, che era con lui in Sicilia per l’Operazione Husky. In uno dei suoi articoli contenuti nel libro C’era una volta una guerra, Steinbeck scrive: “Capa […] mi diede il miglior consiglio tattico che abbia mai ricevuto. Era: ‘Resta dove sei. Se non ti hanno colpito, non ti hanno visto’, l’altra è famosissima e la conosci sicuramente anche tu “Se la foto non ti è riuscita bene, vuol dire che non eri abbastanza vicino”.
      Morì nella guerra d’ Indocina, proprio perché “era vicino”. Ho sempre pensato che, se avesse potuto scegliere, avrebbe scelto di morire così, in guerra, fotografando. Chissà.
      Il libro non ti deluderà, ne sono certa. Ci sono pagine splendide in particolare sulle fattorie dell’Ucraina e su Stalingrado
      Ciao, e grazie!

  2. Alessandra ha detto:

    Post delizioso, sei riuscita a strapparmi più di un sorriso…. e non è poco, visto che sono reduce da un intervento chirurgico piuttosto invasivo, quindi ancora spossata e moralmente abbattuta. La lamentela di Robert Capa è strepitosa; oltre ad essere un bravissimo fotografo di guerra non era per nulla sprovvisto, a quanto pare, di sense of humour. Esilarante il ritratto che ne esce di Steinbeck, fotografato (è il caso di dirlo) di prima mattina, con quel fare un po’ impacciato, e poi a sera inoltrata, più sbottonato e audace. Grazie per questo regalo, a presto rileggerti (p.s. il link a “C’era una volta una guerra” non funziona).

    • gabrilu ha detto:

      Alessandra
      Innanzitutto, mi fa molto piacere che tu sia sulla via di superamento del periodo difficile che hai attraversato. Mi fa piacere averti fatto sorridere (non io, certo, ma Steinbeck e Capa) con questa mia scelta di “leggerezza”. Era questo, in fondo, l’obiettivo che mi proponevo con questo post. Mettere in pausa, almeno temporaneamente, post “pesanti” e drammatici e concedermi, concederci qualche sorriso.
      I post “pesanti” torneranno, ma almeno per qualche settimana rilassiamoci un po’.
      Ciao cara, in bocca al lupo e torna presto ad occuparti del tuo bellissimo blog 🙂
      P.S. Ho aggiustato il link al libro di Steinbeck, grazie per avermi avvertita

  3. Ivana Daccò ha detto:

    Ma che meraviglia! Ho subito pensato che si tratta del regalo perfetto per chi so io, rendendomi immediatamente conto che avrò qualche difficoltà a consegnarlo. Dovrò decidermi per due copie.

  4. Amfortas ha detto:

    Solo per dirti che ho cominciato il libro, che mi sono procurato il giorno dopo aver letto il tuo post, è che lo trovo entusiasmante. E, nel frattempo, auguri per l’anno nuovo 😀

  5. gialloesse ha detto:

    Il tuo post é magnifico e sento di doverti ringraziare. Non conoscevo questa esperienza di Capa in compagnia di Steinbeck. Capa é un mito per tutti coloro che si occupano di immagini. E’ domenica sera, ma domani mattina, di buon ora, sarò alla caccia del libro.

    • gabrilu ha detto:

      gialloesse mi fa molto piacere aver contribuito, nel mio piccolo, a far conoscere questo gioiellino. Come ho già detto sopra rispondendo ad altri commenti, anche per me Capa è un mito, così come, d’altra parte, Steinbeck, che nelle mie preferenze nell’ambito della letteratura americana colloco immediatamente dopo Faulkner. Quindi con questo Diario russo ho preso, come si suol dire, “due piccioni con una fava”.
      Grazie per il commento ed a rileggerci, spero 🙂

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