BABIJ JAR – ANATOLIJ KUZNECOV

Anatolij Kuznecov Babij JarAnatolij Kuznekov, Babij Jar, traduz. dal russo Emanuela Guercetti, pp. 342, Adelphi, 2019

“C’era sempre una bella sabbia grossa, ma adesso, chissà perché, era tutta cosparsa di sassolini bianchi. Mi chinai e ne raccolsi uno per osservarlo meglio. Era un pezzettino d’osso bruciacchiato grande quanto un’unghia, bianco da un lato e nero dall’altro. […] E così seguimmo a lungo quegli ossicini, finché non arrivammo proprio all’inizio del burrone, e il ruscello scomparve: era lì che nasceva da molte sorgenti che stillavano dalle falde sabbiose sottostanti, e appunto da lì aveva portato via le ossa. Ora il burrone si restringeva diramandosi in diversi bracci, e in un punto la sabbia era diventata grigia. Di colpo ci rendemmo conto che stavamo camminando su cenere umana”.

Unione Sovietica, Ucraina, Settembre 1941. Siamo nella prima fase dell’aggressione tedesca all’URSS. L’Armata Rossa, in rotta, abbandona la capitale.

“Cavallucci stanchi e tartassati trascinavano furgoni militari, cannoni, carri di contadini che cadevano a pezzi. Soldati dell’Armata Rossa erano laceri, barbuti, feriti. Alcuni, evidentemente con i piedi insanguinati, camminavano scalzi, con gli scarponi gettati su una spalla. Altri non avevano nè stivali nè scarponi. Camminavano senza alcun ordine, come una mandria, curvi sotto il peso di sacchi, cappotti arrotolati, armi, e facendo tintinnare le gavette ammaccate in modo tutt’altro che marziale. ´Poveri soldati russi’ borbottò il nonno, levandosi il berretto”.

La gente di Kiev assiste, poco dopo, all’entrata trionfale nella loro città delle truppe naziste.
A quell’epoca Anatolij Kuznecov, l’autore di questo libro, è un ragazzino di 12 anni, vivace e curioso. Figlio di madre ucraina e di padre russo, Anatolij è nato a Kiev nel 1929. Trascorre gli anni della guerra in una casa a poca distanza da Babij Jar. Appena fuori Kiev, Babij Jar è una enorme fossa naturale di morbida terra sabbiosa di un bianco candido. E’ qui che avviene uno dei più grandi massacri della storia.
Kuznecov mette mano alla stesura del suo libro vent’anni dopo essere stato testimone dei tragici avvenimenti cui ha assistito. Il racconto delle vicende della pubblicazione del libro, i veti, le censure, i rimaneggiamenti imposti dai Servizi Segreti, gli ostacoli di ogni tipo da lui incontrati, come già avvenuto ed ancora avverrà per altri scrittori del periodo sovietico, costituisce già da solo un (inquietante) romanzo che merita lettura e riflessione. Ne parlerò più avanti.

La famiglia Kuznecov: la madre di Anatolij fa l’insegnante. La nonna vive tra l’incenso e le icone e legge gli eventi attraverso le figure dell’Apocalisse. Il padre — russo e bolscevico convinto — ha fatto la campagna di Crimea e da tempo ha abbandonato la famiglia. La madre dice al figlio di non stare a sentire la nonna, perché “gli aviatori volano in cielo e non hanno visto nessun Dio”. Il nonno vive in casa con loro. E’ vissuto sotto gli zar e sotto la rivoluzione, ha conosciuto la miseria degli zar e quella della rivoluzione, ha visto la rivoluzione trasformarsi in un gigantesco inganno, oltre che in uno spietato meccanismo di morte. E’ dunque lui che, all’ arrivo dell’esercito tedesco ne gioisce, entusiasta. Il nonno odia i sovietici e il potere bolscevico che hanno reso ancora più poveri i poveri ucraini.

“No, non era affatto un fascista o un monarchico, un nazionalista o un trockista, un rosso o un bianco; in generale di queste cose non capiva un accidente. Per origini era un contadino povero, figlio di servi della gleba ucraini, mentre per posizione sociale era un operaio urbano con lunga anzianità di servizio. Ma per sua natura era un comunissimo, piccolo, affamato, impaurito abitante della Terra dei Soviet, che per lui non era madre ma matrigna.” All’inizio dunque i tedeschi non gli sembrano tanto male, ha sentito dire che “sono ottimi amministratori”.

All’inizio confida in Hitler: “Ecco, adesso lo vedrai da te che vita giusta ci sarà. Il paradiso in terra!'” e «Dio sia lodato, questo regime di pezzenti è finito», esulta mentre i tedeschi occupano Kiev. Ma ben presto le sue si riveleranno drammatiche illusioni: «Era meglio andare in malora sotto i nostri, piuttosto che sotto questi qua, che possiate crepare, che vi colgano la malaria, il fuoco e il tuono del Signore Iddio»dirà poche settimane dopo.

A fine estate 1941 l’incertezza è grande “non si sapeva dove fossimo, se ancora sotto Stalin, già sotto Hitler, o in una esigua striscia nel mezzo”.

I tedeschi sono arrivati sulle moto, neri di fuliggine, lanciando messaggi amichevoli.

“I tedeschi si affacciavano dalle macchine, passeggiavano per la via ben rasati, freschi e molto allegri. Facile essere freschi e allegri, se la tua fanteria, anzichè marciare, viaggia su ruote! Ridevano per qualsiasi cosa, gridavano parole scherzose ai primi abitanti che uscivano timidamente in strada. Tra i furgoni pieni di munizioni e sacchi, zigzagavano arditamente valorosi motociclisti con il casco e la mitragliatrice fissata al manubrio. Colossali cavalli da tiro pesante come non ne avevamo mai visti, con il mantello rosso fuoco e la criniera di un giallo paglierino, attaccati a sei a sei, trainavano pezzi d’artiglieria come se niente fosse, muovendo lenti e solenni le zampe pelose. I nostri cavallucci di bassa statura, tartassati e mezzo morti, sui quali si ritirava l’Armata Rossa, accanto a quei giganti sarebbero sembrati dei puledrini. In abbaglianti limousine bianche e nere viaggiavano, conversando allegramente, ufficiali dagli alti berretti con fregi d’argento. Io e Zurka non sapevamo più dove guardare e ci mancava il respiro. Ci azzardammo ad attraversare di corsa la strada. Il marciapiede si andava riempiendo rapidamente, la gente accorreva da ogni parte, e tutti, come noi, guardavano stupefatti quell’armata, cominciavano a sorridere in risposta ai tedeschi e provavano ad attaccare discorso con loro.”

Ma forse ha capito tutto “una ragazza ebrea che correva per la strada, ha ucciso due ufficiali e poi si è sparata”.

Il 24 settembre, la strana atmosfera di sospensione in cui Kiev si trova è interrotta dalla prima di una serie di esplosioni. Le mine che i partigiani (o l’NKDV?) avevano piazzato affinché i tedeschi non credessero di stare al sicuro “come nelle capitali occidentali” da loro conquistate distruggono — provocando la morte di molti soldati tedeschi ma anche di molti civili ucraini –svariati edifici e il centro della città. In poche ore tutto il centro, con i suoi negozi e teatri è completamente distrutto.

Sullo sfondo incombe Babij Jar, l’enorme voragine destinata a diventare fossa comune, colossale urna cineraria per decine di migliaia di ebrei ucraini e migliaia di altre vittime degli occupanti nazisti.

Dopo l’arrivo dei tedeschi ad Anatolij ed ai suoi amici, così come a tutti gli abitanti della zona, non è stato più consentito accedere a Babij Jar, ma il ragazzino non ci mette molto a capire che cosa sta succedendo laggiù. Giorno dopo giorno sente infatti provenire da lì colpi d’arma da fuoco, e alla fine del secondo anno di occupazione osserva, per alcune settimane, un fumo grasso e pesante che si leva all’orizzonte.

Un giorno, sugli steccati e sui muri, è apparso questo manifesto:

«È fatto obbligo a tutti i giudei della città di Kiev e dei suoi dintorni di presentarsi lunedì 29 settembre 1941 alle otto del mattino all’angolo fra via Mel’nikovskaja e via Dchturovskaja (vicino al cimitero). Dotarsi di documenti, denaro, oggetti di valore, e anche di indumenti pesanti, biancheria, ecc. I giudei che non ottemperassero a queste disposizioni e venissero trovati altrove saranno fucilati».

Biancheria, indumenti pesanti: che significa? Gli ebrei di Kiev non capiscono, o non vogliono capire. E, come accadrà tra breve nelle principali città europee, si presentano ordinati, in una lunga fila, all’appuntamento con la morte.

Babij Jar

Al burrone di Babij Jar. Qui, gli ebrei — uomini donne, vecchi, bambini — vengono fatti spogliare e posizionati di fronte a delle fosse, in fila. Con un solo colpo di pistola alla nuca cadono nella fossa. Sui loro corpi — anche su quelli che ancora non sono morti e agonizzano — viene gettata della terra; segue una seconda fila; quindi una terza. E così di seguito. È un massacro scientifico. Gli spari continuano ininterrottamente. Nella sola prima giornata i morti sono 30 mila: “Spari pacati, tranquilli, ritmici, come durante un addestramento”.

Babij Jar

 

Babij Jar non significa però soltanto il massacro del 29 e 30 settembre 1941. A quei 33.771 morti ebrei se ne aggiungeranno, nei due anni dell’occupazione nazista, tanti altri fino a colmare quel baratro di semplici cittadini, zingari, ribelli, autori del furto di una mela…
In rete si trovano molte terribili immagini di quei massacri. Ve le risparmio. Ciò che sembra incredibile a prima vista è che quelle immagini esistano, che gli esecutori non abbiano esitato a farsi fotografare. Ma poi rifletto che 1) i nazisti erano ancora nella fase della guerra in cui si sentivano invincibili (e fino a quel momento in effetti tali avevano dimostrato di essere e 2) ripenso alle tante lettere di soldati della Wermacht citati da Stargardt nel suo libro La guerra tedesca (ne ho parlato >>qui) a proposito dei “turisti delle esecuzioni” che fotografavano a più non posso e inviavano poi le foto alle famiglie in patria…

pallino

Poi la guerra finisce, a Kiev. L’Armata Rossa riconquista la capitale ucraina e sono i nazisti, questa volta, a darsi alla fuga.

All’indomani della liberazione di Kiev Anatolij ritorna a Babij Jar — ridivenuta accessibile a tutti — per vedere cosa è rimasto. Il burrone è ancora enorme, profondo e largo come una gola di montagna. Sul fondo continua a scorrere un limpido ruscello, che i bambini del circondario conoscevano bene per avervi giocato o fatto il bagno.

“Mentre andavamo al burrone, vedemmo un vecchio cencioso che lo attraversava con una sacca in spalla. Dalla sicurezza con cui camminava capimmo che abitava lì nei paraggi e che non era la prima volta che ci veniva.´Nonno,’ domandai ´E’ qui che hanno sparato agli ebrei o più avanti?. Il vecchio si fermò, mi squadrò dalla testa ai piedi e disse:´E di russi quanti ne hanno ammazzati qui, e di ucraini, e di ogni nazione?.”

La storia di Babij Jar, però, non finisce qui. Babij Jar risulta infatti essere molto “scomoda” sia per i tedeschi che per i sovietici.

Prima di ritirarsi, i tedeschi avevano cercato di occultare l’abominio di Babij Jar riempiendo il burrone di terra. I russi, dal canto loro, non avevano alcuna intenzione di dare alcun rilievo al massacro ebraico: “Quale Babij Jar? Quello dove hanno sparato ai giudei? E perché dovremmo mettere un monumento a quei rognosi?” dicevano i comunisti di Kiev. E su quell’immensa tomba animata per parecchio tempo cadde il silenzio.

I numeri: nel settembre 1941 i nazisti, aiutati dalla polizia collaborazionista ucraina, trucidarono 33.771 ebrei di Kiev.

A Babij Jar trovarono la morte anche militari e gente comune, politici e intellettuali, zingari “portati via ad interi accampamenti”. Tutti nello stesso fossato. Perfino i calciatori della Dinamo, la principale squadra di Kiev, che avevano osato battere una compagine tedesca formata da ufficiali dell’aviazione nazista in quella che è stata chiamata la “partita della morte” e che ispirò il film Fuga per la vittoria di John Huston.

“Prima della guerra a Kiev si contavano 900 mila abitanti. Alla fine dell’occupazione tedesca ne restavano 180 mila, cioè molti meno di quelli che giacevano morti solo a Babij Jar. Durante l’occupazione fu ucciso un abitante di Kiev su tre, ma se si aggiungono i morti per fame, quelli che non tornarono dalla Germania e quelli di cui semplicemente non si seppe più nulla, risulta che morì un abitante su due”.

L’Ucraina ha pagato un prezzo di sangue altissimo negli anni, infernali, in cui fu stretta nella morsa russo-tedesca. I morti furono 11 milioni su una popolazione di 40 milioni. Prima Stalin con la Grande Carestia e le sue Purghe, poi Hitler, poi, finita la guerra, fu di nuovo il turno di Stalin di calare una coltre asfittica sul Confine. La parola Ucraina significa questo: confine. Un nome un destino, scrive Anne Applebaum nel suo bellissimo La grande carestia. La guerra di Stalin contro l’Ucraina. Ma questa è un’altra storia…

pallino

“Tutto in questo libro è verità”. Una frase ed un concetto vengono ripetuti, nel libro, in modo martellante: “E’ tutto vero!”” e “Scrivo questo libro […] come se rilasciassi una deposizione sotto giuramento nel più alto e giusto dei tribunali e mi assumo la responsabilità di ogni mia parola. In questo libro è raccontata soltanto la verità TUTTO così COME è stato. […] non vi propongo un comune romanzo. Questo è un documento, un ritratto fedele di ciò che è stato. E immaginatevi che, se foste nati solo un attimo storico prima, questa sarebbe stata la vostra vita, e non una cosa che si legge nei libri. Il destino gioca a suo piacere con noi piccoli microbi che strisciano sul globo terreste.

Kuznecov non evoca soltanto i due anni di occupazione nazista di Kiev. Kuznecov spiega come si siano combattute due barbarie, si siano affrontati due campi di concentramento. Entrambi volevano estendere il dominio su tutto il mondo: “La guerra santa dell’Urss contro Hitler non fu altro che una lotta straziante per il diritto di restare rinchiusi nel proprio campo di concentramento anziché in quello straniero, nutrendo speranze di estenderlo al mondo intero”. Non c’erano differenze di principio, dice Kuznecov, fra i due sadismi: “Nell’umanesimo tedesco di Hitler c’erano più inventiva e crudeltà fantastica, ma nelle camere a gas e nei forni crematori morivano cittadini di altre nazioni. L’umanesimo socialista non si spinse a immaginare i forni crematori, ma in compenso annientava i propri connazionali”. E tutti, in Germania e in Urss, sapevano tutto.

Leggendo questo libro magnifico e terrificante, costruito tutto su testimonianze dirette si rimane sconvolti da quella che potremmo definire una sorta di “ingegneria nazista del male” che però è sostenuta dalla completa indifferenza (indifferenza, più che vero e proprio odio) nei confronti degli ebrei ma in generale di tutte le vittime di quella ferocia. Kuznecov non si limita però a rendere la propria testimonianza sulla ferocia nazista cui lui e i suoi familiari hanno assistito. A questi racconti si intrecciano quelli sul terrore staliniano, sulla pianificazione dell’annientamento di milioni di cittadini russi e poi sovietici, ingannati dal sole dell’avvenire e di nuovo ridotti a servi della gleba, a schiavi di un diverso potere. Per leggere i capitoli sulla Grande Carestia voluta da Stalin in Ucraina, sui cannibali, su quello che avveniva nelle camere di tortura della NKDV, con le grida disperate che si udivano fino in strada e con i cadaveri che volavano dalle finestre è bene sapere a cosa si va incontro.

Tutto questo ci fa apparire meno incomprensibile l’entusiasmo dimostrato (almeno all’inizio) da molti vecchi ucraini alla fuga dei funzionari sovietici ed alla ritirata dell’Armata Rossa e per l’arrivo delle truppe tedesche e ci fa capire molte delle ragioni per cui la pubblicazione del libro in quella che era ancora Unione Sovietica rappresentò, per Kuznecov, un vero calvario ed una sfiancante battaglia per superare tutti gli ostacoli che gli venivano posti ed imposti.

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Come ho detto all’inizio, l’autore, riprendendo gli appunti annotati da ragazzino in un quadernetto, mette mano al libro vent’anni più tardi, quando per il potere sovietico la ricostruzione storica di un ucraino era già di per sé roba sospetta: si sapeva che molti suoi connazionali — ma non certo lui — avevano creduto di vedere nei tedeschi dei liberatori, e la faccenda non si prestava a esercizi di patriottismo. Inoltre le ricorrenti campagne di antisemitismo di stato rendevano difficile parlare della sorte degli ebrei ucraini.

La storia rocambolesca della prima prima versione di Babij Jar consegnata nel 1965 (a capo dell’URSS c’è, dal 1964, Leonìd Brèznev) alla rivista Junost’ viene raccontata in tutti i dettagli da Kuznecov nella lunga Prefazione, che merita d’esser letta tutta e attentamente.

“Ho sempre dovuto lottare per ogni frase, mercanteggiare, aggiungere robaccia ideologica. In Unione Sovietica, data la sua editoria gesuitica, tutto è aggrovigliato, complesso, su qualsiasi libro crescono stratificazioni e si aprono voragini censorie […] Durante le mie assenze mi perquisivano l’appartamento, e in una occasione qualcuno appiccò il fuoco al mio studio che bruciò completamente”.

Babij Jar apparve a puntate nel 1966, nella rivista Junost’, e l’anno successivo fu stampato in edizione separata. Le trattative dell’autore con la redazione della rivista erano state estenuanti e avevano dapprima prodotto una versione in cui il significato dell’opera non era del tutto stravolto. Il vero e proprio lavoro censorio iniziò subito dopo e si tradusse in una tale quantità di tagli, modifiche e annotazioni che, a volte, non si riusciva più a individuare il testo attraverso le variopinte correzioni dei revisori.

In sostanza, ci spiega Kuznecov, leggere un qualsivoglia libro di un letterato sovietico esige uno sforzo intellettuale e implica il tener conto del fattore-censura per rinvenire l’idea nascosta tra le righe e comprendere ciò che è stato cancellato. “il mio esempio non è un’eccezione, al contrario, è estremamente comune e tipico. Leggendo un libro di un autore sovietico, tenete sempre conto della censura, cercate il pensiero fra le righe.” È per rivelare “l’idea nascosta” che, nella nuova versione, la stratificazione era resa espressamente visibile. Così concepito, Babij Jar rappresentava, e ancora oggi rappresenta, un prezioso materiale sui metodi, la psicologia e i pregiudizi di scrittori, redattori e censori.

Finalmente, nel 1969, quando si rese conto che il lavoro di spoliazione del testo lo aveva ridotto di un quarto ed al completo capovolgimento del suo stesso significato, Kuznecov microfilmò il suo testo completo e, con quello, fuggì a Londra dove chiese ed ottenne asilo politico e dove a cinquant’anni morì.

In questa edizione integrale Adelphi tutti i tagli ed i rimaneggiamenti sono resi ben visibili per mezzo di piccoli segni diacritici a inizio e fine di ogni passo censurato. Un ottimo lavoro che rende doppiamente interessante la lettura di questo libro perchè attraverso di esso ci è possibile cogliere direttamente la stratificazione cui il testo originale era stato sottoposto, ci è possibile cogliere non solo la ferocia nazista ma conoscere la violenza staliniana, l’antisemitismo sovietico, la fame, la miseria, le umiliazioni, le deportazioni, l’annullamento di un grande popolo trattato come un branco di bestie.

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Questo post è già sin troppo lungo, ma non voglio rinunciare a chiuderlo con l’accorato appello ai giovani che Kuznecov lancia ad un certo punto (non dico quale) del suo libro

Ragazzi nati negli anni Quaranta, Cinquanta e oltre, che non avete visto e vissuto tutto questo: per voi, naturalmente, ciò che racconto non è altro che storia.

A voi non piace l’arida storia che si insegna a scuola. Non piace neanche a me. A volte sembra un coacervo di regni, date, battaglie idiote, di cui chissà perchè dovrei entusiasmarmi. E poi racconti dell’orrore, infamie su infamie, stupidità e follia, al punto che ti vergogni: e questa sarebbe la storia della civiltà?

Certi vecchi bislacchi non si stancano di ripetere che siete fortunati perchè la vostra giovinezza trascorre in tempo di pace. Perchè per voi gli orrori delle guerre esistono solo nei libri. Voi ascoltate sì e no. Dite: che barba. Dite: e andatevene un po’ all’inferno, voi e le vostre guerre, e il caos che voi stessi avete creato nel mondo e nel quale non riuscite neanche a raccapezzarvi.

Ben detto.Vi ho capito.

Eppure, se io gracchierò dalla finestrella del mio abbaino: ´State attenti!’ voi mi capirete? Drizzo le antenne, passo alla ricezione.

Sento molta musica, sento canti, rumori di bottiglie e vetri rotti, il rombo di una motocicletta, e a un tratto un coro che scandisce: ´Mao’. La voce cortese di un poliziotto: chiede a un hippy di spostarsi, bisogna ripulire intorno alla fontana di Piccadilly.

E tuttavia come è bello: infischiarsene di qualsiasi politica, ballare, amare, bere vino, dormire, respirare. Vivere. Oh, che Dio ve lo consenta!

Però guardo dalla finestrella del mio abbaino, e vedo che, mentre gli uni amano e dormono, gli altri sono tutti impegnati a fabbricar manette per loro. Perchè? Bella domanda. Al mondo c’è una tale marea di benefattori. E tutti vogliono assolutamente beneficare il mondo intero. Niente di meno. Non ci vuole molto: basta che il mondo si adatti allo schema che, Dio sa come, si forma nei loro cervellini deboli e tormentati dai complessi.

Loro non s’infischiano della politica, loro la fanno. Rifiniscono il loro randello. Poi, per metterla in pratica, lo calano sulle teste altrui.

State attenti! Sulla base della mia esperienza e di quella degli altri, di tutti, sulla base di molti pensieri, ricerche, ansie e calcoli, vi dico: GUAI A CHI OGGI IGNORA LA POLITICA.
Non ho detto di amarla. Io la odio. La disprezzo. Non vi esorto ad amarla o rispettarla. Vi dico solo: NON IGNORATELA.

 

Anatolij Kuznecov

Anatolij Kuznecov

 

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14 risposte a BABIJ JAR – ANATOLIJ KUZNECOV

  1. dragoval ha detto:

    Restituzione preziosa e terribile. L’orrore di Babij Jar è un altro marchio d’infamia che, come afferma l’autore del libro, accomuna i regimi di Hitler e Stalin. Per molti aspetti che tu hai illustrato qui torna alla mente Vasilij Grossman : la cronaca dell’orrore, l’Ucraina e i suoi abitanti vittime del regime stalinista, la censura, l’esportazione clandestina dell’opera fuori dai confini sovietici, l’analisi impietosa dei due totalitarismi contrapposti e distanti solo in apparenza. E poi il monito: a superare l’incredulità della mente sopraffatta, a tenere viva la memoria, a non abbassare la guardia sulle scelte della politica che sempre ci riguardano, vincendo la tentazione della delega e dell’indifferenza. Un monito oggi quanto mai attuale e ineludibile.
    Grazie per aver aggiunto un altro tassello alla ricomposizione complessa di vicende sulle quali ancora oggi si addensano molte ombre : quelle delle complicità inconfessabili e dei tentativi di occultamento, vuoi per opportunismo politico, vuoi forse (anche) per la vergogna insopportabile.

    • gabrilu ha detto:

      Dragoval certo il mio pensiero è andato a Vassilij Grossman, a Vita e Destino, all’ostracismo…Ho pensato a lui anche per come la tragedia della carestia in Ucraina descritta da Grossman in Tutto scorre….
      Non c’è molto da aggiungere, abbiamo solo da leggere.
      Grazie

  2. Vito ha detto:

    Già Solgenitsin ci aveva devastati con Arcipelago Gulag, poi è giunto Shalamov coi Racconti della Kolyma. Nel frattempo molto si era parlato delle nefandezze di Stalin in Ucraina come del collaborazionismo della popolazione coi nazisti sia in Ucraina sia nei paesi baltici. Ed ora questa testimonianza di Kuznecov ci mostra quanto profondo sia ancora il vaso di Pandora dell’utopia comunista. Hanno definito Hitler ed i suoi accoliti una banda di gangster, dimenticandosi di definire Lenin e tutti quelli che lo hanno seguito. Povera nazione russa, almeno ii tedeschi hanno sofferto poco più di un decennio: il popolo russo otto volte tanto.La cosa che più ricordo di Pietroburgo non è l’Hermitage, è una chiesa che era stata trasformata in piscina e, successivamente, ridiventata chiesa ha mantenuto la vasca e gli spalti per non dimenticare.

    • gabrilu ha detto:

      Vito
      Ultimamente, però, una serie di libri di storia che hanno potuto usufruire dell’apertura di archivi fino a poco tempo fa inaccessibili, la pubblicazione di memoriali, testimonianze (come questo libro di Kuznecov) che finalmente è possibile leggere nelle stesure originali aiutano a capire, come dicevo nel post, quello che — almeno per me — fino a qualche tempo fa risultava quasi incomprensibile, e cioè non solo l’accoglienza riservata dagli ucraini agli occupanti nazisti ma anche il sostegno attivo fornito da molti ucraini allo sterminio degli ebrei. Sostegno attivo che ho scoperto essere dovuto solo in minima parte ad un reale sentimento antisemita (come anche Kuznecov dice, nel suo libro, nei confronti degli ebrei in quanto tali c’era più indifferenza che vero e proprio odio razzista) ma ad altri fattori di natura squisitamente politica ed economica. Davvero, se posso esprimere quella che a me pare una banale verità… la storia non finisce mai, dietro una storia c’è sempre un’altra storia, una storia precedente. Non si finisce mai di scavare.
      In quanto a Lenin… beh, il ritratto più lucido e implacabile per me rimane quello che ne ha tracciato Vassilij Grossman nell’ultima parte di Tutto scorre…. Una decina di pagine in tutto, in cui però c’è tutto.
      Teniamo comunque presente che su questo parallelismo tra nazismo e stalinismo si è ben lontani dall’essere tutti d’accordo: basta ricordare il vespaio suscitato dalla recente Risoluzione del Parlamento dell’Unione Europea che ha equiparato il regime nazista e quello sovietico…
      https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/RC-9-2019-0097_IT.html

  3. Ivana Daccò ha detto:

    Non riuscirò a leggere questo Adelphi. Non ora. Me ne vergogno ma sono costretta a prenderne atto: ora, e ripeto, ora, non ce la faccio, non più. Così, mi dico: non per ora. Pur sapendo quanto sia importante. Non tanto o solo per sapere ciò che è accaduto. Lo sappiamo. Chi non lo sa finge. Mente. Sapendo di farlo.
    Per capire (serve?) cosa sta accadendo; per capirlo, dico, quanto più possibile, , dai tanti punti di vita (non è un refuso, per ).
    “Loro non s’infischiano della politica, loro la fanno. Rifiniscono il loro randello. Poi, per metterla in pratica, lo calano sulle teste altrui.”
    Davvero non arriverà mai (non oso più dire “non tornerà”) il tempo in cui, come dev’essere, far politica sarà uno dei doveri buoni della vita. E belli?
    Possibile che coloro per i quali quel tempo lo è stato, bello e buono, intendo, per quanto difficile, persino terribile, si siano sbagliati?
    Non ci voglio rinunciare. Almeno: spero che una nuova generazione, da qualche parte, non vi rinunci.

    • gabrilu ha detto:

      Ivana Daccò ti capisco eccome. Trovare il momento giusto (per ciascuno di noi) per leggere un certo libro è valido sempre. Lo è a maggior ragione, secondo me, quando si ha a che fare con alcuni libri particolari che impongono non solo la normale attenzione che qualunque lettura consapevole richiede ma anche un forte investimento emotivo e la capacità di reggere certe descrizioni e, a volte, anche sorprese che possono spiazzarci. Spesso — anzi quasi sempre — sono anche perplessa nel proporre qui sul blog questo genere di testi, ma poi penso che in fondo nessuno è obbligato a leggere, se non vuole, e magari, invece, chissà, a qualcuno può interessare.
      …Ed ora ti svelo un piccolo segreto: questo genere di libri io raramente li leggo di sera ma, nei limiti del possibile, la mattina molto presto. Preferisco rinunciare a un’ora o due di sonno la mattina piuttosto che rischiare incubi la notte…

  4. Ivana Daccò ha detto:

    Libri diurni, non c’è dubbio. Il problema sta nel desiderio di leggere un libro, che è quasi un senso di colpa quando il momento non è quello giusto; quando ti chiedi se il momento giusto tornerà (quello in cui speri, comunque, che, anche attraverso il passaggio nell’orrore, ci sarà una lotta possibile verso una luce). Poi ti guardi intorno.
    Oggi , davvero, è difficile. Forse, occorrerebbe esser più giovani, non so.
    Capita di essere stanche. E per fortuna, checché se ne dica, ci sono giovani all’orizzonte.
    C’è che vorrei leggere questo libro.

  5. zapgina ha detto:

    Come Ivana non so quando, ma leggerò il libro che hai presentato. Sono pezzi di storia che non possiamo dimenticare per le ragioni che l’autore ha espresso con molta chiarezza e che tu ci hai riproposto alla fine del tuo testo. Una pagina attualissima e vera quella della politica che si occupa di noi anche se noi non ci occupiamo di lei.
    Per tornare all’Ucraina dalle cose scritte mi sono fatta un’idea un pochino più chiara su posizione e scelte di questa nazione che, nelle ultime vicende politiche, mi erano state poco comprensibili. Mi arricchisce leggere queste recensioni e, se posso esprimere un’opinione su un tuo commento più su, apprezzo la presentazione di ‘questo genere di testi’.

    • gabrilu ha detto:

      zapgina sull’Ucraina, sul rapporto tra Ucraina e Russia ieri e oggi, su Ucraina e governo centrale dell’URSS ieri (con effetti anche sull’oggi) avrò modo di tornare a breve. La storia di ieri mi aiuta a capire anche molto della storia di oggi, mi aiuta a decodificare un po’ meglio tante notizie di politica estera che ascolto nei Telegiornali. Insomma ne riparlerò.
      Grazie per il tuo commento e il sostegno, ed a rileggerci presto, spero 🙂

  6. Alessandra ha detto:

    Sono contenta che hai dedicato un articolo a questo romanzo-documento, perché da tempo l’avevo adocchiato in libreria ma esitavo nell’acquistarlo… Adesso so che merita, non solo perché fa luce su uno dei massacri più tremendi -ma appunto meno ricordati- messi in atto dal regime nazista, ma anche perché denuncia le ignominie di quello comunista-sovietico, senza fare sconti a nessuno. E per fortuna che l’autore riuscì a scappare a Londra, altrimenti oggi ci saremmo dovuti accontentare dell’edizione “purgata”. Anche se viviamo in tempi diversi, dubito che qualcuno si sarebbe dato da fare per recuperare i testi originali, sempre che fosse stato possibile ritrovarli intatti. Ho notato che stai leggendo “La grande carestia”, di Anne Applebaum, che tratta dello «sterminio per fame» perpetrato da Stalin in Ucraina. Giusto per restare in tema, immagino, o meglio per approfondire un percorso di lettura che ti sei prefissata da tempo, volto a indagare sia i crimini nazisti che quelli sovietici. Continuerò a leggerti con estrema attenzione, e… grazie per tutto.

    • gabrilu ha detto:

      Alessandra grazie per questo commento, che mi fa doppiamente piacere perchè significa che stai meglio, spero perciò di rileggerti al più presto sul tuo blog 🙂
      Già che ci sono, sappi che ho in lettura il volumone Einaudi di tutti i racconti di Cortázar, autore che so essere da te molto apprezzato. Io conoscevo solo la raccolta Bestiario letto tanti anni fa e poi riletto nel corso degli anni (il romanzo Il gioco del mondo invece non mi aveva, per la verità, appassionata granchè). In questo volumone i racconti ci sono proprio tutti e me la sto davvero spassando. Un libro la cui lettura durerà molto a lungo, perchè intercalerò manciate di questi racconti con altro genere di letture e quindi pregusto un piacere prolungato.
      In quanto al libro della Applebaum sì, l’ho terminato qualche giorno fa. Una lettura per me illuminante, nel senso che mi ha aiutata molto a trovare tasselli di un puzzle che sino ad ora mi mancavano. Vedrò se parlarne qui sul blog, ci sono state anche altre letture molto interessanti e diciamo che non so di quale libro parlare e/o di cui parlare prima…Vedremo.
      Intanto ciao e a presto! 🙂

      • Alessandra ha detto:

        Fantastico! Mi piace questa cosa di ispirarsi a vicenda. Nel frattempo, dopo aver restituito il volume in biblioteca, mi sono procurata Bestiario (Einaudi) e Tanto amore per Glenda (Guanda), ma ho notato che i traduttori sono sempre gli stessi, anche per le diverse edizioni. Procedo con calma nella lettura, e anch’io intercalo spesso con altri autori; in questo periodo, ad esempio, sono alle prese con Dumas e il suo formidabile Conte. Ma Cortázar non scappa, e lì sullo scaffale che fischietta mentre ricarica l’orologio: non appena mi arriverà in testa un nastro di dentifricio rosa, sarà il momento di riprenderlo in mano 😉 Un abbraccio, carissima, nell’attesa di rileggerti presto.

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