I MIEI GIORNI NEL CAUCASO – BANINE

 

Banine

 

 

“Capitai dunque in questa famiglia strana, esotica e ricca un giorno d’inverno di un anno movimentato, pieno come molti altri anni cosiddetti storici di scioperi, di pogrom, di massacri e di diverse altre manifestazioni del genio umano, così particolarmente inventivo per tutte le perturbazioni sociali. A Baku la maggior parte della popolazione, composta di armeni e di azeri, era attivamente occupata a massacrarsi. Quell’anno gli armeni, meglio organizzati, sterminavano gli azeri per vendicarsi di massacri passati; da parte loro gli azeri, in mancanza di meglio, vi attingevano ragioni per massacri futuri. Così tutti vi trovavano il loro tornaconto, eccetto quelli, purtroppo numerosi, che morivano nel corso di questi eventi.”

I miei giorni nel Caucaso, pubblicato per la prima volta nel 1945 ottenendo un grande successo di pubblico e critica è il resoconto dell’infanzia e dell’adolescenza in Azerbaigian di Banine, pseudonimo di Umm-El-Banine Assadoulaeff; una vita scandita da numerosi eventi storici come la Rivoluzione d’Ottobre, la dittatura armena, l’arrivo e il dominio dei bolscevichi.

pallino

Banine, pseudonimo di Umm-El-Banine Assadoulaeff, nasce a Baku nel 1905 in una famiglia di ricchi petrolieri e viene allevata nella religione musulmana. Dopo la Rivoluzione russa e la successiva caduta della Repubblica Democratica dell’Azerbaigian, fugge dalla sua terra natale diretta prima a Istanbul e poi a Parigi.

Arrivata in Francia nel 1924, Banine evoca più tardi in questo libro, senza nostalgia, la propria infanzia dorata, i regimi politici che nella sua terra si sono avvicendati, il suo amore per la cultura russa, la Rivoluzione a Baku quando i bolscevichi mettono fine alla Repubblica indipendente dell’Azerbaigian (“la riconquista dell’Azerbaigian da parte dell’Armata Rossa ci aveva riportati in seno all’Impero russo, diventato al tempo stesso sovietico. Il capitalismo era morto, noi non possedevamo più niente”).

E’ nata in una famiglia musulmana di immensa ricchezza proveniente dallo sfruttamento dei giacimenti di petrolio del padre. La madre è morta di parto alla sua nascita. Banine è la quarta figlia della coppia, il padre è un uomo freddo e distaccato, ed a seguito delle sue seconde nozze la bambina viene sempre più trascurata dai genitori.

Per sua fortuna, la famiglia è un grande clan: la nonna, le zie, gli zii, i cugini condividono gli alloggi, le stesse vacanze tutti insieme nell’enorme villa in campagna e tutti hanno una personalità molto sopra le righe; la famiglia è caotica e rumorosa: crisi, insulti, liti furibonde, preghiere, imprecazioni, lunghissime partite di poker fanno parte della routine quotidiana. Una numerosa e stramba famiglia di ricchi che non sanno far altro che litigare continuamente e urlarsi contro.

Lasciata a se stessa, Banine legge libri su libri, divora la biblioteca della zia, matura precocemente. In famiglia ci si dibatte tra la fedeltà alle tradizioni musulmane ed azerbaigiane e la modernità occidentale di cui sono portatori e convinti sostenitori il padre e la sua seconda moglie che trascorrono lunghi periodi a Parigi e nelle capitali europee. L’adolescente Banine è affamata d’amore, il suo isolamento affettivo la spinge ad infatuarsi di uomini giovani e meno giovani che partecipano alle mondanità familiari o che conosce nel corso dei rivolgimenti politici. Nel 1917, arriva la rivoluzione. Dopo un breve periodo di indipendenza, l’Azerbaigian viene sottomesso al regime comunista e la famiglia è completmente rovinata. Banine racconta del suo matrimonio a quindici anni con un avvocato di molti anni più vecchio di lei, matrimonio che le viene imposto come un vero e proprio ricatto, come condizione unica e ineludibile per ottenere la scarcerazione di suo padre imprigionato perchè “ministro, uomo ricco e presidente di un partito reazionario, non poteva sperare di sfuggire alla vigilanza dei nuovi padroni”. Infine la partenza definitiva dal Caucaso in direzione di Instanbul e Parigi con cui si conclude il libro.

A Parigi Banine condividerà la vita degli émigrés russi che non smettono di sperare nella sconfitta dei bolscevichi, diventerà mannequin presso la grande e prestigiosa casa di mode Worth, frequenterà scrittori che ammira come Nicos Kazantzakis, André Malraux, Ivan Bunin (il primo Nobel russo), Teffi. Marina Cvetaeva. Montherlant. Ernst Jünger. Deciderà di mettersi a scrivere. Si dice sia stato André Malraux a spingerla a pubblicare.

La vita parigina verrà raccontata in un secondo libro che si intitola
Jours parisiens.

Ne I miei giorni nel Caucaso troviamo un guardarsi indietro che, come dicevo prima, è quasi del tutto privo di nostalgia:

“Strana infanzia! Lo so che ogni infanzia sembra lontana. Ma la mia, a causa di una rottura totale, sia geografica sia sociale, sembra ancora più irreale. Non c’è più niente che mi leghi a lei: nè la religione che ho abbandonato, nè la lingua, poichè oggi penso e scrivo in francese; nè la mia nazionalità, che è cambiata, nè i milioni perduti, niente e nessuno. Il mio passato mi appare come una vita anteriore. Non ho vissuto “sotto vasti portici”, ma in luoghi che oggi mi appaiono irreali, come un sogno nato da chissà quale fiaba.”

pallino

Sono tante le cose che colpiscono, in questo libro. Una di queste è l’incredibile umorismo dell’autrice. La sua ironia e la sua straordinaria capacità di autoironia rendono il libro, soprattutto nella prima parte, davvero divertente senza che per questo la forza tragica delle vicende narrate ne venga sminuita. A me ha fatto tornare il mente un libro analogo, anch’esso di una donna che ha vissuto avvenimenti molto simili a quelli di Banine e cioè a quella Teffi, pseudonimo di Nadezda Aleksandrovna Bucinskaja autrice di Da Mosca al Mar Nero, libro del quale tempo fa ho parlato >>qui. Anche lei una donna, anche lei scrittrice molto brillante e capace di descrivere situazioni personali e collettive drammaticissime e gli orrori della guerra civile sempre con incantevole humor… Ma sto divagando. Torniamo a Banine ed al suo libro.

Questo racconto tra l’autobiografico ed il memoir possiede due grandi meriti: quello di dar conto, nell’arco di tempo che va dal 1905 al 1924, dell’ascesa e della caduta della ricchissima classe dei petrolieri caucasici – fra lo sviluppo spettacolare del valore mercantile del petrolio, i tumultuosi avvenimenti dell’effimera Repubblica Autonoma dell’Azerbaigian (1917-1920) e l’impatto della Rivoluzione d’Ottobre su questa neo borghesia che, improvvisamente, venne spogliata di tutte le ricchezze, ridotta in completa rovina, imprigionata, esiliata. Molto utile, a questo proposito, il capitoletto in appendice in cui ci viene fornito un Breve sunto della storia dell’Azerbaigian all’inizio del XX secolo.

Altro grande motivo di interesse è stato, da parte mia, leggere — vista e vissuta dall’interno da questa ragazzina — la dialettica conflittuale tra norme familiari e codici sociali tradizionali di una società turco-sciita (atipica e sempre più minoritaria) da una parte ed il processo di occidentalizzazione/modernizzazione sempre più incalzante dall’altra.

Due le figure emblematiche di questa dialettica: la nonna musulmana, che ricopre di ingiurie ed insulti “i cani cristiani” da una parte e le governanti occidentali delle quattro ragazze della famiglia: la tedesca Fräulein Anna, ma anche la francese M.lle Marie e l’inglese Miss Collins che influenzano molto la passione di Banine per il piano e la letteratura.

Così Banine ci presenta la nonna:

“[…] la nostra nonna paterna, che abitava al pianterreno della nostra casa. Era una donna grande e grossa e autoritaria e viveva lì, di preferenza seduta per terra sui cuscini, come ogni buona musulmana. Velata e fanatica oltre ogni dire, eseguiva con infallibile rigore le abluzioni e le preghiere ed esecrava i cristiani con esaltazione. Se capitava che le stoviglie venissero toccate da mani non musulmane, mia nonna non se ne serviva più e le dava a qualcuno meno sprezzante di lei. Frequentemente, se uno straniero dalla pelle bianca le passava accanto, sputava per terra e gli urlava qualche ingiuria, la più dolce delle quali era ´figlio di cane’. Di conseguenza, la disgustavamo un po’ anche noi nipoti, allevate da cristiani; tanti contatti, tante carezze di mani profane finivano per impregnarci di un sottile odore empio e i suoi baci, ancorchè affettuosi, erano spesso accompagnati da una smorfia di disgusto. Fosse dipeso da lei non saremmo mai state affidate a Frälein Anna, e posso immaginare le faticose battaglie che avrà dovuto affrontare mio padre per farle accettare questa educazione eretica. Ma i russi ci avevano colonizzati ormai da tempo; la loro influenza s’infiltrava dappertutto e, con essa, il desiderio di cultura, di europeizzazione.”

Si sogna di trascorrere le vacanze a Parigi, si percorre in rombante Mercedes l’unico grande viale di Baku, si dilapidano fortune al tavolo del poker ma… si continuano a fare sposare adolescenti appena entrate nella pubertà senza chiedere il loro parere (e tanto meno il consenso) preferibilmente con cugini di primo e secondo grado (è bene che tutte le ricchezze rimangano all’interno della famiglia). Gli uomini decidono le donne comandano. Tutto questo raccontato con una leggerezza ed un distacco, una intelligenza ed una perspicacia assolutamente deliziosi. Anche negli ultimi capitoli, quelli che parlano del matrimonio forzato con un uomo da lei profondamente odiato, pagine nelle quali una più che comprensibile amarezza prende il posto della frivolezza delle duecento pagine precedenti, la gravità dei fatti narrati non annulla i guizzi dell’intelligenza.

pallino

Il racconto di Banine è preceduto, nel volume, da una lettera di Ernst Jünger del 1946.

Banine Junger 1987

Banine ed Ernst Jünger a Parigi nel 1987

Banine conosce Jünger nel 1942 a Parigi; per lui “è la chiave giusta che apre le porte dei salotti intellettuali della citt&agrave” e sono molti gli accenni a Banine che troviamo in Irradiazioni. Diario 1941-1945.

Finita la guerra, lei continuerà a corrispondere con lo scrittore che in una lettera del 1945 le chiede: “Conservatemi la vostra amicizia in questo tempo in cui non si trova altro appoggio che nelle rare persone che siano rimaste umane”.

La loro amicizia durerà cinquant’anni. Banine dedica a Jünger tre libri: Rencontres avec Ernst Jünger (1951), Portrait d’Ernst Jünger (1971) e Ernst Jünger aux faces multiples (1989). Non cesserà di ammirarlo, e di aspettare la sua prossima visita a Parigi.

Banine Junger

A Parigi, nel 1980

A proposito di I miei giorni del Caucaso, Jünger le scrive:

“Ho letto il suo I miei giorni nel Caucaso in notti così calde che si poteva benissimo avere l’illusione di credersi sulle rive del Mar Caspio. Nel suo libro ho notato due grandi temi del nostro tempo: da una parte la caduta del vecchio mondo, dei legami, dei vecchi rapporti; e, dall’altra, l’emergere di una vita elementare, di una nuova libertà, divenute possibili e probabilmente accelerate dalla prossimità delle rovine. L’angolo d’Europa o meglio dell’Asia che costituisce il teatro delle sue descrizioni apporta nuove luci e la tavolozza di colori di un universo straniero.”

(stralcio dalla lettera di Ernst Jünger del 17 Luglio 1946 all’autrice riportata integralmente nel volume)

 

Banine

Banine a Parigi nel 1931, a Parigi nel 1990
(immagini tratte dal libro)

 

Banine I miei giorni nel Caucaso

 

Banine, I miei giorni nel Caucaso (tit. orig.le Jours Caucasiens), traduz. Giovanni Bogliolo, prefazione di Ernst Jünger, pp. 288, Neri Pozza Editore

La scheda del libro >>

Le pagine Facebook dedicate a Banine >>

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2 risposte a I MIEI GIORNI NEL CAUCASO – BANINE

  1. Ivana Daccò ha detto:

    Un’autrice a me sconosciuta che leggerò.

    • gabrilu ha detto:

      Ivana Daccò non la conoscevo nemmeno io, ma quel mondo degli émigrés russi a Parigi (ma anche a Berlino, l’altro polo europeo dell’emigrazione russa) post rivoluzione d’ottobre, più lo si conosce più si rivela una vera miniera di talenti

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