LETTURE. DICKENS, SOLŽENICYN, THIRKELL, REMARQUE, SINGER

 

LETTURE

Tra maggio e giugno e sempre in questo clima da Covid il blog è rimasto praticamente fermo (un solo post a maggio) e non perchè non abbia letto, anzi. Ho visto anche molti film, serie TV, ascoltato moltissima musica. Ho fatto l’abbonamento annuale a medici.TV ed al fantastico Digital Concert Hall dei Berliner Philarmoniker, ai loro meravigliosi concerti “live” del sabato trasmessi in streaming in cui i musicisti suonano ancora nell’atmosfera surreale della loro Concert Hall priva di pubblico. L’abbonamento dà anche diritto di accesso allo sterminato archivio storico dei Berliner, e già questo da solo vale davvero il prezzo richiesto. Effetti collaterali positivi, per me, del cosiddetto lockdown durante il quale no, non mi sono mai annoiata.
Ma limitandoci alle letture, oggi accenno una veloce carrellata su quello che ho letto ultimamente mentre NonSoloProust sonnecchiava pigramente. Come sempre, le mie scelte hanno seguito percorsi molto personali in parte ancorati ad una specifica aerea tematica oppure ad un singolo autore ma scelte anche determinate a volte (perchè no?) dal capriccio e dall’estro del momento.
Ho continuato con l’ “Operazione Grandi Recuperi” che avevo intrapreso all’inizio della quarantena, mi sono cioè dedicata un po’ ad alcuni libri che ho sempre considerato importanti ma che non avevo mai letto.

Alle quasi 1600 pagine di quel romanzo fluviale (è proprio il caso dirlo!) che è Il mulino del Po di Bacchelli, in cui la saga di ben quattro generazioni della famiglia Scacerni, mugnai fluviali sul Po si intreccia strettamente alla storia d’Italia dalla sconfitta dell’esercito napoleonico in Russia fino ai primi anni del ‘900, romanzo di cui ho già parlato nella mia bacheca Facebook nella pagina dell’ album dedicato alle letture del 2020 ne sono seguiti altri. E poi ancora altri, di altro genere.

seeCharles Dickens Il Circolo Pickwick (tit. orig.le The Pickwick Papers, traduz. Marco Rossari, pp. 776, Einaudi 2017.

“Una delle più grandi tragedie della mia vita è di aver letto Il Circolo Pickwick e non poterlo leggere di nuovo per la prima volta”, ha scritto Fernando Pessoa.

Unico libro di Dickens tradotto in italiano che ho sempre posseduto (anche se in altra edizione) ma che, inspiegabilmente, non avevo mai letto. Aveva sempre resistito, negli anni, ad ogni mio tentativo di approccio. Mi rifiutava. Evidentemente non riteneva che il suo momento fosse arrivato. Non mi giudicava pronta. Finalmente s’è degnato di concedersi alla mia lettura e… sono state quasi ottocento pagine di pura ininterrotta delizia e divertimento.

Samuel Pickwick, “l’esimio Samuel Pickwick” “l’eloquente Pickwick con una mano elegantemente nascosta sotto le falde della redingote e l’altra che oscillava in alto a sottolineare la sua verve oratoria, in una posizione così elevata da lasciar intravedere le braghe attillate e le ghette, indumenti che forse, indosso a un uomo comune, sarebbero passati inosservati, ma che, quando era Pickwick a indossarli – se ci è concesso l’azzardo – suscitavano un genuino timore reverenziale!” e il suo domestico  Sam Weller (un vero e proprio Sancho Panza al fianco del Nostro Eroe a sua volta una sorta di Don Chisciotte al tempo stesso saggio, intelligente ed ingenuo),  astuto e fedele, esperto del mondo e della vita, saggio consigliere del padrone – uno dei personaggi indimenticabili del romanzo – primeggiano su una folla di ben 103 personaggi che vanno, vengono, scompaiono o ritornano in una narrazione perfettamente coerente con la tradizione in qualche modo picaresca dei Fielding, dei Defoe di Moll Flanders ma anche con echi del Goldsmith del Vicario di Wakefield. Personaggi che non si dimenticano facilmente e con alcuni dei quali (Pickwick e Sam Weller su tutti) al termine del libro difficile risulterà non sentirsi legati da eterna amicizia.
Un romanzo che è un vero formicaio di luoghi, situazioni; brulicante di personaggi di ogni estrazione sociale alcuni dei quali ritratti con una sola ma vigorosa pennellata, ambienti i più disparati (le folle di Londra, taverne e locande, ricevimenti in aristocratiche dimore di campagna, fiumi di birra…) insomma un microcosmo narrato con grande freschezza e scoppiettante invenzione, una visione ottimistica della vita che intende offrire, come dice lo stesso Dickens “una visione più lieta e luninosa della natura umana”.

Il circolo Pickwick fu il primo romanzo di Dickens, e questo dettaglio è molto significativo perchè in esso c’è un Dickens lieto, ottimista e oserei dire solare che troveremo molto cambiato, nelle sue opere successive. Un romanzo che ha scelto di farsi leggere da me cogliendo davvero il momento giusto per farlo.

Una lettura rivelatasi un vero toccasana contro l’atmosfera cupa e ansiogena dei momenti più bui della pandemia che imperversava mentre lo leggevo. Grazie, Mr. Pickwick!

https://www.einaudi.it/catalogo-libri/classici/narrativa-classica/il-circolo-pickwick-charles-dickens-9788806228781/

seeAleksandr Solženicyn Nel primo cerchio (tit. orig.le V krug pervom ), traduz. Denise Silvestri, postfazione Anna Zafesova, pp.960, Voland, 2018

Dall’atmosfera gioiosa, arguta e molto spesso esilarante del Circolo Pickwick sono sprofondata nel claustrofobico ed infernale (un inferno molto speciale!) contesto de Nel primo cerchio. Libro anche questo che da tempo avevo intenzione di leggere. Finalmente l’ho fatto e non me ne sono certo pentita.
Concepito nel 1945-1953, scritto nel 1955-’58, modificato nel 1964, ricostruito dall’autore nel 1968, il romanzo ci arriva finalmente nella sua versione integrale, a mezzo secolo di distanza dalla prima traduzione italiana.

Scrive Solženicyn nel 1968: “Il destino dei libri russi contemporanei: se e quando riescono a salire in superficie, vengono fuori spennati. Così è successo di recente al Maestro e Margherita di Bulgakov: le piume sono galleggiate fino a noi in un secondo tempo. Così è accaduto a questo mio romanzo: perchè godesse almeno di una flebile vita, per osare mostrarlo e portarlo in redazione, l’ho ridotto e modificato io stesso, o meglio l’ho smontato e ricomposto di nuovo, e in questa forma è divenuto celebre. E anche se ormai non si può tornare indietro e rimediare, eccovi l’originale. Peraltro, nel ricostruirlo qualcosa ho migliorato: allora avevo quarant’anni, ora ne ho cinquanta.”

Torna in mente quello che Anatolij Kuznekov, l’autore di Babij Jar (prima pubblicazione in URSS nel 1966), scrive nella Prefazione del suo libro: “Ho sempre dovuto lottare per ogni frase, mercanteggiare, aggiungere robaccia ideologica. In Unione Sovietica, data la sua editoria gesuitica, tutto è aggrovigliato, complesso, su qualsiasi libro crescono stratificazioni e si aprono voragini censorie […] Durante le mie assenze mi perquisivano l’appartamento, e in una occasione qualcuno appiccò il fuoco al mio studio che bruciò completamente”. Per non parlare di quello che dovette passare Vasilij Grossman con Vita e Destino

Con Nel primo cerchio, in un migliaio di pagine circa Solženycin ci racconta della vita in un gulag, ma un gulag molto particolare: si tratta infatti della šaraška, il primo cerchio dell’inferno del sistema concentrazionario staliniano:

“Dove sono finito? Domani non mi cacceranno nell’acqua gelata! Quaranta grammi di burro!! Pane nero sui tavoli! Non ti vietano i libri! Ci si può radere da soli! I secondini non pestano gli zek! Che giornata grandiosa! Che vetta luminosa! Non sarò mica morto? Non starò sognando? Mi sembra di essere in paradiso!!
— No, mio caro, lei si trova all’inferno come prima, è soltanto salito nel suo girone più alto, il migliore: nel primo cerchio. Domandava che cos’è la šaraška? La šaraška l’ha inventata Dante. Si scervellava su dove mettere i sapienti del mondo classico. Il suo dovere di cristiano gli imponeva di gettare quei pagani all’inferno. La sua coscienza di uomo del Rinascimento invece non poteva rassegnarsi a mischiare uomini dalle menti brillanti con altri peccatori e condannarli a torture fisiche. E Dante ha trovato per loro un posto particolare all’inferno. Se permette… suona più o meno così:

Venimmo al piè d’un nobile castello…
Guardi che antiche arcate ci sono qui!
Sette volte cerchiato d’alte mura…
…per sette porte intrai con questi savi…

Voi siete arrivati su un corvo, perciò di porte non ne avete viste…

Genti v’eran con occhi tardi e gravi
di grande autorità ne’ lor sembianti
parlavan rado, con voci soavi…
questi chi son c’hanno cotanta onranza,
che dal modo de li altri li diparte?…

–Eh, Lev Grigor’ic, mi lasci spiegare a Herr Professor cos’è la šaraška in modo molto più semplice. Basta leggere gli editoriali della Pravda: …è comprovato che la resa di lana tosata dalle pecore dipende dal loro nutrimento e dalla loro cura.”

La šaraška — che non si trova in Siberia ma alle porte di Mosca — è una sorta di prigione di lusso in cui gli intellettuali scienziati sono costretti a lavorare per lo Stato. Il luogo è il regno dell’ambiguità: i detenuti non sono ufficialmente tali ma lavoratori al servizio dello Stato; l’intero edificio assomiglia a qualunque altro edificio delle vicinanze o quasi, si vive male ma non così male come nei gulag della Kolyma o di Vorkuta. Il lato più paradossale ed amaro della situazione e del quale tutti sono consapevoli consiste nel fatto che le persone rinchiuse lì dentro (pecore che per dare una buona resa di lana tosata hanno bisogno di nutrimento e cura) lavorano per rafforzare proprio quel potere da cui sono oppressi. Nella šaraška di Marfino le menti brillanti di ingegneri, matematici, filologi e scienziati di ogni tipo detenuti per crimini politici lavorano alla costruzione di apparecchiature destinate a rendere lo Stato sovietico sempre più potente…Un cerchio che è un vero e proprio circolo vizioso e perverso.

Costruito in uno spazio temporale ristretto — tre giorni del Natale del 1949 — e in un luogo chiuso, il romanzo di Aleksander Solženicyn Nel primo cerchio è al tempo stesso claustrofobico e di amplissimo respiro perchè animato dalle vite e dai ricordi dei tanti prigionieri che allargano l’orizzonte e lo sguardo spazia da quell’edificio da cui nessuno può uscire di propria volontà a tutta la città e addirittura allo sterminato Paese, costruendo con le decine di storie individuali ed i salti temporali un appassionante affresco letterario su un particolare periodo della storia dell’Unione Sovietica.

Più di 900 pagine per raccontare tre giorni.
Ci sarebbe da parlar molto, di questo potente libro corale. Mi limito a dire che è un libro da leggere e sul quale chissà, probabilmente prima o poi tornerò.
Questa edizione Voland è preziosa perchè per la prima volta il libro viene pubblicato in versione integrale; sono stati infatti reinseriti ben otto capitoli che in tutte le edizioni precedenti erano stati eliminati. Il libro, come dice Solženicyn, era stato abbondantemente “spennato”. Superfluo precisare che i capitoli “spennati” erano quelli in cui si parla soprattutto di Stalin…

https://www.voland.it/libro/9788862433594
Il testo del IV Canto dell’Inferno

seeAngela Thirkell Pomfret Towers (tit. orig.le Pomfret Towers), traduz. dall’inglese di Marina Morpurgo, pp. 272. Astoria

Dopo il Dickens e il Solženicyn, due tomoni per motivi diversissimi entrambi tanto impegnativi e coinvolgenti, mi ci voleva un momento di decompressione, e come quasi sempre faccio in questi casi, ricorro alle mie amate autrici inglesi.

Questo della Thirkell è un godibilissimo romanzo ambientato negli anni ’30 del secolo scorso.
Ingredienti: abbiamo la campagna inglese, l’antica ed austera dimora di un conte insopportabile (ma proprio per questo spassosissimo), un week end nel quale vari ospiti si incontrano, si scontrano, si corteggiano e si respingono. Tra gli ospiti del conte, due scrittrici molto diverse — una che scrive libri di storia seri molto apprezzati negli ambienti specialistici e che è molto gentile, amabile e discreta, l’altra che scrive sdolcinati best-sellers che fanno guadagnare fiumi di denaro a lei e ai suoi editori e che è insopportabilmente invadente, spocchiosa, antipatica –, uno strampalato campionario di giovani, un editore molto combattuto e anche molto tallonato da una delle due scrittrici (indovinate quale), tutti i personaggi facenti parte di una classe sociale che proprio in quegli anni iniziava ad avere una definizione sempre meno chiara. Arguzia, humor da vendere. Elegantissimo lo stile della Thirkell e i suoi dialoghi scoppiettanti.
Delizioso.

Con le edizioni Astoria difficile rimanere delusi.

https://www.astoriaedizioni.it/catalogo/angela-thirkell-pomfret-towers/

see Eric Maria Remarque, La terra promessa , (tit. orig.le Das gelobte Land), traduz. Alessandra Luise, Postfazione di Maurizio Serra, pp. 464, Neri Pozza

“Per tre settimane la vidi davanti a me come se fosse la città di un pianeta sconosciuto. Distava solo pochi chilometri, separata da uno stretto braccio di mare, che avrei quasi potuto attraversare a nuoto; eppure mi era del tutto irraggiungibile, come cinta da un esercito di carri armati. La proteggevano i bastioni più solidi che il XX secolo conoscesse: mura di documenti, norme sui passaporti e leggi disumane imposte da una burocrazia indifferente. Mi trovavo a Ellis Island, era l’estate del 1944 e davanti a me c’era la città di New York.”

Riuscire a fuggire dall’ Europa devastata dalla furia nazista, trovare rifugio in America, non dover avere più paura di venire imprigionato, torturato, non dover guardare con terrore ogni poliziotto…è la felicità.

“Siamo in America! […]”
“Che sta dicendo?”domandò Watson.
“E’ contenta di essere in America”.
“Lo credo. E’ qui la terra promessa. E lei è contento?”
“Molto!”
Ma una volta certo di aver salvato la vita, presto il protagonista si rende conto che non è facile viverla, questa vita, da senza patria…Osservando gli altri, egli riflette su se stesso. Molti dei profughi provenienti dall’Europa desiderano tornarci, se e quando la guerra finirà. Non tutti, però, lo faranno: “alcuni sì. Sempre che non muoiano qui prima. Ci vuole un cuore solido per vivere senza radici. E l’infelicità è raramente eroica. Conducono un’esistenza in prestito, senza patria, con quel coraggio piccolo-borghese della quotidianità. Per loro il futuro non è altro che una mera illusione . Intuiscono che il loro ritorno non verrebbe accolto con gioia, che in realtà nessuno li rivuole: ‘Nessuno vuole che torniamo. Siamo uno scomodo rimprovero da cui stare alla larga’.”

E ci sono i ricordi (“la melma dei ricordi”), che non danno tregua, che non fanno dormire, che provocano incubi e nostalgie, che risulta impossibile anestetizzare, che ti “avvolgono come un cappotto lacero”… No, non è facile la vita del rifugiato.

“sei felice?”
Lachmann cambiò espressione. Gli occhi gli si velarono. ‘Felice?’ replicò. ‘Che parola strana per un emigrante! Un emigrante non è mai felice. Siamo condannati all’irrequietezza. Siamo stranieri. Tornare a casa non possiamo e qui siamo solo tollerati. » Terribile quando poi si è anche perseguitati dai demoni del proprio istinto'”

Un altro struggente romanzo di Remarque. Il suo ultimo libro, cui lavorò fino alla morte e che non ebbe il tempo di rivedere e terminare. Romanzo incompiuto, dunque. Eppure, le ultime pagine che Remarque non ebbe la possibilità di “limare” e definire ci offrono di fatto un finale “aperto” a mio parere molto ricco di fascino.

https://neripozza.it/libri/la-terra-promessa

see Isaac Bashevis Singer, Il ciarlatano, (tit. orig.le The Charlatan), a cura di Elisabetta Zevi, Traduz. di Elena Loewenthal, pp. 268, 1 tavola a colori, Adelphi

Sono fedele agli autori che amo. Isaac B. Singer è uno di questi.
Uscito a puntate su un quotidiano yiddish di New York tra il 1967 e il 1968, Il ciarlatano viene adesso pubblicato per la prima volta in volume.

L’incipit: “Appena arrivati dicevano tutti la stessa cosa: l’ America non fa per me. Ma poi, a poco a poco, si sistemavano, e non peggio che a Varsavia.”

Appena arrivati a New York, nei primi anni della guerra, gli ebrei polacchi si trovano tutti, inevitabilmente, spaesati. Ma poi, un po’ alla volta, molti ricominciano a “sguazzare negli affari come pesci nell’acqua.” E’ il caso di Morris Kalisher, che si è ben sistemato nel settore immobiliare, guadagnando parecchio comprando e affittando case. Altri invece, come Hertz Minsker, girano a vuoto, si barcamenano, vivono alle spalle degli amici ricchi, o delle donne che riescono a sedurre. Le donne sono il vero punto debole di Minsker, non può farne a meno:

“Nonostante le difficoltà che doveva affrontare, era sempre pronto a nuove avventure. Erano il suo oppio, le sue carte, il suo whisky. Ogni uomo per lui aveva una passione primaria, per la quale metteva da parte princpi e convinzioni. Era il destino a determinarla. Come diceva Nietzsche, era al di là del bene e del male…”

Minsker, che pure è un erudito e ha familiarità con il Talmud e può recitare poesie in greco antico e in latino, sembra capace solo di finire nei guai, e “da quarant’anni sta lavorando a un libro ma ancora non ha finito neanche il primo capitolo.” In genere, però, le catastrofi che provoca, a sè stesso e a chi gli sta intorno, si risolvono in una strepitosa commedia con mariti traditi, amanti imbufalite, sedute spiritiche fasulle, crisi di nervi, mercanti di quadri falsi, audaci e fumose teorie edonistico-cabbalistiche… Sembra di stare dentro un film di Lubitsch o nel Girotondo di Schnitzler.
Hertz, come riconosce lui stesso, non è nemmeno un ciarlatano degno di questo titolo: “Hertz sorrise. I ciarlatani navigati si fanno mantenere da donne ricche, ma lui non era nemmeno capace di questo. Era un gigolò filantropo, un ruffiano dilettante.”

Un altro romanzo dell’Isaac Singer “americano” che ci parla del dramma (che a volte, come in questo caso, vira in commedia) dell’ebreo dell’Europa orientale trapiantato negli Stati Uniti e che non riesce nè a mantenere intatta la sua identità di ebreo dello sthetl nè ad integrarsi completamente nella terra che lo ha accolto.

Mi ha fatto pensare molto a quello che, in tema di identità ebraica scrivono Joseph Roth in Ebrei erranti (1927) in particolare nel capitolo intitolato proprio Un ebreo va in America e Claudio Magris a proposito della grande migrazione ebraica verso l’America avvenuta alla fine dell’800 in quel Lontano da dove? Joseph Roth e la tradizione ebraico orientale, libro che, a mio parere, ancora dopo decine d’anni (fu pubblicato nel 1971) rimane imprescindibile:
“Ora il transfuga dallo shtetl si trova a ripercorrere in ritardo il cammino dell’eroe del romanzo classico: passa da una società pre-liberale in una società capitalistica già abbastanza avanzata (quella dell’Europa occidentale o dell’America), da un cosmo regolato da valori trascendenti e superindividuali (quelli universali della Torah) ad un caos vertiginoso la cui unica legge è il successo del singolo”

Sia Roth che Magris si riferiscono, come dicevo, alla grande migrazione ebraica avvenuta dall’Europa orientale verso l’America a cavallo del 1800-1900, mentre i personaggi di Singer arrivano dalla Polonia invasa dai nazisti negli anni ’40 del Novecento, ma il ragionamento a proposito del passaggio da un mondo basato su valori trascendenti e superindividuali alla legge del successo del singolo che essi fanno a me pare si possa applicare anche a Morris Kalisher e ad Hertz Minsker.

https://www.adelphi.it/libro/9788845933912

Informazioni su gabrilu

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10 risposte a LETTURE. DICKENS, SOLŽENICYN, THIRKELL, REMARQUE, SINGER

  1. Nanni Biggio ha detto:

    sempre molto interessante! (sofus)

  2. newwhitebear ha detto:

    diciamo che hai passato il tuo tempo a leggere questi autori e i loro libri.

  3. Renza ha detto:

    Non vale, cara gabrilu, che tu ci fornisca tutto questo ben di dio, a segregazione finita ( si spera ma si teme che non lo sia 😏). E che belle indicazioni, a cominciare dai siti di musica, davvero interessanti. Quanto ai testi, che dire? ” Il mulino del Po”, mi attira da tempo, anche per contiguità territoriale, il resto pure. Quindi, annoto e metto da parte.
    NonSoloProust raramente sonnecchia : ho cercato in rete un commento a Lezione di tedesco, di Sigfried Lenz, mia lettura, e indovina un po’ dove l’ ho trovato, ricco e approfondito? Ciao!

    • gabrilu ha detto:

      Renza i due siti musicali sono davvero meravigliosi. YouTube è gratuito ed è una miniera, lo sappiamo, ma per motivi di copyright non trovi concerti e performances integrali dei grandi artisti di oggi (e ce ne sono, eh, ce ne sono). Dell’attualità si trovano solo brevi video-assaggio di 2-3 minuti massimo. Medici.TV e Berliner Philarmoniker invece consentono di essere perfettamente aggiornati su quello che “oggi” offrono i migliori artisti, teatri e sale da concerto di tutto il mondo. Video di qualità eccellente, spettacoli trasmessi integrali e molto spesso (nel caso dei Berliner) con dettagliate e interessantissime introduzioni dei vari direttori d’orchestra (Petrenko, per es., o Gergiev) o di esperti musicologi, il tutto comunque sempre accompagnato da una scheda che è un vero e proprio equivalente del famoso “programma di sala”. Insomma due siti che stra-consiglio, ma questo credo si sia ormai abbondantemente capito 🙂

      Stai leggendo il romanzo di Lenz, dici. Spero ti piaccia tanto quanto è piaciuto a me. Fammi sapere il tuo parere, quando l’avrai finito. Se ti va, naturalmente

  4. Ivan ha detto:

    Ciao,

    Se ti interessa, su radio3, tutti i giorni da lunedì a venerdì alle 17 leggono ad alta voce “Il circolo Pickwick”. Anch’io non avevo mai letto questo testo ed è stata una piacevolissima scoperta.

    Ivan

    • gabrilu ha detto:

      Ivan ti riferisci al programma “Ad alta voce”. Conosco il programma, è ottimo e grazie per averlo ricordato.
      Io personalmente non mi ci trovo, a seguire le audioletture, e questo senza nulla togliere alla bravura di chi legge, ma è un problema mio. So che invece sono in molti ad apprezzare le audioletture perciò metto il link alla lettura del Pickwick, magari a qualcuno potrà venir voglia di andare ad ascoltare.

      Il Circolo Pickwick letto da Piero Baldini è qui
      Ciao e grazie

  5. Maurizio Montini ha detto:

    E’ giunta l’ora, non e’ mai troppo tardi, di leggere Il circolo Pickwick.

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