LA GRANDE VIENNA EBRAICA – RICCARDO CALIMANI

Calimani La grande Vienna ebraicaRiccardo CALIMANI, La grande Vienna ebraica, pp. 229, Bollati Boringhieri

“Gioiosa Apocalisse”.
Così, con questo fulminante ossimoro Hermann Broch definì la Vienna degli anni tra il 1880 e il 1920 mentre un acronimo diventato famoso AEIOU (Austria Erit In Orbe Ultima, l’Austria resterà l’ultima al mondo), denotava una potenza infinita, ma anche l’ineluttabilità di una decadenza irreversibile.

Ne La grande Vienna ebraica Riccardo Calimani — ingegnere e filosofo della scienza, esperto di storia e cultura ebraica alle quali ha dedicato molte sue opere — ci conduce in un viaggio affascinante attraverso questo periodo storico della città, ci parla di questa “gioiosa Apocalisse” che sprofonda nella finis Austriae prima, nell’Anschluss e nel baratro nazista poi centrando l’attenzione sulla componente ebraica del mondo degli intellettuali e degli artisti, sul loro rapporto sia personale che come gruppo (o gruppi a volte anche decisamente contrapposti tra loro), con il proprio essere ebrei, con l’accettare o con il negare le proprie origini e le proprie radici, in una parola con l’ebraismo, con il nascente sionismo, con l’antisemitismo. Con l’ “odio si sè”, con il fortissimo e sincero amore per la cultura e per la lingua tedesca, con La Grande Illusione della perfetta assimilazione.

“Le strade di Vienna sono lastricate di cultura mentre altrove sono ricoperte d’asfalto”, osservò ironicamente Karl Kraus, ed effettivamente a mettere in fila anche soltanto alcuni dei nomi che, a cavallo dell’800 e del ‘900, si incontravano nell’area del Ring, nella Kärntnerstraße, nella Innere Stadt quello che ne risulta è a dir poco impressionante. A me è venuto subito in mente anche quel che scrisse il raffinato e corrosivo Musil ne L’uomo senza qualità: “Sì, benchè molte cose sembrino indicare il contrario, la Cacania era forse un paese di geni e probabilmente fu questa la causa della sua rovina.”

La grande Vienna ebraica

 

“Freud, Brentano, Husserl, Buber, Wittgenstein, Mach, Boltzmann, Menger, Mahler, Berg, Schönberg, von Webern, Wagner, Loos, Kelsen, Kraus, Canetti, Musil, Roth, Kokoschka, Zweig, Klimt, Broch, Lang, Sternberg. Questo elenco lacunoso basta a delineare un fecondissimo ambiente che vide il trionfo di quella che gli storici delle idee, dopo decenni, chiamarono «modernità viennese». Quasi contemporaneamente, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, a Vienna presero forma e si svilupparono il positivismo logico (Ernst Mach), la psicoanalisi (Sigmund Freud), nuove tendenze nella storia dell’arte (Alois Riegl), nell’epistemologia e nella filosofia del linguaggio (Franz Brentano), nelle scienze sociali, nell’economia politica (Carl Menger), nel diritto (Hans Kelsen), nella letteratura (la Giovane Vienna di Hermann Bahr e di Hugo von Hofmannsthal), nelle arti plastiche e nell’architettura (Otto Wagner, Adolf Loos), nella pittura (Gustav Klimt, Oskar Kokoschka, Egon Schiele) e nella musica (Gustav Mahler, Arnold Schönberg).

E fecero la loro comparsa nuovi movimenti e nuove forme di lotta politica: l’austromarxismo, il sionismo, l’antisemitismo.”

A inizio Novecento la capitale dell’Impero è un caso unico, o quasi: nessuna città, forse con la sola eccezione di Parigi, racchiude una tale densità artistica e intellettuale. Eppure quasi nessuno tra i contemporanei si rende conto di questa scossa culturale. “Solo Apollinaire in nome del radicalismo sperimentale e della scintilla della Secessione, intuì che a Vienna stava accadendo in molti campi del sapere qualcosa di assolutamente originale”.

È una cecità collettiva a prima vista incredibile, ma in realtà comprensibile e spiegabile. Alla creatività e al fervore intellettuale patrimonio di piccole minoranze si contrappone infatti in quegli anni una nutrita massa piccolo-borghese fortemente conservatrice ed un Impero ancora feudale. La Mitteleuropa sta per volgere a quel “crepuscolo di un mondo” di cui nel 1937 scriverà Franz Werfel e i germi della decadenza sono già ben vivi e vegeti al suo interno. Vienna rappresenta idealmente questa contraddizione, e in questo sta la “gioiosa Apocalisse” di cui parla il grande scrittore Herman Broch.

“Vienna, pur avendo una minoranza ebraica che non superava il 10%, era una città ebrea sotto numerosi aspetti: nella psicologia, nella filosofia, nelle idee politiche, nel pensiero sociale, nell’economia, nel diritto, nella letteratura, nel teatro, nella musica”. Ma la presenza e l’influenza della comunità ebraica non si spiega solo coi numeri: gli ebrei — racconta Calimani — presero letteralmente d’assalto le strutture scolastiche della città tanto da fornire ai licei il 30% degli allievi. A Vienna, tra il 1880 e il 1938 metà dei medici e degli avvocati era ebreo. Non solo. Per accedere alla magistratura o all’insegnamento all’università era necessario convertirsi e non è un caso che nel 1920 metà dei magistrati viennesi era di origine ebraica ma battezzata e cattolica. Le donne ebree animavano importanti e prestigiosi salotti culturali le cui principali protagoniste furono “Fanny von Arnstein, Henriette Pereira, Josephine von Wertheimstein, Berta Zuckerkandl, nella cui casa, centro del movimento Secessione, Mahler incontrò Alma Schindler.”

E’  a questo punto che si sviluppa la parte veramente interessante del libro, quando Calimani si addentra in questa comunità ebraica per analizzarne il fermento, le diversità, le contraddizioni, le contrapposizioni. Affronta cioè il grande tema della identità ebraica (la sua affermazione e orgogliosa rivendicazione ma anche la sua negazione) che viene esplorata scandagliando una serie di aspetti problematici come ad esempio il conflitto generazionale, il grande amore per la cultura, la lingua e la letteratura tedesca, la netta e opposta presa di posizione degli ebrei austriaci che si fronteggiano divisi tra innocentisti e colpevolisti quando la Francia sarà trasversalmente drammaticamente lacerata dall’esplodere del caso Dreyfus, l’altrettanto netta divisione tra favorevoli e sfavorevoli nei confronti del nascente sionismo promosso da Theodor Herzl e della costituzione di uno Stato ebraico, tra favorevoli e sfavorevoli alla Grande Guerra (la maggior parte degli intellettuali furono favorevoli, solo Heinrich Mann ed Herman Hesse si dichiararono contrari sin dall’inizio), il loro comportamento nel corso di essa. “Molti ebrei cercarono nell’appoggio alla guerra un modo di sfuggire all’etichetta di eterni stranieri. Essere considerati patrioti a pieno titolo parve a molti un’occasione da non perdere e per qualche tempo, almeno finché non si profilarono le prime difficoltà belliche, gli antisemiti rinunciarono a dichiarare i loro pregiudizi.”

E poi quel particolarissimo ed importantissimo aspetto — in genere poco esplorato, se non addirittura rimosso probabilmente proprio perchè tanto importante — quando si parla di “identità ebraica” dell’ “odio di sè ebraico” strettamente collegato alla grande illusione di poter finalmente giungere ad una completa assimilazione ed accettazione che si concretizzasse nel non venir più considerati stranieri in una terra in cui si è radicati in molti casi da parecchie generazioni, grande illusione che si rivelerà una grande, tragica disillusione. L’odio di sè ebraico era qualcosa di grande complessità psicologica: “Di fronte al secco rifiuto opposto dal mondo esterno a un’integrazione sociale, molti di loro avevano sviluppato una forma di masochismo interno che li aveva spinti a detestare le proprie radici.”

Digressione: chi, come me, ha letto ed apprezzato La famiglia Karnowski di Israel Joshua Singer (me ne sono occupata >>qui) non potrà non ricordare, a proposito dell’ “odio di sè ebraico” il ragazzino Joachim-Georg, nipote di David Karnowski, nato dal dottor Georg (ebreo) e Teresa Holbek (tedesca cristiana) che non riesce ad accettare la propria doppia appartenenza arrivando ad interiorizzare ed a fare propri i discorsi e le idee antisemite dei nazisti “Il suo aspetto gli faceva talmente orrore che gli succedeva spesso di sputare sulla propria immagine riflessa nello specchio” e le molte pagine che l’autore dedica proprio a questo tema drammatico. Fine della digressione.

Il tutto, a fronte di un antisemitismo sempre più incalzante e virulento che da ambigui ma precisi segnali passa agli insulti verbali ed infine a vere e proprie azioni violente. Un antisemitismo che gli ebrei di Vienna ad un certo punto non possono più fingere di ignorare o sottovalutare ma sono costretti a considerare come qualcosa di fronte al qualche ciascuno di essi deve rispondere in proprio alla domanda “che fare?”.

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Per addentrarsi nei dettagli di queste tematiche Calimani sceglie la forma narrativa seguendo passo passo, con una prosa fresca e accattivante, le storie personali e molto diverse tra loro di alcuni esponenti dell’intellighenzia ebraica viennese: Karl Kraus, che visse la condizione di ebreo con sofferenza e difficoltà, Otto Weininger, che come Kraus aveva un difficile rapporto con le proprie origini e credeva nella necessità dell’assimilazione alla cultura tedesca dominante, Sigmund Freud, che viveva la propria identità ebraica con fierezza ed il cui “tentativo di prendere le distanze da alcune indesiderabili caratteristiche ebraiche coincideva con la sua crescente aspirazione a identificarsi nei modelli più alti della Kultur tedesca”, Theodor Herzl, il fondatore del sionismo politico che amava i letterati tedeschi e a diciassette anni aveva deciso che sarebbe diventato uno scrittore tedesco, Hugo von Hoffmansthal, Arthur Schnitzler, Arnold Schömberg, Ludwig Wittgenstein riuscendo così a fare emergere, attraverso questi travagliati percorsi individuali, il loro porsi e le loro scelte la pregnanza di tutti questi nodi problematici.

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Altra digressione (anche perchè i libri, si sa, richiamano altri libri): Calimani insiste moltissimo su questo generale e totale “amore sincero per la cultura e la lingua tedesca” di praticamente tutti gli ebrei tedeschi e austriaci e viennesi in particolare. Ed allora a me sono tornate in mente le pagine della splendida autobiografia del grande critico letterario tedesco Marcel Reich-Ranicki (ne ho parlato >>qui) il quale, ebreo tedesco deportato nel 1938 in Polonia e richiuso nel ghetto di Varsavia, scampato fortunosamente al treno per Treblinka ripete sempre frasi come “Ancora una volta non avevo niente, assolutamente niente — soltanto quel bagaglio invisibile, la letteratura, in particolare quella tedesca” e, a proposito del problema della cittadinanza e dell’appartenenza afferma con decisione che la sua è “una patria portatile: la letteratura, la letteratura tedesca”.

Penso alle pagine di un’altra autobiografia, quella di Amos Oz Una storia di amore e di tenebra in cui Oz, parlando dei suoi genitori scampati alla Shoah e giunti a Gerusalemme perchè riusciti a fuggire in tempo dalla Germania dice di loro: “Nella scala di valori dei miei genitori, tutto ciò che era occidentale stava culturalmente più in alto: Tolstoj e Dostoevskij erano in sintonia con la loro anima russa, tuttavia credo che – malgrado Hitler – considerassero la Germania più civile della Russia e della Polonia […] L’Europa era la loro terra promessa proibita, landa incantata di campanili e piazze lastricate di antiche pietre, tranvai e ponti e chiese turrite, villaggi sperduti, sorgenti benefiche, boschi, nevi e pascoli.” e del fratello del padre, lo zio David, scrive che era “un europofilo convinto e cosciente esperto di letteratura comparata, nell’ambito di quelle letterature europee che erano la sua patria spirituale. Non capiva perché mai dovesse rinunziare alla propria posizione e trasferirsi nel Vicino Oriente, luogo straniero e a lui estraneo, solo per far piacere a dei fanatici antisemiti e idioti teppisti nazionalisti. Rimase dunque al proprio posto, a servire il progresso della cultura, dell’arte e del pensiero che non conosce confini, finché i nazisti non arrivarono a Vilna: ebrei, intellettuali, cosmopoliti, amanti della cultura non erano di loro gusto, e per questo assassinarono David e Malka e mio cugino Daniel”

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Tornando al libro di Calimani, ampio spazio egli dedica al romanzo, da lui definito “tra il giocoso e il tragico” divenuto subito un best seller e che suscitò grande scandalo e cioè quel La città senza ebrei. Un romanzo di dopodomani di Hugo Bettauer, libro del quale ho recentemente scritto >>qui. A proposito di questo libro e del suo autore, Calimani riporta che l’ideologo nazionalsocialista Alfred Rosenberg nell’aprile 1925 attaccò lo scrittore definendolo un “modello esemplare di disgregazione giudaica”.

Tutto il racconto della Grande Vienna Ebraica è accompagnato, come una sorta di controcanto, da alcune pagine di forte impatto dedicate a Joseph Roth del quale l’autore riporta anche fondamentali brani tratti da quel suo Ebrei erranti che io stessa sento spesso il bisogno di ricordare e citare. Un piccolo, grande libretto. Joseph Roth, ebreo che dal piccolo villaggio galiziano in cui era nato era poi passato nelle grandi capitali europee: Vienna, Parigi, Berlino. Grande giornalista e scrittore, personaggio ricco di contraddizioni, deluso dalla rivoluzione russa, cantore della caduta dell’Impero absburgico e che al più che ottuagenario Imperatore Francesco Giuseppe ha dedicato, ne La marcia di Radetszky alcune delle pagine più belle della letteratura, ateo ma convertitosi al cattolicesimo, che si era proclamato un cattolico con religione ebraica, scrittore al tempo stesso satirico e nostalgico, che vedeva nel presente l’innocenza perduta aveva finito per morire a Parigi come un povero ubriacone.

“Fino all’ultimo non fu possibile dare a Joseph Roth un’etichetta. Grande affabulatore, capace di inventare tredici versioni sull’identità del padre che non conobbe mai, seppe confondere anche gli amici più intimi. Dal piccolo villaggio ebreo era passato alla grandi capitali europee, Vienna, Berlino, Parigi. Aveva sposato la rivoluzione, ma ne era stato deluso. Era stato un elegante giornalista ed era morto come un povero ubriacone. Aveva rifiutato filosoficamente Dio, ma poi aveva accettato una religiosità ecclesiastica. Tra contraddizioni e speranze, era stato un romanziere satirico e nostalgico. Roth si era proclamato ´un razionalista con religione, un cattolico con religione ebraica’ che vedeva in un passato irrecuperabile l’innocenza perduta. ´Agli ebrei credenti’ scrisse ´rimane il conforto del cielo. Agli altri il vae victis’.”

Sono forse — almeno per me — le pagine su Roth e di Roth che restituiscono appieno questa storia collettiva di una grande Vienna Ebraica così densa, drammatica, contraddittoria. Affascinante.

La scheda del libro >>
Riccardo Calimani >>

Riccardo Calimani

Riccardo Calimani

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Le foto del collage in alto: Arnold Schömberg, Arthur Schnitzler, Elias Canetti, Gustav Klimt, Hermann Broch, Hugo von Hofmannsthal, Joseph Roth, Karl Kraus, Gustav Mahler, Otto Weininger, Robert Musil, Sigmund Freud, Stefan Zweig, Theodor Herzl, Ludwig Wittgenstein.

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Una risposta a LA GRANDE VIENNA EBRAICA – RICCARDO CALIMANI

  1. Silvano ha detto:

    Sì. la Vienna tra il 1880 e il 1920 è stato l’ultimo acuto dell’Europa, prima del suicidio finale messo in atto attraverso due guerre mondiali nate in Europa per i contrasti tra i Paesi europei. Fra i tanti, Roth ne è stato il migliore testimone, non solo in senso letterario ma anche personale e oserei dire fisico,

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