LE API DI VETRO – ERNST JÜNGER



Sposato, ridotto in estrema indigenza, l’ex ufficiale si rassegna a chiedere aiuto a Twinnings, un ex commilitone che dopo avergli fatto capire che nelle sue condizioni non può fare lo schifiltoso, gli propone un lavoro da civile presso Zapparoni. Più precisamente Sua Eccellenza Zapparoni (“il titolo gli spettava, come molti altri) al tempo stesso fornitore di mezzi all’esercito e di robot casalinghi alle massaie, personaggio tanto potente quanto amorale.

Al contrario di Zapparoni le cui officine costruiscono robot per ogni scopo immaginabile, per Richard ogni progresso della tecnica non può che provocare una spoliazione tanto dell’uomo quanto della natura ma con grande amarezza comprende che

Era venuta l’ora per me di mettere in disparte le idee fossili. Recentemente qualcuno mi aveva fatto notare che la mia conversazione brulicava di espressioni fuori uso, come ‘vecchi camerati’ o ‘afferrare qualcuno per la dragona’. Facevano un effetto comico ai giorni nostri, come i timori d’una vecchia zitella, che si dà ancora delle arie per la sua virtù stantia. Al diavolo, bisogna smettere.
Avevo una sensazione sgradevole allo stomaco, semplicemente fame, e il fiele mi si sparse nel sangue.”

Richard è soldato in un mondo post-bellico del quale è diventato un ingranaggio desueto.
Jünger stesso aveva scritto nel suo diario quando, nel 1942 si trovava come ufficiale della Wehrmacht sul terribile Fronte Orientale:

“La vecchia cavalleria che dette nobiltà alla potenza nelle guerre napoleoniche, e perfino nella guerra mondiale, è finita per sempre. Le guerre sono dirette dai tecnici. L’uomo ha raggiunto quello stadio lungamente previsto, che Dostoevskij ha descritto in Delitto e castigo. Considera i suoi simili come pidocchi, come schifosi insetti. La sola cosa da evitare per non finire classificati anche noi tra gli insetti”.

Le lezioni sul coraggio e sull’onore non interessano più, la casta guerriera è fuori moda. Il nuovo mondo appartiene ad uomini come il geniale e rivoluzionario imprenditore Zapparoni che ha portato la robotica, in maniera capillare e diversificata, in ogni ambito della società. Miliardario e padrone di un monopolio assoluto, i robot di Zapparoni sono minuscoli, lillipuziani, creati da operai ultrapagati.

erano artisti capaci di fabbricare ferri per i piedi delle pulci e attaccarli con le viti. Rasentavano i limiti della pura fantasia. Il mondo degli automi zapparoniani, già abbastanza strano in sè, era animato da spiriti che si abbandonavano alle bizzarrie più strambe. Nel suo ufficio privato, si diceva, avvenivano spesso scene da gabinetto di grande alienista. Purtroppo non c’erano ancora robot capaci di produrre altri robot. Sarebbe stata la pietra filosofale, la quadratura del cerchio.”

Chi era sotto contratto con Zapparoni “poteva chiamarsi maestro o autore nelle sue officine, poteva ben vantarsi di essersi fatto una bella posizione. Aveva la sua casa, la macchina, le vacanze pagate a Teneriffa o in Norvegia”. Gli operai non hanno orari, escono ed entrano a piacere nelle officine, non lavorano mai in squadra. Ma… devono lavorare a vita nell’azienda perchè se si licenziassero porterebbero i loro segreti in altre fabbriche, e questo Zapparoni non può assolutamente tollerarlo.

Minuto, dai toni sommessi e gesti pacati, uomo dalla spiccata ed evidente intelligenza, Zapparoni non gestisce solo il più grande e unico complesso di fabbricazione degli automi ma anche, in parallelo, una casa di produzione cinematografica i cui film, per storie e interpreti (tutti automi), suscitano invariabilmente nel pubblico amore e stupore. Un entusiasmo al quale Richard non partecipa.

Zapparoni possedeva molti volti, come la sua opera molti significati. Dov’era il minotauro in questo labirinto? Era il buon nonno che faceva la fortuna di bambini, di massaie e di ortolani, era il fornitore militare, che nel medesimo tempo predicava la morale all’esercito e lo attrezzava con inaudita raffinatezza, era l’audace costruttore, al quale importava unicamente il gioco intellettuale e che voleva descrivere una curva che riconducesse alle forme primitive?”

La relazione tra l’ex ufficiale di cavalleria e il potente, celebre “re dei robot” si concretizza e si incarna nel corso del loro incontro nella durezza e nella fissità dello sguardo di Zapparoni.

“Era l’occhio d’un grande pappagallo azzurro, che avesse cento anni. La membrana nittitante appariva e scompariva. Non era l’azzurro del cielo, non era l’azzurro del mare, non era l’azzurro delle pietre: era un azzurro sintetico, escogitato in luoghi molto lontani da un maestro che voleva superare la natura. Lampeggiava sull’orlo dei fiumi più antichi del mondo, nel volo sopra le radure. A volte fra le piume si intravedeva un rosso stridulo, un giallo inaudito.”

Le api di vetro citate nel titolo ed introdotte quasi all’improvviso durante il colloquio (“[…] mi girai. Zapparoni stava ancora sul terrazzo e mi seguiva con lo sguardo. Mi fece un cenno e gridò: ‘Per favore, faccia attenzione alle api!’ “), diventano paradigma e simbolo di tutto il romanzo, sono l’inquietante prova della labilità del confine tra naturale e artificiale e di una sostituzione in piena regola perchè la copia si mostra più efficiente dell’originale.

Ma ecco la spaventosa realtà di queste api: a differenza degli insetti naturali, le creature robotiche progettate e prodotte da Zapparoni non sono che macchine predatrici che, come vampiri, succhiano il nettare senza apportare alcun beneficio al ciclo naturale; l’ape meccanica non prova alcun tipo di emozione per il fiore, non sente la necessità, non si cura di adoperarne le risorse con misura: l’azione è violentemente predatoria ed annienta la vittima. Incapaci di impollinare i fiori permettendo un ricambio della vegetazione, le api di vetro, incuranti dei ritmi biologici, sono destinate a distruggere la ragione stessa della loro esistenza condannando il giardino ad un futuro di desolazione e di aridità.

E’ questo il destino cui saranno destinati gli uomini se la robotica prenderà il sopravvento?
Le api di vetro sono operai inarrestabili, ed in fondo, anche gli stessi operai di Zapparoni sono già molto simili a queste api di vetro.

Il cavallo, protagonista dei campi di battaglia da millenni, è già sparito, rimpiazzato dai carri armati. Il cavallo, compagno di vita dei padri e dei padri dei padri, simbolo vivente di un’epoca diversa, è ormai considerato una reliquia del passato. E se l’uomo, l’uomo com’è stato per millenni fosse — al pari delle api — la vittima successiva?

Gli strapagati operai delle fabbriche di robot sono consapevoli di essere intenti a lavorare alacremente alla loro stessa distruzione?

Richard accetterà o no l’offerta di lavoro di Zapparoni, dopo tutto quello che di lui e del suo mondo ha capito e che gli fa orrore? La risposta la troviamo nell’Epilogo, cui è dedicato l’ultimo capitolo del romanzo

Romanzo distopico e fantastico, satirico e fantapolitico, Le api di vetro evoca la trasfigurazione di un’epoca in cui il potere industriale può coincidere col potere politico; in cui i robot possono sostituire gli esseri umani, con esiti drammatici. Il narratore, Richard, è – curiosamente – in questo senso speculare allo stesso Jünger, un cittadino che ha affrontato le grandi guerre mondiali; ha conosciuto una cultura diversa, e ha creduto che il suo mondo, e la sua educazione, potessero attraversare il tempo e s’è ritrovato, al termine della guerra, a dover prendere atto della obsolescenza della propria formazione e della necessità di un adattamento al mondo nuovo.

Richard scopre un mondo in cui una tecnologia eccezionalmente raffinata è diretta a correggere e migliorare – almeno, nelle intenzioni – la natura: tutta la natura, dagli insetti agli esseri umani. Le api di Zapparoni sanno dare prova della loro grottesca evoluzione tecnologica incarnando sopraffazione e ingiusta selezione innaturale. L’immenso potere di Zapparoni con i suoi robot sembra dirci che la civiltà nata sulla cenere delle due atroci guerre (il romanzo è del 1957) era dominata da un tecnologismo freddo e amorale e da un’assenza di rispetto nei confronti della natura e dell’umanità diversa certo nelle forme da quelle dei regimi totalitari ma potenzialmente non meno distruttiva e angosciante.

Ritroviamo nella potente ironia e tragica gravità de Le api di vetro posizioni antagoniste analoghe a quelle che si affrontano ne Le scogliere di marmo: barbarie contro civilizzazione. Ma qui la barbarie è rappresentata attraverso la civiltà della macchina. Tuttavia non abbiamo a che fare con – ancora una volta – un processo dell’uomo contro la macchina. Quello che Ernst Jünger denuncia nel suo libro sono le forme insidiose della tirannia degli automi, divenuti dispotici grazie ai progressi della cibernetica.

Possiamo guardare/leggere a Le api di vetro come un racconto filosofico e – perchè no? – anche divertente ma si tratta di un divertimento non privo di amarezza, perchè i livelli profondi della narrazione risvegliano sensazioni di angoscia. Il disagio che si avverte nel corso della lettura deriva dalla sensazione che quello che ci viene raccontato non è poi così inverosimile quanto si possa pensare, e nemmeno proiettato tanto lontano nel futuro da poterlo considerare senza inquietudine. Che l’umanità possa venire distrutta da api costruite dagli uomini stessi è devastante, e la scena in cui l’ex ufficiale Richard si vede circondato e minacciato da questo tipo di avversari/nemici è all’altezza delle più grandi pagine della fantascienza.

Conflitto crescente tra etica umana e sviluppo dell’automazione della robotica. Rapporto fra l’uomo e la tecnica. Insanabile frattura tra passato e presente, tra nostalgia e progresso, tra natura e artificio. Letto in quest’ottica Le api di vetro appare un romanzo di sconcertante attualità.

“La perfezione umana e il perfezionamento tecnico non sono conciliabili. Se vogliamo l’una, bisogna sacrificare l’altra; a questo punto le strade si separano. Chi di questo è convinto, sa quel che fa in un senso o nell’altro.

Il perfezionamento mira al calcolabile, e il perfetto all’incalcolabile. Intorno a meccanismi perfetti irraggia perciò uno splendore orrido, ma anche affascinante.

Provocano lo sgomento, ma anche un orgoglio titanico, che soltanto la catastrofe e non il discernimento può piegare.

Lo sgomento, ma anche l’entusiasmo che suscita in noi lo spettacolo di perfetti meccanismi, sono il contrario esatto della soddisfazione con cui ci rasserena lo spettacolo d’un’opera d’arte perfetta. Intuiamo la minaccia alla nostra integrità, alla nostra simmetria. Che braccia e gambe vengano messe in pericolo, non è ancora il peggio.”
(cap. XVI)

Già in racconti di guerra autobiografici come Nelle tempeste d’acciaio del 1920 (il libro che lo rese famosissimo) in cui il giovane Jünger raccontava le sue esperienze nelle trincee della Grande Guerra si colgono i segnali di come l’avvento di una forma di guerra in cui la tecnica, creata dall’uomo per dominare la materia, possa diventare talmente potente da dominare l’uomo.

Le opere puramente narrative come Heliopolis e Le api di vetro proiettano questa inquietudine in un quadro distopico. Ma se i due romanzi riflettono sullo stesso tema, Le api di vetro, del 1957, è molto più pessimista di Heliopolis (del 1949) nel quale le nuove tecnologie presentavano ancora ciascuna aspetti positivi e negativi ed un finale nel quale si avvertiva un accenno, una nota di speranza.

Le api di vetro è un libro sconcertante. La trama ridotta al minimo è, in fondo, solo il pretesto per una riflessione costante che, sui temi della morale e del progresso, si dipana in pagine e pagine visionarie nelle quali Ernst Jünger evoca la sparizione di un mondo in cui la guerra si combatteva a cavallo, la sparizione di valori antichi privi ormai di senso ed in cui il progresso diventa ripugnante.

“E’ la fine della cavalleria. Bisogna mettere i piedi per terra”

Spesso (a mio parere un po’ troppo superficialmente) accostato e paragonato a 1984 di Orwell e Il mondo Nuovo di Huxley, Le api di vetro non ha avuto grandi apprezzamenti dalla critica e per molto tempo è stato bollato come una sorta di romanzetto luddista, reazionario e che non brilla di gran fantasia. Jünger, lo sappiamo, non è facile da approcciare, interpretare, incasellare. Nè come scrittore nè come persona.

Scrive Giorgio Cusatelli nella Postfazione dal titolo Un tormento progettato per durare:

“Ernst Jünger, lo scrittore più inquietante tra quelli che in Germania non si opposero all’avvento di Hitler con la scelta dell’esilio (fu la cosiddetta “emigrazione interna”), pubblicò queste Api di vetro (Gläserne Bienen) in un momento difficile, nel 1957, quando si era al culmine dell’ostracismo comminatogli, crollato il nazismo, per l’ambiguità politica che taluni suoi atteggiamenti degli anni Trenta sembravano implicare.

Dalla prospettiva odierna, però, gli atti di quel tormentoso processo, come testimoniano apporti critici non certo sospetti, appaiono contraddittori: da un lato, si deve riconoscere che l’appello combattentistico delle giovanili Tempeste d’acciaio (1920) venne forzato sino al più brutale revanscismo dalla propaganda del regime; dall’altro, rimane dubbia la portata dell’adesione di Jünger all’iniziativa anti-hitleriana sfociata nell’attentato di Stauffenberg (20/7/1944). Di modo che, non per prescrizione o per consenso all’attuale deflessione delle ideologie costituite, ma per un’oggettiva carenza di documentazione, s’impone ormai una sorta di “sospensione del giudizio”.

Ernst Jünger nel 1954
  • La scheda del libro >>

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2 risposte a LE API DI VETRO – ERNST JÜNGER

  1. mauroconi ha detto:

    Probabilmente il mio preferito di Junger, insieme a “Sulle scogliere di marmo”. Amo lo stile visionario e accurato e al contempo, che potrei accomunare a Borges, nel senso che anche l’argentino tentava la fusione tra materiali deliranti e uno stile precisissimo tipico del segno Vergine. Ho appena scoperto il suo blog (tramite la recensione di Sebald) e sto cominciando l’esplorazione… 🙂

    • gabrilu ha detto:

      mauroconi Jünger ha avuto una vita talmente lunga, ha scritto talmente tanti libri, aveva talmente tanti interessi che chi lo approccia e comincia ad esplorarlo trova sicuramente, prima o poi, il filone che lo interessa, lo cattura di più.
      Io, ad esempio, a differenza di te (spero possiamo darci del tu) non ho una gran predilezione per i suoi romanzi distopici tipo Le scogliere di marmo e lo stesso Le api di vetro che apprezzo, certamente, per la sempre raffinatissima scrittura, ma che trovo troppo platealmente, scopertamente a tesi e dunque narrativamente parlando, poco emozionanti.
      Il “mio” Jünger è invece quello della saggistica (affascinante, con pagine davvero ammalianti Il libro dell’orologio a polvere (Adelphi) ma soprattutto la sua diaristica; amo in particolare i diari della sua partecipazione alla 2WW dal 1941 al 1945. Su tutti, Irradiazioni che considero uno dei libri fondamentali del Novecento.
      In ogni caso, stiamo parlando di un autore da leggere e da non rifiutare aprioristicamente (come fanno in troppi) che lo giudicano senza averne letto nemmeno una riga.

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