IL GHETTO INTERIORE – SANTIAGO H. AMIGORENA



In Argentina ha sposato Rosita (anche lei ebrea la cui famiglia ha lasciato lo shtetl nei pressi di Kiev fuggendo dai pogrom solo poco prima della sua nascita), hanno tre figli piccoli. Ma Vicente pensa soprattutto a sua madre che è rimasta in Polonia, a Varsavia. Che ne è di lei?

“Da quando è arrivato in Argentina non ha mai risposto alle lettere della madre mentre lei non aveva mai smesso, fino al 1938, di mandargli più lettere al mese […] Gli anni passavano e ogni volta che riceveva una lettera della madre Vicente malediceva i suoi rimproveri. 1932, 1933, 1934. Poi aveva cominciato a trovarli divertenti e, con Ariel, a volte ci aveva persino scherzato su. 1935, 1936, 1937. Poi li aveva accolti con indifferenza. 1938, 1939, 1940. E dire che adesso, già da tre anni, era lui a preoccuparsi di non avere abbastanza notizie di sua madre”.

Ma un giorno arriva una lettera in cui la madre gli scrive: “Tesoro, grazie per i dollari. Forse hai sentito parlare del grande muro che hanno costruito i tedeschi. Per fortuna via Sienna è rimasta all’interno, ed è un bene, perchè altrimenti saremmo stati obbligati a lasciare l’appartamento e traslocare. Così, almeno, abbiamo potuto evitare che venisse requisito.” E’ il ghetto di Varsavia.

Che cosa significhi però il ghetto di Varsavia per i piani di sterminio nazisti, qual è la sorte riservata a milioni di persone tra le quali ci saranno anche la madre ed il fratello, in Argentina non lo sa nessuno, e nessuno può immaginare ciò che semplicemente è inimmaginabile, inconcepibile.

“I giornali non parlavano di quell’orrore, e nemmeno la gente ne parlava. Come la maggior parte degli argentini, quarant’anni dopo, in quella stessa città di Buenos Aires, si sarebbe rifiutata di credere che la dittatura aveva causato migliaia di desaparecidos, così la gente, in Germania, in Polonia, in Cecoslovacchia, in Ungheria, in Romania, nei paesi baltici, in Crimea, in Ucraina, in Russia e ovunque nel mondo, preferiva non parlare, non sapere. Tutti preferivano non parlare di quell’orrore per un motivo elementare ed eterno: perchè il crudo orrore di certi fatti permette sempre, in un primo tempo, di ignorarli.”

Di colpo, la lettera della madre apre gli occhi a Vicente.

Vicente comincia a domandarsi chi egli sia, che cosa significa essere ebreo. Che cosa è un ebreo. Prima del nazismo non si sarebbe mai posto questa domanda. Ma durante la guerra la domanda diventa sempre più pressante. All’inizio Vicente Rosenberg questa domanda se la pone con leggerezza, scherzando con i suoi amici al caffè, camminando per le affollate strade di Buenos Aires. Poi, a poco a poco, leggendo quello che la madre gli scrive capisce le condizioni di vita nel ghetto di Varsavia e sprofonda in una maliconia profonda e silenziosa.

Le lettere che arrivano dal ghetto sono disperate, gli parlano della vita quotidiana, gli descrivono la promiscuità, la fame, il terrore… fino a quando cessano del tutto e, dal 1940 al 1945 egli non avrà più alcuna notizia della sorte della madre e del fratello. Tutto il suo quotidiano, tutto il suo essere sono ormai preda delle drammatiche notizie che gli fanno comprendere a poco a poco l’orrore di quello che sta succedendo in Europa, a lui che aveva lasciato la Polonia per l’Argentina anche per emanciparsi/affrancarsi da sua madre, per diventare adulto, per vivere la propria vita in un momento in cui nessuno, soprattutto la stampa, ha compreso in tempo reale la portata di quello che sarebbe stata la Shoah.

Cartolina da Varsavia inviata da Gustawa Goldwag al figlio Vicente a Buenos Aires
Fonte

Lo choc deflagra, prima con una profonda malinconia poi con il senso di colpa, un senso di impotenza che divorano Vicente al punto che è un vero e proprio ghetto interiore quello che si costruisce attorno e lo isola dalla moglie amatisssima e dai bambini. Si rifugia nel silenzio, nel mutismo, il silenzio diventa un rifugio, il silenzio come ultimo atto della sua disperazione: “Si era seduto e aveva cominciato a fumare, ignorando i discorsi delle sue figlie, ignorando la solitudine di suo figlio, ignorando la triste nostalgia di sua moglie. Il mondo esterno aveva di nuovo smesso di esistere. I suoi pensieri si erano di nuovo persi nella grande pianura innevata. Non provava più nulla. Solo qualche goccia di acido gli cadeva con regolarità nel ventre, scavando un solco lancinante per ricordargli la sua infelicità.”

Comprendendo, a poco a poco, quello che sta succedendo in Europa comincia a rimproverarsi di non avere scritto di più alla madre rimasta in Polonia, di non avere insistito perchè venisse a raggiungerlo in Argentina, si rimprovera di non condividere la sorte dei suoi cari e si rinchiude sempre più in se stesso diventando impermeabile alla moglie, ai bambini ed agli amici, rinchiudendosi sempre di più nel suo mutismo, punendosi, fuggendo anche se stesso.

Questo “ghetto interiore” che vive Vicente, lo scrittore lo descrive in maniera sconvolgente e terrificante.

Santiago Amigorena intreccia questo dramma intimo alle date precise che corrispondono alle grandi decisioni amministrative naziste (Wansee, avvio dell’Aktion Reinhard, avvio della Grossaktion, pianificazione della Himmelstrasse, la finta stazione che di Treblinka le cui porte si aprivano su quella che fu cinicamente battezzata “strada verso il cielo “…) e da questo confronto, da questo parallelismo nasce una grande riflessione sull’emigrazione, l’esilio, l’identità.

Così lontano dalle proprie radici, da sua madre, cosa significa essere ebreo adesso che è confinato in questa identità?

Lui, che nel 1928, dopo avere combattuto per la Polonia, è fuggito dall’Europa per l’antisemitismo dilagante non si sente più polacco che argentino o ebreo.

“A partire da quel triste mese di marzo 1941 Vicente avrebbe provato un duplice odio per se stesso. Si sarebbe odiato per essersi sentito polacco e si sarebbe odiato ancora di più per aver voluto essere tedesco. Avrebbe provato un duplice odio per se stesso che il fatto di sentirsi ebreo non avrebbe mai alleviato. “Perchè finora sono stato bambino, adulto, polacco, soldato, ufficiale, studente, marito, padre, argentino, venditore di mobili, ma mai ebreo? Perchè non sono mai stato ebreo come lo sono oggi, oggi che ormai sono solo questo?”. Come tutti gli ebrei, Vicente aveva pensato di essere molte cose finchè i nazisti non gli avevano dimostrato che a definirlo era un’unica cosa: essere ebreo. A Varsavia Vicente aveva fatto parte di quella borghesia illuminata che era stufa di essere ebrea se essere ebrei significava vestirsi sempre di nero ed essere un po’ più arcaici del proprio vicino. Essere ebreo, per lui, non era mai stato granchè importante. Eppure essere ebreo, all’improvviso, era diventata l’unica cosa che importasse. “Ma perchè sono ebreo? Perchè, oggi, sono solo questo? Perchè non posso essere ebreo e continuare a essere tutto ciò che ero prima?”.

Vicente e Rosita erano i nonni dell’autore che oggi scrive: “Venticinque anni fa ho cominciato a scrivere un libro per combattere il silenzio che mi soffoca da quando sono nato”. Il ghetto interiore è la storia dell’origine di questo silenzio.

Santiago Amigorena racconta il calvario di suo nonno Vicente, scrive per far continuare a vivere coloro che lo hanno preceduto, i suoi nonni e la sua bisnonna.

Il ghetto interiore non è l’ennesimo romanzo sulla Shoah. Amigorena mostra come sia possibile trattare questo tema da un punto di vista narrativo originale raccontando una storia vera semplice e terribile con una scrittura in perfetto equilibrio tra pudore ed emozione che alterna passaggi di grande sobrietà, quasi sussurrati ad altri più esaltati con frasi che moltiplicano le ripetizioni, sonore, fatte per essere lette anche ad alta voce, come gridate, e con un’ultima parte del libro assolutamente impressionante/sconvolgente in cui l’ “io” dell’autore entra in scena direttamente raccontando come egli stesso abbia ricevuto in eredità, dal nonno Vicente questo doloroso silenzio.
Pagine che non è possibile sintetizzare in un riassunto. Pagine da leggere.

Il ghetto interiore è un romanzo cupo, che introduce il lettore nel cuore di questo ghetto che si può chiamare “senso di colpa”.

Per l’uomo emigrato dalla Polonia in Argentina, l’esilio era stato, in realtà, una scelta fortunata. Un matrimonio felice, un buon lavoro, tre bambini adorabili… tutto per rendere la sua vita se non felice, certamente piacevole. Ma quando comprende cosa sta accadendo alla madre rimasta intrappolata in Europa, quando si decide a risponderle finalmente ed a scriverle una lettera… è ormai troppo tardi. Il ghetto si è chiuso per lei e tutta la famiglia. Il carico è troppo pesante perchè lo strazio e il senso di colpa possano essere espressi in parole. Vicente si rinchiude in un silenzio mortifero che lo isola a poco a poco dai suoi cari, punendo anche loro per questa sofferenza su cui essi, con tutta la loro buona volontà, non hanno di fatto alcun margine di manovra.

“Tacere. Sì,tacere. Non sapere più cosa significhi parlare. Cosa voglia dire. Cosa designi una parola, cosa nomini un nome. Dimenticare che le parole a volte formano frasi. Il silenzio, così come il gioco, sperava, lo avrebbe aiutato a placare i suoi tormenti. Aspirava a un silenzio così profondo, così continuo, così insistente, così ostinato che tutto sarebbe diventato lontano, invisibile, inudibile – un silenzio cos tenace che tutto si sarebbe disperso in un pulviscolo di neve. Vicente voleva far tacere le voci degli altri, le voci intorno, e anche la propria voce. O piuttosto voleva far tacere le proprie voci: la voce con cui, raramente, pronunciava ancora parole che gli altri potevano udire, e anche l’altra voce, muta, interiore, che gli parlava sempre più e che risuonava ora come quella di un amico intimo e ora come quella di un dio estraneo, la voce della sua coscienza. Voleva far tacere tutto.”

E’ un lavoro di introspezione terribilmente commovente ed opprimente, una testimonianza che, se anche non rivela nulla di nuovo su quanto è accaduto a Varsavia in quegli anni bui mette sotto una luce cruda le sofferenze possiamo dire “per procura” cui sono stati sottoposti tutti coloro che avevano parenti presi nella trappola creata dalla follia di alcuni e dalla cecità di altri.

La storia della Shoah, la pianificazione e realizzazione della “soluzione finale” ce la dà da leggere e da sentire in modo che risulta agghiacciante attraverso articoli di giornale, numeri e dati e con la terribile ultima lettera inviata a Vicente dalla madre Gustawa.

Il ghetto interiore esplora con pudore un altro genere di sofferenza e di violenza causata dalla guerra e dalla Shoah: quella sui sopravvissuti. Silenzio e senso di colpa, le questioni dell’identità e della comunicazione/trasmissione sono i temi che percorrono tutto questo romanzo autobiografico che restituisce la parola ad un uomo che ne era stato privato, vittima lontana ma molto reale con pagine potenti, strazianti e indimenticabili. Un grande libro che non può lasciare indifferenti, personalmente mi ha colpita moltissimo ed anche a lettura ultimata non ho smesso di ripensarci.

Queste le parole con cui Santiago Amigorena chiude il suo libro:

“Mi piace pensare che Vicente e Rosita vivono in me, e che vivranno sempre quando io stesso non vivrò più — che vivranno nel ricordo dei miei figli che non li hanno mai conosciuti, e in queste parole, che grazie al maggiore dei miei cugini ho potuto rivolgere loro.”

Santiago H. Amigorena, nato a Buenos Aires nel 1962 è uno sceneggiatore, produttore cinematografico, regista cinematografico, attore e scrittore argentino che vive in Francia.

L’antisemitismo aveva spinto suo nonno a lasciare la Polonia alla fine degli anni ’20 del secolo scorso per rifarsi una vita a Buenos Aires, nel Nuovo Mondo. Le dittature latino-americane, in seguito, hanno costretto i suoi genitori a intraprendere il cammino inverso lasciando l’Argentina e l’Uruguay agli inizi degli anni ’70 per stabilirsi in Francia. Proprio come suo nonno, Santiago Amigorena sente di avere compiuto un tradimento. Ha abbandonato il suo paese, i suoi amici, la sua lingua.

Il ghetto interiore, suo decimo libro, parla di una storia di famiglia che lo ossessiona da quando ha cominciato a scrivere.

Ancora prima della sua pubblicazione in Italia, Il ghetto interiore ha vinto il prestigioso Prix Goncourt – Le choix de l’Italie, premio organizzato dall’Institut Français di Roma e scelto dai liceali italiani che studiano il francese.

Santiago H. Amigorena (© Bamberger)
  • La scheda del libro >>
  • Un breve video in spagnolo su Il ghetto interiore

Informazioni su gabrilu

https://nonsoloproust.wordpress.com
Questa voce è stata pubblicata in Attualita e Storia, Libri e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a IL GHETTO INTERIORE – SANTIAGO H. AMIGORENA

  1. dragoval ha detto:

    Come non pensare a Vasilj Grossman e al suo alter ego Viktor Slum in Vita e destino . E alle lettere terribili- quelle reali e quella delle pagine del romanzo, di cui avevi parlato sulle pagine del blog. Mutatis mutandis , certo, il dolore, l’impotenza e il senso di colpa risuonano nelle pagine di entrambi i romanzi. Per beffardo paradosso, tra gli effetti insospettati della Shoah c’è stato proprio quello di rafforzare straordinariamente l’identità ebraica- essere ebrei come definizione prima di sé. Ma la coscienza di essere sopravvissuti (per il caso, per il destino) agli oltre sei milioni di vittime e tra questi ai propri cari ha acquisito poi per troppi il peso dell’intollerabile.

    • gabrilu ha detto:

      Dragoval eccome, se ho pensato a Grossman, a sua madre, alla madre di Sturm ed alle loro lettere dal ghetto! Avevo anche cominciato a scriverne in una nota in calce al post ma poi mi sono accorta che la nota rischiava di diventare più lunga del post ed ho rinunciato…
      Comunque, riflettevo anche che c’è tutto un filone di narrativa che affronta il tema degli ebrei emigrati per tempo negli USA e che hanno seguito (come potevano, perché “in corso d’opera” notizie ne arrivavano, alla gente comune oltreoceano, poche o nessuna) impotenti la sorte dei loro parenti rimasti intrappolati in Europa e che solo alla fine della guerra hanno scoperto l’inimmaginabile dimensione dell’orrore. E’ un filone narrativo meno celebre di quello che si riferisce direttamente agli ebrei in Europa ma altrettanto doloroso ed interessante.
      Un nome tra tutti, e tra i più famosi: tutti i romanzi “americani” di Isaac Singer sono pieni di personaggi (protagonisti e/o personaggi secondari) che, salvatisi per tempo con l’emigrazione negli States sono tutti pieni di problemi; anche se integrati lavorativamente e socialmente in America (spesso anche molto bene) sono comunque di fatto dei disadattati. Tutti sono ossessionati da sogni e incubi ricorrenti, ricordi, senso di inadeguatezza. Penso ad esempio a romanzi come Nemici a Il ciarlatano, Anime perdute, Ombre sull’Hudson.
      E’ un Isaac Singer – quello “americano – parecchio diverso dall’Isaac Singer (molto più famoso) europeo che parla della vita a Varsavia o negli stehtl a cavallo tra Ottocento e Novecento. Anche perché la madre e il fratello minore di Isaac Singer, che erano rimasti in Europa, vennero massacrati nella Shoah mentre Isaac ed Israel erano già in America e la sorella Esther era si in Europa ma relativamente al sicuro in Inghilterra. Ricordo che, secondo quanto racconta il figlio di Esther, Isaac non fece praticamente nulla per aiutare la madre ed il fratello (quando si era ancora in tempo a riuscire a farli fuggire dalla Polonia) per salvarli e questo nonostante le insistenze e le preghiere di Esther. Ma Esther, si sa, da Isaac ed Israel era considerata una mezza matta… Quello che voglio dire è che anche Isaac deve avere avuto i suoi bei problemi e qualche senso di colpa. Israel non visse abbastanza a lungo da arrivare agli anni della guerra, ma quel capolavoro de La famiglia Karnowski sta lì a testimoniare l’incredibile preveggenza su quello che, in Europa e nella sua Polonia si andava preparando per gli ebrei.
      Potrei continuare, ma mi sono dilungata già troppo, ahimè, come al mio solito.
      Ciao e grazie!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...