UN MONDO MIGLIORE – UWE TIMM

Uwe Timm, Un mondo migliore (tit. orig. Ikarien) , traduz. Matteo Galli, pp. 528, Sellerio

Con un Un mondo migliore, il suo ultimo romanzo, lo scrittore di Amburgo Uwe Timm torna ad occuparsi di ciò che forse più lo appassiona: la ricostruzione e rielaborazione della storia tedesca, e lo fa affrontando un tema pesante e complesso: la nascita, in Germania, della eugenetica razzista e del progetto “igiene della razza” su cui si fondarono le pratiche sadiche e sterminatrici del III Reich.

Il libro è stato pubblicato da Sellerio in occasione del Giorno della Memoria 2019.

Siamo in Germania nella primavera 1945, negli ultimi giorni di guerra e primi di pace. Un giovane militare americano, nato da genitori tedeschi, viaggia in missione per il paese man mano che procede la conquista.

Michael Hansen ha 25 anni, è emigrato negli USA dalla Germania da bambino. Nel 1930 avevano fatto una vantaggiosa offerta di lavoro a suo padre che era partito subito; poi, due anni dopo, nel 1932 lo avevano raggiunto la madre, la sorella maggiore e lo stesso Michael. Stabilirsi negli USA aveva di fatto consentito a Michael di non vivere sotto il regime nazista, di non venire sottoposto al martellamento della propaganda, di non avere ricevuto, in parole povere “un’educazione nazista”. Delle sue origini, della Germania, gli restano soltanto la conoscenza della lingua e un buon bagaglio culturale acquisito anche grazie ai suoi studi di letteratura tedesca. Con la guerra agli sgoccioli, viene inviato in missione “perché parla tedesco e ha la patente”

Ad Hansen i Servizi Segreti hanno affidato un incarico delicato:

interrogare Karl Wagner, il vecchio amico del defunto scienziato Alfred Ploetz.

Alfred Ploetz

Alfred Ploetz, medico genetista arrivato a sfiorare il Nobel, è stato uno dei padri dell’eugenetica razzista e il creatore del progetto “igiene della razza” per la selezione della pura razza ariana, progetto che sarà alla base del sistema di sterminio delle vite “indegne di essere vissute” su cui si fonderanno le pratiche sadiche o sterminatrici del Reich. Wagner aveva iniziato il suo cammino di formazione giovanile assieme a Ploetz, gli era stato accanto per gran parte del suo percorso e questo lo rende testimone prezioso e inestimabile fonte di informazioni.

L’ormai anziano Karl Wagner, che era stato internato a Dachau per aver mantenuto fede alle idee politiche socialdemocratiche – da cui invece il suo amico si era allontanato – e vicino al mondo sindacale ed ai movimenti anarchici, che ha passato la guerra nascosto nel seminterrato di una libreria a Monaco di Baviera, accetta di parlare con Michael Hansen e racconta, rispondendo alle sue scarne domande con una fluenza narrativa inarrestabile tale da, a tratti, arrivare quasi a stordire il lettore.

Il vecchio ottuagenario, che dalla “vacanza pesante” al campo di concentramento di Dachau era stato salvato proprio da Ploetz, racconta la genesi di un’idea di mondo ideale in cui i due amici credevano nell’esaltazione dei vent’anni, idea presto degenerata, in Ploetz, nel desiderio malato di eliminare chi, all’interno di una società, costituisce “un ostacolo al progresso e all’evoluzione”, per cui diviene necessario garantire l’esclusione dei “deboli, i pigri, quelli incapaci di lavorare, ovvero occorre “una rivoluzione biologica che vada ad integrare quella sociale”.

Ploetz, dice Wagner “non riusciva a fermare il proprio sguardo sul singolo individuo, ma doveva subito pensare in grande alla totalità: l’umanità”; il che comporta la disponibilità a sacrificare l’individuo per il bene di un’astratta “umanità nel suo complesso”.

All’inizio si era trattato, per Ploetz (e per lo stesso Wagner), di un percorso ideologico che partendo da idee socialiste era culminato nell’adesione all’utopia comunitaria del francese Étienne Cabet, il fondatore delle comuni “icariane”

Étienne Cabet

Nel periodo delle fantasie utopistiche comuniste, infatti, il politico socialista aveva pubblicato un romanzo intitolato Voyage en Icarie (1840), in cui ipotizzava la concretizzazione di una società perfetta mettendo a sistema l’ideale dell’uguaglianza, che procedette poi a praticare trasferendosi negli Stati Uniti e tentando di costituire una società di questo tipo.

Per questo Ploetz si recò con Wagner e con alcuni amici in America dove Cabet aveva fondato una comunità icariana nello Iowa. La visita però li deluse profondamente. Trovarono la comunità già scissa in due e composta di filistei gelosi e maldisposti verso gli altri. Dopo tale esperienza via via Ploetz passerà dalle convinzioni sul superamento delle differenze sociali a quelle biologiche: ”ci deve essere una rivoluzione biologica che vada ad integrare quella sociale”, dando inizio a quel processo ideologico che porterà in ultima analisi alle estreme conseguenze della ‘soluzione finale’.

Fu, secondo Wagner, il sostanziale fallimento di quell’utopia posta di fronte alla realtà quotidiana a indurre Ploetz a quella svolta “scientifica” che fece sfociare il suo razionalismo tecnologico in un’aberrazione selettiva di “igiene razziale”.

Ploetz aveva dato dunque uno sviluppo perverso a quel solidarismo utopistico, finendo coll’aderire al Nazismo. Da ciò la rottura tra i due amici.
Wagner deve ora spiegare ad Hansen come è avvenuta questa svolta, come dal solidarismo Ploetz possa essere giunto a teorizzare l’eliminazione dei deboli, come si sia arrivati alle teorie dell’igiene della razza.

In 14 giornate di colloquio, più che di interrogatorio, racconta come, partendo da quel Viaggio in Icaria di Cabet letto da studenti, Ploetz era divenuto da giovane ‘uno strenuo sostenitore di un comunismo che occorreva raggiungere qui e ora” e poi il teorico dell’igiene della razza.

Il romanzo è articolato in una doppia linea narrativa.

La prima linea narrativa ha, proprio nei capitoli iniziali, un lunghissimo flashback di un centinaio di pagine che ripercorrono la storia che va dai primi tentativi di socialismo utopico (si parla di più di cento anni prima), i primi esperimenti di comunità utopica socialiste e degli esperimenti di quelle invece di carattere religioso. Cento pagine talmente ricche di dati e di dettagli storici, di minuziosi riferimenti alle fonti che forse si sarebbero potute meglio sintetizzare e riassumere per non rischiare che il lettore, sopraffatto, si arrenda e non prosegua la lettura non arrivando così al cuore della parte narrativa vera e propria in cui finalmente entrano in scena gli attori e protagonisti del romanzo ed in cui viene affrontato il tema principale oggetto della missione affidata ad Hansen.

Il nocciolo della questione, il cuore del problema arrivano e l’interesse del lettore si risveglia e si attiva quando (almeno, così è avvenuto per me) il socialismo utopico, quelle utopie egalitarie si trasformano, con Ploetz, in eugenetica, igiene della razza. Razza che, ovviamente, si configura in quella nordico-europea ed in modo particolare nella razza ariana.

A questo punto la narrazione/la storia si fa davvero interessante, perchè Timm è molto bravo nel gestire – puntando sull’intelligenza intuitiva del lettore più che solleticando-stimolando un suo eventuale malsano voyeurismo – tutto il tema dei lager, delle sale operatorie, i reparti dei campi di concentramento dove si portavano avanti esperimenti genetici (vere e proprie torture), si commettevano abomini in nome del “progresso” e del “benessere comune”. Timm, insomma, fa capire molto bene quello che succedeva senza bisogno di ricorrere a descrizioni granguignolesche. L’effetto non ne viene sminuito ma, paradossalmente, semmai esaltato. L’immaginazione del lettore risulta più potente di quanto potrebbe fare una dettagliatissima descrizione.

La seconda linea narrativa ci viene fornita – in capitoli alternati con il racconto del vecchio Wagner – dal diario in cui il giovane Hansen annota le sue esperienze in questa Germania di oggi, facendoci vedere attraverso i suoi occhi, filtrata dalla sua percezione, dalla sua storia personale, dal suo essere di origini tedesche ma vissuto nella società e nella cultura degli USA questa Germania Anno Zero, in cui sperimenta anche fugaci amori con donne disperate e travolgenti.

Con gli occhi di Hansen vediamo la Germania negli ultimi giorni di guerra e i primi di pace, nei mesi del 1945 in cui sembrava che tutto fosse finito e tutto stesse per ricominciare, nella quale i soldati americani – ma anche gli altri delle forze Alleate – improvvisamente si sentivano in vacanza in un Paese che adesso percepivano come a loro completa disposizione. Scoprono di potere requisire un’auto decapottabile per fare turismo e assolvere le quotidiane beghe e commissioni, requisire una villa castello con vista su lago e Alpi, bere, ballare, incontrare, conoscere, fare sesso in libertà senza strascichi…
Un senso di conquista, eccitazione, curiosità, che Timm evoca in modo molto efficace.

In Un mondo migliore lo scrittore narra dunque di due viaggi, uno nel presente ed uno nel passato: quello del giovane militare Hansen attraverso la Germania appena crollata ed un viaggio indietro nel tempo e nella storia attraverso il racconto dell’anziano Karl Wagner e che si rivela un viaggio (quello per “un mondo migliore”) dall’utopia all’inferno.

I due personaggi principali, l’anziano Karl Wagner e il giovane tenente Michael Hansen sono entrambi personaggi di fantasia. Il rapporto tra loro è quello tra la cornice e il narrato, tra la generazione più giovane e quella più anziana, tra chi è fuggito in esilio e chi è rimasto, tra chi può vivere alla luce e chi è costretto all’ombra.

Michael Hansen è il testimone esterno, abbastanza americano da inorridire davanti all’abisso di malvagità che si spalanca davanti a lui:

“come hanno fatto quelli che vivono qua, in un paesaggio che Dio deve aver creato in un momento di particolare allegria, come hanno fatto a diventare così barbari arrivando a uccidere, assassinare, far morire di fame, a compiere sistematici esperimenti sugli esseri umani torturandoli a morte? Come hanno fatto con tutti quei loro eroi, di cui vanno tanto fieri, con tutti i vari Goethe, Kant, Schiller, Lessing, con le loro università e le loro scuole, i licei classici con tanto di greco e latino […] com’è stato possibile arrivare a questi misfatti?”

Americano, si, ma anche abbastanza tedesco da domandarsi con onestà (è un libro ricco di domande, questo) come si sarebbe comportato lui, se fosse diventato adulto in Germania e non fosse emigrato in America quando aveva dodici anni. Avrebbe obbedito anche lui, sarebbe cresciuto con il mito di “servire e obbedire”, sarebbe stato anche lui una vittima come si proclamano adesso tutti tedeschi, tutti ignari di quello che stava succedendo attorno a loro, tutti che dicono di avere solo obbedito?

In una intervista rilasciata ad Avvenire, Uwe Timm dice:

“Ho ideato il personaggio di Hansen basandomi sui miei ricordi di bambino: ho vissuto lo strazio del dopoguerra e il drastico cambiamento di mentalità che ha comportato per noi tedeschi. I nostri valori erano cupi, volti alla caduta e alla morte. È stato davvero un momento di rottura sotto tutti i punti di vista, e devo dire che i militari americani hanno contribuito a formare il nostro nuovo approccio alla realtà, è stato un influsso liberatorio, anche dal punto di vista culturale. Quelle biblioteche di libri americani, nel romanzo ideate da Hansen, sono state molto importanti per le nuove generazioni tedesche. Questo non vuol dire che io sia stato un ammiratore acritico degli americani: ho manifestato contro di loro ai tempi della guerra del Vietnam, però non si può negare che nel dopoguerra abbiano avuto un influsso positivo”

Nel libro la presenza di un “femminile” è importante, anche se non troviamo nel testo vere protagoniste “in azione”. Incontriamo le donne attraverso i discorsi e i ricordi degli uomini in un percorso lineare che va dalla donna “del ricordo”, all’ incontro con Molly con lo specchio dei discorsi sulla parità raccontati da Wagner e al personaggio di Anita, la bella moglie di Ploetz (“la Greca”, veniva chiamata) come emerge dal racconto di Wagner che ne aveva subito il fascino e della quale ad un certo punto si era anche innamorato.

L’ambizioso obiettivo di Timm è quello di individuare il germe originario della teoria sterminatrice sull’igiene della razza all’interno di un ideale egualitario e solidale.
Lo scarto sarebbe avvenuto, ci suggerisce il libro, nel momento in cui il singolo perde il suo valore di fronte alla società o il popolo, das Volk.

Tema e materiali certo non facili da trattare, questi di Un mondo migliore. Ed infatti il romanzo ha avuto – come rivela lo stesso Timm in una nota – un lungo periodo di gestazione: il primo progetto risale infatti al 1978 ma poi venne interrotto, ripreso dall’autore anni dopo e pubblicato in Germania nel 2017. Il risultato è un romanzo allo stesso tempo sobrio e drammatico, costruito su un doppio binario temporale e stilistico in cui i capitoli del diario di Hansen costituiscono la parte diciamo così più godibile e lieve e quelle del racconto di Karl Wagner cupe ed a tratti agghiaccianti, un romanzo che fornisce un ulteriore tassello della storia della Germania e del suo rapporto con la scienza.

La mole del libro è importante, grande il lavoro di ricerca avvalorato dalla bibliografia in appendice, lunghi gli anni di gestazione dell’opera, ricca la massa dei riferimenti letterari colti. Senza contare, poi, la vicinanza dell’autore rispetto al suo oggetto: Alfred Ploetz altri non è, infatti, che il nonno di Dagmar Ploetz, la moglie di Timm, a cui è dedicato il romanzo.

Come il curatore Matteo Galli osservava già nella Postfazione a La scoperta della currywurst di cui ho già parlato, l’autore ha anche in questo romanzo il merito di restituire al lettore i dettagli concreti della minuta quotidianità, della vita di tutti i giorni: l’abbigliamento, il cibo, le scritte sui muri, dettagli che realizzano quell’estetica del quotidiano annunciata dal giovane Timm agli inizi della sua carriera.

Un mondo migliore non è libro di facilissima e sempre scorrevole lettura sia per il tema affrontato – la “materia prima” – che per le numerose digressioni storiche e per il racconto forse anche troppo dettagliato che Wagner fa di quel perverso cammino che dall’utopia comunitaria arriva alla teorizzazione dell’ “igiene della razza”.

E’ una lettura impegnativa ma che personalmente ritengo importante e “necessaria” e che sono molto contenta di aver fatto nonostante debba riconoscere che il romanzo ha dei difetti: è un po’ troppo didascalico, ad esempio, e il racconto del vecchio Wagner è, come ho già detto, a volte un po’ troppo pedante. I dialoghi risultano a volte un po’ artificiosi, quasi un pretesto per poter parlare delle teorie eugenetiche. Nei lunghi racconti di Karl Wagner può succedere di dimenticarsi che si è in un romanzo e sembra di leggere un saggio di storia ed il passaggio ai capitoli del diario di Hansen che si riferiscono all’attualità appare forse troppo brusco e può accadere che si abbia difficoltà a lasciarsi andare al diverso ritmo, al diverso contesto.

Ma l’ obiettivo di fondo di Timm è ambizioso ed importante: il libro racconta una delle più grandi tragedie umane del Novecento, parla di un vero e proprio monstrum sociale che, derivato da un frainteso darwinismo sociale, portava alle camere a gas passando per l’Aktion T4 con lo sterminio di disabili che proseguiva, come nulla fosse, anche a guerra appena finita.

“Che cosa spinge davvero la gente, da dove viene questa ossessione scientifica per il miglioramento e al tempo stesso quest’idea di regolamentare, eliminare chi esula dalla norma, chi non funziona, tutte cose che certamente si trovano anche da noi in America, ma come hanno fatto qui in questo paese ad arrivare a un tal livello di perfezione omicida? Questa mescolanza di follia medievale e razionalismo tecnologico.”

Attraverso il personaggio del giovane tenente Hansen Timm pone domande che chissà quante volte lui stesso si è posto…

Uwe Timm
  • La scheda del libro >>
  • Su Avvenire, intervista di Daniela Pizzagalli a Uwe Timm a proposito di Un mondo migliore >>
  • Su NonSoloProust il post su La scoperta della currywurst >>



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https://nonsoloproust.wordpress.com
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