I DIARI DELLA KOLYMA – JACEK HUGO-BADER

Jacek HUGO-BADER, I diari della Kolyma (tit. orig.le Dzienniki kolymskie, 2011), traduz. dal polacco Marco Vanchetti, pp. 352, Keller editore, 2018

“Non è facile andarsene perché tutti gli abitanti della Kolyma, compresi i prigionieri, sono arrivati via mare. E fino a oggi questo è l’unico modo per andarsene: mostrando il documento d’identità e comprando un biglietto per la nave o l’aereo. Proprio come se la Kolyma fosse un’isola (…) Un’isola così distante, quasi fosse un altro pianeta: e infatti anche così la chiamano. Pianeta Kolyma, e tutto quello che sta al di fuori è materik: terraferma, continente.”

“Kolyma è il nome del fiume e della montagna. Non esiste una regione geografica nè un’unità amministrativa con questo nome. Comunemente si chiama così l’odierna oblast’ di Magadan, e un tempo tutto l’enorme territorio del Dal’stroj, che occupava un decimo dell’URSS dalla linea tracciata dal fiume Aldan e dalla bassa Lena fino allo Stretto di Bering.”

Ne I diari della Kolyma il giornalista polacco Jacek Hugo-Bader, vincitore dell’English Pen Award, racconta del viaggio in autostop che nel 2010 fece da Magadan a Jakutsk, lungo la strada costruita col sangue dei deportati nella più inospitale regione siberiana. E’ la narrazione di un viaggio memorabile nella Siberia di oggi, centrata prevalentemente sulle persone, troppo spesso dimenticate. Un gran bel libro.

La Kolyma è un massiccio montagnoso nella Siberia orientale, ed è anche il nome di un fiume di 2000 chilometri che si getta nell’Oceano Artico così come il nome del vasto territorio attraversato da questo fiume. Stalin, agli inizi del 1930 e fino alla sua morte avvenuta nel 1953 vi fece deportare centinaia di migliaia di persone (sovietici, soprattutto, e prigionieri di guerra) per lo sfruttamento delle ricchezza naturali della regione, il cui sottosuolo è pieno di miniere, in particolare aurifere, al punto tale che il luogo è chiamato “il cuore d’oro della Russia”.

La Kolyma “E’ territorio di polizia […] tutto è sotto il loro controllo perché questo è il cuore d’oro della Russia: materiali grezzi strategici”: l’oro, il più grande giacimento d’argento del mondo, e poi platino, uranio, cobalto, mercurio, stagno, piombo, nichel, rame, petrolio, carbone, metano.

Nel 2010 l’autore, un giornalista polacco, ha attraversato questi luoghi in autostop. Ci racconta del suo viaggio di 2000 chilometri sull’unica strada che collega Magadan (città di 1000.000 abitanti a sud est della Kolyma) a Jacutsk in Jakuzia. Quest’opera però non è solo uno dei tanti libri di viaggio, è soprattutto il racconto degli innumerevoli incontri dell’autore con gli abitanti dei luoghi e con i suoi “compagni di viaggio”.

In linea con il grande Kapuściński che nel suo libro del 1993 Imperium del quale avevo scritto qui aveva parlato dell’ex Unione Sovietica, del suo disfacimento e crollo definitivo e della tradizione polacca del reportage letterario, Jacek Hugo-Bader dà la parola agli abitanti di questa regione remota.

Per il lettore si tratta anche di un viaggio attraverso il tempo: quello dei Gulag e quello degli inizi del 2010. Da quelle parti, infatti, molti abitanti sono discendenti dei vecchi lavoratori forzati dei Gulag, ed una piccola parte della popolazione che è sopravvissuta è rimasta sul posto (l’ultimo campo di lavori forzati è stato chiuso nel 1991). Anche se la maggioranza di coloro che sono rimasti lì, sono tutti coloro che vi sono morti di stenti e o di freddo, ci ricorda Jacek.

La linea tratteggiata indica la strada percorsa da Hugo-Bader in autostop
(Immagine tratta dal libro)

Il libro è strutturato in tre parti in cui l’autore racconta ciò che ha fatto durante la giornata, dov’è andato, chi ha incontrato. Ogni capitolo è dedicato ad una giornata di viaggio. In totale, trentasei capitoli, ciascuno dei quali preceduto dalla testimonianza di una persona incontrata lungo la strada.

Le testimonianze sono di persone le più diverse e svariate ma che appaiono tutte stravaganti, solitarie, provate da esperienze che hanno lasciato il segno, il che le rende molto toccanti ed umane. Quello che accomuna tutte queste persone è il fatto che sono state tutte più o meno “marchiate” dall’ URSS, poichè la Kolyma è stata popolata soprattutto da prigionieri deportati laggiù e che poi hanno deciso di rimanervi. Molte di queste testimonianze sono anche corredate da foto in bianco e nero.

I Russi sono molto disponibili a parlare con degli sconosciuti, e questo contribuisce non poco alla ricchezza della narrazione di Hugo-Bader. Dagli incontri emergono con grande evidenza le diseguaglianze sociali nell’attuale Federazione Russa fornendo un ritratto della Russia contemporanea piuttosto pessimista: le eredità del passato sono pesanti, le prospettive poco promettenti per la maggior parte degli abitanti, lo smodato consumo di alcool è onnipresente e tuttavia il senso di ospitalità ed il coraggio di molte delle persone incontrate suscitano grande ammirazione.

Ne risulta un ritratto vivo ed incisivo della Kolyma che, con la sua natura selvaggia, indomabile ed impietosa, con questi uomini solitari e abbandonati, con la violenza sempre presente in quei luoghi fa pensare un po’ al Far West americano…

E’ un racconto on the road, questo, pieno zeppo di incontri, esperienze, forti emozioni. Šalamov e Šolgenitzin, il terribile passato della regione, le terribili sofferenze di centinaia di migliaia di prigionieri sono una presenza che aleggia in tutto il libro, ma non è di questo passato che Hugo-Bader vuole parlare: sono piuttosto le persone che oggi vivono in queste regioni lontane, dal clima estremamente rude, ricche di miniere d’oro, d’argento, d’uranio.

“Ma di questo nei miei racconti non ci sarà quasi nulla! Su quei tempi là. Se andrò dagli ultimi rimasti in vita lo farò con circospezione per non perdere quello che resta, perchè questo è l’ultimo momento per scrivere cosa è toccato loro passare, provare. Perchè si tratta di persone eccezionali: hanno visto il fondo della vita, nel lager hanno varcato il confine oltre il quale ogni anima si disintegra. Ma soprattutto vorrò sentire cosa è successo dopo, come si fa a vivere con questa esperienza addosso. Come hanno fatto a vivere?
Vado nella Kolyma per vedere come si vive in quel posto, in quel cimitero. Il più lungo. Si può amare, ridere, gridare di gioia qui? E come si piange qui, come si concepiscono e crescono i bambini, come ci si guadagna da vivere, si beve vodka, si muore? Di questo voglio scrivere. E di come mangiano, setacciano l’oro, cuociono il pane, pregano, si curano, sognano, combattono, si spaccano il muso?


Quando atterro, nell’aeroporto di Magadan leggo una grande scritta: BENVENUTI NELLA KOLYMA – IL CUORE D’ORO DELLA RUSSIA.”

Tra le persone incontrate da Hugo-Bader ci sono gli zek, i discendenti dei prigionieri dei gulag creati da Stalin per chi veniva riconosciuto “nemico del Partito” o controrivoluzionario, gente condannata per aver violato l’articolo 58 comma 14 del Codice penale della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa. C’è Dima il cekista, grasso e rumoroso, ci sono personaggi incredibili come l’oligarca Aleksandr Basanskij attualmente signore dell’oro di tutta la Kolyma; all’inizio del viaggio la sciamana Dora.
Ci sono cercatori d’oro, mafiosi russi (i blatnye) che giocano a carte con commissari di polizia, autisti di camion, giornalisti, cacciatori di orsi, avventurieri, il tenente colonnello Valerij Erochin e i suoi racconti sulla Cecenia… tutta gente decisa a tener testa alla durezza del clima e della vita nella natura ostile della Kolyma.

Valerij Erochin
(Foto tratta dal libro)

Ogni persona incontrata racconta un romanzo di vita, tipi strani che hanno alle spalle esperienze tragiche e dolorose ma che hanno trovato il modo di sopravvivere, cercatori d’oro, racconti di orsi che nella taiga si mangiano le persone. Le descrizioni della natura e dell’ambiente, i racconti degli orsi, i racconti delle persone ho detto prima che possono far pensare alla cosiddetta epopea del Far West americano, ma mi è anche capitato spesso, nel corso della lettura, di accostare tutto questo, le atmosfere evocate nella lotta di uomini e bestie contro condizioni climatiche terribilmente ostili, ai romanzi e racconti di Jack London, alle vicende dei suoi cercatori d’oro nel Klondike; il coraggio e l’intraprendenza di cani come il Bobik che incontriamo nella Kolyma mi hanno ricordato il Buck de Il richiamo della foresta e Zanna Bianca del romanzo omonimo… Ma sto divagando.

Il diario di questo viaggio è talmente pieno di incontri, racconti, esperienze che non è proprio possibile parlarne nel dettaglio. Il libro è talmente denso, le storie sono talmente tante e interessanti che Hugo-Bader avrebbe potuto, con il materiale raccolto farne più d’uno, di libri, o uno solo ma di parecchie centinaia di pagine in più.

Una storia in particolare però voglio ricordarla: una delle parti più forti (e belle) del libro è quella dell’incontro con la figlia quasi ottantenne di Nikolaj Ežov. Proprio lui, quello detto “il Pugno di Ferro di Stalin”, capo della polizia segreta responsabile di milioni di morti negli anni del Terrore, successore del terribile Jagoda e predecessore di Beria (“ma li superò entrambi in crudeltà. Era un ubriacone pervertito che torturava e ammazzava i prigionieri”), l’amico-nemico di Isaak Babel’.

“Ežov soffriva della mania di grandezza tipica dello psicopatico. Lo chiamavano il Nano Sanguinario. Probabilmente il mostro più spaventoso prodotto dall’umanità, e io sono qui da sua figlia che bevo il ventisettesimo bicchiere di tè.”

Dopo la caduta in disgrazia e la fucilazione del padre, la piccola Natalija fu affidata ad un orfanotrofio, le cambiarono il nome (“il nome Ežova faceva paura, allora”) era diventata semplicemente “il bambino n. 144”. Tutti la odiavano, si vendicavano come potevano.

Natasha Ežov con la madre
(Immagine tratta dal libro)

Di umiliazione in umiliazione, “il bambino n. 144” era diventato donna, ma anche l’amore le era stato precluso e così se ne era andata il più lontano possibile: sempre più a Est, finendo nella Kolyma su una nave che portava il nome del padre. La maledizione è continuata fino allo sbarco. Solo in mezzo al nulla puoi tornare a essere nessuno.
Semplicemente una fisarmonicista.

La strada che Jacek percorre partendo da Magadan non è una strada qualunque: è La Strada. Con la maiuscola.

“Aorta, nervo centrale della Kolyma era ed è la Strada della Kolyma. E io, come molti degli abitanti più anziani della Kolyma, scriverò la parola ‘Strada’ con la maiuscola. Perchè questa via, lunga più di duemila chilometri, è lastricata di vite umane. Spianata sulle ossa. E non è affatto una metafora. Infatti, come mai lungo tutta la Strada non c’è neppure un vecchio cimitero?

Perchè i morti giacciono alcune decine di centimetri sotto il livello stradale. Migliaia di persone. Il lavoro alla costruzione della Strada è stato, assieme all’estrazione dell’oro, la fatica peggiore nella Kolyma. Chi vi soccombeva, veniva spogliato degli stracci che aveva indosso (potevano ancora tornare utili), veniva girato faccia in su e coperto con la terra della Kolyma, di cui la Strada è ricoperta.

A cosa penso di più nei primi giorni di viaggio? A come fare pipì, qui. Esco dall’auto e in testa mi balena l’idea che sto pisciando in testa a qualche poveraccio.”

Kolyma. Magadan, La strada delle ossa
©Adalberto Buzzin, Fonte

La Strada è l’unica strada che parte da Magadan, capitale della Kolyma, e Hugo-Bader la percorre tutta: 2.025 chilometri con l’autostop. I vecchi dicono che quella strada è il più lungo cimitero del mondo, si stima che più di un milione di vite umane sono state sterminate nei centosessanta campi di concentramento, persone considerate nemiche dai bolscevichi.

Marianne Igor’evna Juquelier, nata Verigina, un’aristocratica della prima emigrazione russa ancora prima della rivoluzione, vissuta sessant’anni in Francia e tornata adesso da sola nella Kolyma per cercare le tracce del padre, portato via nel 1945 da agenti dell’NKDV dice, della Kolyma: “Qui le ossa sono sparse anche sulle strade, appena sotto l’asfalto, eppure riusciamo a camminarci sopra. Pure io.”

Hugo-Bader parte ben sapendo cosa lo aspetta, conosce la Russia perfettamente, l’ha girata in lungo e largo (il libro precedente, Febbre bianca, che ancora non ho letto, è dedicato proprio ai suoi vagabondaggi in Russia), parla la lingua, ha letto libri su libri, da Šolzenicyn a Šalamov.

Il viaggio lungo La Strada, cominciato nel settembre 2010 dal villaggio di Arman, una cinquantina di chilometri a ovest di Magadan si conclude in ottobre inoltrato (le temperature sono arrivate già a cinquanta sotto zero) in Jakuzia, a Jakutstk. Ma prima di arrivarci bisogna attraversare i fiumi, e bisogna farlo prima che i collegamenti via traghetto vengano sospesi… Hugo-Bader non ce la fa, e attraversa l’Alden su una chiatta. Definisce la traversata in mezzo ai blocchi di ghiaccio i peggiori sette minuti della sua vita…

L’immenso Varlam Šalamov – fantasma incombente lungo tutto il libro – è evocato ancora quando, della Strada, Hugo-Bader scrive:

“La sto percorrendo sulle orme di Varlam Tichonovič Šalamov, col suo enorme I racconti della Kolyma, una raccolta di oltre mille pagine. Si tratta di grande letteratura russa, il quadro più scioccante, più straordinario della cultura dei reclusi, che Šalamov riesce a condensare e riassumere in tre comandamenti: non credere, non avere paura, non chiedere.”

Quando arriva a Mjaundža, chilometro 705 della strada, dove vicino ad una centrale elettrica si trovava uno dei lager (adesso in rovina) si stupisce del fatto che gli abitanti della zona sembrano non saperne nulla. Toccando il filo spinato arrugginito si sente “strano come se rovistassi una tomba”.

“Come fanno gli abitanti di qui a non sapere dov’era una cosa come questa? Perchè non gli interessa per niente? Perchè non lo preservano?

Ma cosa pretendo ancora da questi russi? Ce l’hanno qui accanto. La centrale elettrica in cui lavorano l’ hanno costruita i prigionieri di quel campo. Facevano la quindicina di chilometri dal lager al lavoro e viceversa tutti i giorni a piedi. Anche d’inverno. Questo dovrebbero insegnarlo nelle scuole locali, perchè nella Kolyma ogni scuola è attaccata a qualche lager. Qui sono state rinchiuse e sono morte persone innocenti, i loro nonni, e appena oltre le ceneri del lager ci sono gli orti dei pompeiani, gli abitanti di Mjaundža”

Ho trovato questo libro affascinante, l’ho divorato tenendo sempre aperto sull’iPad accanto a me Google Maps per seguire nel dettaglio tutte le tappe del viaggio di Jacek, di questo denso reportage immenso quanto la Kolyma. I diari della Kolyma è un libro molto bello, utilissimo per comprendere un pezzo fondamentale della storia sovietica, per provare a capire la Russia dei giorni nostri.
Un reportage che, nonostante i frequenti sbalzi temporali tra ieri e oggi presenti nel racconto, ha una forte coerenza interna perchè il percorso da Magadan a Jacutsk costituisce un filo conduttore molto robusto.

La scoperta per me di Hugo-Bader, questo giornalista polacco che ha alle spalle mille mestieri è stata una piacevolissima scoperta e sono molto d’accordo con chi lo ha definito un Kapuścinski più ruvido e ironico, ma non meno potente e profondo.
Dalle notizie che ho raccolto sull’autore ho appreso che tra le firme del reportage polacco quella di Jacek Hugo-Bader è oggi una delle più note, e la sua voce attenta e critica parla dalle pagine del grande quotidiano Gazeta Wyborcza da ormai più di venticinque anni. Gli interessi di Hugo-Bader sono piuttosto eclettici ma quello più vero e sincero resta il vasto e caleidoscopico mondo post-sovietico, l’universo drammatico di quella che fu l’URSS.

Prima di diventare giornalista della Gazeta Wyborcza Hugo-Bader ha lavorato come droghiere, nel trasporto ferroviario di merci, nell’allevamento di maiali, nella distribuzione. Durante tutti questi anni è stato membro dell’opposizione comunista in Polonia. Specialista dell’ex URSS ha fatto dei reportages percorrendo in bicicletta Cina, Mongolia, Tibet.

  • La scheda del libro >>
  • Jacek Hugo-Bader >>
  • La strada della Kolyma (Strada statale P504, detta “Strada delle Ossa”) su Wikipedia >>
  • Il mio post su Imperium di Kapuscinski >>

N.B. La foto di Hugo-Bader è © Radek Kolakowski, 2010. Fonte: Wikipedia

Informazioni su gabrilu

https://nonsoloproust.wordpress.com
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