IL BUONUOMO LENIN – CURZIO MALAPARTE

Curzio Malaparte, Il buonuomo Lenin, a cura di Mariarosa Bricchi, pp. 311, Adelphi, 2018

A soli otto anni dalla morte di Lenin, il più famoso rivoluzionario del suo tempo, con il corpo imbalsamato già parte della mitologia e del culto comunista, Curzio Malaparte decide di scrivere per l’editore Grasset, direttamente in francese, Le bonhomme Lénine che verrà pubblicato in italiano solo dopo la sua morte.

Si tratta di libro centrato tutto su un’idea forte che, all’epoca, suonava quasi come una provocazione e che costituisce l’ossatura, la struttura portante di tutto il testo e del ragionamento di Malaparte su Lenin.

Negli anni ’30 infatti (date e contesto sono fondamentali e da tenere sempre presenti, nel corso di questa lettura) Lenin veniva visto dalle democrazie avanzate europee come un uomo violento e brutale, come una sorta di Gengis Khan del proletariato sbucato fuori dal fondo dell’Asia, una specie di alieno che nulla aveva a che fare con la razionalità dell’Occidente, un mongolo pronto a portare il caos nel mondo civile.

Malaparte, però, già nella Prefazione che indica “Mosca, 1929 – Parigi, 1932” manda all’aria questa rassicurante (si, in fondo rassicurante e vedremo anche perchè) immagine di Lenin coltivata dalle democrazie occidentali. Lenin, dice Malaparte, è tutto il contrario di come se lo immaginano e lo dipingono gli occidentali.

“La leggenda di Lenin, la fosca leggenda che di quel fanatico piccolo borghese, di quel pover’uomo timido e violento, fa un mostro grondante sangue, un Gengis Khan proletario, sbucato dal fondo dell’Asia per precipitarsi alla conquista dell’Europa, non sarebbe certo mai nata senza l’ottimismo di Candido e di Babbit, eroi tipici della borghesia occidentale.”

Perchè Lenin, secondo Malaparte, è semmai l’emblema quasi didascalico del piccolo borghese europeo capace, nella sua grigia esistenza, di costruire teorie slegate dalla realtà ma con l’ordine e la disciplina del travet che, paziente ed operoso come una formichina, giorno dopo giorno si occupa della ragioneria della futura rivoluzione.

La Storia non lo vede mai come anticipatore e men che meno come condottiero. Per queste cose ci sono i ribelli romantici come Trotsky.

“Alla vigilia del colpo di Stato d’ottobre 1917, è Trotzky che prende la testa delle équipes insurrezionali. E’ Trotzky, uomo d’azione. Lenin si traveste, si mette una parrucca, si taglia la barba e si nasconde.”

Il piccolo borghese Lenin è talmente vile che durante i giorni dell’insurrezione si tiene sempre da parte, nascosto o ridicolmente travestito per essere pronto quando gli eventi gli si porranno di fronte, eliminando i nemici interni, facendo del partito il suo campo di battaglia. Un piccolo borghese calcolatore, brillante ma senza convinzione, che non desidera che le piccole gioie materiali, un mercenario che sfrutta quel proletariato che pretende di difendere. La vera “causa” di Lenin non è altro che…Lenin stesso.

“Ma senza Lenin, niente ottobre 1917. Senza Sieyés, niente 18 brumaio; e senza Robespierre niente Napoleone.”

Con la scrittura inimitabile che lo contraddistingue, unendo lo stile lirico e la lucidità a tratti sorprendentemente anticipatrice Malaparte ci racconta la storia di un Tartufo che diventa re.

“Si udiva, lontano, un crepitio di mitragliatrici. A notte alta, il matelot Dybenko reca la notizia che la bandiera rossa sventola sul Palazzo d’Inverno: Enfin! s’ecrie Wladimiri Ilitch: il ote sa perruque, se passe la main sur le front. Il viso in sudore, pallido, tremante, dimagrito, quell’uomo timido e violento, quel piccolo borghese fanatico, getta intorno a lui uno sguardo febbrile d’insonnia. Il capo, il dittatore, il trionfatore, è lui, il bonhomme Lénine. L’Etat c’est donc lui.”

Maximilien Lénine. L’analisi interpretativa di Malaparte si basa essenzialmente sull’accostamento tra il rivoluzionario francese Maximilien Robespierre ed il rivoluzionario russo Vladimir Ilic. Due piccoli borghesi fanatici, dottrinari ed integralisti, due dittatori con la mentalità di un impiegato in mezze maniche.

“il fanatismo del piccolo borghese, il fanatismo dei piccoli avvocati, dei piccoli professori, dei figli di notai di provincia, che spiega così la logica di Lenin come quella di Robespierre. […] Ciò che costituisce la caratteristica dell’eroe piccolo borghese, è che la libertà gli è necessaria; ch’egli cerca l’ordine, la sicurezza personale, la tranquillità; ch’egli non può vivere e agire se non in un clima piccolo borghese. E’ anche nella sua austerità, nel suo ascetismo, che si riconosce in Robespierre l’eroe piccolo borghese che sconvolge e distrugge la società, ma custodisce gelosamente il tepore pacifico, la calma del suo focolare. In ogni eroe piccolo borghese vi è un bonhomme avaro e timido che nasconde il suo destino in una calza di lana. Nell’esilio, a Monaco, a Londra, a Parigi, a Ginevra, Lenin non cerca che la sua sicurezza personale, la sua tranquillità, il clima tiepido e pacifico dell’ordine europeo […] Non è in Russia che potrebbe nascondere il suo destino: la polizia verrebbe a frugare nella sua calza di lana”

Altro che il Lenin dagli occhi terribili e dalla volontà di ferro e dalla gestualità perentoria che tanti ritratti e statue dell’agiografia marxista ci hanno tramandato! Ma attenzione, questo non rende nè Robespierre nè Lenin meno pericolosi perchè, secondo Malaparte, sono proprio gli incorruttibili a commettere gli atti più crudeli, anche se “sa cruautè veut demeurer platonique”.

“è di un mostro piccolo borghese, è di un bonhomme in maniche di camicia, è di un gran rivoluzionario in bicicletta, che la borghesia dovrebbe avere più paura […] i mostri che da più di un secolo sconvolgono l’Europa non sono usciti dalle peuplades mongole dell’Asia centrale […] ma Danton veniva da Arcis-sur Aube, Robespierre da Arras: e Lenin, quel piccolo avvocato di provincia, veniva da Kazan, da Munich, da Ginevra, da Londra e dal numero 4 della rue Marie-Rose, a Parigi. Pierre Chasles nota giustamente che “Lénine n’était pas plus mongol que Alexandre Dumas ou Pouschkine n’étaint nègres”

“[…] giudicarlo […] per quel che era: un Europeo medio, un buon uomo dal fanatismo dottrinario, dalla volontà astratta, un funzionario puntuale e zelante del disordine, un imbratta carte incapace di far qualche cosa al di fuori dei campi della teoria, un piccolo borghese casalingo e abitudinario, sperduto nel tumulto della rivoluzione proprio come un bibliotecario capitato nel bel mezzo di una sommossa; in sostanza un fanatico del buon senso, l’unico uomo che potesse riscattare, agli occhi del popolo, il romanticismo Giacobino dei suoi luogotenenti, la violenza sanguinaria dei Trotzky, dei Raskolnikow, dei Dzerzjinski, dei Dybenko, dei Piatakow”.

Il ritratto di Lenin che emerge dalle pagine di Malaparte è decisamente ironico ed impietoso e forse soltanto alla fine, quando ormai “le bonhomme” è reso inoffensivo dalla malattia la lingua dello scrittore diventa meno tagliente (si fa per dire):

“Quell’onesto funzionario del disordine” è morto a soli cinquantaquattro anni, “non aveva ancora raggiunto i limiti di età per la retraite. Quale crudele destino, per un piccolo borghese fuorviato nella carriera rivoluzionaria!.”

Malaparte si reca in visita al mausoleo che conserva la mummia di Lenin e chiede all’operaio comunista che l’accompagna:

“Perchè lo avete imbalsamato? Ne avete fatto una mummia”
“Noi non crediamo all’immortalità dell’anima” mi risponde quello.

La storia di questo libro è assai complessa: una intricata faccenda di manoscritti perduti e ritrovati, anche se solo in parte. Uscì, come ho già accennato, in Francia nel 1932 e fu accolto molto favorevolmente. Avrebbe dovuto essere pubblicato poco dopo anche in Italia, ma le vicende politiche di quegli anni lo impedirono. Venne pubblicato da Vallecchi nel 1962 – quando l’autore era già morto – con il titolo Lenin buonanima. L’archivio della casa editrice andò però distrutto, ed oggi esiste solo un manoscritto in parte tradotto dal francese ed in parte no. La curatrice, come spiega nella nota al testo, ha deciso perciò di lasciare le parti in francese (e sono molte) senza alcuna traduzione a piè di pagina (non viene utilizzato nemmeno il corsivo), ed ha scelto di lasciare anche tutti i gallicismi disseminati qui e là nelle parti in italiano. E’ importante a mio parere sapere questo perchè, se non si conosce almeno un po’ il francese, la lettura potrebbe risultare assai ostica. Nel testo si incontrano spesso anche due o tre pagine di seguito tutte solo in francese.
Come definire Il buonuomo Lenin? Saggio storico, romanzo, pamphlet, biografia, biografia romanzata, reportage giornalistico? Tutto questo assieme, come spesso avviene con i libri di Malaparte.

Copie di Le bonhomme Lénine dell’edizione originale Grasset del 1932

Da parte mia, certo non mi sentirei di consigliarlo come testo di ricerca storica: il Lenin di Malaparte compie, nel privato, tutta una serie di gesti di cui nessuno può esser stato testimone, eppure, molte intuizioni di Malaparte sul personaggio di Lenin verranno confermate da testimonianze e documenti emersi negli anni successivi, soprattutto quella del titolo: Vladimir Ilic Ulianov non era un eroe, una forza della natura, un Genghis Khan sanguinario emerso dalle steppe orientali. Era, scrive Malaparte, un “ragionere della violenza, un organizzatore del disordine”, un burocrate della rivoluzione; un avvocato fallito di Simbirsk ossessionato dall’organizzazione, un ossessivo compulsivo, si direbbe in linguaggio moderno. Mentre i compagni di partito costruivano barricate, marcivano nelle galere dello zar e organizzavano attentati dinamitardi, lui riempiva pagine interminabili di regolamenti e dottrine, incasellando su carta le regole della rivoluzione, e combattendo con l’inchiostro tutte le deviazioni dall’unico pensiero giusto, il suo. La sua rivoluzione si compie nei congressi di partito, nei giornali, nelle liti per corrispondenza tra gruppettari marxisti sparsi tra Zurigo, Londra, Parigi e Pietroburgo. Nulla dell’eroe romantico, del ribelle e del tribuno e molto del piccolo borghese anonimo, timido, privo di voli dello spirito e del sentimento, fanatico e spietato perché astratto:“La parola ‘distruggere’, non ha, per lui, se non un significato che si potrebbe chiamare amministrativo, burocratico. Egli non si arresta sulle parole che pronuncia, o che scrive. Egli non ha, per questo, abbastanza immaginazione”.

Chi si è occupato finora di Malaparte ha quasi sempre cercato di etichettarlo politicamente: a seconda della fase storica di riferimento, lo si è potuto definire proto-fascista, fascista, anti-fascista, liberale, filo-comunista. Questa alternanza di definizioni ha alimentato il mito camaleontico del personaggio Malaparte facendo però troppo spesso passare in secondo piano l’opera. Di Malaparte si è scritto e detto di tutto e di più, ma qualunque cosa si possa pensare di lui dal punto di vista politico di una cosa sono assolutamente certa: è uno scrittore formidabile.

Note a margine
Malaparte nell’introduzione dice che Lenin è figlio di una certa cultura borghese occidentale, in cui l’uomo senza impeti d’azione ma guidato dalla fredda logica delle sue idee e dal suo fanatismo da burocrate può creare dei mostri “che la borghesia occidentale non ha ancora creato in Europa Occidentale“. La prefazione è del 1932, di lì a poco il mostro borghese occidentale per eccellenza si sarebbe personificato nella figura di Hitler, anch’egli uomo piccolo, comune, borghese, acculturato e guidato dalla sola fede assoluta delle sue idee e delle sue ossessioni.

Leggendo questo libro di Malaparte non ho potuto non ripensare e rileggere le pagine (un intero capitolo) che Vasilij Grossman ha dedicato a Lenin in Tutto scorre…, scritto negli anni ’50-’60. Al di là di evidenti ovvie differenze, colpiscono però anche alcune considerazioni comuni ai due scrittori. Per esempio, alcuni passaggi a proposito dell’uomo Lenin ed il Lenin politico, del Lenin nel privato quotidiano e del Lenin pubblico o del rapporto tra il popolo russo e la libertà:

“Un popolo che ha paura della solitudine non può concepire la libertà se non collettiva: la libertà individuale non rientra nel suo ordine logico.” (Malaparte)

“Se l’uomo Lenin equivalesse al Lenin politico, risulterebbe una persona dal carattere primitivo e rozzo: prepotente, autoritario, spietato, follemente ambizioso, dogmaticamente tonitruante.
Se applicassimo questi tratti alla sua vita quotidiana, se si manifestassero nei rapporti con la moglie, la madre, i figli, l’amico, il vicino di casa? Sarebbe spaventoso.
Ma la cosa era completamente diversa. L’uomo sull’arena pubblica era l’opposto dell’uomo nella sua vita privata. Coi suoi meriti e i suoi difetti, i suoi difetti e i suoi meriti.
Ne risulta qualcosa di completamente diverso, complesso, a volte tragico.
Una folle ambizione politica congiunta alla vecchia giacchetta, al bicchiere di tè leggero, alla mansarda da studente.”
(Grossman)

“per raggiungere il potere egli [Lenin] immolò, uccise quel che di più caro la Russia possedeva : la libertà. Qual mai esperienza poteva avere la libertà, creatura di soli otto mesi, nata in un Paese di schiavitù millenaria?” (Grossman)

  • Scheda del libro >>

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2 risposte a IL BUONUOMO LENIN – CURZIO MALAPARTE

  1. Ivana Daccò ha detto:

    Quando lo si incontra, è impossibile non essere sedotti dalla scrittura di Malaparte. E, per la verità, dalla sua intelligenza delle persone, che lo farà sempre instabile sulle sue opinioni, solo provvisoriamente feree; pronto a mutarle, a rivederle. E tuttavia talora profetico.
    Lo ho sempre percepito vittima della sua personalità trabordante e del piacere che trovava nella scrittura; uno che per non rinunciare ad una frase ben scritta, ad un concetto ben espresso, ad una iperbole impagabile e dissacrante ha forse, spesso, mostrato di sposare, oltre il reale, partigianerie estremizzate per amor di polemica.
    Il risultato è, talvolta, il trabordare della sua personalità dalla pagina, la cui lettura è tuttavia sempre un grande piacere a prescindere.
    Non avevo notizia di questo Adelphi, che mi affretterò a procurarmi.

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