LA CASA DI GHIACCIO – SERENA VITALE

Serena Vitale, La casa di ghiaccio. Venti piccole storie russe, pp. 223, Mondadori

“Il signor Š. nutriva un amore sviscerato per salme e funerali. Pagava i fabbricanti di bare pietroburghesi perchè lo informassero su chi, a quale indirizzo era passato a miglior vita; avvisato dai ragazzi di bottega, prendeva con sè un cambio di biancheria, un cuscino, e senza indugio si faceva portare da una vettura di piazza a casa dell’estinto: lavava il cadavere, di notte leggeva il Salterio a capo della bara, la accompagnava al cimitero, era l’ultimo a lasciare la tomba.”

Questo è l’ incipit di uno dei venti racconti (non vi dico quale) di questo libro bizzarro e affascinante in cui, lasciando sullo sfondo i grandi protagonisti della storia Serena Vitale evoca una folla di personaggi apparentemente marginali – ma realmente esistiti – nei quali l’ anima russa si rivela con l’evidenza dell’incubo o della follia, fornendo un’immagine della Russia tra il XVIII e il XIX secolo basata su documenti e rigorose ricerche storiche. Si tratta in sostanza di vere e proprie indagini storiche trasposte su un piano narrativo.

Venti casi estremi che parlano di personaggi della Russia sotto gli Zar, da Caterina a Potëmkin a Nicola I.

Si tratta di personaggi singolari, a volte affascinanti, spesso respingenti: Ekaterina Dolgorukova, per esempio, sposa mancata del giovanissimo zar Pietro II ammalatosi di vaiolo il giorno prima delle nozze e morto ad appena quattordici anni. Bella, superba e irriducibile nonostante avesse subito nel corso della vita rivolgimenti di ogni sorta, prigionia e vessazioni, costretta a sposare il conte Aleksandr Borisović Bruce dall’imperatrice Elisabetta I che pure l’aveva liberata dalla prigionia, quando dai medici apprese che una grave affezione polmonare le lasciava pochi giorni di vita “ordinò che venissero bruciati davanti a lei, nella camera in cui si stava spegnendo, tutti i suoi abiti, la sua biancheria: ‘Nessuna dopo me indosserà ciò che vestiva il corpo dell’augusta fidanzata’.”

Ekaterina Alekseevna Dolgorukova, promessa sposa di Pietro II

L’imperatrice Anna, vedova del Duca di Curlandia è la protagonista del racconto La casa di ghiaccio che dà il titolo alla raccolta.
Povera “come un topo di chiesa”, grassa, non bella e tenuta sempre in nessun conto dalla famiglia del defunto marito, alla morte di Pietro II aveva ricevuto dai boiari – che la ritenevano facilmente manipolabile – l’insperata corona ma lei, sapendo quanto malfermo e vacillante fosse il trono su cui sedeva, seppelliva nello sfarzo la memoria di un passato ricco solo di amarezze e di umiliazioni manifestandosi donna non solo volgare e ignorante ma dispotica e crudele.

La zarina Anna I di Russia in un ritratto di
Louis Caravaque

Fu l’imperatrice Anna Ivanovna a fare costruire la casa di ghiaccio, affinchè ospitasse per la loro prima notte di nozze il principe Golycin (un uomo colto e raffinato appartenente ad una delle famigie aristocratiche più antiche della Russia, da lei ridotto a buffone di corte) e la mostruosa Buženinova, la favorita calmucca della zarina.

Giochi tra cortigiani alla corte di Anna I di Russia (dipinto del 1872 di Valery Jacobi)

Per loro fece organizzare una sontuosa cerimonia di nozze e per loro fece costruire una piccola casa di ghiaccio con un letto matrimoniale di ghiaccio, un caminetto di ghiaccio con ciocchi di ghiaccio spalmati di petrolio, con specchi, candelieri, pettini, piatti, posate, bicchieri, mobili, tutti rigorosamente di ghiaccio. I due sposi, costretti ad unirsi unicamente per soddisfare un capriccio dell’imperatrice, trascorsero la notte, guardati a vista affinchè non fuggissero e poterono uscirne solo al mattino, semi-assiderati, dopo avere sorprendentemente concepito il loro primo figlio.

C’è poi il bandito Van’ka Kain, che da piccolo ladruncolo si trasforma nel terrore di mezza Russia e “poeta del crimine” , c’è la “Saltyčicha , la famigerata, ricca (anzi, arricchita) possidente Saltykova che fece uccidere ed uccise almeno un centinaio tra servi e serve, picchiati, torturati ed infine barbaramente uccisi per non aver lavato bene il pavimento, per averle mancato di rispetto o così, senza alcun motivo, per pura e semplice cattiveria.

Il nobiluomo Vasilij Vasil’evic è ossessionato dall’ordine e dai rituali; la morte accidentale del suo gatto preferito getta nel panico la servitù costringendola a un complicatissimo inganno perchè un turbamento della maniacale tranquillità del padrone potrebbe costare loro molto caro.

“Alle undici dell’11 luglio 1752 il gatto Vasja uscì di casa. Schernì i cani a catena, seminò scompiglio e penne nel pollaio, inseguì senza successo un moscone, molestò una biscia. Sul fondo viscido di una vasca di pietra scorse qualcosa di squamoso e lucente che guizzava in una rete: si lanciò a capofitto; torcendosi e appiattendosi riuscì a infilarsi nella bocca a imbuto – traditrice, senza ritorno – della nassa. Stava finendo di banchettare quando si scatenò il diluvio: un cuoco aveva ordinato al suo sguattero di riempire la cisterna. Lo ritrovarono due ore più tardi, povero mucchietto di peli fradici, e la casa padronale della grande tenuta di Novospasskoe sprofondò nella costernazione.

O ancora il principe Grigorij Aleksandrovic Potëmkin, favorito di Caterina la Grande, che tenta di riconquistare la vacillante passione dell’imperatrice con fantastiche esibizioni di sfarzo.

Il principe Potëmkin e Caterina II (collage)

Sono questi soltanto alcuni dei personaggi che popolano i racconti: tra di essi troviamo giocatori e bari, poeti che si autocelebrano, sedicenti principesse ereditarie, fidanzate imperiali mancate e altro ancora.

Ci sono scene e passaggi anche molto crudi, in questi racconti, violenza, efferate torture di ogni tipo e gente che gode ad infliggerle direttamente o ad assistervi. Questa era la realtà della Russia, non avrebbe senso cercare di edulcorarla, sembra dire la Vitale, per la quale la Russia con la sua cultura rappresenta una sorta di seconda patria spirituale con tutti i suoi aspetti piacevoli e meno piacevoli.

Lo stile è conciso, essenziale, incalzante ed i testi suscitano curiosità ed interesse quanto ed a volte forse anche di più di un libro di storia. E’ interessante vedere fino a che punto, nella Russia del ‘700 – ‘800 fossero ben vivi atteggiamenti, modi di pensare, usi e costumi dell’ età medievale. Si viene catapultati in un un mondo arretrato e sottosviluppato, violento, spietato e crudele nel quale i pochi, ricchissimi potenti (potenti soprattutto perchè ricchissimi) dalla personalità spesso distorta e disturbata anche se spesso straordinaria potevano letteralmente permettersi di tutto, soddisfare ogni istinto, darsi ad ogni vizio, compiere le maggiori efferatezze e… restare impuniti. Tra loro esisteva una solidarietà (o sarebbe meglio dire complicità) trasversale in cui tutti sapevano l’uno dell’altro ma tutti tacevano perchè ognuno aveva troppe cose da nascondere. Il privilegio della ricchezza tracimava anche troppo spesso nel più turpe arbitrio.

Tutti i racconti hanno una caratteristica comune che riguardano il protagonista o la protagonista di turno che però evito di dire per non attirarmi le ire per delitto di spoileraggio. Starà a chi legge scoprire questo elemento comune.

La casa di ghiaccio è lettura che può risultare spiazzante per chi si aspetta di ritrovarsi in una romantica Russia zarista: qui si parla di episodi crudeli, grotteschi, alcuni persino divertenti nella loro particolarità. Tutti comunque, a loro modo, affascinanti. E tutti, come dicevo, rigorosamente documentati.

Tutte le fonti sono puntualmente citate in appendice.

  • La scheda del libro >>

“Lavorando a Il bottone di Puskin avevo incontrato- alcuni per la prima volta – molti personaggi, molte storie che avevo dovuto abbandonare per strada con un po’ di tristezza.
Mi tornarono però in mente quando cominciai a pensare a un nuovo libro.
Era il periodo in cui dagli editori mi arrivavano offerte tutte uguali :
scrivere la biografia di Dostoevskij, di Lermontov, di Čechov.
“Di Puškin, semmai, ho scritto una tanatografia”, mi schermivo.
E non mi lasciai convincere: nel migliore dei casi mi sarei annoiata.
Ripresi allora le storie che a suo tempo mi avevano affascinata, altre riaffiorarono da antiche letture, altre ancora le trovai in vecchie riviste ;
dall’ Ottocento mi spinsi fino alla Russia postpetrina.
Una volta che ebbi cominciato a scrivere, lo stesso materiale mi impose una forma lapidaria e contratta, l’ esatto opposto della lenta espansione che avevo sperimentato nel raccontare gli ultimi anni, gli ultimi giorni di Puškin.

Concisione e frugalità della scrittura come contrappunto all’abbondanza e all’ eccesso che raccontavo attraverso le gesta di personaggi minori e apparentemente marginali “nelle cui gesta – è scritto nel risvolto di copertina – l’ “anima russa” si rivela con l’ evidenza dell’incubo o della follia”.

(Tratto dal sito di Serena Vitale – http://www.serenavitale.it reperibile oggi a questo link )

Serena Vitale

Informazioni su gabrilu

https://nonsoloproust.wordpress.com
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11 risposte a LA CASA DI GHIACCIO – SERENA VITALE

  1. sapovitvito ha detto:

    Ancora una volta grazie, Gabrilu! L’ho subito acquistato per il mio Kindle ed oggi pomeriggio inizierò a leggerlo. Le tue presentazioni sono così complete che non si può rinunciare a leggere il libro. Altrettanto ho fatto per Il mare non bagna Napoli. Mi era piaciuta moltissimo la storia del viaggio di Teffi. Ogni tanto, sempre sul Kindle, me ne ripasso qualche pagina. C’è qualche titolo simile che potrei acquistare e leggere?

    • gabrilu ha detto:

      sapovitvito
      Spero che il libro non ti deluda…
      A proposito di Teffi e di “titoli simili” (come dici tu) che potrebbero interessarti. Uhm. Domanda non semplice. Non so bene cosa tu intenda. Se libri di viaggio in generale, certo ne esistono molti ed interessanti ma io non ne ho letti tantissimi, tra questi ce ne sono alcuni che mi sono piaciuti parecchio ma non mi azzardo a consigliare. Il libro di Teffi è molto particolare proprio perchè non è il classico “libro di viaggi” ma la cronaca di una vera e propria fuga in un momento storico travagliatissimo per la Russia e che durante tutto il percorso ha posto questa donna di fronte a continue difficoltà ed a veri e propri pericoli di vita. Il tutto però raccontato con una leggerezza e un’ironia che ha incantato me e, mi sembra di capire, anche te.

      • sapovitvito ha detto:

        Si Gabrilu, intendevo proprio questo. Teffi, con leggerezza, ci ha messo a disposizione degli “spezzoni” della vita quotidiana negli anni ’20. Mostrando come convivessero la violenza gratuita e la sopraffazione da parte degli apparatnick e la capacità di vivere la propria vita da parte degli “altri”. Mi affascinano queste descrizioni, che si trovano qua e là ad esempio, nel quinto capitolo del Maestro e Margherita ed in altre parti del romanzo, e in qualche film di Sokurov.

  2. giacinta ha detto:

    Lo acquisterò anch’io. Grazie per la segnalazione! Proprio qualche giorno fa ho prenotato in libreria “Il dono” di Nabokov. Ho preso atto, visitando il sito di Serena Vitali che la traduzione è sua. Sarà un altro modo per conoscere questa autrice.

    • gabrilu ha detto:

      giacinta
      Ah, ma per Il dono di Nabokov Serena Vitale non ha curato solo la traduzione, fondamentale è la sua Prefazione che per me è stata preziosissima perchè ne Il dono Nabokov cita e/o allude a moltissimi autori e artisti della letteratura e della cultura russa poco noti se non addirittura sconosciuti, in Italia, ai lettori comuni e se non avessi potuto disporre di questa prefazione mi sarei persa moltissimo del romanzo, non avrei avuto gli strumenti per cogliere tutta una serie di riferimenti… Il dono è forse il libro più cripticamente “russo” di Nabokov, una specie di addio alla sua Russia. Non arrivo a dire “un libro per iniziati” ma insomma quasi.
      Buona lettura 🙂

  3. Vania ha detto:

    ciao Gabrilu
    quando si dice la coincidenza … sto finendo di leggere “Il bottone di Puskin” che proprio tu avevi segnalato un pò di tempo fa! Un pezzo di storia che si legge come un racconto noir: la Vitale è bravissima, accurata, vitale di nome e di fatto nel ripercorrere fatti di un lontanissimo passato. E che pazienza certosina nel ricostruire, cercare, frugare in archivi, documenti privati e pubblicazioni!
    Leggendo la ricostruzione della vicenda che ha condotto Puskin alla morte mi sono fatta un’idea personale … chissà se anche tu hai pensato lo stesso. Magari un giorno ne parleremo.
    un caro saluto
    Vania

    • gabrilu ha detto:

      Vania
      Sai, mi è proprio venuta voglia di rileggerlo, dopo tanti anni, Il bottone di Puskin. Non è detto che non lo faccia, e presto, anche.
      Se ti è piaciuot il libro su Puskin allora devi assolutamente leggere anche Il defunto odiava i pettegolezzi (Adelphi) in cui la Vitale ricostruisce il suicidio di Majakovskij… e vedrai con quanta puntigliosità lo ricostruisce… basta solo pensare alle pagine e pagine che dedica alla pistola con cui si suicidò…e il tutto riuscendo a non annoiare ed a non fare sbuffare di impazienza 🙂

  4. newwhitebear ha detto:

    il tuo post mi ha incuriosito molto, anzi troppo tanto che alla fine non ho resistito.

  5. barbaratagliavini ha detto:

    Della Vitale ho letto, amato e regalato a chi potesse apprezzarlo “Il Bottone di Pushkin”. Quando ho letto questo tuo post sono letteralmente impazzita di gioia perché quest’opera di Serena Vitale sembra essere scritta proprio per me: devi sapere che nutro un amore viscerale per la Russia imperiale e la sua storia. Anche se negli anni più recenti ho messo un po’ da parte questo lunghissimo e ricchissimo periodo storico per far spazio ad altre letture, per me si tratta proprio di un’ossessione. Sana, ma pur sempre un’ossessione 😊.
    Aggiunto alla lista dei prossimi acquisti, naturalmente. E a proposito di acquisti, mentre scrivevo questo post è arrivata a trovarmi “La Signorina Cormon”.
    Perché i libri ci danno così tanta gioia e voglia di vivere?
    Un abbraccio.

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