ARRIVA L’ARMATA ROSSA

Museo del campo di sterminio di Auschwitz
Mucchi di scarpe tolte a uomini, donne e bambini
Credit: Scott Barbour/Getty (Fonte)

Qualche pagina da un libro di storia, il racconto di uno dei soldati dell’Armata Rossa che per primi entrarono ad Auschwitz.
E’ così che quest’anno voglio dare il mio contributo alla Giornata della Memoria.

Lo storico è Dan Stone, autore del libro La liberazione dei campi. La fine della Shoah e le sue eredità del quale ho parlato in questo post.

Il testimone è Yakov Vincenko, uno degli ultimi liberatori sopravvissuti dell’Armata Rossa sovietica intervistato nel 2005 da Giampaolo Visetti per La Repubblica. Yakov Vincenko aveva raggiunto il campo di sterminio con la divisione di fanteria numero 322 – Fronte ucraino.

La sua testimonianza è lunga, ma spero venga letta per intero, perchè suscita molte riflessioni. Non solo su Auschwitz ed i nazisti ma anche su quello che significava, per un ragazzo di 19 anni, venire catapultato nell’Armata Rossa a combattere una guerra infernale.

Dan Stone

L’ARRIVO DEI SOVIETICI AD AUSCHWITZ

Il film della liberazione di Auschwitz girato dall’Armata Rossa mostra una folla di internati, con la divisa a strisce, che acclamano l’elevamento della sbarra sottostante il famigerato ‘Arbeit macht frei’. Scartata in sede di montaggio originario, e inserita nel filmato soltanto negli anni Ottanta, questa sequenza riproduce un momento indelebile nella coscienza dell’umanità. A ben vedere, anche la versione originaria del film era una ricostruzione girata alcuni giorni dopo l’arrivo delle truppe sovietiche; ciò nondimeno conserva, ovviamente, il suo valore di testimonianza visiva del lager e delle condizioni dei suoi internati a pochi giorni dalla liberazione dal giogo nazista. Chiarisce, d’altra parte, l’intento propagandistico che lo ispira: esaltare i liberatori sovietici in contrapposizione ai tedeschi e sollecitare la celebrazione di un processo penale a carico dei carnefici: i filmati furono accolti nei processi di Norimberga. La richiesta sovietica di ‘vendetta e giustizia’ fu pertanto corroborata dai filmati sulla liberazione. In ogni modo, ciò che il film di Auschwitz non mostra è la specificità del momento della liberazione.

Per questo motivo, l’arrivo dei sovietici non fu un ‘momento’ di liberazione per la maggior parte delle persone presenti ad Auschwitz, che vi erano state abbandonate dalle SS dopo aver costretto gli altri internati alle marce della morte in direzione ovest, perchè, trattandosi di malati, avrebbero intralciato tali marce.

Malati come George Kaldore, intervistato, l’anno successivo, a Tradate. Ventitreenne al momento dell’intervista, proveniva da Szombathely e, al pari di molti altri giovani ebrei ungheresi, era stato arruolato nel 1940 nel battaglione di lavoro ungherese prima di ritornare in patria. Nella primavera del 1944, in seguito all’occupazione tedesca dell’Ungheria, gli ebrei ungheresi furono deportati ad Auschwitz. Si trattò dell’ultimo consistente gruppo di popolazione ebraica presente in Europa a essere preso di mira: davanti agli occhi del mondo 437 000 persone furono deportate (‘800 000 ebrei affrontano il regno del terrore’, scrisse il ‘Daily Mail’ il 9 maggio 1944). Kaldore fu pizzicato per strada nel giugno 1944, nonostante il documento d’identità in suo possesso lo definisse cristiano, e fu spedito con un trasporto a Birkenau. Dopo aver lavorato in varie unità, compresa la fabbrica Werke, Kaldore fu affetto da febbre nel dicembre 1944 e venne ricoverato nell’ ‘ospedale’ del campo, dove fu sottoposto a un intervento chirurgico a un piede. Intorno alla metà di gennaio, Kaldore poteva considerarsi guarito, sennonchè aggravò la propria ferita per prolungare la permanenza in ospedale. Poi, un bel giorno, i medici se ne andarono lasciandosi alle spalle circa quattrocento internati in precarie condizioni di salute. Temendo di essere eliminato dalle SS prima che abbandonassero a loro volta il campo, Kaldore scese dal letto, indossò degli abiti civili reperiti in qualche deposito e, in compagnia di un altro ungherese, si nascose in un rifugio antiaereo. Kaldore ha così descritto i suoi ultimi giorni di prigionia ad Auschwitz:

Vediamo nella strada davanti al lager procedere un sacco di SS, soldati in marcia, automobili, carri armati a tutta velocità, seguiti da polacchi e tedeschi del Reich e del Protettorato con dei carretti su cui trasportano le loro masserizie. Capiamo che qualcosa sta per succedere. Che la nostra liberazione sta arrivando, e ci allontaniamo dal bunker. Entriamo nel primo villaggio. Giungiamo [alla casa di un contadino polacco], e gli chiediamo di lasciarci entrare. Lui poteva vedere che i tedeschi se ne andavano via e che i russi stavano arrivando. Ci fece entrare in casa e ci diede qualcosa da mangiare. Lui stesso non ne aveva molto. Per due giorni siamo stati nascosti da questo contadino, e di notte arrivarono i russi. Con l’arrivo dei russi ritornammo al lager dove c’era la gente che si rallegrava. Ma delle quattrocento persone che c’erano nel lager ne rimanevano solamente duecento circa. Gli altri erano morti d’inedia, o a causa del tifo esantematico che aveva iniziato a imperversare, e il nostro corpo non aveva più un filo di carne. Avevamo la barba lunga, di tre/quattro settimane, e c’erano quei musulmani che erano solo carne e ossa. Ho detto ‘carne’? Non avevano nulla [sullo scheletro], solamente ossa e ossa.

I soldati russi cercarono di sfamare gli internati superstiti con alimenti prelevati dai polacchi del luogo, quindi consigliarono loro di mettersi in cammino per Cracovia (cosa che Kaldore fece col suo piede purulento), da dove avrebbero potuto tentare il ritorno a casa. In definitiva, grazie all’aiuto dei sovietici, Kaldore riuscì a ritornare a Budapest, ma dei suoi parenti non trovò più nessuno. Lavorò per un po’ di tempo per un’organizzazione ebraica a Szombathely, quindi si trasferì clandestinamente in Italia, si registrò all’UNRRA e, come molti altri, fu intervistato mentre era in attesa di un’opportunità per emigrare in Palestina. Sebbene Kaldore non si trovasse materialmente nel lager al momento dell’arrivo dei sovietici, l’esperienza della sua liberazione, che s’inserisce in una serie continua di vicissitudini, è assai più indicativa dell’accaduto che il film dell’Armata Rossa.

Per comprendere appieno la liberazione dei campi da parte dei sovietici, dobbiamo basarci sui film della liberazione girati dall’Armata Rossa, su alcuni reportage, sulle relazioni della Extraordinary State Commission, sulle testimonianze, posteriori, dei sopravvissuti e di alcuni soldati liberati. Si dispone di un numero assai minore di fonti tipo il Buchenwald Report, i diari redatti da infermiere e i rapporti di altre forze armate, per i campi liberati dai russi rispetto a quelli liberati dagli statunitensi; nè sono disponibili documenti ufficiali sovietici in cui si ordina la liberazione di campi. Sappiamo, tuttavia, che i sovietici liberarono il primo dei campi più grandi, Majdanek, nel luglio 1944, e il più famoso, Auschwitz, nel gennaio 1945, cui seguì la liberazione di Sachsenhausen e Ravensbrück, nell’aprile, di Stutthof, Gross-Rosen e il ‘campo-ghetto’ di Theresienstadt in maggio. La maggior parte degli internati era stata evacuata da alcuni di questi grandi campi mediante marce forzate e trasporti in direzione ovest prima dell’arrivo dei sovietici, lasciandosi alle spalle solamente un numero limitato di prigionieri perlopiù in pessime condizioni di salute. I sovietici dilagarono e occuparono territori in cui si trovavano in precedenza i campi di sterminio di Belzec, Sobibor e Treblinka, scoprendo numerosi particolari raccapriccianti di quanto vi era accaduto.

Lasciando da parte le differenze delle fonti, l’incontro dei liberatori sovietici con i campi non fu meno scioccante di quello di britannici e americani, come mostrano memorie e lettere dei soldati. D’altra parte, i pochi internati presenti nei campi al momento dell’arrivo dei sovietici hanno descritto la scena in modi altrettanto variegati di quelli dei prigionieri liberati nei campi occidentali.

Dan Stone, La liberazione dei campi. La fine della Shoah e le sue eredità (titolo orig.le The liberation of the camp. The end of the Holocaust and its aftermath), traduz. di Piero Arlorio, pp. 312+221, Einaudi, 2017

Giampaolo Visetti – GLI SPETTRI DEL SOLDATO YAKOV

“Nell’ombra, avvertii una presenza. Strisciava nel fango, davanti a me. Si voltò e apparve il bianco di occhi enormi, dilatati. Tacemmo: da lontano ci investiva l’eco smorzata degli scoppi. Tra i due, solo io sapevo che erano i colpi dell’artiglieria tedesca in fuga. Pensai ad uno spettro, mi assalì il dubbio di essere stato colpito, magari ucciso. Non sognavo, ero di fronte ad un morto vivente. Dietro a lui, oltre la nebbia scura, intuii decine di altri fantasmi. Ossa mobili, tenute assieme da pelle secca ed invecchiata. L’aria era irrespirabile, un misto di carne bruciata ed escrementi. Ci sorprese la paura di un contagio, la tentazione di scappare. Non sapevo dove fossi sbucato. Un commilitone mi disse che eravamo ad Auschwitz. Abbiamo proseguito, senza una parola”.

Yakov Vincenko ha 79 anni ed è uno degli ultimi liberatori sopravvissuti dell’Armata Rossa sovietica. Raggiunse il campo di sterminio con la divisione di fanteria numero 322, Fronte ucraino. Aveva 19 anni. Venti mesi prima era stato ferito nella battaglia di Kursk, quasi due milioni di soldati russi uccisi dai nazisti.

“Ho passato il primo filo spinato alle 5 di mattina” racconta”: era buio, sabato 27 gennaio 1945. Non era gelido, solo tracce di neve marcia. La sera prima, nella notte, il combattimento aveva preteso molte vite. Temevo i cecchini lasciati di guardia. Al riparo di un bidone ho visto il maggiore Shapiro, un ebreo russo del gruppo d’assalto della centesima divisione, spalancare un grande cancello. Dall’altra parte un gruppo di vecchi minuti, ma erano bambini, ci ha sorriso”.
Solo dopo anni ha appreso di aver assistito allo schiudersi dell’ingresso dell’inferno, sotto la scritta ‘Arbeit macht frei’. “Mi sono alzato per avanzare. Ho guardato nel bidone: era colmo di cenere, emergevano frammenti di ossa. Non ho capito che erano resti di chi era stato là dentro”.

Yakov Vincenko, sessant’anni dopo, è seduto ad un tavolo nella sede del comitato dei veterani di guerra, nel centro di Mosca. Sopra di lui i ritratti di Marx, Lenin, Stalin e del generale Zhukov. “Un tipo con cui era meglio non discutere – dice -. Stalin gli aveva ordinato di non risparmiare soldati. Lui ha onorato l’impegno”;. È ancora un uomo asciutto, rigido ed eretto sopra stivaletti con un certo tacco: quando cammina è costretto a procedere spedito. Veste come un povero, gli abiti lisi sembrano non appartenergli. Tra pochi giorni sarà a Cracovia e tornerà alla polacca Oswiecim. Alla commemorazione della liberazione del campo di sterminio, assieme a 48 capi di Stato e ad una folla di anonimi, andrà con gli ultimi due compagni d’armi: uno vive a San Pietroburgo, l’altro a Minsk, in Bielorussia. Non è la storia dalla parte dei liberatori: l’orrore piuttosto, osservato con gli occhi stanchi e spaventati di soldati che non poterono riconoscere la sua dimensione.

“Mi hanno chiesto di ricordare ancora – dice – ma invecchio e il mio passato si confonde. Scopro sui libri attimi che ho vissuto e mi sorprendo. L’emozione però non accetta di liberarmi. È la seconda volta che riesco a tornare nel campo, non è un viaggio che si esaurisce in una visita. Un’ex internata ebrea mi ha scritto di lasciare un sasso per lei: non ha mai trovato la forza di rivedere la baracca e il forno crematorio che hanno inghiottito la sua famiglia”.

Il vecchio soldato, una pensione di guerra da 60 euro al mese, sul fronte occidentale russo ci finì per caso e quasi bambino. Sorte e adolescenza rubata, incoscienza, hanno condotto i suoi passi nel labirinto dell’Olocausto, ancora ignorato. “Era l’estate del 1941 – racconta – e vivevo a Mosca. Finita la scuola, fui mandato dai genitori a Vinnitza, in Ucraina, il nostro villaggio natale. Avrei dovuto aiutare il nonno in campagna. Due settimane dopo, per non lasciare ai tedeschi nemmeno i ragazzi, mi precettò l’Armata Rossa. Giochi, sogni, progetti, sono crollati in un giorno: a 15 anni mi sono ritrovato soldato, una baionetta del 1891 in spalla e le granate che ci stavano nelle tasche. Ero fortunato: l’esercito sovietico era così sguarnito che solo uno su quindici aveva il fucile. Per questo, mi sono salvato”.

Quattro anni tragici, tra disperazione, fame e attesa della fine. L’armata nazista avanzava verso il cuore dell’Urss. L’assedio a Leningrado, il massacro alle porte di Mosca: e Hitler che, fino alla disfatta di Stalingrado, sembrava inarrestabile. Yakov Vincenko sparò il suo primo colpo a Voronez nel 1942, agli ordini del generale Vatutin. “Nessuno mi aveva spiegato come comportarmi. Il Fronte ucraino era un’armata di bambini, spinta avanti per localizzare i nemici e consumare le munizioni dei tedeschi. Dopo otto mesi di resistenza nel sud della Russia, siamo avanzati verso l’Ucraina. Dai tre ai venti chilometri al giorno: a Kursk, a Kiev nel 1943, in Galizia e infine a Sandomir in Polonia. Nell’autunno del 1944, ormai il morale era cambiato, i nazisti erano in rotta. Quando abbiamo conquistato Cracovia, ai primi di gennaio del 1945, i generali ci dissero che se riuscivamo a sopravvivere ancora pochi mesi, saremmo tornati a casa”.

Non finì così. L’Unione Sovietica aveva perduto tra i 25 e i 30 milioni di persone, l’esercito era decimato. Vincenko, ormai un uomo ferito quattro volte, il 9 maggio apprese di essere un vincitore a Praga: ma a casa è tornato sette anni dopo, non trovando più qualcuno ad aspettarlo. “Quel giorno ad Auschwitz – dice – è diventato centrale nella mia vita solo quando anche il mondo ha elaborato una coscienza della verità e della vergogna. Nemmeno noi, che abbiamo visto, ci volevamo credere.

Ho sperato per anni di riuscire a dimenticare: poi ho capito che sarebbe stato comportarsi da colpevole, diventare complice. Così, ricordo. Non sono riuscito a comprendere come sia potuto succedere, ma a chi nega l’Olocausto dico: credete a me, che quando ero lì ho cercato di convincermi che non fosse vero”.

Le truppe di Stalin non sapevano cosa fosse un campo di sterminio. Solo gli alti comandi, a Cracovia, erano stati informati di trovarsi sulla strada del Lager di Auschwitz-Birkenau. Il 18 gennaio, alla vigilia dell’offensiva, gli ufficiali sovietici appresero che dal campo era stata fatta partire una colonna di 80mila prigionieri, scortata dai nazisti verso la Germania. Da dicembre, Himmler aveva ordinato di cessare le esecuzioni e di demolire le camere a gas.”Tra noi e le baracche – racconta Yakov Vincenko – si frapponeva una tripla linea di difesa tedesca. Dovevamo superare la Vistola e il fiume Sola, i ponti e i campi erano minati. Il 25 gennaio il generale Fiodor Kravasin fece avanzare fucilieri e carristi, rinforzati da un gruppo d’artiglieria. Sono morti a centinaia, costruendo ponti di legno nella corrente. Una resistenza tanto accanita, da parte dei nazisti in ritirata, ci sembrava insensata”.

I vertici delle SS avevano dato ordine di distruggere le prove del genocidio, di sterminare gli ultimi testimoni della “Soluzione Finale”. Sapemmo poi – prosegue Vincenko – che la notte prima dell’assalto un ufficiale tedesco, dopo la cattura, aveva confessato ai nostri che il forno crematorio di Birkenau era pronto per saltare in aria. Il maggiore Malenko, con due artificieri, due elettricisti e una pattuglia di esploratori, evitò che esplosioni e fiamme cancellassero forni, camere a gas, baracche e fosse comuni”.

Non è stata invece eroica la liberazione di Auschwitz del soldato semplice Yakov Vincenko.

“Dopo la mezzanotte del 27 gennaio fui svegliato e buttato avanti. Camminavo alla cieca, spinto da sonno e paura: non mi sono nemmeno accorto di essere entrato nei 40 chilometri quadrati occupati dai 39 campi di lavoro, detenzione e sterminio del complesso di Auschwitz, Birkenau e Monowitz”. L’ordine ufficiale era di non fermarsi, di inseguire i tedeschi per farli arretrare. “Il comandante della prima compagnia, Maksim Ciaikin – ricorda il vecchio reduce – fu centrato da una raffica esplosa da una torre di avvistamento. Seguì un sanguinoso fuoco a corta distanza. Poi il silenzio, quasi fossimo penetrati nel vuoto. Per mezz’ora, passati i reticolati e fino al cancello, ho camminato da solo e nel fango. Non era giorno quando ho incontrato il primo morto vivente ed è stato meglio così”.

Ora cita a memoria i numeri dell’ Olocausto di Auschwitz, avvertendo della sua incertezza: 1 milione e 300 mila morti, o 3 milioni, o 6 milioni, ancora non sa. Nove su dieci erano ebrei: gli altri zingari, omosessuali, prostitute. Fino a 5 mila vittime al giorno, con i forni a pieno regime. I 600 evasi in quattro anni, 400 dei quali ripresi, impiccati davanti ai compagni dopo essere stati costretti a marciare a ritmo di musica sotto il cancello principale. Al collo un cartello: “Evviva, sono tornato”.

“Ma io – dice Vincenko – ho incontrato solo spettri. Quando siamo entrati, nel campo restavano 17 mila prigionieri”.

“Donne, bambini, malati: erano incapaci di muoversi, per questo erano stati abbandonati nelle baracche. I tedeschi non avevano avuto il tempo di ammazzarli tutti. C’era una puzza asfissiante, l’odore dolciastro e acre della morte che ancora mi pare di sentire. Sono passato davanti a scheletri accovacciati nella melma gelata. Non parlavano, mi seguivano con sguardi di terrore. Gli ultimi giorni, per fare in fretta, i nazisti li fucilavano a migliaia sul bordo delle fosse comuni. Poi bruciavano tutto. Così sono stati inceneriti anche 29 su 34 depositi di beni sequestrati ai deportati. Ho aperto le porte di quattro baracche: in ognuna 24 persone, polacchi, russi, francesi, tutti ebrei. Erano stesi, moribondi: qualcuno pregava, credevano li ammazzassi.

Sulla tuta a righe, esibivano la scritta “Ost”, o la stella di Davide. Uno mi mostrò un numero tatuato sull’osso di un braccio. Le assi erano coperte di stracci ed escrementi, si soffocava. Non posso dire di aver percepito felicità, mentre dicevo loro che erano liberi. Li vedevo sollevati, gli occhi si riaccendevano: ma non avevano la forza di reggere una gioia”.

Fu uno dei mattini più disperati del mondo. Solo la vaghezza contingente della realtà salvò i liberatori dall’abisso della Shoah. “Non avevamo tempo per sostare, i sopravvissuti erano allo stremo, la maggioranza non parlava russo. Alcuni francesi mi hanno seguito per scappare, un gruppo di ebrei polacchi si è dileguato tra gli alberi, accennando una corsa. Una bambina mi si attaccò ai pantaloni, credo per cercare cibo. Il tenente maggiore Subotin mi avvertì che potevo contrarre qualche virus, ero spaventato. Sapevo che stavano arrivando gli ufficiali medici e le cucine da campo: la lasciai lì, mi vergogno. Ancora la penso, mi chiedo se sia stata salvata, come altri 2.819 detenuti, se sia vissuta e come, se l’esistenza le abbia riservato un risarcimento: e se ricorda il soldato sovietico, poco più grande di lei, che non ha avuto il coraggio di prenderla in braccio”.

Yakov Vincenko si ferma e tace, restando a guardare con un sorriso ambiguo. Dopo una pausa, simile alla ricerca abituale di un’espiazione, aggiunge che però non esistono parole per descrivere, che non l’aveva mai fatto prima. E che l’esultanza, la sicurezza degli eroici liberatori sovietici, la riconoscenza dei sopravvissuti liberati, l’ha scoperta soltanto nei film.

“La verità è che quel 27 gennaio nessuno di noi soldati si rese conto di aver varcato un confine da cui non si rientra, e che i prigionieri non seppero raccontare. Era chiaro che su Auschwitz incombeva qualcosa di terribile: ci chiedevamo a cosa fossero servite centinaia di baracche, quelle ciminiere, certe stanze con le docce che emanavano un aroma strano. Pensai a qualche migliaio di morti, non allo Zylkon B e alla fine dell’umanità”.

Era mezzogiorno quando il comandante Lebedev alzò la bandiera rossa sopra il cancello di Birkenau. Yakov Vincenko era già lontano, sette chilometri più avanti, alle porte della cittadina di Oswiecim per braccare i tedeschi e strappare loro i prigionieri. “Solo allora – dice – un gruppo di bambini sciamò da una baracca che sembrava vuota e osò gridare “libertà, libertà” nel campo semideserto. La sera me lo raccontò un compagno, ucciso poi sull’Oder, al mio fianco. Ma io quelle grida non le ho sentite, ad Auschwitz non ho incontrato vita, o la speranza. E nella notte mi sono lavato la divisa. L’unica volta, da quando mi sono svegliato in guerra”.

L’articolo originale di Giampaolo Visetti su Repubblica

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12 risposte a ARRIVA L’ARMATA ROSSA

  1. Ivana Daccò ha detto:

    Dovrò leggere ancora molto. Hai fatto un lavoro certosino, importante e utile.
    Sapendo che non comprenderemo mai, non del tutto, nemmeno abbastanza.

  2. cristinabia ha detto:

    Letture fondamentali. Concordo con Ivana, non si riesca a capire, si china il capo di fronte alla storia, e poi si legge e si racconta nella speranza che non succeda più.

  3. newwhitebear ha detto:

    meritano di essere lette le tue parole e quelle di chi è stato costretto nell’inferno e di chi a liberato, per modo dire, gli internati sopravvissuti.
    Bel contributo per questo 27 gennaio.

  4. sapovitvito ha detto:

    Grazie per averlo proposto nuovamente, Gabrilu, l’altra volta non me ne sono ricordato, così appena letta la tua mail ho prenotato il libro di Dan Stone alla Biblioteca Sormani ed il giorno dopo l’ho ritirato alla mia Biblioteca di quartiere. Ora finalmente mi ci dedicherò, avendo sospeso sul Kindle La Casa di Ghiaccio!

  5. gabrilu ha detto:

    sapovitvito
    Si, questo libro di Stone merita. Da parte mia mi accorgo che da qualche tempo il momento storico del “dopo” la fine ufficiale della guerra mi interessa sempre di più. Gli anni dell’immediato dopoguerra vanno approfonditi, anche perchè aiutano a capire molto del nostro presente. Italiano e non solo. Grazie per il riscontro.

  6. Renza ha detto:

    Gabrilu, ho letto fino in fondo il post. Avevi ragione a precisare la necessità di farlo e hai ragione quando chiarisci la tua attenzione, sempre più orientata, verso il dopo. Già, si tende spesso a immaginare che il dopo sia una cosa tranquilla, sconfitto l’ orrore, si volta pagina. Sarebbe bello ma così non è. Io ti sono grata per questa tua ricerca che ci fornisce sempre nuovi spunti, nuove chiavi di lettura, nuovi squarci. Lo hai fatto anche con il libro di Luzzatto, I bambini di Moshe, che ha rivelato come sia stata difficile e lacerante la vita in Israele dei bambini scampati alla Shoah.
    Il dopo>/i>. Ho visto recentemente un film documentario di una giovane regista israeliana,Maya Sarfaty Se questo è amore, che racconta la storia vera di un amore tra un SS e un’ ebrea cecoslovacca ad Auschwitz. Oltre l’ aspetto, per così dire intrinseco, su cui non mi soffermo e che non commento, ciò che mi ha colpito profondamente è stato l’ atteggiamento, per così dire immemore e spaventosamente ingenuo del militare, convinto che, finito tutto, la ragazza potesse sposarlo e trasferirsi in Germania da lui ( ” Ho già parlato con i miei genitori”). .
    Per tacere della assoluzione dei gerarchi delle SS da parte del Tribunale di Vienna. Avanti ancora, a leggere fino in fondo tutto… Ciao e grazie!

    • gabrilu ha detto:

      Renza grazie sempre per i tuoi commenti puntuali ed arricchenti. Non conosco il film di cui parli, me lo sono appuntato, lo cercherò. Non ho ancora avuto il tempo di fare qualche ricerca. La regista è israeliana, dici. Ho visto recentemente alcune serie TV israeliane davvero molto interessanti, delle quali alcune che trattano l’ambiente e la cultura degli ebrei ultraortodossi oggi in America e in Israele, altre che invece si svolgono nell’Israele di oggi, nell’ambiente e nella cultura dei sabra di questa generazione. Una bella sorpresa. Ragione di più perchè questo film che consigli mi incuriosisca e mi interessi molto.
      Per quel che riguarda le sentenze dei tribunali nei processi contro gerarchi e criminali di guerra nazisti… ci sto lavorando, spero che presto potrò parlarne un poco anche qui.
      Infine: che piacere che mi fa vedere con quanta attenzione tu abbia letto, e ricordi, il libro di Luzzatto! E’ proprio quello che vorrei: che il mio blog risultasse sempre attuale perchè non parla di stretta attualità…
      Ciao, ed alla prossima! 🙂

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