GLI AQUILONI – ROMAIN GARY

Tamara de Lempicka

Educazione europea, La promessa dell’alba, La vita davanti a se, Le radici del cielo, La notte sarà calma… sono i più celebri romanzi di Romain Gary. Che, nato a Vilnius in Lituania in realtà si chiamava Roman Kacew ma che in Francia cambiò e diventò Romain Gary; che firmandosi Émile Ajar vinse nel 1975 con La vie devant soi (La vita davanti a sé) per la seconda volta – in barba al regolamento, che lo proibiva – il prestigioso Premio Goncourt, già ottenuto nel 1956 con Les racines du ciel (Le radici del cielo). Che si firmò anche, in alcuni romanzi minori, come Shatan Bogat e Fosco Sinibaldi.

“Uomo inafferrabile”, secondo Todorov.”Un camaleonte” secondo la sua biografa. Romain Gary, le caméléon è infatti il titolo della sua biografia- quasi ottocento pagine – scritta da Myriam Anissimov; Il camaleonte titola Jan Brokken il capitolo di Anime baltiche dedicato allo scrittore di origini lituane nato a Vilnius e che nella sua vita straordinaria fu lituano, polacco, francese; militare ed eroe di guerra, poliglotta, diplomatico, uomo affascinante e grande seduttore.

Gli aquiloni è il suo ultimo romanzo. Venne pubblicato nel 1980.

Il 2 dicembre dello stesso anno Romain Gary si suicidò. Aveva sessantasei anni.

Inevitabile leggere il libro “anche” come una sorta di testamento letterario in cui si ritrovano tutti i temi cari allo scrittore: l’amore, l’amicizia, la libertà di pensare e di agire, il potere dell’immaginazione contro tutto e nonostante tutto. Nel biglietto indirizzato a Robert Gallimard lasciato da Gary accanto a sé sul letto in cui si sparò tornano alcune parole dell’explicit de Gli aquiloni. Non fu certo un caso.

Ne Gli aquiloni Gary racconta la storia – che si svolge prima e durante la Seconda Guerra mondiale dal 1939 al 1945 – dell’amore appassionato ma ostacolato dalla drammatica Grande Storia di quegli anni fra Lila, giovane aristocratica polacca e Ludovic (Ludo), un ragazzo normanno dotato di una memoria prodigiosa.

Tutto comincia nel 1930 a Cléry, un piccolo villaggio della Normandia, con l’incontro tra il giovane normanno Ludo Fleury ed una giovanissima, bella e bizzarra aristocratica polacca, Lila Bronicka, che ogni estate viene con tutta la famiglia a trascorrere le vacanze in Normandia in un bislacco lussuoso castello in stile turco-normanno. Per il resto dell’anno, Ludo può solo pensarla, Lila, immaginarla sempre accanto a sè. L’unico, grande amore della vita di Ludo comincia così.

Dopo la morte dei genitori il ragazzino ha come tutore lo zio Ambroise Fleury al quale è molto affezionato. “Postino rurale” tornato pacifista dalla Grande Guerra, zio Ambroise è chiamato dalla gente del luogo “il postino spostato” o “l’eccentrico postino” ed anche “quel vecchio matto di Fleury” per il suo pacifismo e perchè fabbrica dei meravigliosi aquiloni (esercita cioè, come dice lui, “l’arte gentile degli aquiloni”) famosi in tutta la Normandia e non solo.

Lo zio Ambroise e Ludo, legati reciprocamente da grande affetto, hanno in comune una caratteristica, una sorta di “infermità congenita”: non sanno dimenticare, non conoscono la facoltà consolatoria dell’oblio. Sono destinati a ricordare.

Nei due Fleury – zio e nipote – c’è dunque la memoria assoluta, un pizzico di follia ed una infinita capacità di resistenza alle disgrazie, agli eventi drammatici. L’indispensabile per l’avvicinarsi della guerra.

Dotato di una eccezionale memoria matematica e storica, fedele ai valori dell’ insegnamento pubblico obbligatorio, il giovane che “non [è] mai uscito dal [suo] buco normanno” cerca di rendersi degno di Lila, studia, soffre di gelosia a causa di Hans von Schwede, il bel cugino tedesco della ragazza (” ‘Che cosa c’è?’ disse Lila stupita. ‘Hai una faccia strana. Spero che diventerete amici. Almeno una cosa in comune ce l’avete: anche lui mi ama.”); diventa il segretario del conte Bronicki prima della partenza della famiglia per la Polonia, in cui li raggiunge nel giugno del 1939 appena prima dello scoppio della Seconda Guerra mondiale che lo obbliga a rientrare in Francia.

Quando la Germania invade la Polonia Ludo si trova in Normandia, Lila in Polonia. Il racconto di Gary (la voce narrante in prima persona è sempre quella di Ludo) si sviluppa allora su due assi paralleli.

Per i due giovani innamorati comincia la separazione. Ludo non ha più alcuna notizia di Lila e della sua famiglia. Per superare le prove, difendere il proprio paese ed i valori umani, per ritrovare il suo amore, Ludo sarà sempre sostenuto dall’immagine dei grandi aquiloni, simbolo di audacia, di poesia e di libertà che si innalza nel cielo.

L’amore dei due ragazzi, diventato sempre più forte, è sottoposto a continui ed anche drammatici alti e bassi (primo fra tutti quello dell’assenza e della totale mancanza di notizie del destino dell’altro), proprio come le movimentate e maestose traiettorie dei celebri ed originalissimi aquiloni dello zio Ambroise che sempre più nel corso del romanzo diventano (e talvolta anche da lui usati, mettendo consapevolmente a rischio la propria vita) come veri e propri simboli di resistenza e di libertà nel cielo sempre più oscurato della Seconda Guerra mondiale.

Non mi addentro di più nella trama per non rovinare il piacere della lettura a chi ancora non conosce questo bellissimo romanzo.

L’amore, la guerra, la memoria, la speranza, l’immaginazione come arma di difesa.

Gli aquiloni è una magnifica storia d’amore che si svolge nell’epoca difficile che va dal 1930 al 1945, è un romanzo popolato da personaggi potenti superbamente rappresentati, personaggi forti che ci trascinano dentro un’ avventura umana la cui suspense e tragedia non possono non colpire il lettore ed attraverso i quali lo scrittore può, con quel suo tono sempre sottilmente pervaso da un intreccio di umorismo e serietà, malinconia e sfolgorante immaginazione, sviluppare temi che gli sono cari, come la presa di coscienza sociale, l’appello alla forza dell’immaginazione ed alla resistenza.
Alcuni di loro sono fortemente caratterizzati da un grano di follia e volontà di resistere che li rendono indimenticabili.

E’ il caso non soltanto di Ambroise, che continua a fabbricare i suoi aquiloni simboli di illuminismo contro la barbarie e sotto il naso ed in barba dei tedeschi occupanti fa volare i suoi Rabelais, Erasmo, Rousseau, Montaigne, simboli di libertà, speranza, civiltà e simboli di resistenza quando li dipinge con la vietatissima immagine di De Gaulle, il Capo della Francia Libera in esilio…

E che dire di Marcellin Duprat, padrone e celebre chef del ristorante stellato Clos Joli, il quale, a rischio di apparire un collaborazionista, non esita ad accogliere ai suoi tavoli il fior fiore della Gestapo, brandendo l’alta cucina francese come arma e ultimo stendardo di resistenza?

“Il Clos Joli continuava a prosperare, ma Marcellin Duprat cominciava a essere mal visto nella zona; gli si rimproverava di servire troppo bene gli occupanti e i nostri compagni, in particolare, lo odiavano cordialmente. […] Duprat aveva fatto la sua scelta. Il suo ristorante doveva restare quello che era sempre stato, una delle eccellenze della Francia, e lui, Marcellin Duprat, intendeva dare ogni giorno al nemico la dimostrazione di ciò che non poteva essere sconfitto. Ma siccome i tedeschi ci si trovavano molto bene e non gli lesinavano la loro protezione, il suo atteggiamento veniva mal compreso e giudicato severamente […] Fulminò tutti con lo sguardo. ‘Non sarà la Germania, non saranno l’America o l’Inghilterra a vincere la guerra! Non saranno né Churchill, né Roosevelt, né quell’altro, come si chiama, che ci parla da Londra! A vincere la guerra saranno Duprat e il suo Clos Joli, Pic a Valence, Point a Vienne”

Altro personaggio formidabile l’ebrea Julie Espinoza.

“Julie Espinoza era stata per molti anni vice-tenutaria di “case” a Budapest e a Berlino, e parlava ungherese e tedesco. Avevo notato che sull’abito portava sempre la stessa spilla, una piccola lucertola d’oro a cui sembrava tenere molto. Ogni volta che era preoccupata, le sue dita giocavano con la spilla. “È molto carina la sua lucertola” le dissi un giorno. “Carina o non carina, la lucertola è una bestia che sopravvive dall’inizio dei tempi e si sa infilare tra le pietre come nessun’altra”

E Julie, per sfuggire alla persecuzione ed allo sterminio degli ebrei e combattere i nazisti decide di infilarcisi, nelle pietre, entrando alla grande nella tana del lupo. Da volgare tenutaria di case d’appuntamento si trasforma (il lettore scoprirà come) nella raffinatissima contessa Estherazy il cui salotto è frequentato da tutti gli alti papaveri nazisti a cominciare dal capo della Gestapo…

I personaggi tedeschi: il cugino Hans (“Hans mi dice che i capi dell’esercito tedesco stanno solo aspettando l’occasione giusta per sbarazzarsi di Hitler disse.”) e suo zio il generale della Wermacht Gregor von Tiele che, nominato durante la guerra nuovo comandante dell’esercito tedesco in Normandia, è tenuto d’occhio dal locale capo della Gestapo, Grüber, nazista fanatico che non si fida della Wermacht.

Alcune scene del romanzo sono memorabili. Quando nel villaggio arriva da Parigi la notizia della rafle del Vel’ d’Hiv’ in cui sono stati rastrellati anche i bambini tutti sono sconvolti e soprattutto Marcellin Duprat e zio Ambroise, il cui volto è diventato grigio e che alla notizia non ha proferito verbo. Ecco allora, però, che la mattina di due giorni dopo, Ludo torna a casa in bicicletta, si ferma per accendersi una sigaretta ma
“…mi cadde dalle labbra. Nel cielo sopra la Motte c’erano sette aquiloni. Sette aquiloni gialli. Sette aquiloni a forma di stella ebraica.”

Un’altra grande scena si svolge presso un barbiere… ma di questa non posso parlare nei dettagli, rivelerei troppo della trama. Basti sapere che ciò che succede è sufficiente a rendere chiarissima una delle idee forti di Gary: non esistono i Buoni Francesi da una parte e i Cattivi Nazisti dall’altra…

In epigrafe al romanzo Romain Gary ha scritto: “Alla memoria”. Che nel sottotesto de Gli aquiloni si traduce nel monito a non dimenticare mai di non allentare il filo della libertà e del sogno, potrebbero perdersi nell’immensità del blu. E soprattutto, non dimenticare mai ciò che accadde nel villaggio di Chambon-sur-Lignon tra il 1939 e il 1945…

L’ultima opera letteraria di Romain Gary pone con forza una serie di interrogativi su quale spazio occupa l’amore nella nostra vita, sulla passione amorosa che si sostituisce alla ragione, su come ci si allena a (ri)conquistare la libertà.

Il tema della guerra è fondamentale. In questo romanzo Gary parla ancora, per l’ultima volta, della guerra – come ha fatto per tutta la vita in molte altre opere – per denunciarne instacabilmente l’assurdità manifestando allo stesso tempo quella fiducia nella vita e nell’amore che è stata in fondo la grande ricerca della stessa sua propria vita.

Pilota di formazione, nel giugno del 1940 Romain Gary aveva raggiunto De Gaulle in Inghilterra, si era arruolato nelle Forces Aériennes Françaises Libres (FAFL) ed aveva fatto parte della squadriglia Lorraine impegnata nei bombardamenti sulla Germania. Era stato allora che aveva lasciato il nome di Roman Kacew prendendo quello di Romain Gary. Per il suo esemplare comportamento nelle incursioni aeree gli venne assegnata la Croce di Guerra e venne riconosciuto Compagnon de la Libération

Romain Gary (a destra)
© Service historique de la Défense
(Fonte)
Attestato di merito e proposta per l’attribuzione della Croce di Guerra con Palma di Bronzo al “Lieutenant Gary Romain”
(cliccare per ingrandire)
(Fonte)

Gli aquiloni narra una storia scritta in maniera poetica e profonda ed allo stesso tempo sorprendentemente pervasa di ironia, una storia in cui gli aquiloni sono allegoria dei sogni, dell’invisibile, della speranza. Sembra incredibile che appena pochissimo tempo dopo aver terminato un libro come questo Gary si sia suicidato.
Sul letto su cui si sparò fu trovata una lettera.

“[…] perchè? Forse la risposta va cercata nel titolo del mio libro autobiografico, La notte sarà calma, e nelle ultime parole del mio ultimo romanzo: ‘Perchè non si potrebbe dire di meglio’. In fondo ho detto tutto quello che avevo da dire.”

Il suo ultimo romanzo era, appunto, Gli aquiloni.

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Scrive Tzvetan Todorov in Memoria del male, Tentazione del bene:

“l’autentico nemico di Gary sembra […] essere l’atteggiamento manicheo. Lo dirà trentacinque anni più tardi, negli “Aquiloni”: ‘Il bianco e il nero, se ne ha abbastanza. Il grigio, c’è solo questo di umano’. Ciò non significa affatto che, in “Educazione europea”, Gary ignori o attenui le atrocità naziste. Impiccagioni, stupri, torture e crudeltà vi occupano un buon posto. Tuttavia ciò che egli rifiuta è di dichiarare i tedeschi inumani e dunque interamente diversi da ‘noi’, gli uomini normali. […] Sarebbe troppo semplice se il male fosse racchiuso nei nazisti. La scoperta che Gary ha fatto al momento della guerra è ben più grave: comportandosi come fanno, i nazisti rivelano un aspetto di tutta l’umanità – anche di noi; vincere questo male è ben più difficile che trionfare sui nazisti. Quelli che vinceranno la guerra non saranno che vincitori fittizi, credendo di aver vinto il male, ma in realtà più ciechi ancora al male che è in loro.
Gary sa già che quelli che credono che questa guerra giusta stabilirà la pace e l’armonia nel mondo si cullano nell’illusione; sa che la trasformazione dell’umanità, se solo giungesse, prenderebbe non degli anni ma dei secoli. Questa rivelazione, tuttavia, non conduce nè Gary nè i personaggi del suo romanzo al pacifismo o al relativismo dei valori. Il male si è incarnato, a quell’epoca precisa, nel nazismo, e il primo dovere di tutti è di combatterlo; ma bisogna farlo senza illusioni. I partigiani stessi non sono dei santi, sono – inevitabilmente – contaminati dal male contro cui lottano. […] la vittoria contro il nemico porterà una liberazione solo provvisoria; l’umanità proseguirà il suo cammino. Gli uomini si agitano incessantemente come delle ‘patate cieche e sognatrici’ in un sacco, come delle formiche che portano, infaticabilmente, ciascuna il proprio ramoscello. ‘A che cosa serve lottare e pregare, sperare e credere?’.
Tale è il messaggio iniziale a cui Gary resterà fedele per tutta la vita. Ma saprà renderlo sempre più chiaro.

Gli eroi vincitori corrono un rischio particolare: credere di essere usciti indenni dalla lotta che hanno appena sostenuto contro il male, di essere divenuti l’incarnazione definitiva del bene. La guerra contro i nazisti è stata vinta, questi ultimi sono adesso universalmente condannati, essi stessi incominciano a capire che erano divenuti gli agenti del male. I vincitori, da parte loro, rischiano di restare accecati, di relegare il male negli ‘altri’ e di ignorarlo in sé stessi. La buona coscienza rischia di giocare loro un brutto tiro. Per questo, conclude Gary nel 1946, ‘quando una guerra è vinta, sono i vinti a essere liberati, non i vincitori’ “

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“Non odiavo più i tedeschi. Quattro anni dopo la disfatta, quello che avevo visto attorno a me mi rendeva difficile il trantran di ridurre la Germania ai suoi crimini e la Francia ai suoi eroi. Avevo fatto l’apprendistato di una fraternità molto diversa da quei radiosi luoghi comuni: mi sembrava che fossimo indissolubilmente legati da ciò che ci rendeva diversi gli uni dagli altri, ma che poteva capovolgersi in qualsiasi momento per renderci crudelmente simili.”

“A un tratto capivo che ci servivamo molto dei tedeschi e perfino dei nazisti per coprirci. Da tempo mi si era venuta ad annidare nella mente un’idea di cui in seguito ho fatto molta fatica a liberarmi, e forse non mi sono mai liberato del tutto. I nazisti erano umani. E ciò che di umano c’era in loro era la loro disumanità.

“È da tempo che mi ha abbandonato qualsiasi traccia di odio per i tedeschi. E se il nazismo non fosse una mostruosità disumana? Se fosse umano? Se fosse una confessione, una verità nascosta, rimossa, camuffata, negata, acquattata in fondo a noi stessi, ma che finisce sempre per tornar fuori? I tedeschi, sì, certo, i tedeschi… Adesso tocca a loro, nella storia, tutto qui. Si vedrà, dopo la guerra, una volta che la Germania sarà sconfitta e il nazismo si sarà dileguato o nascosto, se altri popoli, in Europa, in Asia, in Africa, in America, non verranno a dargli il cambio. Un compagno venuto da Londra ci aveva portato un libretto di poesie di un diplomatico francese, Louis Roché. Parlava del dopoguerra. Mi sono rimasti in mente due versi: Il y aura de grands massacres / C’est ta mère qui te le dit”.

Targa commemorativa di Romain Gary al n. 108 della Rue du Bac, la sua casa a Parigi (Fonte)
Romain Gary, Gli aquiloni (tit. orig.le Les cerfs-volants), traduz. Giovanni Bogliolo, pp. 352, Neri Pozza

In copertina: Tamara de Lempicka, Ragazza in verde, 1930-1931. Parigi, Centre Pompidou. Musée national d’art moderne
immagine
  • La scheda del libro >>
  • Estratti del dossier riguardante il servizio militare di Romain Gary nell’aviazione francese, il suo arruolamento – dopo aver raggiunto De Gaulle in Inghilterra – nelle Forces Aériennes Françaises Libres (FAFL) e la sua partecipazione alla squadra di bombardamento aereo sulla Germania Lorraine. Per queste missioni Gary venne nominato Compagnon de la Libération.
  • I Compagnons de la Libération, facenti parte dell’ordine dell’Ordre de la Libération creato il 16 novembre 1940 dal Generale de Gaulle in qualità di “capo dei francesi liberi” per “ricompensare le persone o le collettività militari e civili che si saranno segnalate nell’opera di liberazione della Francia e del suo Impero” >>
  • Ciò che accadde a Chambon-sur-Lignon dal 1939 al 1945 per cui i suoi cittadini sono stati riconosciuti “Giusti fra le nazioni” ed a loro è dedicato un giardino all’interno del Museo Yad Vashem a Gerusalemme >>
  • Chambon-sur-Lignon sul sito del Yad Vashem – The World Holocaust Remembrance Center >> qui e >>qui

Il romanzo Gli aquiloni è stato adattato in quattro episodi per la televisione francese nel 1983.
Qui sotto la locandina di un’altra versione, un telefilm francese del 2007 (Fonte).

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16 risposte a GLI AQUILONI – ROMAIN GARY

  1. andrearenyi ha detto:

    Leggo sempre con molto piacere gli articoli: intelligenti, approfonditi, sensibili, istruttivi, insomma molto curati. Peccato per gli inserti pubblicitari, certamente non voluti, ma assai irritanti.

    • gabrilu ha detto:

      andrearenyi grazie per il tuo apprezzamento, per me prezioso.
      Per gli inserti pubblicitari: li vedete perchè questa è la versione di WordPress gratuita. Dovrei finalmente decidermi a fare l’upgrade e passare alla versione a pagamento, perchè capisco che deve essere assai fastidioso barcamenarsi tra i banner pubblicitari. Non sei la prima persona che me lo dice, ed a questo punto devo provvedere anche perchè magari c’è chi pensa che la pubblicità ce la metto io e che ci guadagni pure!

      • EnzoRasi ha detto:

        Sinceramente io gli inserti pubblicitari non li vedo proprio e se li vedessi passerei oltre con nonchalance. Poi vedi tu se spendere quattrini per un upgrade…fossi in te mi preoccuperei piuttosto di mantenere sempre così alto il livello dei tuoi post.

        • gabrilu ha detto:

          Enzo Rasi grazie sempre per l’apprezzamento 🙂
          Le pubblicità: da quello che ho capito, gli iscritti a WordPress sono esentati dal vedere i banner pubblicitari, anche se non hanno un loro blog. Sempre che abbia capito bene, li vedono invece i visitatori “esterni” quelli cioè che non sono iscritti alla piattaforma. Insomma non so, appena ho un po’ di tempo mi concentro sul tema. Per ora, un po’ di pazienza…

  2. Bellissimo articolo, molto approfondito. Letto molto volentieri perché mi piace molto Gary. Questo suo ultimo romanzo non l’ho ancora letto ma voglio farlo, a maggior ragione dopo aver letto queste tue considerazioni.

    • gabrilu ha detto:

      ilmestieredileggereblog ti ringrazio. E quanto mi piace vedere che siete così gentili da interpretare/tradurre come “approfondimenti” quelli che io nella mia testa chiamo in genere “sproloqui” 🙂
      Anche a me Gary piace molto. Il mio preferito rimane La promessa dell’alba che forse è il suo libro che aiuta a capirlo meglio, anche se è vero, il camaleonte rimane sempre un po’ tale e cioè inaferrabile come tutti i veri artisti, d’altra parte.

  3. Ivana Daccò ha detto:

    “Quando una guerra è vinta, sono i vinti a essere liberati, non i vincitori”.
    Anch’io non ho ancora letto questo libro, e non me lo perderò.

    • gabrilu ha detto:

      Ivana Daccò tutto quello che ho letto di Gary finora mi è piaciuto molto (mi restano ancora alcuni suoi libri, quelli dichiaratamente più autobiografici, e li centellino). Il personaggio era in vita e rimane anche da morto affascinante, un uomo molto forte ed allo stesso tempo fragile…Mi ritrovo però in Gary soprattutto nelle sue considerazioni e idee su guerra, pacifismi, buoni/cattivi; sulle sue idee sul bene e sul male, colpa individuale e/o colpa collettiva. Quando ho incontrato questo autore (fu Todorov a farmelo scoprire, almeno per quanto riguarda questo aspetto e poi Jan Brokken) rimasi molto colpita nel rendermi conto che le sue idee corrispondevano a quelle che avevo anche io ma che ovviamente non ero e non sono in grado di formulare altrettanto bene. Lui sapeva esprimere quello che io non ero non ero in grado di trasmettere.

      Pensieri analoghi a quelli di Gary, rispetto a questi temi, li ritroviamo – pur se declinati in altro modo – in altri grandi scrittori e/o grandi testimoni-vittime del “secolo breve” e dei due principali regimi autoritari. Non per nulla Todorov (si, ancora lui) dedica un capitolo del suo Memoria del male, Tentazione del bene a figure del calibro di Vasilij Grossman, Margarete Buber-Neuman, David Rousset, Primo Levi, Germaine Tillion e – appunto – a Romain Gary.

      Per farla breve e piantarla con le divagazioni: spero proprio che Gli aquiloni ti piacerà.
      Ciao e grazie 🙂

      • Ivana Daccò ha detto:

        Per la verità non ho dubbi. Mi piacerà. Anch’io mi ritrovo i Gary; diciamo che mi dà ‘le parole per dirlo” rispetto al bisogno di evitare manicheismi bene male che, confesso, mi mettono a disagio (come è possibile sentirsi assolti?)

      • Renza ha detto:

        Gabrilu, anch’ io ho conosciuto Romain Gary grazie a Todorov e a Brokken ( quest’ ultimo grazie a te). Anch’ io lo ammiro molto, mi affascina nella scrittura e nella personalità . Certo un camaleonte, forse bugiardo, ma che importa? La promessa dell’ alba è un viaggio che il lettore fa con lui, attraverso la storia e i luoghi. Molta emozione e scrittura che conquista. Anche per me è il preferito. La vita davanti a sè fatica a fermarsi al secondo posto, mentre Educazione europea mi è sembrato ancora acerbo, ma …quei boschi in cui si nascondono i partigiani come attirano il pensiero e la riflessione! Già annotati gli aquiloni, dopo la tua recensione 😉.
        Quanto alla pubblicità, sfido a non trovarla nel web.. . Nel tuo blog, se ogni tanto si presenta qualche richiamo, io mi comporto come sono solita fare con i miliardi di disturbi che impazzano ovunque ( per un periodo, la Treccani , prima di presentarti il tema che avevi cercato, ti ” imponeva” pubblicità terribili di prodotti anche rozzi…), ovvero chiudo gli occhi e aspetto che passi. In genere funziona. Ciao e grazie!

        • gabrilu ha detto:

          Renza
          Educazione europea era il suo primo romanzo, ma con che tipo di scrittore si aveva a che fare lo si capiva già molto bene, eh 🙂
          Mi piacerebbe molto che – sempre tu ne abbia voglia – se e quando leggerai Gli aquiloni ci dicessi le tue impressioni.

          Colgo l’occasione per dirti che ho cercato in rete il film israeliano Se questo è amore. L’avrei anche trovato, in streaming ma in siti o non facilmente accessibili o che non mi ispirano molta fiducia dal punto di vista della sicurezza. Mi toccherà aspettare che arrivi anche in italia, poi sarà più facile. In ogni caso stai certa che non me lo farò sfuggire. Il trailer dice già molto, sulla qualità.
          Ciao!

  4. Silvano Calzini ha detto:

    A Vilnius, dove Gary (Kacew) è nato, nel 2007 hanno inaugurato un monumento dedicato a Gary che raffigura un bambino che guarda verso il cielo. In quello sguardo rivolto verso l’alto c’è una grande tensione, come uno spasmodico desiderio di grandezza. Lo stesso che si ritrova nei suoi romanzi e nella sua vita.
    Gary era come quei cristalli che sembrano perfetti e indistruttibili, ma con un punto debole, che se toccato manda in frantumi tutto. Vale la pena ricordare il suo legame con l’attrice Jean Seberg. Si sono sposati nel 1962 e hanno divorziato nel 1970 dopo essersi abbondantemente traditi a vicenda. Si sono suicidati a Parigi a poco più di un anno di distanza l’uno dall’altra. Lei nel 1979 completamente nuda in macchina con una overdose di barbiturici, lui nel 1980 nel suo elegante appartamento di Rue du Bac sparandosi un colpo di pistola in bocca. La prova provata che erano fatti l’uno per l’altra.

    • gabrilu ha detto:

      Silvano Calzini
      Grazie per questo intervento che stimola ad approfondire e, ad esempio, a me ha fatto ricordare questo passaggio di Jan Brokken che riguarda la statua di Vilnius:

      “non è difficile trovare la casa dove Roman è cresciuto, perché all’angolo è stata eretta una statua. Dopo la targa commemorativa, il riconoscimento di Gary in Lituania ha avuto un’accelerazione: una statua e un caffè tappezzato di fotografie dell’aviatore, diplomatico, personaggio pubblico e scrittore. Vilnius ha accolto Roman Kacev tra le sue braccia e annovera il figliol prodigo tra i suoi massimi scrittori, onore condiviso con Czeslaw Miłosz, insignito del premio Nobel nel 1980. […] La statua di bronzo, opera dello scultore lituano Roman Kvintas, rappresenta un ragazzino che guarda il cielo stringendo al petto una scarpa rotta. Lo sguardo ricorda il sognatore, la scarpa rotta evoca i cinque anni della deportazione subita durante la Prima guerra mondiale. È un’immagine efficace nella sua semplicità, e io credo che se Gary l’avesse vista si sarebbe commosso fino alle lacrime.” (Jan Brokken, Anime baltiche)

      Statua Roman Kacew a Vilnius

      Quanto al suo rapporto con Jean Seberg ed al suicidio di entrambi, non so se questa sia “la prova provata che erano fatti l’una per l’altra”, so solo che nella lettera trovata sul sul letto di morte c’era scritto:

      “D-day.
      Nessun rapporto con Jean Seberg. I patiti dei cuori infranti sono pregati di rivolgersi altrove.
      Si può attribuire tutto alla depressione, ma allora bisognerebbe ammettere che dura da quando ho l’età della ragione e che comunque non mi ha impedito di portare a buon fine la mia opera letteraria.
      Allora perché? Forse la risposta va cercata nel titolo del mio libro autobiografico, La notte sarà calma, e nelle ultime parole del mio ultimo romanzo: ‘Perché non si potrebbe dire di meglio’. In fondo ho detto tutto quello che avevo da dire.
      Romain Gary

      Grazie ancora ed a rileggerci, spero

  5. gabrilu ha detto:

    Renza Grazie! E pensare che io sono iscritta da mesi alla cineteca di Milano e non mi era venuto in mente di andarlo a cercare lì, il film! L’ho trovato e lo vedrò al più presto. Non conoscevo invece il sito della cineteca di Bologna, ho dato una breve occhiata panoramica e mi è bastato per vedere che ci sono cose eccellenti.

    P.S. Il tuo commento era finito nello spam, per fortuna me ne sono accorta e l’ho ripescato. WordPress mette nello spam tutti i commenti che contengono più di un link, il motivo è questo. Purtroppo le persone non lo sanno ed io stessa a volte non lo ricordo.
    Ciao!

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