L’INTERPRETE – ANNETTE HESS

Annette Hess, L’interprete (Tit. orig.le: Deutsches Haus, 2013), traduz. dal tedesco Chiara Ujka, pp. 315, Neri Pozza, 2019

Romanzo diventato subito best seller, immediatamente tradotto in una ventina di paesi, L’interprete di Annette Hess ci mette di fronte al trauma ed alla rivolta di una generazione di tedeschi, la “generazione dei Kriegskinder” (i bambini della guerra) che negli anni ’60 dello scorso secolo aveva vent’anni e si era dovuta confrontare con il rifiuto della memoria nella Germania dell’immediato dopoguerra. Una generazione condannata al silenzio perchè ad essa non veniva permesso di porre domande.

La protagonista del romanzo, Eva Bruhns, figlia dei proprietari di un modesto ristorante di Francoforte sul Meno, sta per fidanzarsi con uno dei giovani più ricchi e noti della città quando inaspettatamente e con sua grande sorpresa le viene chiesto dalla Procura di prestare la sua opera di interprete al cosiddetto “secondo processo Auschwitz” (1963) che sta per avere inizio. Devono essere giudicati i crimini di ex ufficiali nazisti e questo diventerà uno dei processi più famosi del mondo. Si tratta infatti del processo di Francoforte

avviato nei confronti di ventidue imputati accusati delle atrocità commesse nel campo di concentramento di Auschwitz tra il 1940 e il 1945; tra di loro ci sono diversi membri della Gestapo e personale medico. Oltre 350 i testimoni chiamati a deporre, la maggior parte ex detenuti polacchi sopravvissuti.
Effettuato negli anni tra il 1963 e 1965, il Processo di Francoforte fu il primo processo per atrocità commesse dai nazisti a svolgersi di fronte ad una corte di giustizia tedesca. A questo proposito, è molto importante tenere presente che dal punto di vista legale questo processo – diversamente da quelli di Norimberga e del primo processo di Auschwitz svoltosi a Cracovia in Polonia nel 1947, che erano stati regolati secondo le leggi internazionali sui crimini di guerra – si svolse secondo le leggi della Repubblica Federale di Germania, il che rese più complicato condannare alcuni imputati che potevano essere accusati solo di fatti specifici, commessi singolarmente.

Alla fine vennero decretati sei ergastoli, dieci pene detentive e tre proscioglimenti, ma tra condoni e remissioni, la maggior parte degli accusati non scontò mai pienamente la pena inflitta.

A subire maggiormente lo choc delle rivelazioni che emergevano dai documenti e dalle testimonianze dei sopravvissuti fu la generazione che durante la guerra era appena nata, e alla quale i genitori avevano nascosto i fatti che avevano coinvolto molti di loro.

Gli imputati dai volti e dalle professioni rispettabili sono accusati di aver picchiato, torturato, umiliato, ucciso con il gas, milioni di persone. Ma la guerra è finita, la Germania ha una gran voglia di lasciarsi alle spalle il passato e di ricominciare…Lo stesso Cancelliere tedesco Konrad Adenauer, grande fautore della fine dei processi di denazificazione, ha dato il via libera ad una serie di leggi di amnistia, nomina capo del suo staff un ufficiale nazista e fa pressione per il rilascio dei criminali di guerra…Questo il contesto in cui si sviluppa il romanzo.

Eva conosce bene il polacco, ha seguito studi da interprete, e normalmente viene incaricata dall’agenzia per cui lavora di tradurre colloqui e documenti commerciali.

Il Tribunale – essendo l’interprete polacco incaricato rimasto bloccato in Polonia per una questione burocratica di visti ed essendo dunque impossibilitato a presenziare al processo – considerata l’emergenza la contatta per proporle di sostituirlo e di fare da interprete durante le udienze del processo assicurando la traduzione istantanea delle deposizioni che verranno rese dagli ex detenuti polacchi sopravvissuti al campo di sterminio. Senza interprete, non si potrà che esser costretti a rinunciare alle testimonianze dei polacchi.

Eva è stupita e perplessa, fino a quel momento si è occupata solo ed esclusivamente di cause legali per risarcimento danni, contratti e faccende economiche, transazioni commerciali e non è certa di essere in grado di svolgere al meglio questo incarico che la obbliga – di questo si rende subito conto – ad appropriarsi di un vocabolario e di una terminologia che le è estranea, ma soprattutto ignora totalmente il passato, ignora tutto dell’esistenza dei campi, dello sterminio, della Shoah. Oggi una cosa del genere a noi può sembrare incredibile, ma in quegli anni, la realtà in Germania era questa. Eva non rappresenta affatto una anomalia o un caso isolato. I giovani non sapevano. Inoltre, quando comunica la notizia alla famiglia ed al fidanzato si rende immediatamente conto, con stupore, delle vivaci reticenze che suscita e della decisa contrarietà di tutti coloro che le sono vicini non solo a che lei accetti la proposta del Tribunale ma anche a rispondere a qualsiasi domanda che lei rivolge ai genitori, al fidanzato, ai parenti del fidanzato su quel passato che tutti sembrano decisi a voler seppellire una volta e per tutte come se non fosse mai accaduto.

“Annegret, dovrei accettare l’incarico? Voglio dire, tradurre in quel processo? È…’. ‘Ho capito. Io non lo farei. O vuoi contribuire anche tu a diffondere quella raccapricciante fandonia?’. ‘Quale fandonia? Cosa intendi?’. Annegret si alzò, rigida e muta, e uscí senza salutare.”

Eva però a questo punto decide di seguire il proprio istinto ed accetta l’incarico.
Le si apre allora davanti il lungo e doloroso percorso di una presa di coscienza che coinvolge anche la sua famiglia e non solo, perchè si rende conto che coinvolta è, di fatto la stragrande maggioranza della società tedesca del tempo.

” ‘Papà, in questo lager venivano uccise migliaia di persone al giorno’. Eva notò meravigliata che la sua voce suonava quasi rabbiosa. ‘Chi lo dice?’. ‘I testimoni’. ‘Dopo tutti questi anni, i ricordi possono essere confusi’. ‘Quindi credi che mentano?’. Eva era sgomenta, non aveva mai visto suo padre cosí sulla difensiva.”

Procedendo con un ritmo che da lento diventa progressivamente sempre più serrato e coinvolgente, il romanzo cattura per l’empatia crescente che questa giovane donna suscita via via che il processo – con le sessioni che diventano sempre più drammatiche con l’avvicendarsi delle testimonianze dei sopravvissuti – la costringe a dover costruire (o ricostruire dalle fondamenta) la propria individualità e la propria coscienza in un Paese in cui ricordare, (ri)conoscere il passato o anche solo ammetterlo vuol dire ipotecare fortemente il futuro.

Nel libro i fatti processuali vengono narrati da Eva, ma le angolazioni da cui seguiamo le vicende sono molteplici: oltre a ciò che riguarda la protagonista, seguiamo le accuse del pubblico ministero, la disapprovazione della famiglia di Eva, le parole dolorosissime dei testimoni sopravvissuti alle atrocità dell’olocausto.

Il processo cambierà per sempre la vita di Eva Bruhns. All’inizio del libro abbiamo una giovane donna completamente ignara di fatti tanto gravi appartenenti ad una delle pagine più crudeli della storia tedesca, Eva è solo una giovane donna innamorata. La sua preoccupazione maggiore è quella che Jürgen, il fidanzato che sta per presentare alla famiglia, piaccia ai genitori e chieda la sua mano.

I primi contatti con l’ambiente del Tribunale sono di estraneità e di quasi indifferenza. L’estraneità iniziale lascia però ben presto il passo all’incredulità prima, ad un crescente sgomento poi. Diventa difficile scontrarsi con una realtà che, via via, si trasforma sempre più in verità. Eva è costretta a imparare parole di cui ignorava l’esistenza e che fanno venire gli incubi solo a pronunciarle; spesso è costretta a consultare vocabolari, a chiedere al testimone di ripetere per favore ciò che ha appena detto, Eva non può credere di avere davvero sentito quello che ha sentito…Forse non ha capito bene?

Si sente inadeguata: i familiari le imputano di voler sapere troppo, le figure processuali (il Procuratore Capo, il Procuratore Generale, gli avvocati, persino la segretaria) la disprezzano perché non sa nulla.

“David rispose senza guardarla: ‘Siete tutti cosí ignoranti’. ‘Come, scusi?’. ‘Per quanto vi riguarda, nel ‘ 33 in Germania è atterrata un’astronave con dentro degli omini marroni, vero? Nel ’45 si sono poi imbarcati di nuovo, dopo aver costretto voi poveri tedeschi ad accettare il fascismo’.”

Ma la durezza della prova la renderà solida e capace di ricucire parzialmente le fratture del passato e la verità dei sentimenti.
I suoi genitori, proprietari del ristorante Deutsches Haus, (la Casa Tedesca del titolo originale del romanzo), si mostrano decisamente contrari alla strada presa dalla figlia, contrario è lo stesso fidanzato di Eva, Jürgen, ancorato alla convinzione che una donna non debba lavorare se il futuro marito si può permettere di mantenerla.

“Gli era sembrata una ragazza tranquilla, all’antica, ingenua. Si sarebbe lasciata guidare, sarebbe stata sottomessa al marito.”

La giovane però non si lascia dissuadere e va avanti.

Eva è figlia di un omertoso dopoguerra, di un boom economico in cui si è disperatamente tentato di seppellire il passato.
Ascoltando le scioccanti testimonianze dei processi, però, il suo pensiero corre continuamente ai genitori e ai motivi per cui nella sua famiglia non si parla mai della guerra e di ciò che accadde. Perché sono tutti così restii ad affrontare l’argomento? Lentamente Eva si rende conto che non solo i colpevoli sono stati colpevoli, ma anche coloro che hanno collaborato, in silenzio, rendendo possibile l’inferno dei campi di concentramento. A poco a poco comincia a rendersi conto del fatto che tra quelli che non hanno mai alzato la voce per protestare, rendendosi complici, potrebbero esserci persone a lei molto vicine…
E per quanto riguarda la trama, è meglio che io mi fermi qui.

I personaggi del romanzo sono tutti di grande spessore, in grado di dare vita a un autentico ritratto non solo della Germania post-bellica ma anche dei complessi rapporti interfamiliari, mostrando quanto sia sottile la linea che separa l’accettazione dalla negazione. Tutti i personaggi intorno ad Eva – i genitori, la sorella maggiore Annegret, il fidanzato Jürgen e suo padre – hanno qualcosa da nascondere e per ciascuno di loro non si tratta di cose di poco conto. In famiglia, solo il fratellino Stefan non ha nulla da nascondere: la sua età anagrafica lo ha salvato dal vivere i tremendi anni del nazismo.

“Si mise in mezzo al brutto tappeto della stanza e guardò dritto verso Eva: ‘Ma cosa hanno fatto mamma e papà’. Eva rispose: ‘Niente’. Come avrebbe potuto spiegare al fratello quanto fosse vera quella risposta?”

Personaggio molto bello, che compare poco ma ha un ruolo molto importante nella presa di coscienza di Eva è il signor Jaschinsky, il detenuto polacco che ad Auschwitz veniva utilizzato come barbiere (“il suo numero era 24981”), quello il cui compito principale era di rasare a zero le prigioniere appena giunte al campo…

” […] gli chiese perplessa che cosa fosse successo. Lui non rispose. ‘Cosa voleva quella donna?’. Gli posò una mano sul braccio. Il signor Jaschinsky si calmò un po’. ‘Cosa voleva da lei?’. Lui distolse lo sguardo dalla finestra. ‘Conforto. Voleva che la confortassimo’.

Il romanzo è una riflessione sulla colpa, sull’impegno, sulla responsabilità. Un’analisi sul labile confine delle responsabilità tra chi commette materialmente un delitto e chi resta a guardare senza opporsi, ed a me (piccola digressione) più volte ha fatto tornare in mente molte pagine di quel Gli incolpevoli dell’austriaco Hermann Broch del quale avevo parlato >>qui. Come quantificare e dove fissare la differenza delle responsabilità esistente tra chi commette un delitto e chi resta a guardare senza opporsi?

” ‘Noi non abbiamo mai fatto male a nessuno’, ma l’affermazione suonò come una domanda”

Il tema è forte, ed inchioda una nazione intera. Chi sapeva non ha parlato, chi ha intuito non è andato a fondo. Nel quadro che viene fuori dal romanzo di Annette Hess non si salva nessuno.

Il processo di Francoforte fu, in realtà, un processo nel processo. Quello specificatamente giuridico contro gli imputati, certo, ma anche un gigantesco processo sociale contro l’indifferenza e la negazione di una nazione nella quale però, accanto a quella parte di tedeschi che ha vissuto e continua a vivere senza esporsi al proprio passato ed ha il solo obiettivo di dimenticare ne esiste un’altra che, invece, di quel passato vuol farsi ampiamente carico perchè sa che solo affrontandolo ed elaborandolo potrà sperare di esorcizzarlo. Non in modo indolore, perchè ammettere, ricordare condanna a convivere con quel passato anche i figli, i nipoti e i pronipoti di chi è sopravvissuto e di chi ha commesso il male.

L’interprete affronta la parte processuale e le testimonianze e include anche un viaggio ad Auschwitz, ma a mio parere è importante sottolineare il fatto che l’autrice non insiste molto sulle descrizioni delle atrocità che avvenivano nel campo e non calca la mano sui dettagli. Preferisce descrivere le reazioni che questi racconti raccapriccianti dei sopravvissuti suscitano nell’interprete. In un lungo colloquio letterario con la Maison Heinrich Heine di Parigi Annette Hess ha ricordato che esiste tutta una serie di romanzi su Auschwitz che secondo lei “utilizzano l’orrore per soddisfare voglie voyeuristiche”. Dice che ne ha sfogliati alcuni e che nel suo romanzo non ha voluto utilizzare quei tragici destini o quei crimini per provocare brividi di piacere lungo la schiena di certe persone. Aggiunge che tra i commenti che parecchi lettori hanno lasciato su Amazon se ne leggono alcuni che si lamentano scrivendo “ma in fondo, in questo libro non è che ci siano tanti morti…se ne parla troppo poco…” Per loro, il non essere abbastanza violento è un difetto del libro. Bisogna fare molta attenzione a scrivere libri su questo tema, dice Hess. Ed io non potrei essere più d’accordo.

L’interprete è essenzialmente un romanzo sul trauma di chi si trova a sbattere contro il muro dell’indicibile. Contro un muro di silenzio.

Su questo tema del silenzio, della memoria negata spero di tornare presto.

Annette Hess

Annette Hess è sceneggiatrice pluripremiata di serie tv di grande successo. L’interprete è il suo primo romanzo.

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  • Scheda del libro >>
  • In questo video della Maison Heinrich Heine Paris, un lungo e interessante incontro letterario con Annette Hess che consiglio di guardare per intero perchè in esso l’autrice racconta della genesi del romanzo, parla delle figure della sua stessa famiglia cui ha fatto riferimento, descrive la situazione della Germania di oggi. In tedesco con sottotitoli in francese. >>

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16 risposte a L’INTERPRETE – ANNETTE HESS

  1. barbaratagliavini ha detto:

    Un altro argomento e un periodo storico importantissimi da conoscere, studiare e su cui riflettere.
    Ciò che tu e l’autrice del libro rivelate, ossia l’innocente ignoranza della nuova generazione del dopo guerra, così come l’omertà di chi gli abomini della guerra li aveva vissuti e ben li ricordava, sono cose vere.
    Ricordo d’aver visto diversi anni fa un interessante documentario a proposito, i cui protagonisti (una giovane coppia di innamorati, diventati poi attivisti chiave nel movimento della divulgazione della verità, ma i cui nomi, ahimé, mi sfuggono al momento) inizialmente ignari e tenuti astutamente lontani dalle proprie famiglie dalle brutture del periodo bellico, scoprirono con un senso di shock i crimini, se non altro d’indifferenza, di cui si erano macchiati solo pochi anni prima i propri parenti. E, come già scritto, dedicarono la loro vita a combattere questa voglia, solo parzialmente comprensibile, delle generazioni più adulte di spazzare tutto sotto un tappeto.

    Più che per punire chi aveva preso parte o chiuso un occhio davanti a certe cose, fare luce sull’accaduto deve essere stato fondamentale per i giovani del dopo guerra per comprendere il proprio passato e le proprie radici; per costruire una nuova società sulla consapevolezza.

    Altro consiglio di lettura che mi attira parecchio 😊.

    • gabrilu ha detto:

      barbaratagliavini
      eh, si. La memoria negata. Hai ben sintetizzato definendo i due poli dell’ “innocente ignoranza” e dell’ “ignoranza omertosa”.
      Il documentario di cui parli mi incuriosisce/interessa parecchio, ci ho pensato ma non mi pare di conoscerlo. Ti viene in mente qualcosa, tipo nazionalità (era un documentario tedesco oppure…), il nome di qualche attore-protagonista- personaggio o regista o insomma qualcosa da cui partire per fare qualche ricerca?
      Ed infine tu parli di “comprendere il proprio passato … per costruire una nuova società sulla consapevolezza”.
      I tedeschi ad un certo punto questo sforzo doloroso hanno cominciato a farlo, pur tra mille ostacoli e difficoltà ma hanno cominciato a farlo, ed oggi i risultati si vedono.
      Io penso all’Italia, che ancora non ha smesso di cercare di nascondere sotto il tappeto la monnezza del proprio passato fascista e della zelante alleanza con il regime hitleriano. Ed anche in questo caso, i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Un solo esempio: fino appena qualche anno fa la Risiera di San Sabba la conoscevano in pochi, ed in ogni caso veniva spacciata come un semplice (!) campo di smistamento (come se poi non si sapesse e non avesse importanza quel “dove” verso il quale la gente veniva smistata) e non si diceva che era anche un campo di morte con tanto di forno crematorio ben funzionante…
      Per dire. Ma ce ne sarebbe tanto di altro, da dire.

      • barbaratagliavini ha detto:

        Tu non sai quanto mi stia dannando ogni giorno per cercare di ricordare più dettagli del suddetto documentario, mannaggia!
        Si trattava quasi sicuramente di un documentario di BBC4; le immagini erano tutte reali, nel senso che non vi erano ricostruzioni interpretate da attori; i due soggetti in questione erano due giovani intellettuali, lui certamente di origine ebraica, lei francese, mi pare.
        Mi sto scervellando per ricordare i nomi e ho tentato di fare anche qualche ricerca su internet, ma senza successo finora.
        All’epoca della visione di questo documentario io stessa ignoravo la situazione di omertà, la volontà un po’ facilona di voler dimenticare e volersi distanziare dagli orrori della guerra, ed ero piena di ammirazione per questi giovane coppia che ha portato avanti una vera e propria battaglia all’insegna della verità.
        Io confido in qualche tua lettrice o lettore più ferrati di me su questo argomento, affinché riescano a riconoscere attraverso i miei alquanto scarsi dettagli l’identità di queste due persone così fondamentali per il periodo post bellico.

        • gabrilu ha detto:

          barbaratagliavini vedrai che quando meno ce lo aspettiamo, cara Barbara, il mistero verrà svelato. O perchè a me o a te prima o poi si accenderà una lampadina in testa 🙂 oppure perchè qualche caritatevole visitatore o visitatrice ci illuminerà.
          Intanto, tu hai gettato il seme 🙂

        • blogdibarbara ha detto:

          A occhio direi Serge e Beate Klarsfeld.

          • barbaratagliavini ha detto:

            Oddio, credo che tu abbia ragione! Vado subito a verificare. Grazie, soprattutto per essere riuscita a districarti attraverso i miei confusi e vaghi ricordi. 👏👏

          • gabrilu ha detto:

            blogdibarbara
            Dovrebbe (potrebbe?) trattarsi del documentario citato in questo articolo del sito Fondation pour la Mémoire de la Shoah e di cui viene riportato un piccolo stralcio

            https://www.fondationshoah.org/memoire/serge-et-beate-klarsfeld-guerilleros-de-la-memoire-un-film-delisabeth-lenchener

            Sullo stesso sito si parla anche del libro che è la laoro autobiografia incrociata
            Beate et Serge Klarsfeld “Mémoires”, ed. Fayard/Flammarion
            Adesso ricordo, anche se vagamente, di aver sentito parlare di loro (“cacciatori di nazisti”) ai tempi del processo contro Klaus Barbie
            In ogni caso grazie per il prezioso indizio e per aver riacceso la lampadina della mia memoria 🙂

          • barbaratagliavini ha detto:

            https://www.theguardian.com/lifeandstyle/2015/may/30/the-family-firm-that-hunts-nazis
            Ho trovato questo articolo del 2015 tratto da The Guardian, ma non si fa cenno al documentario di BBC4 risalente ormai a tanti anni fa. Ma poco importa ora, visto che l’identità dei due personaggi è stata rivelata dall’acume di una tua lettrice (ed io ne ho riconosciuto i volti appena viste le foto).
            Personalmente, più che come cacciatori di nazisti io li ricordavo come fautori di quel movimento che ha portato a galla ciò che la Germania tentava disperatamente di dimenticare, ma mi è ora chiaro che il loro lavoro è andato ben oltre, trasformandosi da mera opera di divulgazione ad attivismo “hands on”.
            Ricordi farraginosi che ora grazie a voi posso chiarire ed approfondire.

          • blogdibarbara ha detto:

            A proposito del “riportare a galla” c’è lo strepitoso episodio del ceffone in parlamento.
            Se posso permettermi di autocitarmi: https://ilblogdibarbara.wordpress.com/2012/03/18/beate-klarsfeld/
            Interessante il commento di Alessandro Matta, che aggiunge un’informazione che non conoscevo.

  2. Francesca Righi ha detto:

    I libri di Sebald sull’argomento tra i più belli che abbia letto. Sempre preziosi i tuoi suggerimenti

  3. Ivana Daccò ha detto:

    ‘Ma cosa hanno fatto mamma e papà’. Eva rispose: ‘Niente’. Come avrebbe potuto spiegare al fratello quanto fosse vera quella risposta?”
    Non so se lo desidero, forse no, ma leggerò questo libro.

  4. newwhitebear ha detto:

    L’anteguerra, la guerra e il post conflitto sono sempre stati ignorati o tendenzialemte è stato così. I nostri libri di storia, ammesso che sia insegnata ancora a scuola, si fermano alla grande guerra. Quello che viene dopo è sepolto nell’oblio. Questo romanzo, almeno credo, denuncia questa omertò del proprio passato.

    • gabrilu ha detto:

      newwhitebear sono lontana dal mondo della scuola di oggi, non ho la minima idea di cosa e di come si insegni la storia oggi. Ai miei tempi si arrivava a completare la Prima Guerra mondiale e non si andava oltre, ma almeno fin lì lo studio era abbastanza approfondito. Oggi non so.
      La tipologia di silenzio cui mi riferisco nel post, cui fa riferimento il romanzo della Hess è un silenzio molto specifico e particolare, che non a caso solo in tempi realtivamenti recenti ha cominciato a diventare sempre meno impenetrabile.

      • newwhitebear ha detto:

        Certo anch’io ho studiato la storia in modo approfondito fino alla prima guerra mondiale ma a quei tempi era vietato parlare del ventennio, delle camere a gas, della seconda guerra mondiale. Quindi il libro non fa altro che mettere in risalto questa anomalia e vuoto di memoria.

  5. Ivana Daccò ha detto:

    Oltre alla recensione di questo libro, che è bene abbia una grande accoglienza, sto apprezzando molto la documentazione che si sta creando, a seguito di quanto da te proposto. Sempre dovendo riflettere sulla fatica che costa, e sugli scarsi e faticosi risultati, di un percorso di conoscenza e di verità da parte degli italiani della propria storia.

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