CHARLES DICKENS – PETER ACKROYD

Dickens Museum Londra
A posthumous portrait of Dickens and his characters; Dickens’s Dream, 1875 (oil on canvas), Robert William Buss (1804-75)
Charles Dickens Museum, London, UK

“La sfida è questa: far sì che una biografia diventi uno strumento di vera conoscenza. Trovare in un giorno, in un attimo, in un’immagine o in un gesto fuggente la vera fonte e origine della creatività dell’autore, e scorgere in simili dettagli i segni del passaggio di un’epoca.” (Peter Ackroyd)

Il 9 giugno 1870 Charles Dickens muore a cinquantotto anni a Gads Hill, la sua casa a Higham, nel Kent. La notizia del suo decesso fa subito il giro del mondo. Negli Stati Uniti, Longfellow, il poeta più famoso del secondo Ottocento americano, dichiara di non aver mai assistito a un cordoglio tanto diffuso per la morte di un autore, con “il Paese intero colpito dal lutto”. Ma forse non c’è da stupirsi, per un Paese che aveva accolto l’arrivo delle ultime pagine della Bottega dell’antiquario gridando: ´La piccola Nell è morta?’. Carlyle scrisse: “E’ un evento di portata mondiale, un talento unico si è spento di colpo”. Il giorno successivo alla sua dipartita, il Daily News sentenzia: “E’ stato senza dubbio il romanziere di quest’epoca. Nei suoi ritratti di vita contemporanea i posteri individueranno con più chiarezza che nelle testimonianze coeve gli aspetti esistenziali del XIX secolo”. In Inghilterra l’opprimente senso di perdita attraversa tutte le classi sociali, in primo luogo la classe lavoratrice che si è sentita ampiamente rappresentata nelle sue opere. La percezione generale è che l’anima stessa del popolo inglese, il suo umorismo e la sua malinconia, la sua baldanza e la sua ironia, abbiano trovato una piena espressione nei romanzi di Dickens.

La vita di Charles Dickens è una storia di miseria e povertà, di bancarotta, prigione e lavoro minorile forzato, prima di giungere alla fama e alla gloria, proprio come accade nei suoi più celebri romanzi. Nella splendida, monumentale biografia di quello che è forse il suo autore preferito Peter Ackroyd offre una nuova visione della straordinaria vita di Dickens, ricercandone sempre l’eco nell’opera:

“La sfida è questa: far sì che una biografia diventi uno strumento di vera conoscenza. Trovare in un giorno, in un attimo, in un’immagine o in un gesto fuggente la vera fonte e origine della creatività dell’autore, e scorgere in simili dettagli i segni del passaggio di un’epoca.”

I romanzi di Dickens sono infatti pieni di riferimenti sui luoghi in cui ha abitato, popolati di personaggi che conosceva personalmente e intrisi delle preoccupazioni che lo tormentavano.

Ackroyd, tuttavia, non si limita a raccontare la vita del più famoso scrittore londinese, ma traccia un quadro straordinario della Londra vittoriana in cui Dickens si muoveva: i sobborghi e le periferie, l’arrivo delle ferrovie, gli effetti della rivoluzione industriale e l’espansione dell’impero britannico. “Londra, il Grande Forno. La Pezza per la Febbre. Babilonia. La Grande Cisti. […] il decenne Charles Dickens entrò nel suo regno”.

Sconsiglio la lettura di questo libro di Ackroyd a chi non abbia mai letto nulla di Dickens o soltanto un paio dei suoi romanzi, perchè la biografia è strettamente intrecciata alla bibliografia di Dickens e mostra con decine di citazioni le corrispondenze tra dettagli della vita di Dickens (luoghi, idiosincrasie, ossessioni, predilezioni) con passaggi specifici delle sue opere.

Solo alcuni esempi:

– Gli spazi ristretti: “Si direbbe che Charles Dickens abbia trascorso metà della sua infanzia in stanze anguste, e non a caso nella sua narrativa capita di trovare mansarde, camere ammuffite, salotti, cucine minuscole, quantità di ambienti che suggeriscono come il suo mondo romanzesco funzionasse meglio negli spazi ristretti che aveva conosciuto da bambino”

– L’amore infantile per il teatro e la pantomima, il Dickens adulto che riempie le sale recitando i suoi romanzi davanti a folle di pubblico pagante ed entusiasta, scene che ritroviamo in molte pagine del Pickwick e non solo: “Sua figlia una volta osservò che quando scriveva i suoi romanzi arrivava a recitare le parole davanti a uno specchio prima di metterle su carta. Inevitabile che finisse per leggere le parole dei suoi romanzi davanti al pubblico inglese e americano. Non abbandonò mai questo retaggio”.

– Il lavoro, appena dodicenne e con uno stipendio da fame, nella fabbrica di lucido da scarpe, un’esperienza traumatica che lo segnò per tutta la vita e che ritroviamo in Oliver Twist

“l’episodio lo tormentò: l’immagine del lucido per scarpe compare nel Circolo Pickwick e si ripresenta fino all’ultimo romanzo, Il mistero di Edwin Drood. Vasetti di lucido, spazzole, pubblicità di nero per scarpe, persino un magazzino, vengono citati nei romanzi di Dickens come per un patto segreto tra la narrativa e il suo io più intimo, come se nella reiterazione di quell’episodio l’autore volesse segnalare la fonte della sua forza.”

– Le famiglie nei suoi romanzi: “Le calamità che lo scrittore fece piombare sulle sue famiglie romanzate: il numero dei membri in rapido aumento, i debiti, le minacce di azioni legali sottintendono l’atmosfera di tensione, quando non proprio di angoscia, ben nota al giovane Dickens”

– La prigione, gli edifici della prigione, i debiti: come il padre di Dickens arrestato per debiti, anche William Dorrit padre della piccola Amy Dorrit finisce in carcere per lo stesso motivo e nel Circolo Pickwick troviamo ancora il carcere per gli insolventi

“Ma la prigione è ancora più centrale: certe volte, nella sua narrativa, il mondo intero è descritto come una sorta di carcere, e i suoi abitanti come dei carcerati. Anche le case dei suoi personaggi sono spesso paragonate a delle prigioni, e le ombre della reclusione, della punizione e della colpa si allungano sulle sue pagine.”

– E i bambini? “ogni romanzo ci lascia con l’immagine del bambino che ancora aleggia da qualche parte. Insicuro, maltrattato, affamato, fragile, malaticcio, oppresso, colpevole, piccolo, orfano. Ovviamente, nelle pagine di Dickens troviamo anche bambini in salute ma, come gli scolari della Bottega dell’antiquario, sono solo degli attori. I suoi bambini sono in qualche modo separati dal mondo, obbligati a tenere le distanze” […] “importante, comunque, è il fatto che l’infanzia agli occhi di Dickens venga sempre associata all’esperienza del terrore improvviso e della paura inspiegabile, proprio come il sangue di Scrooge era ‘consapevole di una sensazione terribile cui era estraneo dall’infanzia’.”

Mettendo insieme il sapere di un erudito molto documentato e il talento di romanziere, Ackroyd è convinto che conoscere l’uomo Dickens e i dettagli della sua vita aiuti a comprendere i suoi scritti. Ma la cosa più importante è che la vita di Dickens è in sè stessa appassionante, ricca di momenti commoventi, tragici ma con una potente vena di comicità sempre presente.

Una sola cosa mancò nella vita di Dickens: la serenità. La sua personalità dalle infinite sfaccettature, nonostante venga scandagliata approfonditamente, risulta in realtà inafferrabile e conserva ancora una parte di mistero.

Le camminate, l’ossessione per i traslochi, il gusto per i viaggi, sono caratteristiche che lo contraddistinguevano; la sua teatralità, il suo infantilismo, la sua curiosità morbosa, la sua natura camaleontica pronta ad adattarsi alle più impervie circostanze. E soprattutto lo caratterizza l’irrequietezza, la continua e spasmodica ricerca di qualcosa di più, di oltre, di nuovo, di diverso.

Scrittore dalla genialità pirotecnica, attore mancato, artista di strada, improvvisatore, grandissimo interprete della sua gente e del suo tempo, travagliato da continua inquietudine e insoddisfazione, Dickens ha rappresentato nelle sue opere i limiti e le storture di tutto il genere umano.

Immagine

Ackroyd ci regala una biografia potente ed appassionante, di altissima qualità che, pubblicata nel 1990, ottenne immediato enorme successo in Inghilterra e Stati Uniti mentre rimase praticamente ignorata in Italia. Ora il libro è stato reso finalmente disponibile in italiano dalla casa editrice Neri Pozza in occasione del 150° anniversario della morte di Dickens del 2020.

Più della stessa regina Vittoria, Charles Dickens appare, in queste pagine, il rappresentante illustre di un’epoca non perché ce ne restituisce semplicemente la testimonianza, ma perché percepisce, saggia, proclama, nella sua narrativa, le svolte e i passaggi fondamentali di un secolo, sino al punto che la sua stessa vita si trasforma in “un simbolo di quel periodo”.

” […] coloro che andarono a vegliarlo a Westminster Abbey. Nel seppellirlo e nell’ornare la tomba di rose e altri fiori, presero simbolicamente atto della fine di un’epoca di cui lui era stato un rappresentante illustre: più di Palmerston, ormai morto; più di Gladstone, che viveva con disagio il rapporto con un periodo ancora da venire; e più della regina Vittoria stessa che, a differenza di Dickens, non aveva assistito a tutte le fasi di transizione del secolo. Dickens aveva fatto ben più che testimoniare di quei passaggi: li aveva percepiti, saggiati, proclamati nella sua narrativa.”

A COLLOQUIO CON LA REGINA VITTORIA

” […] ebbe un colloquio con la regina a Buckingham Palace, su richiesta della stessa sovrana. Benchè zoppo, fu costretto dal protocollo a restare in piedi per tutta la durata dell’udienza, mentre la regina era appoggiata al bracciolo di un sofà. A Dickens la donna parve ´inaspettatamente timida’, […] e ´dai modi fanciulleschi’. Nel suo diario la regina lo descrisse come ´molto simpatico, dalla voce e dalle maniere gradevoli’. E di che cosa parlarono? Del problema della servitù. Del sogno di Lincoln prima che fosse ucciso (un tema che Dickens non era mai stanco di affrontare). Delle letture pubbliche di Dickens. Della volta in cui, tredici anni prima, la regina aveva assistito a una messa in scena dell’Abisso di ghiaccio. Del punto di vista americano sui feniani. Dell’istruzione nazionale. Del prezzo della carne fresca. Fu così che conversarono i due più grandi rappresentanti dell’età vittoriana, come se non fossero consapevoli del posto che occupavano nella storia del loro tempo. Più avanti iniziò a circolare la voce che a Dickens fosse stato offerto il titolo di cavaliere o addirittura quello di pari, ma non esistono prove che possano dimostrarlo; lo scrittore aveva comunque deciso che sarebbe rimasto ciò che era sempre stato: Charles Dickens.”

Peter Ackroyd  Charles Dickens
Peter Ackroyd, Charles Dickens
traduz. Luca Briasco e Simona Fefè
pp. 592, Neri Pozza
Peter Ackroyd
© Charles Hopkinson
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Una risposta a CHARLES DICKENS – PETER ACKROYD

  1. newwhitebear ha detto:

    Dickens è un grande autore. Uno scrittore che può essere amato oppure odiato senza mezze misure. Nei suoi libri mostra un spaccato dell’Inghilterra a volte dissacrante e impietoso. Di lui ho letto molto. Non tutto perché la sua produzione è stata piuttosto vasta. Accanto a quelli più famosi anche altri che hanno avuto in Italia un seguito inferiore come la Piccola Dorrit, Tempi difficili, il nostro comune amico o Nicolsa Nickleby. Come molti dei suoi racconti. Non amo molto leggere le biografie di personaggi celebri perché danno una versione soggettiva del personaggio.

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