LA CONTESSA – BENEDETTA CRAVERI

Benedetta Craveri La Contessa

Benedetta Craveri, La contessa. Virginia Verasis di Castiglione, pp. 452, 20 ill. b/n e col., Adelphi, 2021

“LE EGUAGLIO PER NASCITA

LE SUPERO PER BELLEZZA

LE GIUDICO PER INGEGNO”

Personaggio potentemente romanzesco degno della penna di un Balzac fu la marchesa fiorentina Virginia Oldoini (1837-1899) coniugata con il torinese Francesco Verasis, conte di Castiglione.

Zola la prese come modello per il personaggio della bellissima ed ambigua italiana Clorinde Balbi nel romanzo Son excellence Eugène Rougon. Le biografie di Robert de Montesquiou (La divine comtesse, prefazione di Gabriele D’Annunzio, 1913) e La Castiglione di Alain Decaux (1953) ne avevano autenticato la leggenda, di lei si credeva di sapere tutto. Ed invece, molto restava ancora da scavare e da capire. Ciò che questo libro di Benedetta Craveri ci rivela di lei risulta al tempo stesso affascinante e respingente, interessante e profondamente inquietante, definitivo e inafferrabile.
Virginia Oldoini Verasis Contessa di Castiglione (o, come veniva chiamata con uno dei tanti soprannomi Ninny, Niny, Nicchia, Ninì- tutti diminutivi di “Virginicchia”) rimane nonostante tutto, come dice la stessa Craveri, “una figura destinata comunque a rimanere inafferrabile. Un vero e proprio enigma”. E proprio da questo, probabilmente, scaturisce la sua ancora potente fascinazione.

Benedetta Craveri, già autrice di memorabili ritratti di alcune grandi dame e cavalieri del Settecento francese illuminista e libertino e della civiltà dei “salotti” in cui con la conversazione regnavano con suprema eleganza intellettuale ricostruisce la sua vita: l’infanzia e l’adolescenza di Virginia “prima che Virginia diventasse Virginia”, la sua fulminea ascesa nel mondo dell’aristocrazia, della politica e dell’alta finanza ed infine la lunga e drammatica caduta, vera e propria “discesa agli Inferi”.

Virginia Verasis, contessa di Castiglione, aveva solo diciott’anni quando si era vista affidare dal Governo piemontese – personalmente da Cavour – la missione di “coqueter et seduire” (civettare e sedurre) Napoleone III “ove d’uopo”.
“Réussissez… par les moyens qu’il vous plaira, mais réussissez”, “Riuscite, con i mezzi che preferirete, ma riuscite”, le ordinò notoriamente suo cugino Cavour, “il solo uomo che le abbia mai ispirato una qualche soggezione”.
Tutti i mezzi erano buoni – anche la bellezza e la disinvoltura erotica che Cavour aveva acutamente percepito nella giovanissima contessa – per fare progredire la causa dell’unificazione italiana ed ottenere il sostegno della Francia nel conflitto che opponeva il Piemonte all’Austria. Il prezzo pattuito con Cavour per la missione affidatale era un incarico diplomatico di prestigio per il padre, il marchese Oldoini. Cavour accondiscese, anche se di malavoglia, perchè considerava il marchese “un imbecille”.

Una volta approdata in Francia le cose non vanno certo per le lunghe: la bella italiana diventata senza perder tempo l’amante dell’Imperatore e l’idolo del Tout-Paris ha poi attraversato gli anni del Secondo Impero e della III Repubblica come una diva in tournée, inseguita da nugoli di amanti ai suoi ordini, sempre attenta ad immortalare la sua eccezionale bellezza con centinaia di foto (se ne contano almeno quattrocento) destinate a segnare la sua epoca e la storia della fotografia. Poi, con l’avanzare dell’età, ha affrontato il declino con la dignità di un’eroina tragica.

Dignità? Eroina tragica? Questo libro racconta però anche un’altra storia. Con una scrittura brillantissima, basandosi su numerosissimi documenti inediti, circa duemila pagine di archivio, facendo parlare soprattutto la Contessa attraverso le sue lettere e i suoi diari scritti in francese, italiano in una particolarissima lingua meticcia che fonde le due (più sprazzi di inglese e di tedesco – Virginia conosceva e parlava fluentemente cinque lingue) e in una grafia difficilissima da decifrare Benedetta Craveri delinea il ritratto di una donna ossessionata dal desiderio di libertà, che rifiuta qualsiasi tipo di assoggettamento agli uomini e che questa libertà persegue con una volontà di ferro e spesso con autentica ferocia.

Non curandosi delle regole del secolo borghese, la Contessa non rinuncia mai alla propria indipendenza, fedele unicamente alle proprie mutevoli passioni. Ricostruendo questo destino, grazie alla sua stessa testimonianza fornita dalle numerosissime lettere e di quelle dei suoi genitori e di coloro che le furono più vicini, Benedetta Craveri ci convince che il motto della Castiglione “Moi, c’est moi”, non è tanto una rivendicazione protofemminista quanto il grido di una personalità insaziabile e feroce. Un’eterna fuggitiva che sfugge a qualsiasi interpretazione certa e definitiva.

La Contessa di Castiglione ha avuto mille ed una vita una più esuberante dell’altra ed in questo magnifico libro Craveri rintraccia i grandi momenti della storia di colei che fu secondo i criteri estetici del tempo una delle più grandi bellezze dell’epoca. Donna ribelle e indipendente vissuta in un secolo di convenzioni è in realtà personaggio davvero molto complesso e contraddittorio e il libro mi ha interessata molto per i numerosi livelli di lettura cui si presta.

Quello della Grande Storia, perchè Craveri dimostra, con grande rigore storiografico – come la vita di Virginia sia stata strettamente intrecciata – e con lei non con il ruolo di semplice spettatrice – con le vicende della storia delle guerre di indipendenza italiane e dell’epopea risorgimentale, della costruzione dell’immagine della unificazione d’Italia da una parte e della storia di Francia dall’altra passando da Napoleone III e dal Secondo Impero alla guerra con la Prussia, l’assedio di Parigi, la disfatta di Sedan, la guerra civile, la Comune di Parigi ed il ritorno della Repubblica e il livello strettamente personale e biografico dall’altro, perchè quello che sempre più chiaramente emerge dalle pagine di questo libro è che Virginia aveva dei reali, seri problemi psichiatrici derivanti da tare ereditarie, problemi che si vanno sempre più manifestando ed aggravando con il trascorrere degli anni e con l’avanzare dell’età.

Gli ultimi anni della sua vita – una vera e propria “Discesa agli Inferi” – Virginia li trascorse oramai sola e abbandonata da tutti a Parigi, in un mezzanino di un edificio situato in Place Vendȏme, davanti alla famosa colonna celebrante le vittorie dell’impero napoleonico (Virginia la chiamava “la mia colonna”). Teneva le persiane sempre chiuse, in stanze in cui aveva raccolto i suoi ricordi e tutti i documenti finanziari ed epistolari ed in cui tutto – pavimento, pareti, tendaggi, mobili – erano stati dipinti di nero. Il nero della malinconia e della disperazione. Non usciva mai. Soltanto a sera era possibile vedere (secondo una testimonianza dell’epoca) “profilarsi a tarda ora una passante … preceduta da due cagnolini … due palle di grasso… ricoperta, piuttosto che vestita, da un mantello di stoffa leggera con un cappuccio pieno di fronzoli … Attenzione, aguzza la vista, Ecco la Castiglione”

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Un elemento fondamentale per cercare di decifrare la personalità della Castiglione fu l’importanza che la fotografia ebbe nella sua vita. Il libro è fornito di un ricco apparato fotografico, mentre ci sono poche immagini di dipinti. Virginia infatti non si fa ritrarre dai pittori (e ce n’erano di famosi, suoi contemporanei, che sarebbero stati ben felici di ritrarla, a cominciare da Ingres o Blanche). Per i suoi ritratti si affida a Pierre-Louis Pierson, fotografo di sua maestà l’Imperatore, il più importante e famoso fotografo della Parigi del tempo, frequenta il suo studio in Boulevard des Capucines per ben quarant’anni e con lui sviluppa un rapporto di vera e propria complicità professionale. Perchè Virginia evita i pittori e si dedica totalmente alla fotografia?

La risposta è che con Pierson può esercitare il pieno controllo dei suoi ritratti e della propria immagine. E’ lei infatti che sceglie e decide abiti, scene, pose, ambientazioni diventando la vera e propria “art director” della sua immagine attraverso i suoi ritratti fotografici in un’epoca in cui la fotografia iniziava a svilupparsi e si mette in scena un numero esorbitante di volte anche quando è ormai vecchia e sfatta…

Nel 1901 ad un’asta Drouot il conte Robert de Montesquiou (che tutti i lettori di Proust conoscono come il modello principale del barone di Charlus di À la recherche du Temps perdu, egli stesso dedicato al culto della propria personalità) comprerà e collezionerà oggetti appartenuti alla Contessa e soprattutto sue fotografie servendosene per creare a casa sua, nel Palais Rose a Vèsinet un sacrario dove celebrare il suo culto. Dodici anni dopo avrebbe dato alle stampe La divine comtesse, il libro – con prefazione di Gabriele D’Annunzio – destinato a fondarne il mito.

Qui sotto, la Contessa nel più notevole di questi ritratti, che Robert de Montesquiou battezzerà […] Le Regard e che dagli esperti è considerato uno dei più belli della storia della fotografia:

“L’incredibile capacità della contessa di “reggere” l’obiettivo dipende in gran parte dalla potenza espressiva dello sguardo, che è in grado di modulare a suo piacimento e che Pierson riesce a trasmettere. Modella e fotografo danno prova di una perfetta collusione riguardo all’effetto da ottenere. Le Regard è il loro primo capolavoro”

Pierre Lois Pierson La contessa di Castiglione
Pierre-Louis Pierson, Le Regard, 1856-1857
The Metropolitan Museum of Art

“Emergendo seminuda da una corolla di tulle, seducente ma al tempo stesso distante, la contessa fissa lo spettatore. Emana quell’erotismo glaciale, quell’effetto di ‘fuoco freddo’, di ‘inverno tropicale’ che ha tanto colpito i suoi contemporanei. Offerto all’ammirazione, il braccio sembra un frammento di marmo antico.” (così annota Robert de Montesquiou)

Perchè tutte quelle fotografie? Con esse, Virginia delinea di fatto la sua biografia in un percorso e in un discorso caotico, fantastico, spesso crudele e disperato.

“Non tollerando di venire trafitta e messa sotto vetro come una splendida farfalla senza vita, voleva mostrarsi nella pienezza dell’esistenza, nella ricchezza della sua gamma espressiva, nella varietà delle parti che sceglieva di interpretare di volta in volta. E solo la fotografia era in grado di immortalarla “sempre diversa e sempre uguale a se stessa”.”

Sono fotografie di un grandissimo potere straniante ed inquietante. Alcune di esse, in particolare quelle delle serie “Sainte Cécile et Rachel” e la cosiddetta “Serie delle rose” realizzate nell’ultimo periodo della sua vita sono tremende e, secondo Craveri “rappresenta[no] la cartella clinica del suo ingresso nella follia”. Perchè Virginia si fa ritrarre in tutta la decadenza e lo sfacelo della vecchiaia?

“Le ultime fotografie di Pierson documentano la sua resa davanti alla devastazione della vecchiaia e la furia masochistica che essa aveva scatenato. Non si trattava più di mascherare la decadenza fisica ma di metterla alla gogna in un’ultima sfida. All’apice della bellezza, la contessa aveva osato, con oltraggiosa impudicizia, sollevare le vesti fin sopra il ginocchio per immortalare la perfezione statuaria di gambe e piedi nudi in una serie di scatti destinati a diventare celebri. Tornava ora a esporli davanti all’obiettivo, appoggiati su un cuscino scuro, come quelli di un morto nella bara. “

Le gambe della contessa di Castiglione

Chi è dunque in realtà Virginia?

Pierre-Louis Pierson Scherzo di follia
Pierre-Louis Pierson, Scherzo di follia, 1861-1867
The Metropolitan Museum of Art

(N.B. Il titolo della foto si riferisce a E’ scherzo od è follia da Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi)

Nata in Italia, dotata di una grande bellezza che utilizzerà per i suoi interessi personali, etichettata di volta in volta come “cortigiana”, “avventuriera”, “la bella italiana”, “la spia italiana” “una Mata Hari alla corte di Napoleone III” (tutte frettolose e riduttive etichette che non rispondono alla complessità del personaggio), in realtà la contessa di Castiglione rappresentava agli occhi di tutti un vero enigma. E – dice Craveri – lo rimarrebbe anche per noi se non avessimo le lettere che tra il 1858 e il 1863 scrisse al principe Giuseppe Poniatowski, una sorta di lunghissimo monologo di circa duemila pagine.

Intelligentissima, grande passione ed abilità politica tiene testa brillantemente a sovrani, diplomatici e banchieri e si permette di dar consigli politici – peraltro seguiti, è da precisare – niente meno che a Bismarck…:

“Era innanzitutto Virginia a parlare da “uomo di Stato” e a indicare al ministro prussiano la strada da seguire. La contessa aveva probabilmente concertato il contenuto della lettera con Thiers, che era consapevole della volontà di Bismarck di giungere a un accordo di pace; ma come non trasecolare davanti alla naturalezza con cui impartisce una lezione di alta diplomazia e di morale politica a uno dei più grandi statisti dell’epoca? La sua capacità di farsi ascoltare dai potenti non passava necessariamente per la camera da letto.”

Dotata di grande abilità nel destreggiarsi nel campo delle speculazioni finanziarie e nei rapporti con i più eminenti rappresentanti dell’alta finanza e delle banche dell’epoca (i Rothschild, i Lafitte…) e con l’ ambizione d’essere un personaggio storico nel processo di costruzione dell’Italia così come noi oggi la conosciamo, Virginia si getta in tumultuose acque diplomatiche e sociali, collezionando un amante dopo l’altro (o a volte anche più di uno contemporaneamente cosa che implica – come in un vaudeville – un notevole sforzo “organizzativo” per evitare che i suoi illustri amanti si incontrino), li maneggia così come si infilano le perle di un collier, divertendosi come il gatto con un topo con i suoi “pretendenti”, maltratta il figlio Giorgio, rifiuta ferocemente tutto ciò che la contraria (e ce ne sono tante, di cose che la contrariano). Il tema del rapporto con il figlio è quello che si rivela a mio parere decisamente il più disturbante, nella vita della contessa.

Il rapporto con il figlio è la manifestazione forse più evidente e – almeno per quanto mi riguarda – decisamente più sconcertante e a tratti agghiacciante – della sua strategia di dominio. L’unica cosa veramente imperdonabile nella sua biografia. Lo utilizza, lo schiavizza, lo ignora per lunghi periodi, non risponde per mesi alle lettere del bambino che soffre atrocemente per la sua assenza. Era molto orgogliosa della bellezza del piccolo, ma di questa bellezza si serviva come un ulteriore strumento per la propria impresa di autocelebrazione. Aveva cominciato a far fotografare anche lui, in un’epoca in cui nessun bambino veniva fotografato tanto spesso e così bene. Lo considerava come una sua appendice di cui andava fiera. Le fotografie del bambino e quelle in cui madre e figlio compaiono insieme (in rete se ne trovano molte e facilmente) sono tremende.

La madre di Virginia assiste a tutto questo e in una lettera al marito esprime tutto il suo sgomento. Isabella […] al marchese Oldoini si dichiara indignata per il “modo veramente iniquo con cui è trattato quell’infelice Giorgio che fa una fatica improba per il rimpiazzo di tutti i servitori nel servirla. In compenso sono urli e botte e t’assicuro che quel figliolo non ne può più […] Virginia aveva deciso di occuparsi personalmente del figlio. Era quello che il bambino aveva sempre sognato, ma purtroppo la madre tanto invocata si rivelò una terribile matrigna. Diventata, dopo la morte del conte, arbitra esclusiva del destino del figlio, Virginia cominciò a trattarlo come un domestico.”

C’è un episodio in particolare, riportato nel libro, che trovo terribile:

Isabella aveva trovato Giorgio “senza due denti sul davanti della bocca”, e il nipote le aveva confidato in gran segreto che a Parigi la madre lo aveva mandato a portare una lettera a un dentista e quello, senza preavviso, gli strappò tutti e due i denti che erano assodati da cinque anni e forti”. Ma non è tutto: “Mi disse” racconta la marchesa al marito “che ha creduto di morire ed essendo solo, quando fu in strada per tornare a casa, si sentì svenire e montò in un fiacre. Arrivato a casa, lei vedendolo piangere e tutto sangue, lo domandò: “Qu’avez-vous, êtes-vous tombé?”. Io non risposi, dice Giorgio, li buttai i denti sul letto e me ne andai”. Un racconto dell’orrore, a cui la stessa Isabella era impreparata: “Atrocità simili mi fanno rabbrividire e non posso perdonarmi d’aver messo al mondo una figlia con quel po’ di cuore”.

Verrà però il giorno in cui Giorgio si ribellerà e si rivelerà come l’unico uomo che è riuscito a tenerle testa.

Le lettere scritte dalla Castiglione rivelano la sua grande intelligenza. Scrive Craveri (che, autrice de La civiltà della conversazione e di Madame du Deffand è, non dimentichiamo, grande esperta dell’arte epistolare francese):

“Pur riflettendo l’aggravarsi inarrestabile della sua patologia nervosa, la corrispondenza di Virginia ne rivela anche l’acume, lo spirito d’osservazione, l’ironia, la grazia, l’uso di mondo e, non ultimo, quell’indubbio talento di scrittrice già intravisto da Nigra. […] ce la mostra padrona dell’arte epistolare francese di stampo classico, che rifugge dalle formule d’uso delle lettere ‘da cinque soldi’ in nome dell’originalità e della sorpresa.”

Si innamorò mai, la Contessa? Che concezione dell’amore aveva? Non credeva nell’amore, era dell’idea che l’amore fosse come una sorta di patologia. Pur celebrando la religione del proprio corpo, di questo corpo si serviva in base ad una attenta strategia di calcolo e scambio, offrendolo e negandolo agli uomini, a volte anche per puro capriccio. L’atteggiamento nei confronti degli uomini che la amarono (a cominciare dal marito, che la amò per tutta la vita e nonostante tutto e persino dal figlio Giorgio che adorava la sua “Mina”) fu sempre di estraneità, distacco, indifferenza. “Sottraendosi all’imperante sentimentalismo romantico, la contessa di Castiglione sembrava restare fedele allo spirito libertino del secolo precedente, che vedeva nell’amore un capriccio passeggero” scrive Craveri, autrice, voglio ricordarlo, anche de Gli ultimi libertini.

Suo solo amico, il principe Giuseppe Poniatowski, con il quale aveva stretto un patto di complicità ai tempi della sua missione a Parigi. “Duemila pagine di straordinario monologo epistolare”, in cui la Contessa si racconta “all’unica persona con cui poté essere se stessa”.

Virginia dichiarava “À tort ou à raison je t’aime et mon affection non verrà mai meno”. Che Poniatowski fosse stato l’amante di sua madre, all’algida Virginia non importava un bel niente, la cosa non le creava il minimo imbarazzo.
Tra loro c’era una grande complicità: “Individualisti e insofferenti alle regole, amavano entrambi il successo, il potere, il denaro, ma mentre il principe non ne aveva mai fatto mistero, Virginia era costretta a dissimulare, trincerandosi dietro l’alterigia, e mettendo tra sé e gli altri una distanza incolmabile.”
Eppure, scrive Craveri

“Viene da chiedersi che cosa avesse Poniatowski per ispirare a Virginia una fiducia illimitata, visto che si comportava come un lenone, la incoraggiava a prostituirsi, all’occorrenza andava a letto con lei, e come se non bastasse le chiedeva di risolvergli i problemi finanziari. Chi più di lui le”metteva le mani addosso”? E perché lei glielo permetteva?”

E l’Imperatore Napoleone III? Per lei era sempre, sprezzantemente, solo “il Vecchio”.

Ne esce molto peggio Vittorio Emanuele II, nominato sempre, nelle sue carte, come ” il Porco Re” per la brutalità animalesca che esercitava in modo seriale e le cui prodezze sessuali erano di dominio pubblico

“La contessa non si faceva illusioni sulla galanteria del re d’Italia. Già da giovanissima ne aveva subìto la rapacità sessuale, e la sua mancanza di educazione, di eleganza, di uso di mondo era di pubblico dominio. Le qualità che gli venivano riconosciute – fierezza dinastica, coraggio, ambizione, prontezza di riflessi, astuzia, intuito psicologico – avevano come contropartita la prepotenza, la millanteria, la gelosia verso chiunque rischiasse di fargli ombra”

Le citazioni dalle carte di Virginia che si riferiscono al “Porco Re” e cioè a colui che molti di noi sono stati abituati a sentir nominare come “il Re Galantuomo” sono molto – diciamo così – istruttive. Specialmente per chi non avesse avuto modo di conoscere il ritratto al vetriolo che – senza alcun eufemismo – di questo Savoia fece Carlo Dossi nelle sue Note Azzurre.

Fu una antesignana del femminismo? C’è chi vede nel libro di Craveri il racconto della vita di una donna libera e di una antesignana del femminismo in un’epoca in cui essere donna o “moglie di” equivaleva a passare dalla sfera di tutela dei genitori a quella del marito. Mi permetto di dissentire. Il ritratto che di Virginia Oldoini ci consegna Benedetta Craveri è assai più articolato ed offre molte più chiavi di lettura, alcune delle quali anche parecchio inquietanti. Definire Virginia “femminista” a me pare, sinceramente, che denoti un’idea di femminismo molto particolare e per alcuni versi – almeno per quanto mi riguarda – disturbante, respingente.

La contessa di Castiglione utilizzò alla grande, per soddisfare il suo insopprimibile bisogno di libertà e di indipendenza principalmente due strumenti che padroneggiava in modo formidabile: l’abilità della speculazione finanziaria destreggiandosi tra Borsa e banchieri e l’abilità di sfruttare al massimo quella che mi viene spontaneo chiamare “la strategia dell’alcova”.

Era narcisista, megalomaniaca, arrogante, irritante e provocatoria, spesso colta da delirio di onnipotenza. D’altra parte, e questo va detto, venne anche cinicamente utilizzata/sfruttata da Cavour e Vittorio Emanuele II che, una volta brillantemente compiuta la “missione d’alcova” che le avevano assegnato la misero da parte senza tanti complimenti…Il suo ruolo nel processo di unificazione dell’Italia non fu certo determinante, ma ci fu: non si spiegherebbe altrimenti la fretta con cui, alla morte della Contessa, l’ambasciatore italiano avesse subito inviato in Rue Cambon un giovane diplomatico di grande avvenire, il conte Carlo Sforza, con l’ordine di apporre i sigilli e distruggere tutte le carte che si trovavano nell’appartamento e che avrebbero potuto rivelarsi compromettenti per l’Italia.
Il suo contributo alla causa italiana non le venne mai riconosciuto in alcun modo. A me sembra significhi pur qualcosa.

Affascinante, misteriosa ma anche inquietante, Virginia Verasis contessa di Castiglione è una creatura che rimane inafferrabile.

La Contessa è un libro bello, avvincente ed estremamente colto e documentato. Non è solo il racconto della vita di una bellissima donna che qualcuno ha anche definito “seduttrice seriale” insofferente alle convenzioni dominanti nella società aristocratica ottocentesca ma anche un testo letterario di grande pregio e un saggio storico in cui, con grande rigore storiografico Benedetta Craveri rappresenta il clima politico, gli avvenimenti e i retroscena politici del tempo.

Chi ha avuto la pazienza di leggere fino qui avrà certamente notato la gran quantità di punti interrogativi di cui è cosparso questo post. Io stessa me ne sono accorta soltanto alla fine. Il motivo, probabilmente, sta proprio nella sostanziale indecifrabilità del personaggio che ci si trova di fronte: ci si rende conto che nessuna delle risposte risulta, da sola, effettivamente e completamente esaustiva.

E’ anche per questo che voglio chiudere con quello che nel corso di una presentazione del suo libro Craveri dice della Contessa in un video reperibile su Youtube:

La Castiglione è un enigma. Io che ho trascorso tanto tempo con lei, che ho letto tutte le sue lettere… non sono riuscita a farmene un’idea. Tutto quello che ho trovato, che so, l’ho messo in questo libro…”

Benedetta Craveri
Benedetta Craveri
  • La scheda del libro >>
  • La “Serie delle rose” >>

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16 risposte a LA CONTESSA – BENEDETTA CRAVERI

  1. sapovitvito ha detto:

    Ragazzi, che bella presentazione, l’ho subito prenotato su MLOL, ed ho davanti 39 persone che l’hanno prenotato prima di me. Ho aperto la tu mail, Gabrilù, solamente alle ore 9!

    • gabrilu ha detto:

      sapovitvito
      più veloce della luce! 🙂 A parte gli scherzi, sono molto contenta e spero che il libro piaccia a te quanto è piaciuto a me. Se poi mi farai sapere le tue impressioni ne sarei davvero lieta. Sono un fedelissima di Benedetta Craveri, credo di aver letto tutto quello che sino ad ora ha pubblicato e quando ho notizia di un suo nuovo lavoro mi precipito 🙂
      Ciao e grazie!

      • sapovitvito ha detto:

        Bene, allora nel frattempo ho prenotato il cartaceo di Amanti e Regine. Ce ne sono 8 copie e nessuna in prestito. Lo avrò terminato prima di poter scaricare l’ebook de La Contessa! E nel caso di ritardo dell’ebook prenderò a prestito Lo scandalo della Collana.

        • gabrilu ha detto:

          sapovitvito bene. E se non lo conosci, ti consiglio vivissimamente La civiltà della conversazione, per me ad oggi il libro “nave ammiraglia” della Craveri. Ci sarebbe anche Madame du Deffand, bellissima biografia della grande amica di Voltaire con cui intrattenne per decenni un rapporto epistolare notevolissimo Insomma non hai che l’imbarazzo della scelta! 🙂

  2. È un gran peccato a mio avviso che la Craveri abbia fatto tradurre in italiano tutte le parti originali scritte in francese stralciate dalle carte della Castiglione. Che fin dalla giovinezza parlava e scriveva in quel misto di italiano e francese così caratteristico delle classi aristocratiche dell’epoca. Mantenere nel libro quella lingua composita sarebbe servito a restituirci la lingua della contessa. Restituire la “voce” era uno dei tratti caratteristici delle biografie storiche scritte da Maria Bellonci. Peraltro proprio nella stessa epoca, ovvero nel 1865, Tolstoj pubblicava “Guerra e Pace” che fin dalla prima pagina contiene quel misto di lingua francese (e russa, che però noi leggiamo in traduzione) propria degli aristocratici dell’epoca e che mantiene in tutto il romanzo. Possibile che l’editore Adelphi sia meno coraggioso dell’editore russo di Tolstoj? Se possibile i francesi di Flammarion hanno peggiorato ancora la cosa nella traduzione francese della biografia della Craveri ritraducendo tutto in francese e così appiattendo tutto quanto una seconda volta. Un gran peccato.

    • gabrilu ha detto:

      Pierfranco Minsenti
      Capisco e sono assolutamente d’accordo. Faccio solo due considerazioni perchè credo non si tratti, da parte di Adelphi, solo di una questione di avere o non avere il coraggio di..: la prima considerazione è che purtroppo in Italia lasciare citazioni o brani anche di poche righe in lingua originale (anche quando si tratta di lingue come il francese e l’inglese) a me pare di poter dire che non è mai cosa gradita, dalla maggior parte dei lettori, e questo certamente anche Craveri ed Adelphi lo sanno. A me è capitato innumerevoli volte di sentire o leggere di persone che si lamentano parecchio quando si trovano davanti un’edizione di Guerra e Pace in cui dei dialoghi in francese non trovano la traduzione italiana o di persone che hanno intenzione di acquistare il romanzo e in cerca di consigli su quale edizione scegliere chiedono innanzitutto quale sia l’ edizione in cui “le parti in francese sono tradotte in italiano”.

      Nello specifico de La contessa… ma, non so: sono andata a riguardare, anche se velocemente. A me pare che le citazioni dalle “carte Castiglione” siano riportate così come sono, con il misto di italiano e francese (senza modifiche insomma) ma con le frasi e parole francesi tradotte in italiano riportate entro parentesi quadra. A me sembra una buona soluzione di compromesso.

      Per fare un esempio (ma ce ne sono molti altri): questi sono solo due stralci tratti da lettere di Virginia a Poniatowski:

      = Lettera a Poniatowski «Ma che ritirata, tutti vorrebbero venire e che andassi … i Rothschild benissimo, i Thiers idem e ho fatto fin la conquista del vecchio Laffitte che viene a vedermi oggi! Ma mi son levata il velo!». E c’era dell’altro: «Sono arrivata ad essere quasi desiderata da Madama [Eugenia] e alla novella sposa [la Walewska] è già venuto un mezzo accidente. Ma se li parla, li dica che si consoli … so i fatti miei, che non mi credaprogetti, non son più buona, che mi strafotto del mondo, que je ne lui demande rien que de ne pas le voir mais de me laisser tranquille [che non gli chiedo nulla, solo di non vederlo e che mi lasci in pace]».

      = Lettera a Poniatowski: «Dice che non faccio nulla! Vede che mi son mossa subito, che da ieri ho già veduto il Vecchio, l’ho intenerito, deciso a fare qualcosa e preparato a ricevere lo Vecio domani mattina alle 10 precise. So bene che è una levataccia ma il le faut per la Nicchia, voleva vederla qui pour délibérer ce qu’on peut faire de cet homme perché è tutta lì la storia che gl’ho fatto e che lei deve grossir».
      Grazie ed a rileggerci, spero

  3. Vania ha detto:

    Posso dare un giudizio banale e superficiale? a me il libro non è piaciuto. Scritto benissimo, come nel consueto stile della Craveri; enorme merito dell’autrice per aver letto, catalogato e organizzato nel ponderoso volume una mole infinita di lettere (autrice che ho apprezzato moltissimo in “Amanti e Regine”) ma mi chiedo …era proprio necessario scrivere l’ennesima biografia sulla Contessa di Castiglione? I tanti interrogativi sul ruolo della nobildonna nel processo di unificazione dell’Italia restano, in quanto non esistono documenti probanti della sua attività diplomatica o di spia al servizio del Re sabaudo; umanamente, non si riesce a provare un minimo di empatia – almeno io non ci sono riuscita – se non nella fase del declino quando, ormai sola, rimpiange l’amicizia delle persone che le sono state accanto durante la sua giovinezza e con le quali non può più condividere i ricordi perché defunte. La sua vita mi appare un continuo ed estenuante braccio di ferro contro tutti e tutto, nello spasmodico obiettivo di esercitare un potere che difficilmente, per una donna dei suoi tempi, riuscirà ad imporre. Senz’altro una donna moderna ma sicuramente non una femminista; tenace nel conquistare la libertà come, forse, ben poche donne del suo secolo ma i suoi capricci, il suo narcisismo e la sua prepotenza mi fanno preferire figure femminile come quella di Anita Garibaldi che spara al nemico cavalcando con il suo figlioletto in braccio.
    La tua recensione: fantastica! Chiara, accurata, dettagliata e, come sempre, ben scritta.
    Grazie sempre per gli spunti di riflessione e di dibattito. Un caro saluto
    Vania

    • gabrilu ha detto:

      Vania
      che il libro non ti sia piaciuto è cosa insindacabile, i motivi per cui un libro ci colpisce positivamente o negativamente o ci lascia indifferenti sono talmente tanti ed anche personali che figurati se mi permetto di discutere su questo.
      Su alcune questioni di merito invece vorrei dire anch’io la mia.

      == C’era bisogno di scrivere l’ennesima biografia della Castiglione? Mah. Se dopo più di cento anni e libri e fiumi di inchiostro e film e serie TV che si sono occupati di lei si è ancora a parlare di questa donna, vuol dire che questa donna occupa uno spazio non piccolo sia nell’immaginario collettivo che nella memoria storica e che si tratta di una figura che ancora risulta interessante e non solo per le sue prodezze d’alcova…

      == Empatia: a mio parere, un personaggio (che sia quello fittizio di un romanzo o uno reale di un saggio storico) non è necessario susciti empatia per risultare interessante. Personalmente ho detestato per tutte le quattrocento e passa pagine Virginia Oldoini Verasis (in particolare per il suo comportamento con il figlio Giorgio) e non ho provato compassione per lei nemmeno per gli ultimi anni di Place Vendȏme e Rue Cambon. L’unica cosa che mi ha trattenuta è stato il pensiero che effettivamente – come peraltro pensava la madre Isabella e come sembra sia probabile molte sue caratteristiche derivavano da tare ereditarie le cui manifestazioni andavano accentuarsi con il passare degli anni. Tutto questo però non mi ha impedito di interessarmi moltissimo al personaggio ed all’intreccio della sua vita con le vicende storiche del tempo ed appassionarmi alla sostanziale indecifrabilità di questa donna. Merito certamente della scrittura della Craveri, ma non solo. Non è detto però che quello che ha interessato me interessi ed appassioni anche altri

      Ed infine (anche perchè non voglio farla tanto lunga)

      == A proposito del ruolo della Castiglione nel processo di unificazione dell’Italia e delle prove circa il coinvolgimento diretto di Cavour e di Vittorio Emanuele II nell’impresa di seduzione di Napoleone III da parte di Virginia, ti segnalo perchè penso possa interessarti questo video su Youtube

      https://youtu.be/YNRWjseG0as

      Si tratta di un documentario RAI della serie “La storia siamo noi – La contessa di Castiglione” in cui dal frame 24:24 al frame 29:28 il Direttore dell’Archivio di Stato di Torino, presso cui sono conservate le circa venti cartelle di documenti appartenuti alla contessa (le cosiddette “Carte Castiglione”) e i documenti del “Fondo Cibrario” dimostra come esistano prove certe (e mostra le lettere autografe) degli accordi tra Cavour e la giovanissima contessa circa quella che io chiamo “la missione d’alcova” presso l’Imperatore dei francesi, la eventuale ricompensa in caso di successo consistente nella promozione del padre marchese Oldoini definito da Cavour un “imbecille” e l’assenso di Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele II.

      Il Direttore dell’Archivio di Stato riassume anche la storia di come queste carte (che sfuggirono al conte Sforza ed ai suoi uomini che si erano precipitati in Rue Cambon per bruciare tutti i documenti compromettenti per l’Italia) sono pervenuti all’Archivio di Torino. Interessante.
      Non vado oltre, sono già stata troppo prolissa.
      Sono contenta che post di questo tipo possano suscitare riflessioni, dubbi, interrogativi, e ti ringrazio per il tuo stimolante intervento
      Ciao, e a rileggerci, spero 🙂

      • Vania ha detto:

        Cara Gabrilù,
        grazie per la segnalazione del video di Rai Storia che andrò a vedere. Ti leggo e ti leggerò sempre e, quando sono alla ricerca di un libro, sbircio sempre tra le tue recensioni preziose e a cui mi affido volentieri. Con stima e affetto ti auguro una serena giornata.

  4. newwhitebear ha detto:

    letto la tua presentazione a tutto tondo del libro che tratta di una donna che ancor oggi pare avvolta nel mistero o forse in quell’alone risorgimentale tanto caro ai nostri personaggi pubblici.
    Sicuramente è stata una donna di fascino che oltre esser bella era intelligente nel gestire la propria vita.

  5. blogdibarbara ha detto:

    No, non ho notato i punti interrogativi. Quindi vuol dire che ci sono giusti giusti quelli che ci dovevano essere.

  6. Ivan ha detto:

    Una bellissima e gradita presentazione. Non è affatto facile coniugare assieme il rigore storico, una notevolissima quantità di nozioni, la chiarezza espositiva e la vivacità narrativa che ci fa leggere dei saggi come romanzi avvincenti e bisogna dire che la Craveri riesce a fare tutto questo e lo fa veramente da maestra. Di lei ho letto e adorato gli “ultimi libertini” e “amanti e regine”; mentre la “civiltà della conversazione” è nella mia lista dei libri in attesa di lettura in cui entrerà di sicuro anche questa “contessa”. Che dire? Sarà che, a differenza della Castiglione con le sue tare ereditarie, l’autrice, tra i Craveri e i Croce, ha davvero degli ottimi geni sia da parte di padre che di madre. 😊
    Alla prossima.
    Ivan

    • gabrilu ha detto:

      Ivan Visto che apprezzi Benedetta Craveri non devi assolutamente perderti La civiltà della conversazione , ad oggi forse la sua opera più importante. Per quanto riguarda i suoi ascendenti… come non essere d’accordo con te? Ho avuto la fortuna di incontrare personalmente Benedetta Craveri anni fa quando era appena uscito Amanti e Regine. Una persona squisita, di grande classe. Nonostante sia passato tanto tempo mi ricordo perfettamente quella mezzora trascorsa in maniera tanto piacevole…
      Alla prossima 🙂

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