IL MIO NOME E’ KATERINA – AHARON APPELFELD

Aharon APPELFELD, Il mio nome è Katerina (tit. originale Katerina), traduz. Elena Loewenthal, postfazione Susanna Nirenstein, pp. 240, Ugo Guanda Editore

Katerina, una contadina cristiana, una donna semplice, ritorna nel suo villaggio natale in Ucraina sessant’anni dopo la sua partenza. Seduta davanti alla finestra, Katerina ricorda la sua giovinezza negli anni precedenti la Seconda Guerra mondiale ed i tempi in cui era a servizio presso famiglie ebree. Fu accanto a loro, agli ebrei, che aprì gli occhi sul mondo. In questo romanzo molto potente e – lo vedremo – anche molto particolare sia in generale che nella stessa produzione narrativa dello scrittore israeliano Appelfeld delinea magistralmente un personaggio che assiste, impotente, all’orrore della Shoah.

Una contadina rutena (ucraina) ritorna, ad 80 anni, al villaggio che aveva lasciato da adolescente. Katerina era fuggita dai maltrattamenti di suo padre, dalla sua ubriachezza, dal suo lascivo comportamento nei confronti della figlia ancora bambina; era fuggita dalla madre, una donna forte ed intelligente ma manesca e troppo severa nei confronti della figlia che con le sue percosse riempiva continuamente di lividi … Ad un certo punto, Katerina non ne aveva potuto più ed era scappata. Vagando affamata tra luride osterie e nei sordidi meandri della stazione ferroviaria di una piccola cittadina tra barboni ubriaconi, senzatetto e criminali di ogni genere era stata avvicinata da una donna che le aveva proposto di lavorare per la sua famiglia.

“[…] il buio non è assoluto, come a volte sembra. Mentre ero lì, reietta, alla stazione, mi si avvicinò una donna bassa e mi chiese molto semplicemente: ‘Vorresti lavorare per me?’ […] Da vicino lo notai: il viso dentro il fazzoletto non aveva l’aria dolce. C’era una certa severità nei suoi occhi. Non mi piacciono le persone basse, mi ispirano sempre una certa inquietudine e un senso di colpa. ‘Se qualcuno ti offre un tetto quando fa freddo, devi volergli bene’ mi dissi e la seguii
‘Di dove sei?’ chiese.
Glielo dissi.
‘Di ebrei ne hai mai visti?’
‘Ogni tanto’ sorrisi.
‘Sono ebrea, hai paura?’
No.’

‘Ma prima devi lavarti.’ Erano mesi che il mio corpo non vedeva l’acqua. I miei vestiti erano impregnati di muffa, vodka e tabacco, una sporcizia che quando uno ci si abitua non la sente nemmeno più.”

Che cosa?! Servire in casa di ebrei? Da quei corvi neri del malaugurio? Trascorrere le giornate fianco a fianco sotto lo stesso tetto di quegli esseri paurosi ed eternamente perseguitati ma che paradossalmente mettono paura? Quelli che tutti disprezzano e odiano?! Eppure, si deve pur mangiare… Katerina accetta la proposta.

Coabitando con loro, giorno dopo giorno questi ebrei si rivelano però diversi da come li aveva immaginati; nonostante siano sempre sotto la minaccia dei pogrom, nonostante siano braccati non sono paurosi e tremebondi ma nemmeno violenti e sono decisamente meno rozzi e volgari di tutta la gente che Katerina era abituata a frequentare. All’apprensione ed alla diffidenza segue la curiosità, poi una specie di considerazione e di rispetto, infine apprezzamento ed ammirazione. I pogrom travolgono anche la famiglia presso cui si trova Katerina ma lei continuerà per tutta la vita a restare presso famiglie ebree prestando servizio presso di loro, ammirandole. Imparerà la loro lingua – lo yiddish – le loro usanze ed i loro rituali, festeggerà le loro festività, imparerà le loro preghiere… pur restando sempre cristiana. Ha fatto persino circoncidere suo figlio nonostante gli stessi ebrei abbiano cercato in ogni modo di dissuaderla

“[…] ebbi una lunga conversazione con una vedova. Mi parlò come una madre. ´Vuoi castigare tuo figlio con le tue stesse mani, non vedi che cosa fanno agli ebrei? Non passa giorno senza un omicidio, e tu, invece di difenderlo, vorresti infliggergli questa brutta mutilazione. Noi non abbiamo scelta, ma tu, con le tue mani e a mente fredda, decreti per lui un destino disperato.’ Nella sua voce c’erano intelligenza e sincerità, ma io, chissà perchè, non so da dove traessi le forze, continuavo stupidamente a ripetere la stessa frase: ´Ho intenzione di far circoncidere il bambino’.

I circoncisori stessi si rifiutano di accogliere la sua richiesta. Nonostante tutto questo Katerina non si convertirà, non abbandonerà la religione cattolica, continuerà a pregare il Dio dei cristiani, a credere in Gesù.
Ma agli occhi dei non ebrei che la conoscono o con cui viene a contatto Katerina ormai è anche lei disprezzata e odiata (“Gli ebrei ti hanno guastata. Guai a lavorare da loro” […] ´Hai lavorato troppo a lungo dagli ebrei. Guai a lavorare dagli ebrei. Guastano il corpo e il sentimento’)
L’esercito tedesco invade l’Ucraina, la caccia all’ebreo è aperta ed infuria con grande perfida soddisfazione dei gentili che vedendo passare i treni blindati gioiscono e cantano (i grassetti sono miei).

“passavano davanti a noi lunghi treni merci. […] Ogni treno destava in loro un moto di gioia, e la notte cantavano:

Finalmente vanno al rogo gli assassini del Signore
Che buono al nostro naso di bruciato l’odore.


Era un canto potente, che echeggiava fino a tarda notte.”

Katerina è lei stessa in una situazione tale (non entro in particolari per non rivelare troppo) che le rende impossibile non solo fare alcunchè ma che le impedisce anche (forse per fortuna) di assistere direttamente ai rastrellamenti, all’ammassamento degli ebrei sui treni, alle razzie. Può solo intuire, comprendere attraverso molti segnali indiretti ma inequivocabili che è in corso una vera e propria mattanza.
Ad ottant’anni, tornata al suo villaggio, alla casupola dei suoi genitori Katerina annota in un quadernetto tutti i suoi ricordi. Queste note, queste memorie sono tutto ciò che resta degli ebrei. Perchè Katerina sa che, con la Seconda Guerra mondiale, in terra rutena-ucraina di ebrei non ce ne sono più. Il suo quaderno di appunti è il loro memorial in cui sono annotati i loro usi, i rituali, le differenze di stile di vita tra ebrei credenti ortodossi ed ebrei liberi pensatori e assimilati, tra ebrei di Vienna ed ebrei dei poveri shtetl dell’Ucraina.
Con quel quaderno di appunti Katerina trova la serenità, e sa di poter morire in pace.

“Visto che non ci sono più ebrei al mondo, lo faccio per me, ogni settimana, il sabato.”

Spesso indicato come “lo scrittore della Shoah”, Appelfeld ha sempre rifiutato con decisione questo appellativo. Se si escludono le sue memorie personali, la sua autobiografia (Storia di una vita, Guanda), nelle opere di narrativa Appelfeld non parla mai esplicitamente della Shoah ma sempre della vita degli ebrei “prima” e “dopo” la Shoah che però il lettore percepisce in maniera drammatica come un cataclisma nonostante non venga mai nominata o descritta direttamente.

Scrittore pudico e discreto, Appelfeld riesce ad essere estremamente commovente senza mai descrivere atrocità. Quando proprio non può farne a meno (e ne Il mio nome è Katerina questa necessità si verifica più di una volta) Appelfeld risolve con tre, al massimo quattro righe che però risultano pugnalate che arrivano dritte al cuore del lettore e lo lasciano senza fiato dallo sgomento; è scrittore del non detto, del sottinteso, del non esplicitato. Eppure, la lettura dei suoi libri risulta straziante. Personalmente, tra quelli che di lui ho letto, considero Badenheim 1939 uno dei libri più angoscianti, dei tanti che ho letto sulla Shoah. Eppure, nel libro non compaiono mai parole come Shoah, nazisti, persecuzione, antisemitismo etc. Non c’è alcuna scena trucida, non c’è sangue che scorre, il contesto è quello – ameno – di una ridente cittadina di villeggiatura…Non per nulla Appenfeld si sentiva – come da lui stesso dichiarato – molto in sintonia con Kafka…

Dicevo all’inizio che Katerina (questo è il titolo originale) è un libro particolare perchè l’autore (un uomo) sceglie di parlare in prima persona non solo nelle vesti e la psicologia di una donna, ma di una donna cristiana, una rutena (oggi diremmo ucraina) che vive prima, durante e dopo lo sterminio. Nella bella postfazione a cura di Susanna Nierenstein viene ricordata la genesi di questo libro e di questo personaggio. Una lettura ed un approfondimento molto interessante che consiglio di non tralasciare.

Aharon Appelfeld proveniva da una famiglia ebraica borghese assimilata di lingua tedesca. Era nato nel 1932 a Czernowitz, Bucovina ed è morto il 4 gennaio 2018 in Israele. Di famiglia ebraica, aveva otto anni quando fu deportato insieme al padre in un campo di concentramento in Transnistria, dal quale fuggì, nascondendosi per i successivi tre anni nelle foreste. Alla fine della guerra raggiunse l’Italia e da qui si imbarcò nel 1946, per approdare in Palestina. Ha insegnato letteratura ebraica all’università Ben Gurion a Be’er Sheva’ e ha fatto parte dell’American Academy of Arts and Sciences. I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo.

Nonostante abbia appreso l’ebraico molto tardi, nella sua vita – quando giunse nella Palestina allora sotto mandato britannico – viene considerato uno dei più importanti scrittori israeliani del XX secolo. Ma è stato, in realtà, più di uno scrittore, è stato una coscienza ed un punto di riferimento.

Voglio concludere questo post ricordando la Conversazione a Gerusalemme che Philip Roth ebbe con Appelfeld nel 1988 e che è contenuta in Chiacchiere di bottega (Einaudi). In essa, Roth dà dei libri di Appelfeld una definizione che io trovo impeccabile. Dice infatti che racconta storie “elusive e perturbanti” e dice inoltre (il grassetto è mio):

“Tuttavia il suo soggetto letterario non è l’Olocausto, e neppure la persecuzione ebraica. Né, a mio parere, Appelfeld scrive narrativa ebraica o, quanto a questo, israeliana. E neppure, dal momento che è un cittadino ebreo di una stato ebraico composto in gran parte di immigrati, la sua è una letteratura dell’esilio. E nonostante l’ambientazione europea di molti dei suoi romanzi e gli echi di Kafka, questi libri scritti in ebraico non rientrano nella narrativa europea. Piuttosto, tutto ciò che Appelfeld non é produce la somma di ciò che è, e cioè uno scrittore dislocato, uno scrittore deportato, uno scrittore spossessato e sradicato. Uno scrittore spiazzato di narrativa spiazzata, che ha fatto del dislocamento e del disorientamento un tema unicamente suo.

Aharon Appelfeld
Aharon Appelfeld

== La scheda del libro >>
== Aharon Appelfeld >>
== Una breve nota a proposito di Badenheim 1939 che avevo scritto su questa pagina di Facebook qualche anno fa >>
== Ancora su Facebook, breve nota su un altro libro di Appelfeld: Un’intera vita. La trovate >> qui
== La Conversazione di Philip Roth con Appelfeld del 1988 si trova nel libro Chiacchiere di bottega di cui avevo parlato in questo vecchio post del 2007 che trovate >>qui

Chi volesse approfondire, può provare a partire da questi due video che io ho trovato molto interessanti:
== Kaddish per i bambini, un documentario su Aharon Appelfeld tutto da vedere >>
== Un bel video in cui Alain Elkann ed Elena Loewenthal (la traduttrice del libro che interviene da 37:02 con la sua preziosa testimonianza) ricordano Aharon Appelfeld. Introduce Luigi Brioschi, presidente e direttore della casa editrice Guanda >>



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10 risposte a IL MIO NOME E’ KATERINA – AHARON APPELFELD

  1. blogdibarbara ha detto:

    Stupendo e potente. Solo a leggerne il titolo mi sono venuti i brividi – e le lacrime agli occhi – soprattutto pensando a quello che tu, giustamente, non hai scritto.

  2. Geneviève Lambert ha detto:

    Sono molto felice di potere leggerla di nuovo e le auguro un buon anno 2023.
    Grazie di proporre “Il kaddish per i bambini “che volevo vedere da tempo : la voce e la scrittura di Aharon Appelfeld sono inconfondibili e ci mancano.
    Interessante e commovente la testimonianza di Elena Loewenthal sul ebraico particolare dello scrittore.

    • Gabrilu ha detto:

      Geneviève Lambert
      Bentornata, ben ritrovata! 🙂
      Si, quei due video che ho scovato su YouTube sono preziosi. Speriamo che rimangano e che improvvisamente non spariscano, come talvolta succede

  3. dragoval ha detto:

    Quando leggo i tuoi post dedicati, più o meno direttamente, alla Shoah e alla memoria necessaria di ciò che è stato, mi viene in me

    • dragoval ha detto:

      Mi viene in mente, dicevo, il protagonista di “Non luogo a procedere” di Claudio Magris, che (preciso per chi non avesse letto il romanzo) dopo aver dedicato buona parte della sua vita al collezionismo di armi per un Museo della Pace scopre in realtà che il suo unico dovere morale sia mantenere viva la memoria delle vittime della Risiera di San Sabba e investigare sugli indicibili nomi dei carnefici. Credo che il tuo blog,che nel tempo ha evidentemente mutato fisionomia, assolva una funzione analoga, abbia la stessa istanza etica. Oggi più che mai necessaria, visto che le ombre dell’antisemitismo sembrano (subdolamente, impercettibilmente) tornare ad allungarsi.

      • Gabrilu ha detto:

        dragoval
        … e ben ritrovata anche a te! E speriamo di ritrovarti presto anche nel tuo blog ma io sono l’ultima persona a poter parlare, considerato che sono letteralmente scomparsa per mesi lasciando NonSoloProust solo e abbandonato…
        Mi incuriosisce quello che dici a proposito della tua impressione secondo cui il mio blog avrebbe, nel tempo, “cambiato fisionomia”. Che cosa intendi precisamente? Certo, cambiamenti ce ne sono stati, nel corso degli anni, era inevitabile e in qualche modo fisiologico, niente rimane immutato per sempre ma avevi in mente qualcosa di particolare?
        A proposito di altri libri… tu citi Magris ed il suo Non luogo a procedere libro forse non perfetto ma importante che secondo me (e credo tu possa concordare) non ha avuto, in Italia la diffusione ed i riconoscimenti che merita. Certo è libro impegnativo, ed a giudicare da quello che circola e che ha successo… ma lasciamo perdere.
        A me Katerina in particolare ha ricordato anche, e molto, il Daniel Deronda di George Eliot per analogie e differenze.
        Qui un autore uomo, ebreo che scrive in prima persona come donna, cristiana. In Daniel Deronda e in pieno Ottocento e vittorianesimo una donna, cristiana che parla – in terza persona – del suo protagonista Daniel, uomo, cristiano il quale anche lui si avvicina sempre di più alla cultura, ai costumi, ai rituali ebraici. Mi ha colpita molto, questa cosa e mi piacerebbe poterla sviscerare meglio di quanto non possa fare qui in uno spazio commenti.
        Del romanzo della Eliot ho parlato qui
        nonsoloproust.wordpress.com/2018/10/01/daniel-deronda-george-eliot/
        Altro libro che mi ronzava nella testa era un libro che conosci bene anche tu e che è tremendo: parlo di Trieste di Dasa Drndic (Bompiani)… che associo sempre al romanzo di Magris (secondo me sono speculari) e che sono solo alcuni dei testi che vengono in mente.
        Basta, mi fermo qui che ho già sproloquiato abbastanza. Ciao e a rileggerci 🙂

        • dragoval ha detto:

          Nel ringraziarti per l’articolata risposta (e per avermi fatto ripensare a Daniel Deronda, libro che ricordo di aver letto grazie a te ed amato moltissimo), intendevo dire che NonSoloProust si è in progressivamente trasformato in un immenso e prezioso repertorio della Letteratura della Memoria (in un senso ovviamente esteso, che comprende anche opere non strettamente narrative ma in grandissima parte legate dal filo rosso dell’Olocausto e di altri eccidi per così dire “orbitanti” attorno a questo e al Secondo conflitto mondiale – e alla problematizzazione di quegli orrori tuttora irrisolta per la coscienza occidentale). Seguendo l’imperativo (morale) di Primo Levi, ricordi a tutti noi che “questo è stato” e ci “provochi”, cioè, secondo il lessico arendtiano, ci chiami in causa. Non voglio dilungarmi ulteriormente, un caro saluto in attesa di rileggerci e riscriverci ☺️

  4. newwhitebear ha detto:

    Altro potente post dove parli di un libro che sicuramente merita di essere letto con una narrazione tutta particolare.
    Bella serata

  5. Gabrilu ha detto:

    newwhitebear eh, beh, è vero che sono stata molto tempo in letargo, ma ora mi sono svegliata ed approfitto del momento, che del doman non v’è certezza 🙂 🙂 🙂

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