IL MARE NON BAGNA NAPOLI – ANNA MARIA ORTESE

Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli, pp. 176, Adelphi

“Qui, il mare non bagnava Napoli. Ero sicura che nessuna lo avesse visto, o lo ricordava. In questa fossa oscurissima, non brillava che il fuoco del sesso, sotto il cielo nero del sovrannaturale.”

Il mare non bagna Napoli apparve la prima volta nei Gettoni della Einaudi, con una presentazione di Elio Vittorini. Era il ’53. L’anno seguente il libro vinse il Premio Viareggio. Si compone di cinque racconti dei quali i primi quattro (Un paio di occhiali, Interno familiare, Oro a Forcella e La città involontaria) descrivono con surreale, allucinata crudezza una Napoli infernale, da girone dantesco, derelitta e animalesca in cui “una miseria senza forma, silenziosa come un ragno, disfaceva e rinnovava a modo suo quei miseri tessuti, invischiando sempre più gli strati minimi della plebe, che qui è regina”. Un viaggio nelle viscere della città, in cui la narratrice – come un moderno Virgilio – conduce noi lettori attraverso realtà infernali.

Il quinto racconto Il silenzio della ragione è il più lungo, si assiste ad un mutamento di registro ed ha caratteristiche specifiche e molto particolari.
Il libro, nonostante il premio Viareggio e nonostante il giudizio molto positivo della critica, venne percepito come un’invettiva contro la città e i napoletani. Eppure, non di invettiva si trattava ma di una sferzata di chi amava Napoli di una passione che la spinge a scrivere: “Io cercavo […] qualcosa che fosse Napoli, il Vesuvio e il contro Vesuvio, il mistero e l’odio per il mistero, i sussulti di un figlio di queste strade, di un fedele di queste strade, che fu, o cessò di essere soffocato, e tornò ad essere soffocato”.

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2021. SPERANZA E TIMORE

Anno 2021

A volte un’immagine vale più di tante parole. Questa che ho trovato in rete rappresenta perfettamente lo stato d’animo con cui io (ma forse non solo io) guardo al nuovo anno 2021. Speranza e timore.

Non ho grandi aspettative, non mi illudo che “andrà tutto bene”. Non riesco ad essere granchè ottimista. Mi basterebbe che il 2021 fosse un po’ meno peggio del 2020.

Quello che mi sento di augurare a me stessa e a tutti voi ed ai vostri cari è buona salute, affetto, e di riuscire a continuare ad avere tanta, tanta pazienza. Perchè di pazienza avremo ancora bisogno, e molto.

Buon 2021, comunque, e arrivederci all’anno prossimo 🙂

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EUROPA 33 – GEORGES SIMENON

Simenon Europa 33

Georges Simenon, Europa 33 (tit. orig.le Europe 33), traduz. Federica e Lorenza Di Lella, con una nota di Matteo Codignola, pp. 337, 67 ill. b/n, Adelphi, 2020

“L’Europa è malata. Il dottore si china, appoggia l’orecchio sul cuore del paziente: ‘Dica 33′ E il paziente ripete: ’33…33…33…’. Mmm! Dal viso del dottore traspare tutta la sua preoccupazione”

“La neve attutisce il rumore dei passi e delle voci. Attutisce gli urti. Ha un sembiante di pace. Eppure alcuni, qua e là, sono preoccupati, fremono impercettibilmente come se… Come se domani, scioltasi la neve e tornata nera e brulicante di vita la terra, dovessero correre verso frontiere di nuovo visibili. Ma questo non mi riguarda. Io sono partito con uno scopo più modesto, quello di vedere il volto dell’Europa di oggi. C’è stata un’ Europa di prima del 1914, poi un’Europa squarciata dalle trincee e infine un’Europa del dopoguerra. Ma forse è ancora un’altra Europa questa Europa del 1933 che sonnecchia sotto la neve e che, come chi dorme male, è scossa da bruschi e terrificanti sussulti”.

Nel 1933 Simenon, insieme alla prima moglie Tigy, partì da La Richardière – una residenza di campagna di nobili, costruita nel XVI secolo vicino a La Rochelle in cui nel 1931 si era trasferito con la famiglia pur mantenendo la casa di Parigi a Places des Vosges – per un lungo giro nei paesi europei.

E’ un’ Europa apparentemente tranquilla e sepolta dalla neve, quella che si trova a percorrere, ma in realtà è un’ Europa malata, cui Simenon già nella prima pagina del libro fa dire “33” e che ausculta come farebbe un dottore ma con la cocciutaggine e la curiosità di consumato reporter, curiosità che non è però rivolta all’Europa ufficiale, quella delle Cancellerie e dei Ministeri ma all’Europa profonda, degli uomini comuni.

Il volume Adelphi, corredato di molte foto scattate dallo stesso Simenon, contiene quattro reportages scritti su questo viaggio attraverso l’Europa tra il 1933 e il 1934. Pubblicati e finanziati da varie testate, molto diversi tra loro – come si vedrà – per tematiche e tono sono tutti egualmente brillanti, stimolanti e, in certi casi, per chi come noi oggi conosce lo sviluppo della Storia, persino premonitori o spiazzanti.

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IL BUONUOMO LENIN – CURZIO MALAPARTE

Curzio Malaparte, Il buonuomo Lenin, a cura di Mariarosa Bricchi, pp. 311, Adelphi, 2018

A soli otto anni dalla morte di Lenin, il più famoso rivoluzionario del suo tempo, con il corpo imbalsamato già parte della mitologia e del culto comunista, Curzio Malaparte decide di scrivere per l’editore Grasset, direttamente in francese, Le bonhomme Lénine che verrà pubblicato in italiano solo dopo la sua morte.

Si tratta di libro centrato tutto su un’idea forte che, all’epoca, suonava quasi come una provocazione e che costituisce l’ossatura, la struttura portante di tutto il testo e del ragionamento di Malaparte su Lenin.

Negli anni ’30 infatti (date e contesto sono fondamentali e da tenere sempre presenti, nel corso di questa lettura) Lenin veniva visto dalle democrazie avanzate europee come un uomo violento e brutale, come una sorta di Gengis Khan del proletariato sbucato fuori dal fondo dell’Asia, una specie di alieno che nulla aveva a che fare con la razionalità dell’Occidente, un mongolo pronto a portare il caos nel mondo civile.

Malaparte, però, già nella Prefazione che indica “Mosca, 1929 – Parigi, 1932” manda all’aria questa rassicurante (si, in fondo rassicurante e vedremo anche perchè) immagine di Lenin coltivata dalle democrazie occidentali. Lenin, dice Malaparte, è tutto il contrario di come se lo immaginano e lo dipingono gli occidentali.

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COME MIO FRATELLO – UWE TIMM

Uomini delle Waffen – SS in Unione Sovietica
Bundesarchiv, Bild 101III-Wiegand-117-02 / Wiegand / CC-BY-SA 3.0

“Essere sollevato in aria – riso, esultanza, una gioia irrefrenabile – questa sensazione accompagna il ricordo di un attimo, un’immagine – la prima immagine che mi si è impressa nella mente – con la quale comincia per me la consapevolezza di me stesso, la memoria: dal giardino entro in cucina dove ci sono gli adulti, mia madre, mio padre, mia sorella. […] e poi sbuca fuori lui, il fratello, e mi solleva in alto. Non ricordo la sua faccia, nemmeno quel che indossava, forse l’uniforme, ma la situazione è molto chiara: tutti che mi osservano e io che scopro i capelli biondi […] e poi la sensazione di essere sollevato – sospeso in aria.
E’ l’unico ricordo di mio fratello, sedici anni più grande di me, che pochi mesi dopo, alla fine di settembre, venne ferito gravemente in Ucraina.

Uwe Timm ha, in quel momento che costituisce un’immagine fondativa della sua memoria, 3 anni. Il fratello Karl-Heinz ne ha 19, 16 più di lui. Pochi mesi dopo, ferito gravemente in Ucraina, dove si trova con la divisione scelta Totenkopf delle Waffen-SS, nelle quali si era arruolato volontario a 18 anni, morirà il 16 Ottobre 1943.

Saranno trascorsi quasi sessant’anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale quando, nel 2003, Uwe Timm riesce finalmente a scrivere ed a pubblicare un libro sul suo fratello maggiore morto in guerra. Come mio fratello (Am Beispiel meines Bruders) è un testo autobiografico, la cui stesura è costata all’autore molto dolore, un testo privato ed intimo, che lasciando spazio all’emotività e che riprendendo la memoria individuale (di se stesso, dei genitori, della sorella) e del gruppo familiare in quanto tale finisce per diventare in qualche modo emblematico di gran parte della Germania degli anni della guerra e dell’immediato dopoguerra.

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I DIARI DELLA KOLYMA – JACEK HUGO-BADER

Jacek HUGO-BADER, I diari della Kolyma (tit. orig.le Dzienniki kolymskie, 2011), traduz. dal polacco Marco Vanchetti, pp. 352, Keller editore, 2018

“Non è facile andarsene perché tutti gli abitanti della Kolyma, compresi i prigionieri, sono arrivati via mare. E fino a oggi questo è l’unico modo per andarsene: mostrando il documento d’identità e comprando un biglietto per la nave o l’aereo. Proprio come se la Kolyma fosse un’isola (…) Un’isola così distante, quasi fosse un altro pianeta: e infatti anche così la chiamano. Pianeta Kolyma, e tutto quello che sta al di fuori è materik: terraferma, continente.”

“Kolyma è il nome del fiume e della montagna. Non esiste una regione geografica nè un’unità amministrativa con questo nome. Comunemente si chiama così l’odierna oblast’ di Magadan, e un tempo tutto l’enorme territorio del Dal’stroj, che occupava un decimo dell’URSS dalla linea tracciata dal fiume Aldan e dalla bassa Lena fino allo Stretto di Bering.”

Ne I diari della Kolyma il giornalista polacco Jacek Hugo-Bader, vincitore dell’English Pen Award, racconta del viaggio in autostop che nel 2010 fece da Magadan a Jakutsk, lungo la strada costruita col sangue dei deportati nella più inospitale regione siberiana. E’ la narrazione di un viaggio memorabile nella Siberia di oggi, centrata prevalentemente sulle persone, troppo spesso dimenticate. Un gran bel libro.

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UN MONDO MIGLIORE – UWE TIMM

Uwe Timm, Un mondo migliore (tit. orig. Ikarien) , traduz. Matteo Galli, pp. 528, Sellerio

Con un Un mondo migliore, il suo ultimo romanzo, lo scrittore di Amburgo Uwe Timm torna ad occuparsi di ciò che forse più lo appassiona: la ricostruzione e rielaborazione della storia tedesca, e lo fa affrontando un tema pesante e complesso: la nascita, in Germania, della eugenetica razzista e del progetto “igiene della razza” su cui si fondarono le pratiche sadiche e sterminatrici del III Reich.

Il libro è stato pubblicato da Sellerio in occasione del Giorno della Memoria 2019.

Siamo in Germania nella primavera 1945, negli ultimi giorni di guerra e primi di pace. Un giovane militare americano, nato da genitori tedeschi, viaggia in missione per il paese man mano che procede la conquista.

Michael Hansen ha 25 anni, è emigrato negli USA dalla Germania da bambino. Nel 1930 avevano fatto una vantaggiosa offerta di lavoro a suo padre che era partito subito; poi, due anni dopo, nel 1932 lo avevano raggiunto la madre, la sorella maggiore e lo stesso Michael. Stabilirsi negli USA aveva di fatto consentito a Michael di non vivere sotto il regime nazista, di non venire sottoposto al martellamento della propaganda, di non avere ricevuto, in parole povere “un’educazione nazista”. Delle sue origini, della Germania, gli restano soltanto la conoscenza della lingua e un buon bagaglio culturale acquisito anche grazie ai suoi studi di letteratura tedesca. Con la guerra agli sgoccioli, viene inviato in missione “perché parla tedesco e ha la patente”

Ad Hansen i Servizi Segreti hanno affidato un incarico delicato:

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IL GHETTO INTERIORE – SANTIAGO H. AMIGORENA

Santiago H. Amigorena, Il ghetto interiore (tit. orig.le Le Ghetto intérieur, 2019), traduz. dal francese Margherita Botto, p.144, Neri Pozza Editore, 2020

“Il 13 settembre 1940, a Buenos Aires, il pomeriggio era piovoso e la guerra in Europa così lontana da far credere di trovarsi ancora in tempo di pace. Avenida de Mayo, la grande arteria fiancheggiata da edifici liberty che va dal palazzo presidenziale a quello del Congresso, era quasi deserta; solo pochi uomini frettolosi che uscivano dai loro uffici in centro correvano sotto la pioggia riparandosi la testa con un giornale per prendere un autobus o un taxi e tornare a casa”

Tutto comincia nel 1940. Alcuni amici ebrei, immigrati in Argentina dalla Polonia, si ritrovano quasi ogni giorno al Caffè Tortoni e si chiedono: cosa sta succedendo in quella Europa da cui sono fuggiti in nave qualche anno prima? Interpretare le rarissime notizie che arrivano in Argentina è molto difficile.

Vicente Rosenberg è uno di loro, “Forse, […] semplicemente, se n’era andato da Varsavia come si partiva allora, pensando che avrebbe fatto fortuna all’estero e poi sarebbe tornato, sarebbe tornato e avrebbe rivisto sua madre, sua sorella, suo fratello. Forse, andandosene, non aveva mai pensato che non sarebbe tornato, che non li avrebbe mai rivisti.” (segue a pag.2)

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