“PERCHE’ AMO LA LETTERATURA”

 

Tzvetan Todorov

E’ morto Tzvetan Todorov. Se ne è andato a poche settimane dalla scomparsa di un altro grande pensatore contemporaneo, Zygmunt Bauman.

Chi frequenta NonSoloProust sa quanto io apprezzassi entrambi. Todorov, in particolare, l’ho citato più volte e su alcuni suoi libri mi sono fermata per cercare di riflettere sul  pensiero di quello che considero uno dei miei Maestri.

Di Todorov mi limito oggi a riportare un piccolo brano che riguarda la letteratura e nel quale mi riconosco in pieno. Esprime un modello di pensiero, un atteggiamento che inconsapevolmente ho  seguito sempre di più  in particolare in questi ultimi anni   e che sono stata felice di aver (ri)trovato in queste parole del grande pensatore bulgaro-francese.

“La letteratura non nasce nel vuoto, ma all’interno di un insieme di discorsi vivi, di cui condivide numerosi aspetti; non è un caso se nel corso della storia le sue frontiere sono mutate spesso. Mi sono sentito attratto da queste altre forme di espressione, che non hanno preso il posto della letteratura, ma le si sono affiancate.
[…]

I testi che leggevo, racconti personali, resoconti, opere storiche, testimonianze, riflessioni, lettere, testi folcloristici anonimi non avevano in comune con le opere letterarie la condizione di essere inventati, perché descrivevano avvenimenti vissuti in prima persona; tuttavia, anche quelli mi facevano scoprire dimensioni sconosciute del mondo, mi emozionavano e mi stimolavano a pensare. In altre parole, per me si è esteso il campo della letteratura, perché ormai include, accanto a poemi, romanzi, racconti e opere drammatiche, il vasto ambito della narrativa destinata a uso pubblico o personale, il saggio, la riflessione. Quando mi chiedo perché amo la letteratura, mi viene spontaneo rispondere: perché mi aiuta a vivere.

>>> Tzvetan Todorov, La letteratura in pericolo (tit. orig. La littérature en peril), traduz. di Emanuela Lana, Garzanti, 2008 <<<

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AUSCHWITZ, MA NON SOLO

 

Auschwitz 1945

Liberazione di Auschwitz, gennaio 1945
(Fonte)

La memoria della Shoah, sia quella individuale che quella collettiva è — malgrado a volte ci si possa illudere del contrario — non semplice da controllare e gestire. E’ soggetta — come avverte Tzvetan Todorov — alle derive della sacralizzazione e della banalizzazione.

Un esempio di (orrida, a mio modesto modo di vedere) banalizzazione? Farsi i selfie davanti alle camere a gas, mettersi in posa giulivi e soddisfatti davanti a tutti i luoghi di un campo di sterminio in cui migliaia di esseri umani hanno sofferto in maniera indicibile.

Eccoli qui, gli eroi della banalizzazione, gli “eroi del nostro tempo”, mi permetto di dire parafrasando il titolo di un celebre romanzo di Vasco Pratolini:

Austerlitz Sergei Loznitsa

Questo che ho inserito è un fotogramma del — secondo me importante e tutto da vedere, specialmente quando si parla di “celebrazioni” — film-documentario  Austerlitz di Sergei Loznitsa presentato alla 73a Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, girato in lunghissimo piano sequenza a Sachenhausen (campo di concentramento a 35 chilometri appena da Berlino) e il cui titolo è ispirato all’omonimo romanzo di W.G. Sebald. Eccone un assaggio: il trailer ufficiale del film

Auschwitz è entrato così tanto nell’immaginario collettivo (e immemore) da esser diventato luogo di vacanze e di selfie.
Ci si va “per vedere com’era”.

… E la memoria è servita. Alè.

La memoria è (anche) selettiva, e le modalità con cui si può esprimere questa selettività sono tante e ancora forse non abbastanza esplorate. L’USO SELETTIVO DELLA MEMORIA sarà per me, quest’anno, il filo conduttore della Giornata della Memoria 2017.

Abbiate pazienza. Non sarò breve.

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ALEXANDER WAT – IL MIO SECOLO. MEMORIE E DISCORSI CON CZESLAW MILOSZ

 

Aleksander Wat Czeslaw Milosz

Aleksander Wat e Czesłav Miłosz a Berkeley nel 1964

“[…] in America e a Parigi, un poeta polacco raccontava la sua vita a un altro poeta polacco più giovane di una generazione” scrive Czesłav Miłosz nella Prefazione a Il mio secolo, libro risultato dalla trascrizione di conversazioni registrate al magnetofono nel corso delle quali Aleksander Wat raccontò a Milosz la sua vita dagli anni ’20 agli inizi degli anni ’40 del secolo scorso, venti anni trascorsi in gran parte nelle carceri staliniane.

Aleksander Wat, originariamente Cwat (Varsavia 1° maggio 1900 – Parigi 29 luglio 1967) è stato uno scrittore e poeta polacco di famiglia ebrea di antiche tradizioni giudaiche e polacche (tra i suoi antenati ci sono non solo famosi rabbini, filosofi, esperti cabalisti ma anche grandi patrioti polacchi come il nonno e il fratello del nonno) e viene considerato in Polonia uno dei più grandi poeti del XX° secolo. Da quel che mi risulta, però, in Italia la letteratura polacca non è (per molti motivi) ancora conosciuta come intuisco che merita. Chi sia stato Wat, che cosa abbia rappresentato per la cultura polacca, che vita incredibile abbia vissuto, per quel che mi riguarda l’ho scoperto prima da alcune pagine a lui dedicate da Francesco M. Cataluccio nel suo prezioso libro Vado a vedere se di là è meglio e adesso leggendo questa sorta di autobiografia – memoriale finalmente e molto meritoriamente edita nel 2013 dalla casa editrice Sellerio di Palermo. Continua a leggere

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MRS. BRIDGE – EVAN S. CONNELL

Mrs. Bridge Einaudi

Evan S. Connell, Mrs. Bridge (tit. originale Mrs. Bridge), traduz. Giulia Boringhieri, pp.232, Einaudi Supercoralli, 2016

” […] alcune persone scivolano sulla superficie dell’esistenza per poi scendere discretamente e serenamente nella tomba, ignare fino all’ultimo della vita, di tutto ciò che essa può offrire, da loro neppure intravisto”

Mrs. Bridge di Evan Connell è un romanzo che all’inizio sembra una garbata presa in giro, una raffinata satira di una certa midlle class della provincia americana, tutto sommato un romanzetto di gradevole e leggero intrattenimento ma che poi, a poco a poco diventa elegia e dolore. Mai urlato, mai declamato.

E con un finale perfetto.

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GRANDI SPERANZE. CON “THE VOICE”

Che vi devo dire? In questo fine 2016 e approssimarsi del 2017 mi sforzo di vedere bicchieri mezzi pieni ma continuo a vederli tutti mezzi vuoti.

Queste “Grandi Speranze” cantate da bimbetti capitanati da The Voice riescono però a mettermi allegria  🙂

Spero la mettano anche a voi.

Buon 2017.

P.S. Apprezzerete, spero, che quest’anno non vi ho ammorbato con le famigerate liste di libri (che ho letto, che mi riprometto di leggere, che mi sono piaciuti, che non mi sono piaciuti, che consiglio, che sconsiglio, che insomma così così…e tutte quelle robe lì).

Solo un coretto di bimbetti 🙂

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BUON NATALE!

La calda voce di un grande crooner, uno  dei miei cantanti preferiti per il  mio augurio  a tutte e a tutti di trascorrere  in serenità le festività natalizie. Credo proprio  che di serenità ci sia gran bisogno.

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LO SCIALO – VASCO PRATOLINI

Vasco Pratolini Lo scialoNon occorre arrivare all’ultima pagina del romanzo per comprendere il senso del titolo che si rifà ad un passo della poesia “Flussi” di Eugenio Montale:

“La vita è questo scialo
di triti fatti, vano
più che crudele.”

Avevo letto Lo scialo decenni fa, Pratolini era ancora vivo. Poi il libro era scomparso dalla circolazione ed io avevo perso la mia copia. Due poderosi volumi di circa 1300 pagine dell’ edizione Mondadori che potete vedere in questa foto presa da un annuncio su eBay

Vasco Pratolini Lo scialo

Finalmente ristampato nel 2015 da Rizzoli, l’ho subito riacquistato in ebook. Di quella prima lettura conservavo infatti un ottimo ricordo e mi chiedevo se oggi, a distanza di anni, questo romanzo fiume (circa 1000 pagine in ebook) mi avrebbe delusa oppure no.

Terminata la rilettura, posso dire che non solo non sono rimasta delusa, ma che forse oggi ho apprezzato ancora di più questa sontuosa messa in scena corale — una decina di personaggi principali e vera folla di secondari appartenenti a tutte le classi sociali — della Firenze dai primi anni del ‘900 al 1935 circa. Gli anni bui della Grande Guerra e, poi, dell’ascesa del PNF, le squadracce, le repressioni.

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LO SCHIAVISTA – PAUL BEATTY

 

Paul Beatty

PAUL BEATTY

“Allo zoo mi sono fermato davanti alla gabbia dei primati, ad ascoltare una donna che si meravigliava per l’aria ´presidenziale’ del gorilla da duecento chili seduto a cavalcioni di un grosso ramo di quercia reciso, a tenere d’occhio la propria ingabbiata discendenza. Quando il fidanzato ha dato un colpetto col dito al cartello informativo e le ha fatto notare che per combinazione il maschio ‘presidenziale’ si chiamava Baraka, la donna si è messa a ridere forte finchè non ha visto me, l’altro gorilla da duecento chili nei paraggi, mentre mi cacciavo in bocca qualcosa che poteva essere l’ultimo avanzo di un ghiacciolo Big Stick o di una banana Chiquita. A quel punto è scoppiata in lacrime, e in preda alla disperazione ha chiesto scusa per aver detto ciò che pensava e per il fatto che ero nato. ´Alcuni dei miei migliori amici sono scimmie’, ha aggiunto per sbaglio. Allora è toccato a me mettermi a ridere.”

Gli USA sono davvero ormai un Paese post-razziale? Il razzismo è un problema superato? Bonbon, il protagonista nero di questo romanzo, appassionato di agricoltura sperimentale e che produce eccellenti angurie quadrate non ne è affatto convinto:

“Anche se non è complicato coltivarle e sono anni che le vendo, la gente ancora impazzisce quando vede un’anguria quadrata. È come per la storia del presidente nero, dopo ormai due mandati in cui lo abbiamo visto pronunciare il discorso sullo stato dell’Unione in giacca e cravatta: uno potrebbe anche essersi abituato alle angurie quadrate, eppure per qualche motivo non è così.”

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