E DAL CIELO CADDERO TRE MELE – NARINE ABGARJAN

Narine Abgarjan E dal cielo caddero tre mele

Narine Abgarjan, E dal cielo caddero tre mele, traduz. dal russo Claudia Zonghetti, pp.272, Brioschi Editore, 2018

Il titolo viene da un antico proverbio armeno: “E dal cielo caddero tre mele: una per chi ha raccontato, una per chi ha ascoltato, la terza per chi ha compreso” che nel bel libro di Narine Abgarjan diventa “una per chi ha visto, una per chi ha saputo raccontare e una per chi ha ascoltato e ha creduto nel bene del mondo.”

Siamo a Maran, un piccolo villaggio sulle montagne dell’Armenia collocato sulla cima del Manish Kar. Maran è un minuscolo paesino che alla fine della prima guerra mondiale è popolato ormai quasi esclusivamente da persone anziane e molto vecchie che durante la loro vita ne hanno viste di tutti i colori.
I giovani sono stati travolti dalla guerra e non sono mai più tornati, i loro anziani parenti nella maggior parte dei casi non sanno se sono morti, se sono vivi ma prigionieri oppure dispersi; non ci sono più bambini, non c’è ormai più chi possa procreare. La gente del villaggio decimato dal massacro, da una terribile carestia è in attesa della propria morte e della estinzione definitiva della comunità.

L’assenza di giovani e soprattutto di bambini, la lontananza da altri centri abitati e dalle grandi città, il clima inclemente che contribuisce ad isolare il paese dal resto del mondo, l’estrema precarietà e difficoltà dei trasporti, tutto indica che ci si trova in una piccolissima comunità ormai in via di estinzione. Pur dedicandosi diligentemente alla routine quotidiana (coltivazione dei campi, cura dello sparuto bestiame, dei piccoli fazzoletti di giardino, della preparazione del cibo) e dei rituali prescritti nei giorni di festa gli abitanti sono consapevoli che ciò che possono aspettarsi ormai dal futuro è solo la morte.

Maran è in fin di vita. Questo è il punto di partenza di un romanzo che si apre con uno degli incipit più belli e singolari che mi sia capitato di leggere

“Venerdi subito dopo mezzogiorno, con il sole che aveva passato lo zenit e scivolava composto verso l’estremità a ponente della vallata, Sevojants Anatolija si coricò per prepararsi a morire. Prima di andarsene all’altro mondo annaffiò con cura l’orto e sparse becchime in abbondanza per i polli: i vicini ci avrebbero sicuramente messo un po’ a scoprire il suo corpo senza vita, e le povere bestie non potevano restare a pancia vuota. Già che c’era, tolse il coperchio alle botti piazzate sotto le grondaie: se scoppiava un temporale, avrebbero raccolto l’acqua che scendeva dal tetto evitando che si portasse via la casa con tutte le fondamenta. Poi rovistò fra le mensole della cucina, radunò le ciotole con gli avanzi – burro, formaggio, miele, un tozzo di pane e mezzo pollo lesso – e le portò al fresco dello scantinato. Rientrata in casa, tirò fuori dall’armadio “le cose da morto”: l’abito in lana con il colletto di pizzo bianco, il grembiule lungo con le tasche ricamate a punto piatto, le scarpe basse, i gulpa che si era fatta da sola ai ferri (aveva sempre i piedi gelati), la biancheria lavata e stirata con cura e il rosario con la croce d’argento della sua bisnonna.
Jasaman avrebbe capito che voleva stringerlo fra le dita. Lasciò i vestiti nel punto più in vista della stanza – il pesante tavolo di rovere con la tovaglietta di tela rozza che, a sollevarne un lembo, rivelava i segni chiarissimi e profondi di due colpi d’ascia -, posò sul mucchietto la busta con i soldi per il funerale, prese dal comò una vecchia tovaglia di tela cerata a scacchi e andò in camera.”

Eppure, andando avanti con la lettura, scopriamo a poco a poco che la narrazione che si apre con i meticolosi preparativi di un suicidio diventa, sorprendentemente, anche un sincero e vibrante inno alla vita ed il villaggio si va configurando come un mondo in cui le famiglie, potendo contare soltanto su se stesse riescono a superare le tragedie che si susseguono: guerre, carestia, terremoti ed altre catastrofi naturali.

Costruito attorno ad una manciata di storie individuali, nel corso della narrazione emerge sempre più evidente il senso di fratellanza di una comunità che nonostante tutto si rivela fortemente unita, in cui il legame tra i membri della comunità, la solidarietà nonostante gli inevitabili piccoli e grandi divergenze e conflitti è molto forte e costituisce un legame che fornisce ad ogni membro la forza e l’energia di andare avanti e di non arrendersi, nonostante tutto.

La forza dell’amore, della famiglia e dei ricordi felici non possono essere distrutti dalla guerra o da catastrofi naturali, da intemperie e terremoti.

A Maran il tempo dell’attesa della morte e della completa estinzione del villaggio viene riempita da un mondo immaginario e incantato che ognuno si crea ed in cui i miracoli vengono presi sul serio, un mondo in cui i rituali della routine quotidiana (la preparazione del cibo, le faccende domestiche, la cura dei campi e del bestiame), i riti funebri e la preparazione delle feste, le chiacchiere e le risate esorcizzino il tempo ed aiutino a sostenere gli orrori della guerra.

Un mondo fatto di ricordi felici e di sogni.

“La gente di Maran dava grande importanza ai sogni. […] Se si sognava di domenica non c’era nulla di cui preoccuparsi: essendo un giorno di festa i sogni della domenica non portavano né promesse né minacce. La notte fra il martedì e il mercoledì, invece, bisognava ricordare tutto per bene, perché era proprio di mercoledì, fra il primo e il secondo canto del gallo, che arrivavano i sogni rivelatori”.

Sogni, presagi e apparizioni: il mondo di Maran è visivo e sensoriale, tattile più che razionale; accetta, pur con incredulità, un dialogo differente con la natura e gli avvenimenti; sa accogliere dolore e rinascita attraverso i simboli che osserva e vive fisicamente.

Credenze, tradizioni: far parte di Maran significa conoscere tutti i segreti della sua cucina e il modo di vestire ma anche riconoscere la grande importanza che hanno i nomi. I nomi delle persone sanno raccontare la storia delle famiglie anche attraverso più generazioni: la famiglia di Vasìlij Kudàmants, il fabbro del villaggio, per esempio, non potendo restituire tutto in una volta del burro prestato, e costretta perciò a rimandare il saldo del debito, si vide affibbiare dal vicino poco generoso il soprannome Kudàmants, da “ku dam”, lo riavrai. Così ogni nome porta con sé un racconto, di gioia o vergogna.

La facilità (la levità, mi viene piuttosto da dire) con cui la Abgarjan ondeggia tra realismo e magia, tra storia e fiaba fa sì che Tre mele caddero dall’albero risulti romanzo armeno sincero e delicato che infonde (può sembrare strano ma è così) un gran senso di pace e di serenità e che – se proprio vogliamo incasellarlo – potremmo inserire in quel filone letterario che è stato chiamato “realismo magico”.

D’altra parte, Narine Abgarjan ha affermato che Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez è il suo romanzo preferito. Maran come un’altra Macondo, un paese con un’anima e un luogo dell’anima, uno di quei mondi letterari immaginari che come la contea di Yoknapatawpha di Faulkner, il Wessex di Thomas Hardy, il Barsetshire di Trollope vivono di vita propria e appaiono ormai più reali del mondo reale.

Nel romanzo, gli animali (ed in particolare un misterioso bellissimo pavone bianco la cui presenza punteggia tutta la narrazione comparendo nei momenti chiave della vita della gente di Maran) sono legati alle persone in modo che non ci è dato spiegare, i momenti del giorno hanno significati ultraterreni come le ore prima dell’ alba in cui gli Angeli della Morte vengono a prendersi le anime

Vasilij si voltò verso la madre. Era seduta, teneva le mani sulle ginocchia e le lacrime le rigavano il viso pallido e stremato. A vederla così fragile e sperduta, si spaventò e ne ebbe compassione
Vede gli angeli della morte – disse sorridendole, ma si tappò subito la bocca, perchè le labbra (traditrici!) gli tremavano, svelando che anche lui era impaurito e confuso.
Quella notte Akop contò “cinque più cinque più tre colonne blu”. Il giorno dopo seppellirono tredici persone.

Gli abitanti del villaggio sono paragonati a statue scolpite nella roccia ( “- Voi siete bellissimi […] Sembrate… delle statue di pietra, ecco. A Maran tutto è pietra. Case. Alberi. Persone… – e schioccò le dita: aveva finalmente trovato la parola che le serviva! – Scolpiti! Siete scolpiti nella pietra.”), la stessa di cui sono fatte le case di Maran che dopo anni di ferite “culla il suo infinito dolore tra braccia di pietra”: è fortissimo questo legame tra il luogo e i suoi abitanti che qui continuano a vivere tenacemente, reagendo a ogni disgrazia, fedeli alle proprie radici.

Narine Abgarjan ci regala una fiaba che riscalda il cuore con la solidarietà, l’aiuto reciproco, il coraggio e la serena gioia di vivere che ne deriva. E con un finale in cui il cerchio aperto dai preparativi di un suicidio si chiude con il miracolo della vita.

“Qualcuno ha voluto che così fosse e così è” era la frase preferita dai vecchi del luogo, […] la ripetè e sorrise. Le parole semplici hanno sempre un significato profondo.”

Narine Abgarjan
(Photo Dmitry Rozhkov)

Narine Abgarjan, armena, dal 1993 vive in Russia e scrive in russo.


In questo bel video della casa editrice Brioschi Narine Abgarjan assieme a Claudia Zonghetti (traduttrice del volume e curatrice della sezione russa della collana GliAltri della casa editrice) racconta ai lettori italiani il romanzo E dal cielo caddero tre mele e di come sia nata questa storia e di come, in corso d’opera, ciò che era stato pensato/progettato in un certo modo abbia subito mutamenti radicali.

Ed infine, una piccola nota a margine: il caso ha fatto sì che io abbia cominciato a leggere questo romanzo subito dopo aver terminato la lettura di Figli del Volga della scrittrice russo-tatara Guzel’ Jachina (ne ho scritto >>qui) e sono rimasta molto colpita nel constatare che anche in E dal cielo caddero tre mele dell’armena Narine Abgarjan le storie individuali dei personaggi e delle generazioni che si susseguono, la storia di due piccole comunità sono pervase da un intreccio di realismo, magia, da un’aura fantastica.
In entrambi i romanzi (che ovviamente sono comunque tra loro molto diversi) il fantastico, il miracolo, l’elemento magico, il sogno costituiscono, per i personaggi principali, una sorta di “bolla” in cui rifugiarsi, estraniarsi e difendersi da un mondo esterno (“il mondo di fuori”, lo chiamava Jakob Bach, il protagonista di Figli del Volga) vissuto come malvagio e nemico…

Ancora una volta mi sono chiesta se davvero siamo noi che scegliamo il libro da leggere o se è il libro che sceglie il momento giusto perchè possa ricevere tutta la nostra attenzione.

  • Scheda del libro >>

Informazioni su gabrilu

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2 risposte a E DAL CIELO CADDERO TRE MELE – NARINE ABGARJAN

  1. Ivana Daccò ha detto:

    Dev’essere davvero bello. La tua recensione è bellissima, e molto partecipata.
    E credo anch’io, anzi, vorrei dire che me ne sento certa: i libri hanno la capacità di presentarsi al momento giusto. Sicuramente di farsi leggere al momento giusto.

  2. newwhitebear ha detto:

    una recensione completa e intrigante come solo tu riesci a fare. Quasi quasi sono tentato i acquistarlo e leggerlo.

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