LA LIBERAZIONE DEI CAMPI – DAN STONE

 

Auschwitz 1945

27 Gennaio 1945. Soldati dell’Armata Rossa aprono i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz
(Fonte)

“Presto euforia e tempesta delle emozioni si quietarono. C’era gioia, certo, eravamo liberi, i cancelli aperti, ma dove andare? La liberazione era arrivata troppo tardi, per i morti; ma anche per noi rimasti in vita. Avevamo perso le nostre famiglie, gli amici, le case. Non avevamo dove andare; non c’era nessuno ad attenderci da qualche parte. Eravamo vivi, certo. Eravamo scampati alla morte, non ne avevamo più paura; iniziò la paura della vita”
(Hadassah Rosensaft, una sopravvissuta di Belsen)

“Avevo sempre pensato e immaginato tra me e me che questo momento avrebbe avuto qualcosa di particolarmente entusiasmante, magari anche di sconvolgente, ma soprattutto di festoso. Non provai nulla di tutto ciò! Nessuna felicità, nessun entusiasmo, solamente un vuoto disperante e una paura terribile, paura di andare a casa, paura suscitata dalla domanda di che cosa vi avrei trovato, di chi avrei atteso invano. Questo occupava la mia testa al momento. Ero incapace di essere felice.”

(Lisa Sheuer, sopravvissuta a Theresienstadt, Auschwitz, Freiberg, Mauthausen)

“Paura della vita”. “Incapacità di essere felice”.

I filmati dell’Armata Rossa su Majdanek e Auschwitz, le scene di La vita è bella, di Schindler’s List e di molti altri film e documentari, le numerose mostre e i libri che ne hanno trattato, presentano la liberazione dei campi nazisti come un episodio unico e festoso. Ma non fu come nelle favole, non finì con il “… e poi vissero tutti felici e contenti”. In realtà, per ciascun sopravvissuto al lager migliaia di altri internati si ripresero molto lentamente, rimasero per sempre segnati nella mente e nel corpo dall’esperienza concentrazionaria; quando non ne morirono nel volgere di breve tempo dopo la liberazione. Alcuni, in uno stato di totale prostrazione, neppure si resero conto di essere liberati, e soltanto in seguito percepirono l’avvenuto cambiamento. Molti di noi tutto questo lo avevano intuito; che la liberazione dal campo non fosse stata la fine di tutto ce lo aveva fatto capire Primo Levi ne La tregua, ce lo ha fatto capire recentemente Liliana Segre con La memoria rende liberi. La vita interrotta di una bambina della Shoah parlandoci delle loro personali esperienze. Ce ne parla oggi, attraverso una gran mole di documenti e di testimonianze di sopravvissuti e di liberatori/soccorritori lo storico inglese Dan Stone nel libro La liberazione dei campi. La fine della Shoah e la sua eredità.

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Sono passati settantaquattro anni da quando i campi di concentramento e di sterminio vennero liberati (1944-1945). Quando l’orrore delle atrocità che vi erano state compiute vennero alla luce, fu facile immaginare la gioia dei prigionieri liberati. In realtà, per coloro che erano sopravvissuti all’inimmaginabile, l’esperienza della liberazione fu un lento, faticoso viaggio verso un ritorno alla vita. In questa ricerca (che non ha precedenti) che riguarda i giorni mesi ed anni che seguirono l’arrivo delle forze Alleate nei campi nazisti, per la prima volta uno storico dell’Olocausto esplora, basandosi su fonti d’archivio e soprattutto sui racconti dei testimoni oculari raccolti sia tra i liberati che tra i liberatori e i soccorritori la complessità delle sfide cui le vittime liberate si trovarono a far fronte e gli immani e scoraggianti compiti che i loro liberatori si trovarono a dover intraprendere per aiutarli a recuperare le loro vite distrutte.

Lo storico Dan Stone si concentra sui sopravvissuti, sui loro sensi di colpa, sul loro sfinimento, sulle loro paure, sulla loro vergogna per essere sopravvissuti e sul devastante dolore per i familiari perduti. Parla degli immensi problemi medici, e in seguito delle pressanti richieste che i sopravvissuti, radunati nei campi per “Displaced persons (i campi per sfollati) facevano di andarsene, e di poter andarsene in Paesi di loro scelta.

Stone lavora su due linee parallele: quella delle vittime, dei sopravvissuti ma anche su quella dei liberatori. Ci parla degli sforzi (e anche degli errori di valutazione circa la gravità della situazione) dei liberatori britannici, americani, canadesi e russi che devono sopperire ai bisogni immediati dei sopravvissuti, affrontando in seguito anche i problemi a lungo termine che — Stone mostra assai bene — hanno pesantemente contribuito a modellare il mondo del dopoguerra inaugurando i primi passi degli anni della Guerra Fredda.

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I sopravvissuti dovettero affrontare anni di lotte per trovare un posto che potessero chiamare “casa” e dove poter ricostruire la propria vita.

Coloro che si trasferirono nel Regno Unito o negli Stati Uniti constatarono che la loro esperienza veniva sbrigativamente compresa nella generale narrativa delle sofferenze di guerra. Gli organi di stampa parlavano delle vittime in termini di gruppi nazionali, persone che avevano sofferto in seguito all’invasione nazista dei loro Paesi. Di conseguenza, la specificità della catastrofe ebraica fu obliterata

Le cose non erano semplici. Le vittime sopravvissute alle persecuzioni naziste avrebbero dovuto aspettare molti anni prima che le potenze liberatrici riuscissero a comprendere davvero l’Olocausto in tutta la sua portata e complessità. La politica messa in atto dagli Alleati nei confronti degli sfollati ebrei, dimostra Stone, era determinata da vari fattori tra cui i principali erano le divisioni e diffidenze all’interno delle potenze alleate dovute al clima da Guerra Fredda ormai incombente ed alla non comprensione delle specificità e delle differenze esistenti all’interno di quella che veniva ancora percepita come una massa indiscriminata di “vittime sopravvissute allo sterminio”. Tutto questo contribuì notevolmente ad esacerbare il problema del malinteso reciproco. I liberatori tutti (inglesi, americani, francesi, sovietici) — superata (e con quali difficoltà, con quanta fatica!) la prima fase dell’urgenza di cure mediche, di cibo e vestiario — non capivano le richieste dei liberati e i liberati, a loro volta, non capivano — non erano in condizione di capire — le enormi, assolutamente inaspettate difficoltà cui i loro liberatori/soccorritori si trovavano a dover far fronte, difficoltà dovute alla inimmaginabile ed inimmaginata dimensione quantitativa e qualitativa della tragedia che ogni giorno di più si rivelava di proporzioni immani. L’esperienza di essere stati liberati dai campi di sterminio nazisti era difficile e traumatica.
Gran parte del problema era costituito dal fatto che le autorità statunitensi e britanniche trovavano molto difficile comprendere le differenze cruciali tra i campi che loro avevano liberato nell’Europa occidentale e quelli che l’ avanguardia dell’Armata Rossa aveva liberato in oriente.

Mappa campi nazisti liberati dagli alleati

Mappa dei principali campi nazisti liberati dagli Alleati (1944-1945)
(Fonte)

L’Armata Rossa fu la prima a imbattersi in uno dei più importanti campi nazisti, Majdanek nei pressi di Lublino, in Polonia nel luglio del 1944. Nel 1945 i sovietici liberarono poi anche Auschwitz, Stutthof, Sachsenhausen. Ravensbrück, campo di concentramento delle SS destinato solo alle donne fu liberato il 29-30 aprile, 1945. Infine, il 9 maggio i sovietici liberarono il campo-ghetto di Theresienstadt (Terezín).

L’esercito USA in seguito liberò Buchenwald, Dora-Mittelbau, Flossenbürg, Dachau e Mauthausen.

Le forze britanniche liberarono i campi nel nord della Germania tra i quali Neuengamme e Bergen-Belsen.

1945. Liberazione di Auschwitz

1945. Liberazione di Auschwitz

Gennaio 1945. L’Armata Rossa ad Auschwitz

Gli Alleati occidentali all’inizio non credettero a quello che i sovietici dicevano di aver trovato nei campi dell’Europa dell’Est da loro liberati (la maggior parte in Polonia), pensavano fossero notizie esagerate; la maggior parte della stampa britannica parlava delle descrizioni che i sovietici inviavano circa le atroci condizioni dei campi e del massacro industrializzato che si svolgeva al loro interno con un tono di forte incredulità… Poi però inglesi e americani (che operavano nell’Europa occidentale) “scoprirono” Buchenwald, Dachau, Belsen… All’improvviso, le descrizioni dei sovietici su ciò che avevano trovato a Majdanek, Treblinka, Auschwitz apparvero fin troppo reali…

1945. Liberazione di Mathausen

5 Maggio 1945. L’esercito USA entra a Mauthausen
Photo Credit: USHMM

Stone cita la testimonianza di Georgj Elisavetskij, uno dei primi militari russi a entrare nel campo che nel 1980, a quasi mezzo secolo dai fatti dichiarò: “Ancora oggi, il sangue mi si gela nelle vene quando nomino Auschwitz»; e ha descritto la liberazione soffermandosi sull’intensa drammaticità di certi particolari: “Quando sono entrato nella baracca ho visto degli scheletri viventi che giacevano sui letti a castello a tre piani. Come in una nebbia, ho sentito i miei soldati dire: «Siete liberi, compagni!» Ho la sensazione che non capiscano e comincio a parlargli in russo, polacco, tedesco, nei dialetti ucraini. Mi sbottono il giubbotto di pelle e mostro loro le mie medaglie… Poi ricorro allo yiddish. La loro reazione ha dell’incredibile. Pensano che stia provocandoli; poi cominciano a nascondersi. E solamente quando dissi: «Non abbiate paura, sono un colonnello dell’Esercito sovietico e un ebreo. Siamo venuti a liberarvi» […] Finalmente, come se fosse crollata una barriera… ci corsero incontro urlando, si buttarono alle nostre ginocchia, baciarono i risvolti dei nostri cappotti e ci abbracciarono le gambe. E noi non potevamo muoverci; stavamo lí, impalati, mentre lacrime impreviste colavano sulle nostre guance”  

Questa era la situazione (vi risparmio le immagini più terribili) di fronte alle truppe Alleate quando arrivarono alle porte dei campi di concentramento, e Dan Stone sottolinea giustamente la confusione che attanaglia tutti. Le truppe di terra non erano in alcun modo preparate per quello che stavano scoprendo, e furono sopraffatte dall’incomprensibile scala della miseria umana che incontrarono. Non c’era tempo per informarsi sui diversi tipi di campi o sui diversi gruppi di vittime. Ci volle tempo affinché gli Alleati acquisissero una più solida conoscenza della natura del sistema dei campi nazisti (transito, smistamento, lavoro coatto, detenzione, sterminio…) e individuassero quali gruppi erano presi di mira, e quale differenza di trattamento fosse riservata ad ebrei, delinquenti comuni, rom, omosessuali, prigionieri politici…

Mappa campi nazisti

I principali campi nazisti nell’Europa occupata (1943-1944)
(Fonte)

Stone considera gli eventi che riguardano la liberazione dei campi non solo come una lunga coda dell’Olocausto (il che sarebbe secondo lui riduttivo), ma anche come elemento fondamentale per il dispiegarsi degli anni del dopoguerra in Europa, per la geopolitica della Guerra Fredda e considera la liberazione e tutto ciò che ad essa seguì nei mesi e negli anni di fondamentale importanza per lo svilupparsi dell’atteggiamento internazionale e delle politiche nei confronti della Palestina, per il futuro dell’Impero britannico e del Medio Oriente, per la nascita stessa dello Stato di Israele. Secondo Stone, la liberazione dei campi costituì non solo un ponte ma un vero e proprio punto di svolta della geopolitica tra gli anni della guerra e il dopoguerra.

“Lo studio della liberazione dei campi di concentramento nazisti ci ricorda, in primo luogo, che una parte rilevante della storia della Shoah è stata ampiamente trascurata dagli studiosi. Merita pertanto una nuova narrazione non soltanto perchè la liberazione fu un fenomeno più complesso di quanto si sia soliti ritenere, nè perchè sia stata unicamente considerata un accadimento gioioso che restituì rapidamente i sopravvissuti alla vita normale. Ma anche perchè […] gli accadimenti che s’accompagnano alla liberazione dal lager non vanno intesi solamente come una lunga coda della Shoah, bensì come di per sè fondamentali nel secondo dopoguerra europeo: per la geopolitica della guerra fredda e, a motivo delle loro ripercussioni sulla Palestina, per il futuro dell’Impero britannico in generale e del Medio Oriente in particolare. La liberazione dei campi si pone come un ponte tra gli anni della guerra e del dopoguerra. In riferimento alla distruzione degli ebrei d’Europa da parte dei nazisti, ossia a quella che verrà chiamata in seguito Shoah, va detto che furono le scelte politiche degli Alleati, poco attente ai timori, alle angosce e alle speranze dei sopravvissuti, a indurli, in gran parte, a non considerare l’Europa una patria e a convincerli che solamente in Palestina avrebbero potuto avere un futuro accettabile. Pure i sopravvissuti non ebrei al lager, in particolare se cittadini dell’Unione Sovietica e dei suoi satelliti, si resero conto di essere usati come moneta di scambio nelle relazioni in rapido deterioramento fra gli Alleati occidentali e i sovietici.”

Questa attenzione alla dimensione politica delle conseguenze della liberazione dei campi e degli effetti sia sui liberati che sulle potenze alleate che avevano sconfitto la Germania nazista è, a mio parere, uno degli aspetti più stimolanti ed interessanti di questo libro.

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L’aspetto politico ed il resoconto delle decisioni prese — saggiamente o incautamente — dalle autorità britanniche, statunitensi e francesi è però solo uno dei temi trattati nel libro.

Ripercorrendo diari e interviste, Stone presenta la dimensione molto umana che riguarda la liberazione dei campi. Accanto alla storia orale costituita da una grande quantità di testimonianze di sopravvissuti, Stone usa i rapporti e le relazioni ufficiali, i resoconti giornalistici, gli epistolari, gli appelli, le dichiarazioni dei soldati liberatori e del personale incaricato dell’accoglienza, la documentazione fornita dalle organizzazioni. Nonostante sia convinto che l’Olocausto rimarrà sempre opaco nella nostra comprensione, egli fa di tutto per dare al lettore il senso di come sia stata la liberazione per coloro che lo hanno vissuto.

Le storie dei sopravvissuti che vengono riportate sottolineano quanto per tutti loro sia stata improvvisa e inaspettata la liberazione. Il momento di liberazione non era di completa gioia, ma piuttosto un momento di emozioni, stordimento, confusione.

Nel capitolo introduttivo, Stone fornisce una panoramica molto breve ma molto necessaria del sistema dei campi nazisti e di come esso si fosse sviluppato dall’inizio nel 1933 fino ai caotici giorni finali della guerra, descrive e riporta testimonianze di coloro che sopravvissero alle “marce della morte” che i prigionieri erano stati costretti a fare da est a ovest, un fenomeno complesso che gli storici hanno faticato a comprendere, da qualcuno definite la continuazione della Soluzione Finale con altri mezzi…

Dopo aver descritto i primi momenti di liberazione nei vari campi, Stone passa agli effetti a lungo termine. Nutrire, curare, organizzare ed eventualmente rimpatriare così tante migliaia di ex detenuti dei campi era un compito gigantesco, le risorse a disposizione dei militari e dei soccorritori (tra questi, le varie organizzazioni internazionali per i rifugiati, l’ Agenzia Ebraica per la Palestina, Comitati ed Unità varie di assistenza ebraiche e tanti altri) erano inadeguate, e questo fu uno dei motivi per cui la specificità della situazione degli ebrei, il fatto significativo che gli ebrei fossero stati presi di mira in modo particolare dal regime nazista non apparve subito abbastanza chiaro. A questo si aggiunge che per i sovietici, il fatto che le vittime dei campi di sterminio fossero stati prevalentemente ebrei non era da porre in rilievo, era contrario all’ideologia che voleva che per l’Armata Rossa la guerra fosse stata soprattutto la sconfitta del fascismo e la conseguente vittoria totale della classe operaia internazionale. Stalin voleva che le vittime del regime nazista fossero rappresentate tutte come persone morte in nome della causa antifascista, e per far questo si censurava il fatto che le vittime principali dei nazisti, l’obiettivo primario delle persecuzioni e dei massacri nazisti erano stati gli ebrei.

D’altra parte, la riluttanza a separare le categorie di vittime fu comune all’intera Europa: all’Est perché le autorità volevano diffondere una visione della Resistenza unitaria, comunista e antifascista; all’Ovest, perchè i conflitti tra i diversi gruppi, compresi i collaborazionisti e i lavoratori coatti ai quali il nazismo aveva riservato un trattamento un po’ meno crudele, non ostacolassero la ricostruzione di società minimamente funzionanti.

Le storie dei sopravvissuti dell’Olocausto che Stone racconta ci ricordano che il loro futuro era molto, troppo nelle mani degli altri, e coloro che potevano e dovevano prendere decisioni erano sempre più sotto pressione a causa della politica della Guerra Fredda.

Per comprendere perché occorse un lasso di tempo cosí lungo per creare una modalità regolare e sistematica di sostegno, si devono infatti collocare le scelte politiche degli Alleati concernenti gli sfollati nel contesto piú ampio delle tensioni tra Alleati riguardo all’Impero, alla Palestina, all’immigrazione, alle preoccupazioni di politica interna, alle scelte politiche in tema di occupazione e al profilarsi della guerra fredda.

Col trascorrere del tempo, ossia con gli sviluppi della guerra fredda, gli sfollati erano di fatto diventati «pedine sullo scacchiere politico».

La questione palestinese, le resistenze del governo britannico a consentire agli ebrei che volevano a tutti i costi lasciare per sempre l’Europa per la Palestina, le crescenti tensioni tra britannici ed ebrei, la politica di immigrazione degli Stati Uniti che tendeva a limitare sempre di più l’accesso nel suo territorio, i tentativi sovietici di distruggere l’impero britannico e l’emergere infine della Germania Ovest di Konrad Adenauer risultò, rileva Stone, una miscela tossica. Seguendo il loro viaggio dalla Germania in Israele, la narrativa di Stone mostra le condizioni scioccanti che coloro che erano stati “liberati” sono stati costretti a sopportare.

Tornare a casa. Gli Alleati avevano istituito una distinzione schematica tra displaced persons (persone sfollate) e refugees (rifugiati).

Le displaced persons erano definite «civili al di fuori dei confini nazionali dei loro paesi a causa della guerra: 1) desiderosi ma impossibilitati a ritornare in patria o trovarne una senza bisogno di assistenza; 2) desiderosi di essere riportati in territorio nemico o già nemico». I refugees, invece, erano persone «non al di fuori dei confini nazionali del loro paese». In entrambi i casi si presupponeva che tutte queste persone avessero una patria dove andare; presupposto rivelatosi ben presto errato.

In Germania, nel 1952, nei campi sfollati c’erano ancora ebrei, a dimostrazione di quanto difficile e traumatico fosse il processo di rimpatrio di un popolo i cui componenti erano, molto spesso, nati in Germania e che dalla Germania erano stati perseguitati. L’antisemitismo, inoltre, non era magicamente terminato con la guerra e le popolazioni ebraiche dei campi profughi erano ancora spesso oggetto di abusi. Nonostante i detenuti ebrei di questi campi desiderassero molto comprensibilmente andarsene dalla Germania e allontanarsi dal luogo di terribili atrocità, molti sfollati venivano ancora alloggiati in ex campi di concentramento nazisti, in particolare Belsen.

L’esistenza dei campi sfollati ci invita, retrospettivamente, a non considerarli una conseguenza inevitabile della guerra e della fine della Shoah. Ci sarebbero state altre soluzioni se gli sfollati «non rimpatriabili», e in particolare quelli ebrei, le «macerie umane» della guerra, non fossero rimasti vittime della politica internazionale. Sicché, nonostante ci fosse chi li riteneva un’indecenza, i campi continuarono a esistere per un tempo assai piú lungo di quanto si sarebbe potuto immaginare nel 1945 e, a causa dell’afflusso degli ebrei provenienti dall’Europa orientale, crebbero ulteriormente diventando delle comunità a pieno titolo, con una vita sociale, economica e culturale coesa.

Nel giro di poche settimane dalla liberazione, i sopravvissuti non ebrei furono liberi di ritornare in patria e molti, in effetti, lo fecero; come del resto fecero gli ebrei provenienti dall’Europa occidentale. Quelli che rimasero rientravano in due categorie principali. La prima comprendeva sia gli europei dell’Est che non volevano rientrare in Paesi diventati comunisti, sia i cittadini sovietici (in particolare ucraini) che non volevano rientrare in Urss. A differenza dei sopravvissuti non ebrei, come per esempio i lavoratori coatti, la maggior parte dei sopravvissuti ebrei, in particolare quelli provenienti dalle regioni orientali, a differenza degli altri, non potevano rientrare rapidamente in patria per il semplice fatto di non averne alcuna, di non avere dove andare; esperienza diffusa era quella di essere diventati estranei, male accetti, nella città natale, dove spesso i locali non ebrei si erano appropriati dei loro appartamenti o della loro casa, senza perdere troppo tempo ad aspettare che qualcuno ritornasse a reclamarli.

Nel 1945, alla vigilia della fine della guerra, Hannah Arendt ha scritto, con una certa preveggenza, che l’apolidia sarebbe diventata una caratteristica definitoria del mondo postbellico: “Sarebbe bene se si ammettesse comunemente che, in Europa, la fine della guerra non comportò il rimpatrio automatico di trenta o quaranta milioni di esuli, e che soltanto una percentuale piuttosto limitata di rifugiati, apolidi e migranti perderà automaticamente il proprio status per riacquistare quello normale di cittadino di uno Stato.”

“lI mondo libero non ci accolse come fratelli e sorelle a lungo persi ma ritrovati, liberati dalle forze del male e quindi da accogliere con giubilo nella Famiglia dell’Uomo. Questo era il quadro dipinto dal mio ardente desiderio infantile. In realtà siano stati un peso, un problema sociale” (Kurth Klüger)

L’estrema difficoltà degli ebrei di continuare a vivere nelle loro ex patrie nell’Europa orientale, chiaramente dimostrata dal pogrom di Kielce (Polonia) del luglio 1946, generò un ampio movimento migratorio in direzione ovest che incrementò il numero degli ebrei presenti nella Germania liberata nel maggio 1945. A questo, si aggiunga che gli ebrei sopravvissuti al genocidio erano spesso ritenuti «compromessi» con il nazismo per il solo fatto di essere ancora in vita, senza contare che i rapporti con loro erano particolarmente difficili anche a causa del grande trauma subito.

Il percorso dallo stato di prigioniero a quello di sopravvissuto a quello di chi tenta di costruirsi una nuova vita è stato insomma estremamente lungo e doloroso e, come mostra questo libro, la liberazione dei campi nel 1944/45 fu solo l’inizio di un processo che avrebbe richiesto anni per essere completato.

“In altre parole, la liberazione fu un processo, qualcosa che avvenne nel corso del tempo; talvolta un arco di tempo assai lungo. Molti sopravvissuti erano tutt’altro che gioiosi, e spesso le ferite non erano affatto rimarginate. In particolare, per gli ebrei scampati al lager era impossibile, semplicemente, ritornare a casa.”

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Ho scelto di parlare di questo libro  per la Giornata della Memoria non solo perchè penso che il libro di Stone ci costringa a guardare oltre la fine della guerra, ad andare oltre la ripetizione e riproposizione di immagini ormai diventate talmente iconiche (divise a strisce penzolanti da fili spinati, mucchi di cadaveri “accatastati come legna da ardere”, scheletri ambulanti…) da rischiare di produrre, anzichè emozione, assuefazione ma anche e forse soprattutto perchè ci si deve guardare dalla consolante idea che “l’apertura dei cancelli” indichi la fine della Shoah.

I drammi dei sopravvissuti (quanti casi di suicidio, tra di essi, anche dopo anni dall’avvenuta liberazione!), i milioni di persone che si trovarono soli al mondo, senza famiglia, senza amici, senza una casa e una patria cui tornare e che si trovarono a vagare in massa attraverso l’Europa da oriente a occidente; gli sconvolgimenti geopolitici che tutto questo produsse indica che gli stermini nazisti e la Shoah produssero una gigantesca reazione a catena che sconvolsero equilibri e che gli effetti di tale sconvolgimento si manifestano ancora oggi.

Ancora una volta: l’uccisione degli ebrei e il crollo del Terzo Reich contribuirono pesantemente a configurare il mondo postbellico.

“Dove comincia il presente? Quando nascono le forze, i conflitti e le idee che governano la nostra epoca?” si chiede Elisabeth Åsbrink in quel 1947 del quale avevo parlato >>qui, la Storia è una catena, dietro ogni “adesso” c’è sempre un “prima”. Certo, la Storia non si fa con i “se”, ma mi avventuro a fantasticare che se non ci fosse stata la folle mattanza nazista il corso degli avvenimenti sarebbe stato molto diverso. Lo Stato di Israele sarebbe prima o poi nato egualmente, ma con modalità, urgenze e molto probabilmente (mi piace immaginare) con livelli di conflittualità diversi.

Dan Stone ha scritto un libro avvincente incredibilmente ricco di testimonianze di sopravvissuti, intessendo un immenso arazzo che cattura il lettore anche per le tante storie commoventi e davvero molto crude che contiene. Come dicevo all’inizio, questo libro è il primo studio sistematico che viene realizzato su ciò che avvenne con e dopo la liberazione dei campi nazisti. Qualunque possa essere il giudizio che su questo testo si possa dare, penso che in ogni caso offra un serio punto di partenza (o di proseguimento) per ulteriori studi che affrontino l’ampia gamma di questioni e domande che esso sicuramente pone.

Il volume è corredato da un ricco apparato di note, indice analitico, bibliografia, un interessante apparato iconografico. Si avverte però la mancanza di una o più mappe che indichino non solo la collocazione dei vari campi ma anche le loro diverse caratteristiche e l’indicazione di quando e da chi vennero liberati. Strumenti importanti perchè ovviamente nel libro si fa continuamente riferimento ai singoli campi, e il lettore che non abbia dimestichezza con questi temi è facile che stenti a orientarsi.

Le mappe che ho messo in questo post le ho cercate e trovate in rete. A me sono risultate utilissime.

Dan Stone

Dan Stone (1971) insegna Storia moderna alla Royal Holloway University of London ed è direttore presso lo stesso istituto del Centro di ricerche sulla Shoah. Ha pubblicato quindici libri sull’Olocausto e la storia europea del Novecento, tra i quali molto citato ho visto essere Goodbye to All That? The Story of Europe Since 1945. (non mi risulta sia stato tradotto e pubblicato in Italia). Vive a Londra.

Dan Stone La liberazione dei campi

 

Dan Stone, La liberazione dei campi. La fine della Shoah e le sue eredità (titolo orig.le The liberation of the camp. The end of the Holocaust and its aftermath, traduz. di Piero Arlorio, pp. 312+221, Einaudi, 2017

*** La scheda del libro >>

***La mappatura dei Ghetti, dei centri di eutanasia, dei campi di concentramento e sterminio, dei campi per “displaced persons” (campi di sfollati) dopo la liberazione e molto altro utilissimo materiale >>

*** La testimonianza di uno dei primi cinque soldati sovietici che per primi entrarono ad Auschwitz >>

*** La Giornata della Memoria su NSP:

2018, 2017,2016,2015,2014, 2013, 2012, 2011, 2010, 2009

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4 risposte a LA LIBERAZIONE DEI CAMPI – DAN STONE

  1. Ivana Daccò ha detto:

    Non si conosce. E si fugge dal dolore di conoscere, senza comprendere che è – oltre che, primariamente, la prima cosa dovuta a tutti quei morti e, ancor di più, ai sopravissuti – il solo modo per non ripetere, e condannarsi a rivivere, ciò che è stato vissuto.
    Temo che la nostra generazione, quella di chi è nato in prossimità o subito dopo la fine della guerra, abbia creduto di difendere i propri figli “riparandoli” da una conoscenza dolorosa, che li avrebbe costretti non solo al dolore di sapere ma anche a interrogarsi. Stiamo ora sulla soglia del baratro. Gli umani, temo, lo sono sempre, su quella soglia.
    Sapere, parlare, ascoltare, resta la sola difesa.
    Grazie

    • gabrilu ha detto:

      Ivana Daccò
      In quello che dici a proposito del probabile tentativo da parte di molti della generazione del dopoguerra di “riparare” i figli da conoscenze dolorose c’è sicuramente del vero, ma è vero anche che per anni (a volte decenni) le stesse vittime sopravvissute alla Shoah hanno taciuto, non perché non volessero ma perché non riuscivano a farlo. Di testimonianze in tal senso ne abbiamo una quantità enorme. Ne cito una per tutti: Liliana Segre ha cominciato a “parlare”, come ha detto più volte lei stessa, solo dopo molti, molti anni. Inoltre, sempre Liliana Segre ma anche quelli che, come Primo Levi (sempre per rimanere in Italia e a nomi noti a tutti) cercò di parlare subito (Primo Levi addirittura con un libro) ci hanno detto che, allora, pochi erano disposti ad ascoltarli. Ci furono anni ed anni in cui da una parte non si riusciva a parlare, dall’altra non si voleva e/o non si riusciva ad ascoltare.
      Lo stesso Dan Stone, nel suo libro, riportando testimonianze di sopravvissuti parla della difficoltà che lui e quelli prima di lui hanno incontrato nel far dire loro l’indicibile. Ed io lo capisco…lo capisco eccome…

  2. aleramo53 ha detto:

    Ottima Gabrilu,
    grazie anche per questo ulteriore interessante contributo alla nostra sempre scarsa conoscenza, specie di argomenti per cui è stata necessaria la cosiddetta “distanza storica”.
    Approfitto però per rispondere, con incolpevole ritardo, alla tua richiesta di commento sul libro “Salvarsi” (Einaudi) di Liliana Picciotto.
    Lettura non certo facile, almeno per i non “addetti ai lavori” in tema di persecuzione ebraica, ricerca però veramente esauriente e completa, estesa a tutto il territorio nazionale e ricca di documentazioni oggettive, finanche nei riscontri minimi, tanto che è citato l’episodio della famiglia Ortona salvata a Masone da Rosetta e Giacomo Ottonello, cui sono riuscito a far riconoscere nel 2105 il riconoscimento di Giusti fra le Nazioni.
    Ne consiglio quindi la lettura a tutti coloro che desiderino avere contezza circa episodi di salvataggio di ebrei attuati anche da molti oscuri personaggi, funzionari fascisti, religiosi, semplici cittadini che pur rischiando la vita non si sono tirati indietro.
    Come ne “I sommersi e i salvati” Einaudi) di Primo Levi, finalmente si possono conoscere i risvolti “grigi” di un periodo storico troppo a lungo visto solo nel manicheo “bianco e nero”.
    A tale proposito e in periodo di commemorazioni, desidero caldeggiare la lettura di “Quattro ore nelle tenebre” di Paolo Mazzarello (Bompiani), in cui è descritta l’opera del sacerdote Luigi Mazzarello che salvò tra gli altri anche Enrico Levi, zio di Primo Levi e Lele Luzzati, e “Hotel Meina” di Marco Nozza (Saggiatore-Tascabili), libro ricchissimo di oggettivi spunti d’approfondimento e perché descrive il primo massacro di ebrei in Italia, avvenuto dopo 12 settembre 1943 sul Lago Maggiore. Carlo Lizzani ne ha tratto il film dall’omonimo titolo.
    Auguro buone letture a tutti!

    • gabrilu ha detto:

      aleramo53
      Grazie per questo articolato commento. Sono molto contenta per l’apprezzamento del libro di Liliana Picciotto, è un libro che dovrebbe esser letto e non solo da “addetti ai lavori”, anzi…
      Io non lo trovo un libro in cui sia difficile districarsi, l’importante è — per coloro che non abbiano dimestichezza con i temi legati alla Shoah — leggere attentamente la prima sezione del volume, quella in cui vengono spiegati gli obiettivi della ricerca e illustrati i criteri e la metodologia impiegata per lavorare. C’è inoltre un intero capitolo dedicato al contesto storico (gli ebrei prima durante e dopo le Leggi Razziali e la guerra) che rende facile inquadrare poi tutte le testimonianze sia dei “salvati” che dei “soccorritori”. Certo, un po’ di attenzione e di pazienza ci vuole, ma questo vale, a mio parere, per qualunque libro di una certa importanza…

      Non conosco gli altri due libri che segnali, me li sono appuntati, anche se ormai la memorialista, la diaristica relativa alla Shoah ha assunto dimensioni così vaste che seguirla tutta richiede (questo si) un impegno da addetti ai lavori… Il film di Lizzani lo conosco di fama, ma non l’ho visto.
      Mi viene in mente un esempio banale: leggevo qualche giorno fa che secondo il Yad Vashem esistono a oggi migliaia (migliaia!) di film sulla Shoah…

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