TUTTI I RACCONTI – BERNARD MALAMUD

Bernard Malamud Tutti i racconti

Bernard Malamud, Tutti i racconti, traduz. Giovanni Garbellini, Igor Legati, Vincenzo Mantovani, Prefazione Emanuele Trevi, 2 voll. in cofanetto, pp. 1004, Minimum Fax, 2019

“Non posso continuare di più a lungo in questo modo, disse Levitanskij, posandosi la mano su cuore. Mi sento chiuso a chiave dentro cassetto con miei poveri racconti.” (L’uomo nel cassetto, anno 1968 raccolta Prima gli idioti)

(Ebbene sì, lo ammetto: è il mio racconto preferito)

Di Bernard Malamud, uno dei più grandi autori della narrativa ebraico-americana, molto probabilmente sono noti soprattutto i grandi romanzi come Il commesso, L’uomo di Kiev, Le vite di Dubin. Io stessa ho conosciuto Malamud attraverso i romanzi, e pur sapendolo anche autore di molti racconti non ne avevo letto sino ad ora nemmeno uno.
Questo cofanetto della Minimum Fax, in cui sono raccolti tutti i 55 racconti che Malamud scrisse tra il 1940 e il 1982, precedentemente assemblati con grande cura dallo stesso autore in raccolte come Il Barile magico, Ritratti di Fiedelman e Il cappello di Rembrandt o pubblicati postumi mi ha dato l’occasione di scoprire il Malamud autore di racconti, ed è stato un vero colpo di fulmine, amore a prima vista (o meglio, a primo racconto). Si tratta infatti di un susseguirsi di veri e propri gioielli i quali, sia che vengano letti ad uno ad uno saltando qua e là e inframezzati da altre letture, sia che vengano letti tutti di seguito seguendo l’ordine cronologico di scrittura rivelano appieno il talento di questo grandissimo autore del Novecento americano per il quale Philip Roth — con cui Malamud ebbe una lunga complessa storia di amicizia e di diffidenza reciproca — scrisse il necrologio.

Qual è il segreto di Malamud, che riesce a rendere tanto appassionanti povere vite ordinarie di gente comune, piccoli commercianti di quartiere, bottegai, sarti, panettieri e pasticceri o ex selezionatori di uova, come il protagonista di Lamento funebre? Personaggi tutti colti nella loro povertà in un momento particolare delle loro grige esistenze. Sono racconti, questi di Malamud, che fanno pensare alla vecchia tradizione degli ebrei dell’Europa orientale, ad un mondo dello shtetl trapiantato nei quartieri periferici delle grandi metropoli americane… E poi ci sono i “racconti romani” (a Roma Malamud visse due anni con la famiglia) in cui ci imbattiamo in Via Margutta, in scatole di Baci Perugina e sì… anche in Alberto Moravia…

Ma che ci si ritrovi negli alveari delle periferie americane o in Italia in una meravigliosa quanto improbabile villa sul lago Maggiore (La donna del lago, uno dei racconti più belli della raccolta) o nelle stradine del centro storico di Roma i temi sono ricorrenti: angoscia, disgrazia, senso di colpa, sgomento, smarrimento di fronte alla vita.

Tutto è impregnato di ebraismo, in questi racconti: il lamento, l’umorismo, la capacità di vivere nonostante le avversità, e racconti che privilegiano il legame con l’assurdo. Come, ad esempio, L’angelo Levine: racconto nel quale, tornando a casa, il sarto Manischewitz “nel soggiorno […] ebbe la sorpresa più grande della sua vita, perchè seduto davanti al tavolo c’era un nero che leggeva un giornale, piegato in modo da tenerlo con una mano sola,” e questo nero dichiara di essere un angelo “Un autentico angelo del Signore, entro i dovuti limiti […] da non confondersi con i membri di qualsiasi particolare setta, ordine od organizzazione operanti qui sulla terra sotto un nome consimile” o il racconto L’uccello ebreo in cui in una afosa sera d’agosto un uccello infilandosi dalla finestra nella cucina di un rappresentante di surgelati “atterrò, se non proprio in pieno sulla grossa costata d’agnello di Cohen, perlomeno sulla tavola, molto vicino”) . Ah, dimenticavo di dire che l’uccello viene chiamato — guarda caso — Schwarz. Non so se mi spiego.

Si ride spesso, ci si affligge con le disgrazie dei personaggi, ma Malamud non è scrittore del pianto. Queste raccolte sono in realtà un inno alla vita perchè anche nelle avversità i suoi personaggi — spesso solitari, poveri e senza molte speranze nella clemenza del cielo — rimangono sempre in piedi anche quando le loro condizioni appaiono disperate.

“Ci sono ebrei dappertutto” recita il famoso finale del racconto L’angelo Levine, perché l’ebreo — come scrive Emanuele Trevi nella bella e assolutamente imprescindibile Prefazione — è l’uomo, ogni uomo nel momento in cui viene soppesato sulla bilancia della sua «condizione».

C’è tristezza, in questi racconti, ma anche la voglia di vivere nonostante disgrazie e avversità, una sottile vena fantastica e anche molto humor.

Ne Il barile magico, racconto con cui si intitola la raccolta forse più famosa, troviamo probabilmente sintetizzate le linee tematiche dell’universo di Malamud: Leo Finkle, un giovane allievo rabbino alla Yeshivah University di New York, decide di trovare una moglie attraverso l’intermediazione di un sensale. Maniaco, paranoico, pessimista e maldestro, quando comunque va al primo appuntamento con la ragazza dei suoi sogni

“Lei aspettava intimidita e a disagio. Di lontano lui vide che i suoi occhi – tali e quali a quelli del padre – erano pieni di una disperata innocenza. Raffigurò, in lei, la propria redenzione. Violini e candele accese ruotavano nel cielo. Leo corse con i fiori tesi davanti a sé.”

Ma ecco come Malamud manda in frantumi un possibile lieto fine: “Dietro l’angolo, Salzman [il padre della ragazza, N.d.R.] , le spalle appoggiate al muro, salmodiava preghiere per i defunti”.

Bernard Malamud

Bernard Malamud

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10 risposte a TUTTI I RACCONTI – BERNARD MALAMUD

  1. sofus ha detto:

    Grazie Gabrilù, sempre argomenti assai interessanti 👍🏻

  2. Alessandra ha detto:

    Una volta terminati i racconti, ti consiglio di buttarti ad occhi chiusi su L’uomo di Kiev, che tratta di un caso giudiziario (realmente accaduto) dove il capro espiatorio, come al solito, è un ebreo. Sono certa che ne rimarrai profondamente turbata. Ma avremo sicuramente modo, nei prossimi mesi, di riparlarne e di confrontarci :-).

    • gabrilu ha detto:

      Ah, ma lo conosco bene L’uomo di Kiev, Alessandra, letto parecchi anni fa e che tra l’altro fa riferimento ad una storia purtroppo verissima e di cui si parla in dettaglio in parecchi libri di storia… Molto bella, nell’edizione della Minimum Fax, la prefazione di Alessandro Piperno.
      Di Malamud avevo letto quasi tutti i romanzi (mi resta da leggere solo Gli inquilini) e l’ho sempre apprezzato moltissimo, a volte anche più di Philip Roth. Eppure, adesso che ho terminato tutti i 55 racconti devo dire che li ho trovati eccezionali e superiori anche ai romanzi. Ho sempre pensato di non essere molto “portata” alla lettura di racconti a parte qualche eccezione ma negli ultimi anni sto scoprendo (per caso o per destino) uno dietro l’altro raccolte magnifiche, tipo i 60 racconti di Buzzati, adesso questi Malamud e l’intero corpus di Cortázar…Oggi il mio rapporto con il “genere” racconto risulta davvero molto cambiato

  3. Giorgio ha detto:

    Uno dei miei autori preferiti! Ho letto i suoi romanzi e i racconti (che si trovano facilmente e con lo sconto del 50% – in internet o per chi può raggiungere i negozi Ibs-Libraccio – nelle edizioni singole di Minimum Fax).
    Da qualche anno mi sono appassionato alla narrativa ebraica e, unendola alla mia passione per la narrativa americana, quando leggo romanzi di scrittori ebrei americani raggiungo la sintesi perfetta.
    Un altro autore che a me piace molto è Potok.
    Grazie per questa recensione!

    • gabrilu ha detto:

      Giorgio si, il filone della letteratura ebraico-americana è molto, molto interessante non solo perchè, come scrive Malamud ne L’angelo Levine “ci sono ebrei dappertutto”, ma anche perchè gli ebrei non sono un blocco monolitico, ma la diversità di provenienze (Germania e Austria, Europa centrale e orientale, Russia zarista e sovietica, ed all’interno dell’URSS differenze anche tra i singoli stati che di essa facevano parte etc.) e di percorsi rende le singole storie dell’arrivo e della ambientazione o meno negli USA ancora più complessa ed interessante. Ci sono gli ebrei nativi americani e quelli che in America sono appodati fuggendo dagli inferni europei e russi, per esempio, e già solo questo costituisce un grande spartiacque.
      Di questa seconda categoria di scrittori (che inevitabilmente e per ovvi motivi anagrafici diventano sempre di meno) esempio emblemtaico è per me l’opera letteraria di Isaac B. Singer, del quale sino a qualche tempo fa erano famosi soprattutto i suoi scritti ambientati nell’Europa degli Shtetl e della cultura yddish… Ma negli ultimi anni abbiamo anche assistito alla pubblicazione di opere che Isaac scrisse già in America ed ambientate nelle grandi città americane; abbiamo così potuto apprezzare l’Isaac Singer “americano” che si confronta ed affronta nei suoi romanzi tematiche come quello dello sradicamento e della difficoltà di inseririsi completamente in un ambiente ed una cultura (quella degli States) completamente diversa. Molto, molto interessante.
      Di Chaim Potok ho apprezzato moltissimo “Novembre alle porte. Cronache della famiglia Slepak”
      https://www.ibs.it/novembre-alle-porte-cronache-della-libro-chaim-potok/e/9788811669418
      in cui affronta il tema dell’antisemitismo sovietico dalla Rivoluzione in poi ed in particolare nel secondo dopoguerra e delle politiche sovietiche nei confronti dei cittadini sovietici ebrei. Notevolissimo.
      Prima o poi leggerò anche tutti gli altri, di Potok. Li ho ma aspetto che arrivi il loro momento. Che arriverà, non ho dubbi 🙂
      Ciao e grazie!

  4. Renza ha detto:

    Concordo con te, cara gabrilu, sul fatto che Malamud dia il meglio di sé nei racconti. Io l’ ho conosciuto proprio in quelli e il passaggio al romanzo è stato meno felice. Intendiamoci, si parla sempre di un’ alta vetta! Ma i racconti… Della raccolta completa che tu citi, ho letto solo una parte, quelli de “Il cappello di Rembrandt” e de “ Il popolo e altri racconti”. Ricordo, della prima, il racconto del titolo, una storia di relazioni umane che si inceppano, che determinano equivoci e creano stridori, sospetti, malanimo. Acuto, profondo, analitico e” A riposo”, storia molto dolorosa delle illusioni perdute, di un anziano medico, vedovo che immagina di potersi rifare una vita con una giovane ragazza. Crudele nella sua verità.
    “L’ uomo di Kiev” non mi ha del tutto convinto. C’ è un po’ di Dostoevskij, l’ accentuazione di un gusto ripugnante, molto insistito, un senso di oppressione che mette in secondo piano la caratterizzazione dei due personaggi più interessanti Yakov, l’ ebreo incolpato ingiustamente e Bibikiov, il giudice istruttore incaricato di indagare sulla sua vicenda. ( In un paese malato, ogni passo verso la guarigione è un insulto per quelli che campano della sua malattia).
    Comunque, come dici tu, l’ atmosfera di angoscia, disgrazia, senso di colpa, sgomento, smarrimento di fronte alla vita compone un quadro di cui il lettore resta affascinato e colpito.
    Quanto alle raccolte di racconti, oltre agli autori già nominati, mi sento si segnalarti anche quella di John Cheever, I racconti: a me sono sembrati eccezionali. Come sempre, grazie!

    • gabrilu ha detto:

      Renza adoro John Cheever e anche lui soprattutto nei racconti (Il nuotatore è un capolavoro) e, visto che si parla di narratori americani, mi viene da aggiungere lo Sherwood Anderson di Winesburg, Ohio e i racconti di Richard Yates (conosciuto soprattutto per i romanzi Revolutionary Road ed Easter Parade ma anche i racconti sono notevolissimi).
      Sono felice che anche a te piacciano i racconti di Malamud e a questo punto mi permetto di insistere perchè tu legga anche quelli che ti mancano, ed in particolare la raccolta Il barile magico; sono certa ti entusiasmeranno :-).
      Minimum Fax, per quanto riguarda la letteratura americana contemporanea è una preziosa risorsa.
      Ciao e a rileggerci!

  5. LAMBERT ha detto:

    Dall’altra parte dell’oceano, Sandor Marai
    Gabrilu, siccome provi una grande ammirazione per quest’autore ungarese, ti mando un link qui potrebbe interessarti
    https://www.en-attendant-nadeau.fr/2020/02/25/journal-sandor-marai/
    Un caro saluto
    Geneviève Lambert

    • gabrilu ha detto:

      Geneviève Lambert ah, conosco bene gli scritti autobiografici di Marái…sono tra le cose che di lui in assoluto prediligo. I due volumi pubblicati in italiano dalla casa editrice Adelphi con i titoli
      Confessioni di un borghese
      https://www.adelphi.it/libro/9788845918124
      e Terra, terra…!
      https://www.adelphi.it/libro/9788845919800
      Non ne ho mai parlato qui sul blog perchè letti prima che NonSoloProust nascesse.
      Indimenticabile, per me, la rilettura che di Terra, Terra…! ho fatto a Budapest…
      Spero che prima o poi Adelphi riprenda con le traduzioni e le pubblicazioni di questo autore, del quale so che esistono tante altre opere che però io non sono in grado di leggere perchè non tradotte in italiano e… si sa, l’ungherese non è lingua facilmente abbordabile. Lui stesso la chiamava “la lingua del diavolo” 🙂
      Grazie!
      P.S. Bello l’articolo del link, mi sembra colga in pieno lo spirito del libro e del suo autore

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