DAL NOSTRO INVIATO ERNEST HEMINGWAY

Hemingway 1923
Hemingway nel 1923
(fonte)

Quando, nel 1923, Ernest Hemingway incontra in conferenza stampa il Cav. Benito Mussolini, non è ancora il grande scrittore affermato e noto in tutto il mondo ma  soltanto un giovane reporter di ventiquattro anni.

Di quest’incontro voglio parlare, e dei due “ritrattini autentici” (cito testualmente) che  Hemingway fornisce del dittatore italiano.

Ma andiamo con ordine.

Per quasi quarant’anni, tra il 1920 e il 1956, Ernest Hemingway svolse anche una intensa attività giornalistica da inviato speciale e corrispondente.

Una raccolta pubblicata da Mondadori qualche anno fa contiene una scelta di settantasette articoli che vanno dal 1920 al 1956 in cui Hemingway tratta degli argomenti più svariati. Si va dagli articoli sulla pesca delle trote e del tonno o sui tori di Pamplona o gli chalet svizzeri o gli “americani a Parigi” negli anni folli tra le due guerre (quelli della “generazione perduta”, secondo la celebre definizione di Gertrude Stein) ai reportages di guerra (guerra civile spagnola, seconda guerra mondiale) per arrivare infine agli articoli scritti nel dopoguerra.

Non sono una estimatrice a tutto tondo di Hemingway (con l’eccezione dei “I quarantanove racconti” e di “Festa mobile” in cui un Hem ormai anziano rievoca gli anni della sua giovinezza trascorsi a Parigi) ma mi interessava molto leggere questa raccolta soprattutto per i reportages di guerra. Volevo in qualche modo paragonare i suoi articoli con quelli di un altro grande scrittore americano che amo moltissimo, John Steinbeck che, come ho scritto in questo post, fu corrispondente di guerra per il New York Herald Tribune e che per sei mesi seguì l’esercito americano in tutto lo svolgimento dell’Operazione Husky — e cioè la prima invasione alleata del suolo italiano e una delle più grandi azioni navali mai realizzate sino ad allora — sin dai preparativi avvenuti in Inghilterra. Steinbeck seguì l’esercito anche nel nord Africa, nello sbarco sulle coste della Sicilia, nella traversata dello stretto di Messina, nella risalita lungo la penisola italiana.

Lo stile, lo sguardo di Steinbeck e di Hemingway sugli eventi bellici non potrebbero essere più diversi, ma non è mia intenzione adesso addentrarmi in questo tipo di analisi.

Adesso voglio parlare solo di Hemingway.

Di lui si può pensare e dire quello che si vuole (io stessa non mi sento sempre molto in sintonia né con l’uomo né con lo scrittore), ma certamente non mi è possibile negare che fosse uno straordinario osservatore: ho ritrovato infatti in tutti i suoi articoli — anche in quelli che si capisce benissimo essere stati scritti di fretta e non rivisti — il suo inconfondibile stile asciutto e stringato che a mio modo di vedere raggiungerà la perfezione nei mitici “Quarantanove racconti”. Hemingway tende all’ellisse, all’immagine complessiva, al colpo d’occhio illuminante e di grande impatto emozionale.

Per noi italiani, imperdibile il fulminante ritratto al vetriolo che Hemingway fa di Benito Mussolini, da lui definito “il più grande bluff d’Europa”

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Nel 1923 Hemingway è in Svizzera ed è presente, come inviato del Toronto Daily Star, alla Conferenza di Losanna che si svolge allo Château di Ouchy ed alla quale partecipa anche, per il Regno d’Italia, Benito Mussolini.

Nell’articolo, Hemingway descrive Mussolini come uno che ha del “genio nel rivestire piccole idee con paroloni”; di lui dice anche di non sapere se e quanto questo bluff potrà durare: se quindici anni o se verrà rovesciato al più presto.

Noi, con il senno di oggi, sappiamo che si era solo all’inizio di un “Ventennio” che finì in maniera catastrofica.

L’articolo di Hemingway parla non solo di Mussolini ma anche di altri partecipanti alla storica Conferenza. E’ da leggere tutto, ma io voglio riportare qui solo lo stralcio che riguarda in particolare Mussolini.

Mussolini: il più grande bluff d’ Europa
Mussolini, Europe’s Prize Bluffer, More Like Bottomley Than Napoleon
“The Toronto Daily Star”, 27 gennaio 1923

Mussolini è il più grande bluff d’Europa. Anche se domattina mi facesse arrestare e fucilare, continuerei a considerarlo un bluff. Sarebbe un bluff anche la fucilazione. Provate a prendere una buona foto del signor Mussolini ed esaminatela. Vedrete nella sua bocca quella debolezza che lo costringe ad accigliarsi nel famoso cipiglio mussoliniano imitato in Italia da ogni fascista diciannovenne. Studiate il suo passato. Studiate quella coalizione tra capitale e lavoro che è il fascismo e meditate sulla storia delle coalizioni passate. Studiate il suo genio nel rivestire piccole idee con paroloni. Studiate la sua predilezione per il duello. Gli uomini veramente coraggiosi non hanno nessun bisogno di battersi a duello, mentre molti vigliacchi duellano in continuazione per farsi credere coraggiosi. E guardate la sua camicia nera e le sue ghette bianche. C’è qualcosa che non va, anche sul piano istrionico, in un uomo che porta le ghette bianche con una camicia nera.

Qui non ho spazio per affrontare il problema Mussolini, bluff o grande forza duratura. Può darsi che duri quindici anni come può darsi che venga rovesciato la primavera prossima da Gabriele d’Annunzio che lo odia. Ma permettetemi di offrirvi due ritrattini autentici di Mussolini a Losanna.

Il dittatore fascista aveva annunciato una conferenza stampa. Vennero tutti. E tutti ci affollammo in una stanza. Mussolini sedeva alla scrivania leggendo un libro. Il suo viso era contratto nel cipiglio famoso. Faceva la parte del dittatore. Essendo un ex giornalista, sapeva benissimo quanti lettori sarebbero stati toccati dai resoconti che gli uomini presenti in quella stanza avrebbero scritto dopo l’intervista che egli s’accingeva a dare. E restava assorto nel suo libro. Mentalmente leggeva già le pagine dei duemila giornali serviti da quei duecento inviati: “Quando entrammo nella stanza, il dittatore in camicia nera non alzò gli occhi dal libro che stava leggendo, talmente intensa era la sua concentrazione…” eccetera eccetera.

Per sapere quale fosse il libro che leggeva con avido interesse, gli andai dietro in punta di piedi. Era un dizionario francese-inglese, che teneva capovolto.

L’altra immagine di Mussolini come dittatore la vidi lo stesso giorno quando un gruppo di italiane che vivono a Losanna vennero al suo appartamento dell’Hotel Beau Rivage per offrirgli un mazzo di rose. Erano sei donne di ceppo contadino, mogli di operai residenti a Losanna, e attendevano fuori della porta di rendere omaggio al nuovo eroe nazionale italiano che era anche il loro eroe. Mussolini arrivò in redingote, calzoni grigi e ghette bianche. Una delle donne si fece avanti e cominciò il suo discorso. Mussolini la guardò torvo, sogghignò, posò i suoi occhioni da africano sulle altre cinque e tornò in camera sua. Quelle poco attraenti contadinotte vestite a festa rimasero lì con le rose in mano. Mussolini aveva fatto la parte del dittatore.

Mezz’ora dopo ricevette Clare Sheridan, che a forza di sorrisi è riuscita a ottenere molte interviste; e trovò il tempo di conversare con lei per mezz’ora.

Naturalmente gli inviati speciali dell’epoca napoleonica possono aver notato le stesse cose in Napoleone e gli uomini che lavoravano al “Giornale d’Italia” ai tempi di Cesare possono aver scoperto in Giulio le stesse contraddizioni, ma dopo un attento studio sull’argomento mi pare che in Mussolini ci sia non tanto Napoleone quanto Bottomley, un enorme Horace Bottomley italiano, bellicoso, duellista e riuscito.

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Chissà cosa scriverebbe oggi Hemingway di quell’altro istrione che imperversa in Italia da circa vent’anni e che tiene in ostaggio e ricatta un’intera nazione pensando solo ai suoi interessi ed alle sue beghe personali…

Forse penserebbe che noi italiani siamo proprio degli irriducibili, nell’andar sempre dietro al primo istrione che passa.

Hemingway By-Line

Ernest HEMINGWAY, By-Line, traduz. Giorgio Monicelli, p. 496, Oscar Mondadori, 2011

La scheda del libro >>

Reperibile anche in eBook

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9 risposte a DAL NOSTRO INVIATO ERNEST HEMINGWAY

  1. Amfortas ha detto:

    Storia maestra di vita, si diceva una volta, ma sembra che non ne tenga conto mai nessuno. Litigo ferocemente, anche con amici e conoscenti, che mi rimproverano di essere troppo drastico nei confronti di quel “qualcuno” cui accenni. Svengo metaforicamente (per ora, ma può pure essere che un giorno sverrò davvero) quando leggo i sondaggi o le intenzioni di voto.
    Eppure ci sono state e ci sono menti lucide che capiscono tutto prima, in ogni epoca, no?
    Beh, grazie per la segnalazione, ciao!

  2. Luca ha detto:

    Sempre piacevole leggere i tuoi scritti. Mi hai fatto venir voglia di riprendere Festa Mobile che credo non aver mai completato anni fa (forse troppo giovane).
    Sugli istrioni italiani non dico nulla perché non ce la faccio più
    Buona serata, Luca

    • gabrilu ha detto:

      Proprio recentemente sono tornata nel quartiere parigino a guardare la casa in cui abitò il giovane Hem…
      (Per il resto, che dire: siamo in tanti a non farcela proprio più, ma pare che serva a poco…)

  3. Dragoval ha detto:

    Magnifica “perla”, ci hai riportato.
    Grazie.
    Avrei in mente almeno una dozzina di blasonate firme del nostro giornalismo a cui regalarlo, monito all’ onestà intellettuale che non ha paura di dire a chiare lettere che il re è nudo.

    • gabrilu ha detto:

      @Dragoval
      per onor di verità, è giusto anche dire che Hem era un corrispondente cittadino americano, di un altro continente, e poteva permettersi di scrivere in quel modo. Questo va detto.
      … Ma lasciamo perdere: quest’articolo di Hem mi è tornato in mente in questi giorni dopo che in televisione (per quel poco che ne vedo, ma ahimè non riesco a bypassarla del tutto) ho visto in alcuni talk-show per l’ennesima volta giornalisti stranieri che, se appena appena osano criticare Isso e suoi zerbini vengono letteralmente sbranati.

  4. Dragoval ha detto:

    ps e la traduzione di Giorgio Monicelli costituisce un indiscutibile valore aggiunto al testo

  5. Gian Paolo ha detto:

    Un autore fazioso, riportato su un blog fazioso… L’effetto potrà anche risultare raffinato, perché no, ma il risultato non cambia. Che Hemingway fosse assolutamente inattendibile, lo scoprimmo dal settarismo della sua avventura sanguinaria di Spagna. Qui elogiamo il suo ego, unico sapiente, tra duecento giornalisti, a “svelare” il “segreto” di Mussolini, notoriamente incapace di distinguere un libro diritto da uno capovolto. Nessun altro testimone, nonostante l’affollamento di letterati: soltanto il nostro, che così non potrà mai essere smentito. L’importanza di chiamarsi Ernest.

    Hemingway amò la guerra più che le donne, e la rincorse tutta la vita. Mussolini – anche in veste di neo presidente del consiglio incaricato da meno di un anno, e tutt’altro che dittatore in quel settembre del ’23 – stava dall’altra parte, e il nostro eroe non perde occasione per brillare di luce riflessa, un po’ come hanno fatto in seguito certi giornalisti furbetti nei confronti del Berlusca.

    Si sofferma sull’abbigliamento, piuttosto che sulle idee dell’uomo che gli è di fronte. e nell’intento di dileggiarlo, arriva a paragonarlo a un africano, che tradisce le sue origini di yankee razzista, esasperate, non certo mitigate, dall’ideologia comunista.

    Oggi è un giorno fausto. Il popolo inglese si è ribellato ai poteri forti e ha proclamato l’Indipendence Day. Spero che presto anche noi ci libereremo dal giogo del Pensiero unico mondiale. Altro che Hemingway e le sue sciocchezze!

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