I GUERMANTES ALLA KOLYMA

Varlam Salamov

Varlam Salamov

“Il libro era sparito. Chi avrebbe letto quella strana prosa quasi priva di peso, come pronta a volare nel cosmo, dove tutte le proporzioni sono spostate, alterate, dove non ci sono grande e piccolo? Di fronte alla memoria, come di fronte alla morte, tutti sono uguali, e l’autore ha il diritto di ricordare l’abito della serva e di dimenticare i gioielli della padrona. Gli orizzonti dell’arte verbale sono stati straordinariamente allargati da questo romanzo. Io, uno della Kolyma, un detenuto, ero stato trasportato in un mondo perduto da tempo, in abitudini altrui, dimenticate, inutili. Il tempo per leggere l’avevo. Facevo l’infermiere al turno di notte. Ero stato sopraffatto dai Guermantes, dal quarto volume, avevo fatto la conoscenza di Proust. Il libro lo avevano spedito a Kalitinskij, un infermiere che conoscevo, che sfoggiava in corsia pantaloni alla zuava di velluto, la pipa tra i denti, diffondendo l’inverosimile odore del capstan. Tanto il capstan che i pantaloni gli erano stati spediti in un pacco insieme ai Guermantes di Proust.

Ah, le donne, care, ingenue amiche ! Invece della machorka, il capstan, invece di pantaloni di tela grezza, pantaloni alla zuava di velluto, invece di una sciarpa di cammello lunga due metri, qualcosa di vaporoso, che somiglia a un nastro, a un papillon, una lussuosa sciarpa di seta, che si intreccia intorno al collo come una cordicella dello spessore di una matita.

Gli stessi pantaloni di velluto, la stessa sciarpa di seta erano stati spediti nel ’37 a Fritz David, un comunista olandese mio vicino alla RUR, la “compagnia a regime intensivo”. Fritz David non poteva lavorare, era troppo spossato, e quei pantaloni di velluto e quel lussuoso farfallino di seta al giacimento non si potevano barattare nemmeno col pane. E Fritz David morì : cadde sul pavimento della baracca e morì. Per la verità si stava così stretti, dormivamo tutti in piedi, che il morto non riuscì ad arrivare subito al pavimento. Fritz David prima morì, e solo dopo cadde.
Tutto questo era accaduto dieci anni prima – che c’entra adesso con la Ricerca del tempo perduto? Kalitinskij ed io rammentavamo il nostro mondo, il nostro tempo perduto. Nel mio tempo non c’erano pantaloni alla zuava, ma Proust sì, e io ero felice di leggere I Guermantes.
Non andavo a dormire in camerata. Proust mi era più caro del sonno. E poi Kalitinskij mi faceva fretta.

Il libro era sparito. Kalitinskij era furibondo. Ci conoscevamo da poco e lui era convinto che fossi stato io a rubare il libro per venderlo. Il furto estemporaneo era una tradizione della Kolyma, una tradizione di fame. Sciarpe, pezze da piedi, asciugamani, pane, machorka – sottratta, spillata – sparivano senza lasciare traccia. Secondo Kalitinskij, alla Kolyma spevano rubare tutti. Anch’io la pensavo così. Il libro l’avevano rubato. Fino a sera si poteva ancora aspettare che un volontario qualunque, un eroico spione, si avvicinasse e “spifferasse”, ci dicesse dov’era il libro, chi era il ladro. Ma venne la sera, decine di sere, e dei Guermantes sparirono le tracce. Se non l’avevano venduto a un amatore (amatori di Proust tra i capi del lager! Ancora ancora si possono trovare in quel mondo ammiratori di Jack London, ma di Proust!!), allora era servito per farci le carte, I Guermantes era un pesante in folio. Era uno dei motivi per cui non mi ero tenuto il libro sulle ginocchia, ma l’avevo messo sulla panca. Era un grosso volume. Per farci le carte…Lo avranno tagliato a pezzi e stop.

Nina Bogatyreva era una bellezza, una bellezza russa, da poco portata nel nostro ospedale dal continente. Tradimento della patria, 58, comma 1a o 1b.

“Per l’occupazione?”.

“No, non ci hanno occupato. E’ successo vicino al fronte. Venticinque anni più cinque, e senza i tedeschi. Per un maggiore. Mi avevano arrestata, il maggiore voleva che stessi con lui. Non l’ho fatto ed ecco la condanna, la Kolyma. Me ne sto qui su questa panca. E’ tutto vero. Ed è tutto falso. Con lui non ci sono stata. Tanto meglio, andrò coi nostri. Con te, ecco…”.

“Sono occupato, Nina”.
“L’ho sentito dire”.
“Sarà dura per te, Nina. Per colpa della tua bellezza”.
“Maledetta questa bellezza”.
“Cosa ti hanno promesso i capi?”.
“Di tenermi all’ospedale come inserviente. Ho un uomo. Mi aiuterà”.
“chi è?”.
“Segreto”.
“Guarda, questo è un ospedale statale, ufficiale. Nessuno qui ha un potere simile, fra i detenuti. E neanche fra medici e infermieri. Non è l’ospedale di un giacimento”.
“Non fa niente. Io sono contenta. Farò dei paralumi. E poi seguirò i corsi, come te”.

Nina rimase all’ospedale a fare paralumi di carta.
E quando i paralumi furono finiti, la spedirono con un convoglio.
“Non è la tua donna che parte con questo convoglio?”.
“Già”.
Mi girai a guardare. Dietro di me c’era Volodja, un vecchio lupo della taigà, infermiere senza diploma. Una specie di attivista dell’istruzione, o segretario di un soviet cittadino, in passato. Volodja aveva ormai passato la quarantina, conosceva da parecchio la Kolyma. E la Kolyma conosceva Volodja. Affarucci coi malavitosi, bustarelle ai medici. Volodja era stato mandato qui per seguire i corsi, per rafforzare il suo posto con un titolo. Ma i corsi non erano cominciati. E Volodja ritenne una fortuna dover tornare al giacimento, dove era un re e un dio. Volodja aveva anche un cognome, Raguzin, credo, ma tutti lo chiamavano Volodja. Volodja il protettore di Nina? La cosa era troppo terribile.

Alle mie spalle la voce tranquilla di Volodja diceva : “Una volta sul continente, avevo una regola assoluta nei campi femminili. Appena cominciano a dire in giro che stai con una donna, io la ficco nell’elenco e hop…col convoglio. E ne chiamo una nuova. A fare i paralumi. E di nuovo è tutto in regola”.

Nina se ne andò. All’ospedale rimase sua sorella Tonja. Stava con Zolotnickij, quello che tagliava il pane (amicizia vantaggiosa), un ragazzone bruno, bello e forte, un detenuto comune. All’ospedale col compito di tagliare il pane, un compito che prometteva e dava profitti milionari, Zolotnickij c’era arrivato grazie ad una grossa bustarella data, a quanto dicevano, allo stesso direttore dell’ospedale. Andava tutto bene, ma il bel bruno Zolotnickij risultò sifilitico, e dovette sottoporsi a un trattamento. Rimossero il tagliapane e lo inviarono nella zona MV maschile, un campo per uomini con malattie veneree. All’ospedale Zolotnickij aveva passato qualche mese e aveva fatto in tempo a contagiare una sola donna: Tonja Bogatyreva. E Tonia fu portata nella zona MV femminile.

L’ospedale si allarmò. Tutto il personale medico fu sottoposto ad analisi, alla reazione Wassermann. L’infermiere Volodja Raguzin aveva quattro croci. Il sifilitico Volodja scomparve dall’ospedale. E dopo qualche mese la scorta condusse all’ospedale alcune donne malate, e tra loro c’era Nina Bogatyreva. Ma Nina la portavano più lontano: da noi si riposò soltanto. La portavano alla zona malattie veneree femminile.

Andai incontro al convoglio.

Solo i grandi occhi castani, molto infossati : non restava nient’altro della Nina di un tempo.
“E così vado alla zona malattie veneree…”.
“Ma perchè?”
“Come ? Sei infermiere, e non sai perchè mandano là? Sono stati i paralumi di Volodja. Mi sono nati due gemelli. Non erano fatti per vivere, sono morti”.
“Sono morti ? Per te è meglio così, Nina”.
“Sì. Adesso sono libera come un uccello. Mi curerò. L’avevi poi trovato il libro quella volta?”.
“No, non l’ho trovato”.
“Sono stata io a prenderlo”. Volodja mi aveva chiesto qualcosa da leggere”.

Salamov I racconti della Kolyma

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