IL MIO NOME È ROSSO – ORHAN PAMUK

copertina libro
Orhan Pamuk, IL MIO NOME È ROSSO, traduz. di Marta Bertolini e Semsa Gezgin, Einaudi, pagg. 450, ISBN 88-06-18197-1

Pubblicato per la prima volta in Italia nel 2001, “Il mio nome è rosso” è un romanzo complesso, richiede una lettura attenta ed anche, a volte, molta pazienza. Non è sempre facile, per un lettore occidentale di oggi, immergersi ed identificarsi con personaggi e situazioni di un’epoca e di una cultura tanto distanti dalla nostra. Un pò di fatica, insomma, specialmente per le prime cento pagine in cui ci si sente un po’ disorientati. Ma il lettore che non si arrende e prosegue viene poi abbondantemente ripagato, e si rende ben presto conto che quello che sta leggendo è un libro importante.
Ma andiamo con ordine.

Siamo nel 1581, nella capitale dell’Impero Ottomano. In una Istanbul fredda e coperta di neve viene brutalmente assassinato un miniaturista. Stava lavorando, assieme ad altri tre miniaturisti — Cicogna, Oliva e Farfalla — ad un libro segreto che Zio Effendi preparava per il Sultano.

Nero, il nipote di Zio Effendi deve scoprire il colpevole. Solo così potrà sposare la cugina Seküre — figlia di zio Effendi — , che aspetta invano da quattro anni il ritorno del marito dalla guerra e di cui Nero è sempre stato innamorato.

Ma l’intreccio poliziesco (ed anche, in parte, la storia d’amore tra Nero e Seküre) è solo un pretesto per un romanzo che ha ben altre aspirazioni. Al centro di esso sta infatti il conflitto tra due scuole di miniaturisti del sultano, quella di Zio Effendi e quella dell’anziano maestro Osman e la loro antitetica concezione del disegno e della miniatura. Attraverso questo conflitto lo scrittore turco Orham Panuk, premio Nobel per la letteratura 2006, rappresenta lo scontro tra Oriente ed Occidente, cristiani e musulmani. Due modi diversi di porsi davanti alla realtà. Due concezioni del mondo.

Zio Effendi ha viaggiato in Occidente ed ha conosciuto le opere dei maestri veneziani che, rappresentando il mondo come lo vede l’uomo, dipingendo nei volti individualismo e personalità offrono l’eternità sia a chi viene ritratto sia a chi esegue il dipinto perchè si permette all’artista di firmare le proprie opere e di caratterizzarsi con un suo stile differenziato.
Ma questa è, secondo i canoni musulmani, una visione peccaminosa dell’arte, un’offesa per Allah, l’unico eterno. Perciò il libro che Zio Effendi e i suoi tre maestri stanno dipingendo su commissione del sultano secondo i canoni occidentali deve rimanere segreto: è blasfemo ed ispirato da Satana.

Per la scuola tradizionale, sotto la guida dell’anziano Maestro Osman, l’arte è possibile, invece, solo come ripetizione dei modelli degli antichi maestri di cui si raccontano ossessivamente la vita e le opere — famose ma raramente viste di persona. Essi disegnavano attraverso gli occhi di Allah: un maestro non ha bisogno di vedere quello che dipinge. Il miniaturista non deve disegnare quello che vede lui, ma ciò che vede Allah: un’astrazione della realtà, perfetta e immutabile per sempre. “Disegnare è ricordare”, “La miniatura non si fa con gli occhi ma con le mani”, “è la mano che fa la miniatura”.

Perciò lo stato di visione supremo è costituito dalla cecità, (un tema, questo, molto importante) che i maestri non solo non temono ma desiderano: alcuni arrivano addirittura ad accecarsi volontariamente quando comprendono che non è più necessario vedere per dipingere, che tutta la realtà è già impressa nella loro memoria. Si accecano per non essere tentati o costretti ad un cambiamento di metodi e di stile. “Per me, avere uno stile è peggio che essere un assassino” dice un miniaturista. Lo stile è la caratteristica personale, dunque un difetto e, se involontario, costituisce “il difetto segreto” del miniaturista e del suo disegno.
Utilizzare la prospettiva è cosa blasfema, perchè significa disegnare le cose non secondo l’importanza che esse hanno nella mente di Allah ma come appaiono agli occhi degli uomini. Ma è il ritratto il peccato più grande, perchè ci si rende conto, come dice un miniaturista, che “con il ritratto la pittura musulmana sarebbe finita”.

La storia è raccontata in prima persona da voci diverse, ed i capitoli portano alternativamente il titolo di chi parla, da ‘Io sono il morto’, ad ‘Io sono vostro zio’, a ‘Di me diranno che sono un assassino’, a ‘Io sono Nero’. Voci narranti anche i disegni: il cavallo, l’albero, il color rosso (‘Il mio nome è rosso’ è uno dei capitoli centrali), la morte…

Invidie e rivalità, diverse forme di amore, arte e religione, storie dentro altre storie popolano questo romanzo impegnativo ma affascinante. In esso spiccano anche due personaggi femminili: Seküre ed Esther.
Seküre, la figlia del maestro miniaturista Zio Effendi e di cui Nero è innamorato. Madre appassionata e giocosa di due bambini, donna bella, coraggiosa e intelligente, che “fa continuamente funzionare il cervello per difendersi” e di cui le amiche dicono che avrebbe sposato solo un uomo a lei inferiore, sensuale ma che dai sensi non si lascia travolgere. L’altra donna è l’ebrea Esther, venditrice di corredi, sempre in giro per tutta la città con il suo fagotto di sete e fazzoletti preziosi, mezzana e postina d’amore. Due donne dalla forte personalità e personaggi singolarmente moderni.

Molti lettori hanno lamentato che il libro è prolisso e ripetitivo, addirittura estenuante con le sue interminabili descrizioni di miniature e procedimenti tecnici (ho detto all’inizio che si tratta di una lettura non sempre facile). Ma io mi sono convinta che questo non solo non è un difetto, un errore, ma è stato voluto da Pamuk: il gusto della ripetizione, del particolare costituiscono la cifra stilistica della narrazione facendo sì che “Il mio nome è rosso” si vada realizzando lentamente proprio come una preziosa miniatura. Pamuk insomma usa le parole con la stessa precisione ed allo stesso modo con cui i suoi antichi maestri miniaturisti, capaci di rappresentare un intero corteo o una scena di battaglia su un’unghia, utilizzavano i loro pennelli.

Il risultato è il grandioso affresco di un mondo (l’Impero Ottomano) sospeso tra le novità dell’Occidente e le tradizioni dell’Oriente musulmano. E a questo punto, il pensiero non può non andare alla Turchia dei nostri giorni.

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Informazioni su gabrilu

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17 risposte a IL MIO NOME È ROSSO – ORHAN PAMUK

  1. MariaStrofa ha detto:

    gabriella, conosco molto molto bene questo libro perché un’amica era stata in Turchia e era tornata con una gran voglia di leggere autori turchi. Cominciò con questo libro, proprio. Siccome era lettrice frettolosa (brava molto) ma frettolosa ha ceduto nelle pagine che tu dici. Dico lettrice frettolosa perché a lei, Proust, nemmeno morta. D’altronde chi affronta Proust può benissimo affrontare la descrizione di miniature (mutatis mutandis) e Proust è Proust. Però quello che mi comunicò in via definitiva, per lei, era proprio questo senso di affaticamento. Siccome ne hai parlato tu te lo confermo, fatto salvo l’interesse di cui tu dici nel seguitare e nell’avere perciò la soddisfazione finale.

  2. gabrilu ha detto:

    @ MariaStrofa, tre cose: 1) fino a circa pag.100 ho avuto più volte la tentazione di prendere il volume e fargli fare un bel volo dalla finesta, ma capivo/intuivo che non era libro da mollare e che bene avrei fatto a tener duro. Non me ne sono pentita

    2) durante la lettura di tutto il romanzo di Pamuk non ha smesso di frullarmi in testa il celebre “ceci tuera cela”, e cioè il passo del “Notre Dame de Paris” di Victor Hugo a proposito dei libri (intesi come libero pensiero) che secondo il prete avrebbero ucciso l’architettura religiosa delle cattedrali (intese come espressione del potere teocratico). E Hugo non si ferma a questo ma fa dire anche, al suo prete:

    “La cathédrale elle-même, cet édifice autrefois si dogmatique, envahie désormais par la bourgeoisie, par la commune, par la liberté, échappe au prêtre et tombe au pouvoir de l’artiste. L’artiste la bâtit à sa guise. Adieu le mystère, le mythe, la loi. Voici la fantaisie et le caprice. Pourvu que le prêtre ait sa basilique et son autel, il n’a rien à dire. Les quatre murs sont à l’artiste. Le livre architectural n’appartient plus au sacerdoce, à la religion, à Rome; il est à l’imagination, à la poésie, au peuple.”.

    Si tratta (mutatis mutandis) dello stesso conflitto e delle stesse paure che agitano le due scuole dei miniaturisti di Pamuk…

    3) Il libro di Pamuk ha pagine splendide. Le “ossessive descrizioni” sono in realtà, una volta entrati in sintonia con il testo, di grande poesia e di grande goduria…

  3. SimonaC ha detto:

    Ho letto questo denso romanzo lo scorso autunno e ne ho parlato brevemente sul mio blog…la tua descrizione è invece molto accurata e ben fatta.
    La costruzione della trama mi ha ricordato un po’ una “matrioska”.

    Un saluto,
    Simona

  4. gabrilu ha detto:

    @ Simona grazie e benvenuta 🙂 Ho letto il tuo post, anche a me il libro di Pamuk per alcuni aspetti ha evocato, tra l’altro, anche “Il nome della rosa”, che a sua volta conteneva citazioni del Notre Dame di Hugo…
    (E grazie anche per il link ai miei appunti su “Leggere Lolita a Teheran” della Nafisi. bellissimo libro, sono contenta che sia piaciuto anche a te 🙂

  5. AnnaSetari ha detto:

    Una bella lettura di un libro non semplice. Sono molto contenta per essere arrivata a conoscere questo tuo blog così ricco e interessante.

  6. madeinfranca ha detto:

    questa tua dettagliata ed agevole recensione mi ha fatto scattare un senso di colpa…
    già…confesso, sì confesso di aver abbandonato la lettura di
    3 grandi …Grandi.
    1) ho sempre amato le pagine scelte, i caméo de “…la recherche” ma per intero ho letto solo
    “Du coté de chez Swann”;
    2) Ulysses di Joyce alcuni extraits del quale mi bastarono (m’illudevo!)
    per capire l’atmosfera descritta dall’autore nonchè il suo stile;
    3) I fratelli Karamazov dove intravedevo un che di giansenistico nel destino dei personaggi che mi dava un pò fastidio…
    …tutto ciò quand’ero molto giovane.
    Ma, “momento storico” personale a parte, mi sono data una plausibile spiegazione, visto che ho molto amato, per esempio, i poderosi “Una storia di amore e di tenebra”, “Dona Flor e i suoi due mariti”, “La versione di Barney”:
    lì dove avverto che ci sono rimandi, riferimenti che mi piace andare ad approfondire e che aprono…una rete di conoscenze altre, il libro ha un surplus di “intrigamento” !
    Da giovane rimadavo, adesso ho più tempo per concedermi questi piaceri,
    …per sillogismo, leggerò assolutamente questo libro così ben
    intrigantato da te!
    ps.:giuro che non sarò più così prolissa e grafomane.

    bisousprometteurs!

  7. gabrilu ha detto:

    @ AnnaSetari grazie per la visita e per le tue parole. Anch’io ho scoperto da poco le tue belle pagine 🙂

    @ medeinfranca, scrivi pure quello che vuoi, quando vuoi e come vuoi. Non può che farmi piacere 🙂

  8. melpunk66 ha detto:

    plaudo all’iniziativa dedicata allo scrittore Cotone

  9. gabrilu ha detto:

    @ Melpunk66 bentornato! Sai, devo al tuo blog se mi era venuta voglia di leggere questo libro di Pamuk 🙂 e te l’avevo anche scritto, mi pare.
    A proposito, hai letto la bella intervista “post Nobel” che ho linkato qui a fianco nel blog-roll?

  10. melpunk66 ha detto:


    mi fa piacere che leggermi fa venire voglia di leggere. hai visto che forza di immagini che ha pamuk. ora passa a Il libro nero e leggilo in perfetto silenzio lontana dai rumori

  11. gabrilu ha detto:

    @ melpunk, io leggo sempre lontana dai rumori 🙂 E per Pamuk… con calma, con calma. Mo’ adesso non mi metter fretta, eh? 🙂

  12. PattyBruce ha detto:

    Lo sto leggendo adesso. Io non la trovo una lettura “faticosa”. Mi sono immersa gradevolmente nel periodo storico e nell’ambiente, ed ho apprezzato molto anche le diverse voci narranti. Adoro questo genere di romanzi.

  13. gabrilu ha detto:

    @ PattyBruce, sono contenta che “Il mio nome è rosso” ti piaccia, perchè effettivamente merita molto. La sensazione di “fatica” — più irritazioe che fatica, a ben pensarci — per me è stata soprattutto, come ho detto, nelle prime 100 pagine: e più ci penso, e più mi convinco che Pamuk ci mette un po’ troppo a consentire al lettore di capire con che cosa ha a che fare. Le manovre di avvicinamento sono troppo lunghe. Infatti molti lettori (non io e nemmeno tu, ma molti altri si) l’hanno mollato e non sono andati avanti. Peccato. Per il resto, tutto è filato liscio come un treno. Poi ci sono ovviamente i gusti ed i ritmi personali: a me le lunghe descrizioni non disturbano, se sono ben fatte, anzi mi piacciono. Ma ci sono altri che proprio non le sopportano e che non hanno la curiosità di chiedersi se sono gratuite oppure hanno un senso. E siccome quelle di Pamuk sono lunghissime…
    Grazie per il commento, mi fa piacere quando si vanno a ripescare post non più in prima pagina 🙂

  14. PattyBruce ha detto:

    Le lunghe descrizioni sono il mio pane, mi permettono di vedere e di sentire quello che lo scrittore vuol farci conoscere, e come dici tu, non sempre sono fini a se stesse. In questo caso poi servono ad immergersi nella civiltà e la società dell’impero Ottomano alla fine del 16° secolo. A me piacciono tanto questi viaggi nel tempo e nello spazio.

  15. PattyBruce ha detto:

    Ne ho fatto anch’io una piccola recensione.Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi.Cari saluti.
    Patty

  16. utente anonimo ha detto:

    io me ne sono innamorato fin dalla prima pagina. e l'ho divorato nel giro di poche ore. come per tutti i libri di pamuk.vedo che non hai recensito il libro nero (kara kitap) non raffinato come questo benim adim kirmizi ma straripante di spunti.e poi contiene un invito alla lettura del favoloso Vathek. e non dico altro. :)ciao f.

  17. gabrilu ha detto:

    F.Non ho recensito  "Il libro nero"   perchè non l'ho letto. Apprezzo molto Pamuk, e mi piace molto come persona (almeno, per quello che posso capire dai suoi libri, dalle interviste, dalle sue  apparizioni in TV)  ma non è uno di quegli autori  di cui voglio leggere tutto ma proprio tutto.  Mi piace, ma non sempre  e non tutto e non comunque.  "La casa del silenzio", per es., l'ho trovato noiosissimo… Forse è lì che mi sono arenata, con Pamuk.E poi:    non è che recensisca tutto quello che leggo, eh.Basta dare un'occhiata ai miei scaffali su aNobii…Parlo  soltanto      di alcuni libri  e/o di alcuni autori che per una qualche ragione  — magari non condivisa da altri —  mi hanno particolarmente colpita e che ritengo particolarmente interessanti.Sono d'accordissimo  nel considerare  "Vathek" di Beckford (perchè immagino  che a quello tu ti riferisca) come "favoloso". Letto moltissimi anni fa, ne ho ancora un eccellente ricordo.Ciao 🙂

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